Benigni e Dante

Fonte:
CulturaCattolica.it
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“A me la Commedia è entrata dentro fin da ragazzo. Prima la leggevo come se stessi andando in farmacia, mi curava da tutti i mali. Poi ho imparato ad ascoltarla con innocenza, che per me è il modo giusto, quando la ascoltavo dai contadini, dai vecchi di casa mia. E ho scoperto che Dante ti fa sentire che ci sei solo tu, ti spiega tutti i dettagli, come in una confidenza personale. Quando mi chiedono se è ancora moderno è come se mi chiedessero se è moderno il sole, l’acqua. Io voglio solo trasmettere il fatto che mi piace, che mi dà gioia”. E’ Roberto Benigni, non può essere che lui uno che dice queste cose.
Sono le parole di un’intervista breve ma intensa concessa a Maurizio Caverzan su Il Giornale, che ricorda come questa settimana su Raiuno la Divina Commedia letta dal comico passi in prima serata (peccato però che questi riguardo sia solo per l’ultima puntata e per fortuna che esiste il videoregistratore).
Chi ha visto in tv Tutto Dante sarà rimasto colpito dalla sua passione tutta genuina quando legge la Divina Commedia ma soprattutto quando ne spiega certi passaggi (e ci riesce benissimo) con chiarezza e con pazienza come certi insegnanti di una volta, davanti ad un oceano di pubblico attentissimo in piazza Santa Croce a Firenze.
La sua forza sta non solo nel far conoscere sul piccolo schermo una simile opera (che sarebbe già ottima cosa) ma nello spingere a scoprire cosa può dire anche a noi che veniamo secoli dopo.
“Si può leggere la Divina commedia senza credere in Dio, ma non senza conoscere il cristianesimo. A parte che tutta la nostra civiltà è cristiana senza saperlo - e il senza saperlo è forse la cosa più bella - lo si vede da ogni cosa che facciamo…”, ma non e’ un Cristianesimo generico quello che intende, spesso nei suoi commenti il toscanaccio si rifà a Cristo accalorandosi: “Perché ti dice che puoi sempre ricominciare da capo. Ti mette nella condizione di fare ognuno la rivoluzione dentro te stesso. Prima che arrivasse Gesù il rapporto con Dio era fatto di dolore e lui se l’è preso tutto su di sé. Per me è una cosa sconcertante.”
Quasi alla fine dell’intervista salta fuori anche quel termine che Caverzan definisce” la parola delle parole”e cioè la felicita’.
“La felicità non sta nell’assenza dei contrasti, ma nell’armonia dei contrasti. È questa armonia a essere costruttiva. Se uno vedesse quello che ero vent’anni fa non mi riconoscerebbe.”
Anche se non risponde alla domanda di cosa sia per lui, di sicuro non rinuncia a cercarla.