«1945», un viaggio nella coscienza dell’uomo

In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l’altro più anziano. Sotto lo sguardo vigile delle truppe sovietiche, i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall'arrivo dei due ebrei. In tutta la comunità si diffondono rapidamente la paura e il sospetto che i tradimenti, le omissioni e i furti, commessi e sepolti durante gli anni di conflitto, possano tornare a galla
Cast:
Péter Rudolf, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel e Dóra Sztarenki
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Ho visto il film «1945» - che uscirà nelle sale cinematografiche il 3 maggio - con un gruppo di monache della Adorazione Eucaristica, monache di clausura che vivono la loro vocazione alla contemplazione della bellezza e alla sua comunicazione.
La prima impressione è stata il notare lo splendore della fotografia in bianco e nero, autentico capolavoro, come capacità di attenzione all’anima dei personaggi e della realtà.
Si tratta di un film drammatico, che pone interrogativi dolorosi e in qualche modo attualissimi, descrizione di quello che Eliot chiamava «una cosa [che] non cambia. In tutti i miei anni una cosa non cambia. Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia: La lotta perpetua del Bene e del Male.»
Non riprendo qui la trama, che credo sufficientemente conosciuta.
Due uomini, due ebrei dal volto scavato dal dolore, dopo la tragedia della Shoah, entrano in un villaggio ungherese dove di lì a poco si dovrà celebrare un matrimonio dagli ambigui connotati.
La loro è una presenza che, immediatamente, svela i segreti dei cuori, le trame della coscienza, le cattiverie, i tradimenti, le sofferenze.
E ciascuno dei protagonisti, di fronte a questi uomini silenziosi, che portano a seppellire (lo si scoprirà alla fine) nel cimitero locale quanto resta dei loro cari scomparsi, rilegge la propria storia, il proprio dramma. Apparentemente senza possibilità alcuna di redenzione, senza la speranza di un perdono.
Il film è un grido di dolore, un bisogno inespresso di salvezza, dove purtroppo neppure la chiesa, nella figura ambigua del sacerdote, sembra avere parole di compassione e di speranza.
Solo il giovane promesso sposo, che rinuncia al matrimonio perché la sua futura sposa rifiuta di andarsene con lui da quel paese dove si sono perpetrati tanti tradimenti, forse indica una strada percorribile, il lasciare dietro le spalle quel mondo che non sa più riconoscere quel bene possibile che unicamente il perdono può realizzare di nuovo.
Un film sulla memoria, un film della memoria, che aiuta a capire quello che una canzone di Claudio Chieffo, «La nuova Auschwitz», così cantava: “Ora siamo tornati ad Auschwitz dove c’è stato fatto tanto male, ma non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare e noi tutti lo possiamo fare… Non è difficile essere come loro, non è difficile essere come loro...»

Con questo film siamo messi di fronte alla potenza del male che sembra essersi insinuato nel cuore dell’uomo attraverso una serie infinita di cedimenti e di compromessi, e dove un uomo soltanto, come capro espiatorio, soccombe di fronte alla tragedia della sua responsabilità.
Chissà se l’acqua della scena finale potrà finalmente lavare il male presente nel cuore di ogni uomo, chissà se la madre dello sposo e la povera sguattera demente potranno essere il segno di una salvezza che sembra impossibile da raggiungere e sperimentare.


1945 - dal 3 maggio al cinema. TRAILER from Mariposa Cinematografica on Vimeo.

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