Il papà di Giovanna

Film di Pupi Avati (2008)
Autore:
Mocchetti, Giovanni
Fonte:
CulturaCattolica.it
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• “… da piccolo pensavo di diventare famoso, ma non così…”: è l’esclamazione di Michele, mite docente di disegno in un liceo bolognese durante gli anni del fascismo trionfante (1938), padre della diciassettenne Giovanna, condannata al manicomio criminale, per aver sgozzato con un rasoio una compagna di scuola.
• Un amore materno assente o indifferente non può essere colmato dalla tenerezza paterna così fedele ed appassionata da trasferirsi in una cascina, vivendo d’espedienti per poter stare vicino ad una figlia demente ed assassina. La mancanza d’amore o l’illusione di essere amati può condurre alla follia; ogni mattina ci svegliamo e cerchiamo una risposta alla sete di bene e di vero che costituisce il nostro “cuore”. Giovanna, come ciascuno di noi, vuole essere amata anche se è un “brutto anatroccolo”; essa ha delle crisi isteriche perché nessuno la fa ballare ed urla disperatamente, sviene durante una festa serale in un palazzo bolognese, perché sa di esservi stata invitata solo per un’ipocrita compassione. Giovanna uccide perché è una bambina con un corpo da diciassettenne a cui qualcuno sorride con una falsa promessa di bene. Lei uccide, perché avrebbe voluto indossare sempre i “guanti neri” di una madre che non l’ha mai veramente amata; lei quasi impazzisce dentro un’istituzione che ti fa convivere con delle psicopatiche e che ti butta in una vasca d’acqua gelida, se gridi la tua infelicità.
• Ma un cavaliere azzurro viene a salvare Giovanna. Lei, per il suo papà Michele, è un “cigno” bellissimo, che può truccarsi e vestirsi di lamé. Michele è un marito non amato come Giovanna è una figlia trascurata: quindi condividono la solitudine ed il dolore di un’assenza affettiva. Tuttavia, Michele assume su di sé il destino della figlia omicida, tenacemente le fa compagnia, fino a reintrodurla nella realtà, come accade nella sorprendente sequenza finale del film.
• Il regista romagnolo Avati, cattolico praticante, autore de “I cavalieri che fecero l’impresa”, “Magnificat”, “Il cuore altrove”, “La cena per farli conoscere”, dipinge nel personaggio di Michele un “puro di cuore”, racconta di una delle figure paterne più struggenti, dolenti, capaci di un amore incondizionato del panorama del cinema contemporaneo, trovando nell’attore Silvio Orlando (Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia) uno strepitoso interprete.
• Incorniciano perfettamente questa drammatica e tenerissima storia: l’accuratezza ricercata della scelta degli ambienti e delle scenografie, una fotografia color seppia, tutti elementi formali che contribuiscono ad evocare con eleganza il clima di quel totalitarismo “imperfetto”, ma invadente ed ottuso che è stato il fascismo. Avati, dopo quarant’anni di cinema, con “Il papà di Giovanna” ha realizzato il suo film migliore.