La Chiesa del silenzio

Autore:
Conti, Paolo
Fonte:
Corriere della Sera, 19 marzo 2002
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Il terrore frantumava persino la più istintiva tra le certezze affettive: la fiducia tra fratelli.
Narra commosso padre Josef Konc, frate slovacco di Bratislava: "La mia famiglia non sapeva che ero un frate e mio fratello cappuccino non sapeva di me come io di lui... solo chi ci aveva ordinato sapeva, nessun altro doveva sapere perché così si difendeva la Chiesa del silenzio".
Il racconto di padre Konc è una delle sessanta storie raccolte in un anno di lavoro, tutte tristemente uguali perché certificano la sistematica persecuzione dei regimi socialisti dell'Est contro i cattolici.

L'"uomo nuovo" socialista doveva essere ateo e disprezzare la religione come una debolezza sociale da sradicare: chiese distrutte o trasformate in uffici, credenti rinchiusi per anni in carcere, suore e preti torturati e uccisi.

Celebrare messa, ordinare sacerdoti nell'assoluto segreto era l'atroce garanzia per la sopravvivenza della Chiesa del silenzio, spesso sospettata di "intelligenza col nemico" per l'obbedienza al Pontefice romano, come testimonia il cardinale slovacco Jan Chryzostom Korec: "Fui condannato a 12 anni di carcere anche per la mia fedeltà al Papa. Dissi al giudice che ne ero orgoglioso".

Simbolo di tutto questo è la Collina delle Croci a Siaulai, in Lituania, erette per ricordare (disse Giovanni Paolo II nel '93) "figli e figlie della vostra terra mandati in prigione, nei campi di concentramento, deportati in Siberia e condannati a morte".

Nel 1974 le croci furono distrutte dalla polizia.
Ma i fedeli di notte le rialzarono.
Proprio da Vilnius monsignor Alfonsas Svarinskas descrive un ambiente nei campi di concentramento: "Qui portavano i detenuti per la fucilazione. Dicevano loro: "vai dentro, lì potrai chiedere la grazia!". Così entravano con più coraggio e speranza, ma il boia da dietro gli sparava".

Le testimonianze, tutte inedite, verranno proposte su Raiuno in due puntate venerdì 29 (subito dopo la Via Crucis papale) e venerdì 5 aprile in seconda serata nello speciale "Cristo nel freddo dell'Est: le Catacombe del XX secolo e il martirio della Chiesa del silenzio dalla Rivoluzione di ottobre al 2000".
Testi e regia sono di Luca De Mata, autore di molti documentari per il Comitato per il Giubileo ed ex direttore dell'ufficio Internet dell'Anno Santo 2000 ma anche regista "laico" (suo è un "Fantastico" con Enrico Montesano).
Il racconto segue la falsariga dei pellegrinaggi papali nell'ex Est.
I due filmati da 55 minuti ciascuno (il più incalzante è il secondo, il primo risente di qualche pesantezza narrativa) sono costellati dagli sguardi fieri e insieme dolcissimi di chi ha sfiorato la morte in nome di un credo.

Spesso le torture erano psicologiche.
Uno dei sistemi più sicuri era contrapporre i figli ai padri.
L'operaio cattolico Kazimierz Grajcarek vive a Bielsko Biala, in Polonia: "Mi imprigionarono senza dire nulla ai miei familiari, la maestra a scuola aveva la direttiva di istruire i miei figli che quando fosse stato chiesto loro "dove sta tuo padre?" rispondessero "è stato arrestato perché picchiava mamma, era un alcolizzato, un criminale".
Tornai a casa e mi chiesero "papà, perché ti ubriacavi, perché ti sei comportato così male?"".

Le violenze fisiche erano altrettanto insopportabili, come quelle che mai spezzarono la fede di Irina Ivanovna Sofronickaja che pregava a Mosca nella chiesa di San Luigi dei Francesi, l'unica rimasta aperta negli anni più oscuri perché frequentata dai diplomatici: "Mi imprigionarono, per mesi interi non mi lasciavano dormire. Ogni notte venivo svegliata e mi interrogavano: "chi sono i preti, i vescovi clandestini?". Mi tenevano una lampada sugli occhi, da allora ho problemi alla vista, dovevo stare per ore in piedi e senza dormire. Sempre le stesse domande, per giorni, per mesi".

A Clara Laslau, suora del monastero di Sant'Agnese di Bucarest, tocca il capitolo romeno. Ecco cosa capitava a chi non confessava i nomi dei "complici" della Chiesa del silenzio: "Fui arrestata perché ero suora, in una stanza c'erano un capitano e un luogotenente, il primo aveva stivali con le punte di ferro e mi colpiva, mi colpiva.... anche con i pugni, dovevo tenere le mani dritte così... Un giorno con un pugno mi spaccò il timpano sinistro.
Un'altra volta il capitano mi colpì così fortemente al cuore che sentii il sangue colarmi dalla bocca".

Nella Romania socialista di Ceausescu i bambini cattolici erano internati in campi speciali di rieducazione, come racconta Cristina Tancau, ora educatrice nella casa "San Giovanni" della Caritas di Bucarest: "Creavano istituti immensi dove tenevano i bambini come me. Nel regime socialista "non esistevamo" come "non esistevano" i bambini sulla strada, persone con problemi mentali, bambini con la sindrome di Down o con una visione diversa da quella socialista".

Del durissimo sistema bulgaro racconta sua eccellenza Christo Proykov, esarca apostolico della Bulgaria: "Ci furono sacerdoti condannati a morte e fucilati, la nostra è una Chiesa martire, ci furono più di dieci anni senza preti, senza seminari, senza alcuna libertà religiosa".
Invece da Scutari una voce legge il memoriale di padre Anton Luli, gesuita, ora scomparso, figura notissima tra chi frequentò l'Albania immediatamente uscita dall'incubo socialista: "Ho vissuto per 17 anni in prigione e molti altri anni sono stato costretto ai lavori forzati.
La mia cella era un bagno maleodorante dove mi fecero stare per nove anni e dove era impossibile sdraiarsi per quanto era stretto".
Crollato il sistema, padre Anton incontrò per caso uno dei suoi aguzzini.
Rispose da cristiano, con quella fede che sta scomparendo da un'Europa sempre più secolarizzata: "Avevo pietà di lui, lo abbracciai". Un gesto di perdono sincero e incondizionato, più che naturale per un credente.

E proprio il tema del perdono resta sullo sfondo del racconto televisivo come un nodo da sciogliere per una riconciliazione storica.
Spiega Metodi Stratiev, arcivescovo greco-cattolico di Sofia, in Bulgaria: "Nei Lager, nelle prigioni, ovunque fummo rinchiusi, facemmo accettare la proposta che mai nessuno avrebbe cercato vendetta se mai fossimo usciti. Oggi ci sono duecentomila persone sopravvissute ai Lager. Nessuno di noi ha cercato vendetta".

Impegno mantenuto, dunque.
Resta un interrogativo, secondo Stratiev: "I socialisti non hanno mai chiesto perdono a nessuno, nemmeno nell'Assemblea nazionale. Nessuno si è voltato a chiedere perdono alle famiglie distrutte del popolo bulgaro. Non hanno accettato di chiedere perdono...".
Una ferita ancora aperta, più del ricordo di tante torture.