Riflessioni su La guerra dei mondi - S. Spielberg (2005)

Riceviamo da una nostra amica queste riflessioni su un film che in questi giorni viene riproposto in TV
Autore:
Turroni, Paola
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Hanno paura gli americani. Ha paura l’Occidente, di cui il cinema americano è stato fin dall’inizio l’epica migliore. Una paura ancestrale, profonda quanto le buche scavate dagli alieni, chissà quanto tempo fa, in attesa del momento buono per attaccare. Questa sedimentazione millenaria sotterranea è l’origine del male. È extraterrestre solo nella logica narrativa, ma è drammaticamente terrestre nella sostanza. La paura viene dalle viscere. Il mondo sereno descritto nel prologo, famiglie a Central Park, ponti a Venezia e l’Arc du Triomphe a Parigi, vive beatamente ignaro, camminando sopra la minaccia costante dell’orrore.
Gli alieni che combattono nel film - una fusione terrificante dei princìpi del corpo (arti snodabili, sguardo e fame) e dell’efficienza di una macchina (tecnologia, potenza e moltiplicazione dei movimenti) - mangiano gli uomini, anzi “ci bevono”. Certo, si vede qualche laser micidiale che viene sparato come in ogni buon combattimento spaziale, ma il cuore dello sterminio è il pasto.
La terra si copre degli schizzi del sangue degli uomini. Niente di diverso da quello che facciamo noi, in tutte le guerre, tra di noi, senza bisogno di chiamare in causa gli alieni. Eppure, nonostante queste immagini di terre insanguinate (o le riprese dal basso verso palazzi che si frantumano, la visione di un aereo schiantato contro una casa, che ci ricordano la televisione cui siamo, ahimé, abituati), non è il nemico dall’altra parte del mondo che si teme (la figlia del protagonista chiede “ma papà chi sono? i terroristi?” non sono affatto i terroristi, “è l’Europa?” nemmeno l’Europa - che è comunque percepita come una minaccia, si badi bene). C’è un male che ci divora da dentro, che ci elimina come uomini, “questa non è una guerra, è uno sterminio”. Al pari degli eccidi della storia, siamo arrivati all’eccidio dell’umanità come essenza. E infatti l’unico modo per vincerla, aldilà di qualche abilità di combattente (che nessuno meglio di Tom Cruise poteva rappresentare, direttamente da Mission Impossible), è il recupero dei valori e degli affetti.
La lotta di Ray è diventare padre. Si percepisce che la sua condizione di degrado non è la causa dell’assenza come padre, ma, viceversa, è la condanna. Fa l’operaio e vive in un quartiere degradato sotto i viadotti della grande metropoli, mentre il patrigno dei suoi figli ha una villa in collina. Questa netta differenza sociale vale come il ricco e il povero della parabola. Il riscatto passa attraverso una serie di prove, in cui il combattimento vero e proprio è discorsivo, rispetto al fondante confronto coi figli, un maschio adolescente e una bambina.
Gli si chiede in pochi giorni di essere tutto, determinato e affettuoso, gli si chiede coraggio, comprensione, durezza. Gli si chiede di cantare una ninna nanna - ma lui non la sa, era lontano e non l’ha mai cantata! Così quella che si presenta come una mancanza viene trasformata in una risorsa: insegnerà alla bambina come usare la ninna nanna che lei già sa. E così riconquista il ruolo di padre. Gli si chiede il distacco, quel momento di crisi e crescita che è lasciare andare il figlio, di sapergli credere quando vuole la sua strada, è solo così che lo saprà ritrovare dopo.
Il padre è necessario per salvare la famiglia. I figli vengono portati a casa dai nonni, dove la madre aspetta, le foglie del viale turbinano al vento, tutto è distrutto tranne una piccola gemma su un ramo secco. Primissimo piano, una voce fuoricampo (con la funzione classica di Coro) dice che il futuro è l’uomo, che se l’uomo resiste con quello che lui è, la vita, la gemma che insiste, non ci sarà alieno, male, da temere. Un pensiero forte che il cinema americano è sempre riuscito a sostenere come facevano le tragedie nel teatro greco. C’è una scena bellissima, nel centro del film, gli uomini inseguiti si rifugiano dietro un vecchio specchio, l’alieno non li vede, si trova anzi costretto a guardare la propria immagine. Come a dire, guardati, se non provi emozione, o sdegno, o stupore non sei niente, e noi ci salveremo.