Pietà per il Vicino Oriente
CISGIORDANIA - i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloniSIRIA - arcivescovo di Homs: “Qui non c’è libertà religiosa” “Il governo appoggia violenze contro cristiani”
TESTIMONIANZA: SIRIA - Maaloula: l’incubo del ritorno dei jihadisti, tredici anni dopo il martirio
GUERRE DIMENTICATE
IL PAPA ALL’ANGELUS: Dolore per il Sudan
SUDAN - Guerra dei droni e crisi umanitaria: cresce l’allarme per Darfur e Kordofan
SUDAN - i bambini ancora vittime della guerra. La denuncia delle Nazioni Unite
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CISGIORDANIA - i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloni
Gli attacchi israeliani sono ricorrenti a Taybeh, l’ultimo villaggio cristiano in Palestina, indicato come Efraim nella Bibbia. Il timore è che le famiglie saranno costrette ad abbandonare la propria terra. Padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore: “Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità”
“Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio”. È il grido d’allarme lanciato, ancora una volta, dal parroco, padre Bashar Fawadleh, che descrive la difficile situazione a est di Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova l’ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. A Taybeh, identificata nella Bibbia come Efraim, si dice che Gesù e i suoi apostoli abbiano trovato rifugio. La comunità locale si trova ora ad affrontare atti di intimidazione da parte dei coloni israeliani e l’occupazione di proprietà private, come terreni agricoli e aree residenziali all’interno del villaggio.
Domenica scorsa, l’esercito israeliano ha dichiarato il villaggio chiuso ai non residenti, impedendo agli israeliani di accedervi. Tale misura non si applica ai palestinesi, al fine di “proteggere i cittadini della regione”, in seguito a “diversi attacchi violenti commessi da israeliani nella zona”, ha dichiarato un portavoce delle forze armate.
In un’intervista ai media vaticani, padre Fawadleh, sacerdote latino della parrocchia di Cristo Redentore, esorta la comunità internazionale ad agire, chiedendo il sostegno della Chiesa universale attraverso la preghiera.
Padre Bashar, Taybeh continua a subire incursioni di coloni israeliani nelle proprietà palestinesi. Mercoledì scorso, alcuni di loro sono entrati in una casa appartenente a una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Cosa è esattamente accaduto il 5 agosto scorso?
Quello che stiamo vivendo oggi è preoccupante. Questa casa di cui si è parlato era stata appena preparata per essere abitata. Per diversi giorni, due coloni sono entrati nella proprietà, portando il gregge di pecore fino al limite della casa, tagliando persino la recinzione. E non si è trattato di un episodio isolato, ma è una strategia di vessazione volta a creare un clima di paura e a costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra. Ringraziamo Dio che la famiglia sia fisicamente sana e salva. Non si trovava a casa durante l’ultima intrusione, ma non si può non ammettere che, sia fisicamente che psicologicamente, si tratta di un’esperienza molto difficile. Immaginate di preparare la vostra casa per poi scoprire che degli estranei vi sono entrati indisturbati. Questa è la situazione che stiamo vivendo qui a Taybeh. Anche adesso, mentre parlo, purtroppo, questi coloni sono tornati per piantare le tende. La situazione è davvero difficile da sopportare.
Altre famiglie sono state vittime di simili episodi negli ultimi giorni?
Molte famiglie soffrono a causa della presenza di questi coloni. A ovest, est e sud di Taybeh, molte persone sono vittime di questa violenza. Come sempre, viene appiccato il fuoco ai terreni incolti e, l’ultima volta, hanno incendiato una montagna a sud-est di Taybeh. I coloni israeliani vengono per causare danni e occupare la terra, da diversi mesi ormai, e la situazione si sta deteriorando drasticamente. Quasi ogni giorno assistiamo a incursioni e attacchi a proprietà private, alla distruzione di terreni agricoli, alla chiusura di strade, a restrizioni al traffico e a una pressione costante sulla popolazione.
Padre Bashar, gli abitanti di Taybeh, vivendo nella paura costante chiedono con urgenza alla comunità internazionale e alle missioni diplomatiche di intervenire e garantire la protezione della popolazione. Si sentono dimenticati?
Sì! Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli. Le possibilità di intervento esistono, ma purtroppo sono molto limitate e raramente efficaci. Per questo la presenza e la pressione della comunità internazionale sono oggi essenziali. Abbiamo bisogno di una protezione concreta per i civili e di una reale volontà politica di porre fine a questa violenza. Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e testimoniare Gesù Cristo e i suoi seguaci. Questa è una responsabilità condivisa dalla presenza cristiana qui a Taybeh. Alla luce di tutto ciò che sta accadendo, alcuni residenti vogliono lasciare la loro terra e abbandonare tutto.
La comunità cristiana teme ora di scomparire. Come opera oggi la speranza in Gesù in coloro che, nonostante tutto, scelgono di restare?
Finora non c’è una soluzione, ma c’è qualcosa di molto speciale: la speranza in Gesù Cristo, la speranza nella Chiesa. Invitiamo la Chiesa universale a intensificare le sue preghiere per noi e a sostenere il Patriarcato latino di Gerusalemme, così come tutta la Terra Santa. Crediamo fermamente che la preghiera operi miracoli. Non dimentichiamo Taybeh! Invito tutte le diocesi della Chiesa cattolica in tutto il mondo a parlare della situazione del villaggio, di questi fratelli e sorelle in Cristo che vivono nella paura. La prima comunità cristiana in questa terra non deve scomparire nel silenzio. Insieme possiamo preservare questa viva testimonianza di fede. Va detto che la presenza delle missioni diplomatiche e del cardinale Pierbattista Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme ndr) ci rassicura e ci dà un senso di sicurezza.
Come si stanno organizzando oggi le diverse comunità cristiane ortodosse, latine, melchite e greco-cattoliche per fornire aiuto alle vittime? Questi tragici eventi che state vivendo hanno in qualche modo rafforzato l’unità cristiana?
Di fronte a questa situazione, la comunità cristiana rimane unita. La Chiesa accompagna le famiglie, sostiene i più vulnerabili, rafforza la solidarietà tra i residenti e continua a difendere la dignità di ogni persona. Stiamo anche collaborando con le missioni diplomatiche, le organizzazioni internazionali e con i media affinché la realtà di Taybeh sia conosciuta e la nostra voce non venga messa a tacere. Per questo, tramite voi, vorrei chiedere a Papa Leone XIV di fare qualcosa per quest’ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e l’occupazione della nostra terra. Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità.
Quale simbolo rappresenta Taybeh per la comunità cristiana palestinese?
Un simbolo vitale e fondamentale per tutti, perché proprio ora si stanno preparando le celebrazioni per l’Anno Santo straordinario del 2033. Taybeh è in prima linea nella difesa del cristianesimo qui in Terra Santa. Gesù scelse di essere a Taybeh prima della sua passione, morte e risurrezione. Dobbiamo testimoniare il cristianesimo e la sua presenza in Terra Santa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taybeh.
(di Myriam Sandouno – Vatican News 10 agosto 2026)
SIRIA - arcivescovo di Homs: “Qui non c’è libertà religiosa” “Il governo appoggia violenze contro cristiani”
L’allarme dell’arcivescovo Mourad dalla Siria: “non c’è libertà religiosa né dialogo, cristiani rischiano di scomparire”
Dalla Siria l’arcivescovo di Homs Jacques Mourad, riaccende l’allarme sulle violenze contro le minoranze religiose, prese di mira dai fondamentalisti islamici che hanno nel nuovo governo un’ampia maggioranza e che appoggiano i crimini di odio nei confronti di cristiani, alawiti e drusi.
Un paese dove, nonostante la fine del precedente regime, permane l’intolleranza e la mancanza di libertà per i cittadini che non sono musulmani e che sta costringendo il monsignore a fare appello a tutti coloro che si trovano all’estero e che hanno la speranza di poter tornare in patria a non farlo perché si rischia di entrare nel mirino del terrorismo, come accaduto ai fedeli nella chiesa greco ortodossa di Mar Elias a Damasco, uccisi e feriti da un attentato suicida lo scorso anno.
Un bersaglio che rappresentava, oltre che l’importanza storica e monumentale della presenza cristiana in Siria, anche un simbolo della convivenza tra fedi. Quello che manca e che il governo continua a negare infatti, come afferma il vescovo Mourad è l’apertura al dialogo e all’incontro, ostacolata nonostante il “rinnovamento” annunciato che però non ha trovato spazio in Parlamento.
Jacques Mourad, arcivescovo di Homs in Siria, ha parlato in un articolo pubblicato dal quotidiano Il Foglio, della drammatica situazione delle minoranze religiose non islamiche nel paese, costrette a subire violenze e attentati suicidi con il consenso del governo a maggioranza fondamentalista che nonostante tutto continua a godere della clemenza occidentale.
Nel Parlamento come ricorda il monsignore infatti, ci sono solo sei cristiani e cinque donne, mentre gli altri rappresentanti provengono per la maggior parte dalla capitale del Califfato Idlib, roccaforte dei gruppi armati islamisti, che si oppongono fortemente al dialogo tra fedi nonostante il nuovo assetto politico avesse in passato dichiarato di voler garantire la libertà e il pluralismo. La situazione rimane complessa non solo dal punto di vista sociale ma anche economico, come afferma il vescovo: “Manca il lavoro e la sicurezza non è garantita”, aggiungendo: “Se continua questa tendenza, il cristianesimo scomparirà da questa regione”.
(di Valentina Simonetti 28 Luglio 2026, IlSussidiario.net)
TESTIMONIANZA
SIRIA - Maaloula: l’incubo del ritorno dei jihadisti, tredici anni dopo il martirio
Maaloula, antichissimo villaggio cristiano nelle montagne siriane, era stato occupato dai jihadisti fra il 2013 e il 2014. Ora che i jihadisti sono al potere in tutto il paese, la popolazione rivive l’incubo dei massacri e dei rapimenti di allora. La testimonianza di padre Fadi.
Reportage di Elisa Gestri
Nel giorno dell’incontro tra il segretario generale dell’Onu António Guterres e il Presidente della “nuova Siria” Ahmed al Shaara in una Damasco blindata – solo tre settimane prima, in occasione della visita del Presidente francese Macron, l’esplosione di due bombe nei pressi del suo hotel ha provocato un morto e decine di feriti - lasciamo la Capitale per Maaloula, sulle montagne del Qalamoun a nord est di Damasco, vicino al confine con il Libano.
Maaloula è un antichissimo villaggio cristiano fatto di case aggrappate alla roccia a 1400 metri sul livello del mare, noto perché è uno dei pochi luoghi al mondo - tra Siria, Iraq e Turchia - in cui si parla ancora l’aramaico, la lingua parlata al tempo di Gesù. Al di là dell’immagine da cartolina, però, Maaloula, è forse anche il luogo che racconta meglio le violenze, le atrocità, le contraddizioni di quasi quindici anni di guerra siriana. Tra il settembre 2013 e l’aprile del 2014 il villaggio fu interessato da violenti scontri tra l’esercito di Assad e i jihadisti di al Nusra, di cui fecero le spese decine di civili residenti (tra venti e settanta morti secondo le fonti, di cui tre giustiziati in odium fidei dagli estremisti per non essersi convertiti all’islam).
Maaloula racconta la storia di dodici suore ortodosse del convento di Mar Takla rapite nel dicembre 2013 dai medesimi jihadisti e rilasciate nel marzo successivo nell’ambito di uno scambio di prigionieri col governo siriano; racconta la storia della liberazione del villaggio dagli affiliati di al Nusra da parte dell’esercito regolare siriano con il contributo dei miliziani di Hezbollah e del Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP), alleati di Assad. Maaloula racconta anche un’altra storia, più recente e inimmaginabile fino a pochi anni fa: quella del ritorno degli estremisti della jihad a minacciare gli abitanti cristiani. Com’è noto - ma forse non abbastanza - il gruppo armato che ha conquistato il potere in Siria a fine 2024, Hayat Tahrir al Sham (HTS), è una filiazione diretta di al Nusra; sciolto ufficialmente a inizio 2025, HTS è la base fondante dell’attuale “governo di transizione” di Damasco e ne controlla le istituzioni civili e militari.
A fine 2024, nel clima di euforia seguito alla formazione del nuovo governo di HTS, gruppi di islamisti armati, soprattutto giovani, hanno raggiunto Maaloula desiderosi di “riconquistare” la roccaforte cristiana da cui furono cacciati. La popolazione locale, accusata di collaborazionismo col vecchio regime – imputazione molto di moda al momento in Siria, e valida contro tutti i tipi di avversari, politici, religiosi, personali – si è trovata a rivivere gli incubi del passato; l’uccisione di un musulmano durante uno scontro a fuoco nella fattoria di un cristiano in cui si era introdotto per rubare ha riacceso l’odio confessionale e provocato la fuga dal paese di numerose famiglie cristiane per paura di ritorsioni.
Ora la situazione sembra più tranquilla, ed è proprio del presente che parleremo con Padre Fadi Barghil, sacerdote dell’ordine dei Basiliani del Santissimo Salvatore e parroco della chiesa–monastero cattolico melchita di San Sarkis e Bakhos (Sergio e Bacco) a Maaloula.
Raggiungiamo il paese su un pulmino sgangherato attraverso le scenografiche montagne del Qalamoun; all’ingresso dell’abitato solo a noi, su dieci passeggeri, la polizia chiede il passaporto per “controllare chi entra”. La chiesa-monastero dei Santi Sergio e Bacco, 1700 anni di storia, è l’edificio costruito più in alto di tutto il paese; si trova su un piccolo altipiano che domina il villaggio e la vallata sottostante. Le rocce che racchiudono Maaloula nel loro abbraccio calcareo sono segnate dai simboli della cristianità: croci graffite sulle pareti, una statua del Santo libanese Mar Charbel, una statua “larger than life” della Vergine a benedire l’abitato (è una copia di quella distrutta nel 2013 dai jihadisti). Inerpicandoci sulla salita ci si fanno incontro numerosi campanili, ma anche due moschee – una dall’aria abbandonata, l’altra in piena ristrutturazione. Sul tetto di un edificio, in netto contrasto con l’ambiente circostante, garriscono la bandiera della nuova Siria e quella della shahada – la professione di fede nell’islam - nella versione della scritta nera su fondo bianco.
Troviamo Padre Fadi intento nei lavori dell’orto – la chiesa produce e vende conserve, confetture, sciroppi e liquori, oltre ad articoli religiosi ed oggetti di artigianato. Nonostante il basso profilo ed il sorriso sornione con cui ci accoglie, Padre Fadi è un personaggio ben noto nel Qalamoun: durante i mesi di tensione seguiti alla caduta di Bashar al Assad ha mediato più volte tra cristiani e islamisti per evitare nuovi spargimenti di sangue, a Maaloula e non solo.
Padre Fadi ci accompagna in chiesa – una meraviglia scavata nella roccia quasi duemila anni fa – e ci mostra le icone sopravvissute ai jihadisti, seppur con i volti della Vergine e dei Santi cancellati dai fanatici di al Nusra; le altre, rubate dai miliziani, sono state sostituite da stampe affinché non se ne perda la memoria. Ci spostiamo quindi nel complesso del monastero, oggi privo di comunità monastica, dove regna un ordine perfetto ed ogni persona che incontriamo è impegnata in qualche attività: c’è chi mette la frutta a seccare al sole, chi tiene aperto il piccolo museo-negozio di souvenir, chi si occupa della caffetteria, chi della manutenzione degli spazi.
Padre Fadi ci fa accomodare nel salone di rappresentanza ed acconsente a rispondere ad alcune nostre domande, seppur in breve - forse per modestia -, certamente non per timore: ha manifestato pubblicamente in più occasioni il diritto dei cristiani di Maaloula a vivere in pace nella terra che abitano da quasi due millenni.
Padre Fadi, quanti cristiani rimangono oggi a Maaloula?
In paese vivono attualmente circa trecento famiglie, per un totale di quasi mille persone. Prima del 2013 c’erano invece circa novecento famiglie.
Ci sono musulmani che vivono stabilmente a Maaloula?
Dopo il 2014 non c’era più nessuno, adesso sì, qualcuno è ritornato. Sia chiaro: non abbiamo nulla contro di loro. Noi amiamo i musulmani, ma non amiamo i jihadisti.
Secondo lei come è possibile che la gente in Siria sia più povera che mai, ora che al Paese sono state tolte le sanzioni economiche ed il suo governo è stato accolto ufficialmente nel consesso internazionale?
Lo chieda ad Ahmed al Shaara.
Dove sono andati i milioni di aiuti umanitari stanziati dai Paesi e dalle istituzioni occidentali alla Siria?
Chieda sempre a lui.
Lei l’ha mai visto di persona?
Solo in fotografia.
Non è stato lui a rapire nel 2013 le suore di mar Takla?
No, fu abu Malik, che all’epoca era il comandante di al Nusra per l’area del Qalamoun.
Padre Fadi ci mostra sul cellulare una foto di Abu Malik al Talli, al secolo Jamal Zeini, una delle figure di spicco del gruppo durante gli anni della guerra in Siria, ritiratosi a vita privata a Idlib dopo la cacciata di al Nusra dalla regione del Qalamoun. Dopo anni di assenza, Zeini è improvvisamente ricomparso in zona poco più di un mese fa con un codazzo di sostenitori al seguito, per un “giro di esplorazione” nei villaggi al confine col Libano. Casualmente – o forse no, non siamo in grado di stabilirlo - il suo ritorno ha coinciso con i reiterati inviti di Donald Trump ad al Sharaa a intervenire nel Paese dei Cedri per combattere Hezbollah. Mentre ne parliamo, Padre Fadi sorride con l’aria di chi avrebbe molto da dire ma tace per carità cristiana. Torniamo a rivolgerci a lui.
Secondo lei com’è possibile che le istituzioni occidentali che hanno legittimato il nuovo governo di al Shaara – Onu in testa - non si pongano il problema della rinnovata persecuzione dei cristiani in Siria? D’altronde sono composte da un consesso di Paesi con un’alta o altissima percentuale di popolazione cristiana.
A mio avviso la responsabilità di questo fenomeno è dei capi delle nostre chiese siriane – tutte, senza eccezioni - che non desiderano attirare l’attenzione sui cristiani di qua.
Perché secondo lei? Per paura?
Non credo: piuttosto perché vogliono stringere accordi, o meglio “collaborare” col nuovo governo.
Continuiamo a riflettere su queste ultime parole di Padre Fadi mentre, dopo esserci congedati da San Sergio e Bacco, ci affrettiamo verso il pullman del ritorno – se possibile ancor più sgangherato del primo – incontrando diverse donne velate sul nostro cammino.
Non mancano in Siria prelati coraggiosi come Monsignor Yacoub Murad, autorevole arcivescovo siro-cattolico di Homs che non più di una settimana fa ha chiesto alla comunità internazionale protezione per i cristiani di Siria, sconsigliando ai siriani espatriati di rientrare in madrepatria a causa del pericolo e delle condizioni di estrema povertà del Paese. Eppure nella nostra parte di mondo non vogliamo ascoltare.
(30_07_2026 LNBQ)
GUERRE DIMENTICATE
IL PAPA ALL’ANGELUS (domenica 9 agosto)
Dolore per il Sudan
Dall’est dell’Europa Leone XIV sposta lo sguardo al nord dell’Africa, al Sudan esattamente, territorio ferito da un conflitto in cui a contrapporsi sono le Forze Armate Sudanesi (SAF) e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Dai combattimenti si è generata una catastrofe umanitaria senza precedenti, con oltre 150 mila vittime dirette, massacri di civili, carestie, mancanza di cure mediche. Il Papa assicura di seguire “con preoccupazione” la situazione “tragica” nel Paese e soprattutto nella città di el-Obeid, capoluogo dello Stato del Kordofan Settentrionale. A tutto il popolo sudanese esprime la sua “vicinanza spirituale”, mentre alle autorità locali e internazionali invia un messaggio chiaro:
Rinnovo il mio appello alle autorità affinché garantiscano corridoi umanitari per la popolazione civile. Allo stesso tempo, esorto la comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a raggiungere un cessate il fuoco immediato.
Dal Papa, a fronte di questi drammi, anche un invito ai cristiani a sfoderare l’unica ‘arma’ in loro possesso: la preghiera. “Preghiamo affinché il Signore sostenga coloro che soffrono, converta i cuori di coloro che seminano violenza e conceda la pace tanto attesa”.
SUDAN - Guerra dei droni e crisi umanitaria: cresce l’allarme per Darfur e Kordofan
El Obeid continua a rappresentare uno dei principali focolai della crisi in Sudan. La città è bersaglio di continui attacchi con droni, mentre la popolazione deve fare i conti con la carenza d’acqua, le frequenti interruzioni di corrente, l’insicurezza alimentare e il crescente rischio di violenze sessuali, in particolare per le donne costrette a percorrere lunghe distanze per approvvigionarsi di acqua. A queste criticità si aggiunge il rischio di carestia in Darfur, aggravato dalla siccità, dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, dalla radicata insufficienza di fondi destinati agli aiuti umanitari e dal ruolo del conflitto nell’alimentare i traffici illeciti di oro e gomma arabica. Secondo le Nazioni Unite, nei primi cinque mesi del 2026 gli attacchi con droni hanno provocato la morte di oltre 1.000 civili.
Domenica 2 agosto, secondo quanto riferito da un’organizzazione per i diritti umani, l’esercito sudanese ha colpito con un drone un tribunale tradizionale nel villaggio di Garra al-Zawaya, nel Darfur settentrionale. L’attacco avrebbe causato la morte di 35 persone e il ferimento di numerosi civili, oltre a danneggiare l’edificio che ospita il tribunale, un’istituzione tradizionale incaricata della risoluzione delle controversie locali e tribali. Il villaggio è attualmente sotto il controllo delle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Garra al-Zawaya si trova vicino alla città di Kabkabiya, nel Darfur settentrionale, a circa 150 chilometri a ovest di El-Fasher, l’ultima roccaforte dell’esercito in Darfur, conquistata dalle RSF dopo una sanguinosa offensiva nell’ottobre dello scorso anno (vedi Agenzia Fides 28/10/2026). Dopo la presa della città, le RSF, nate dalle milizie Janjaweed accusate di atrocità in Darfur nei primi anni 2000, hanno consolidato il controllo su gran parte della regione. Da allora, entrambe le parti hanno intensificato il ricorso ai droni, rendendo questa tecnologia uno degli strumenti principali del conflitto.
La scorsa settimana, dopo aver perso il controllo di un’importante arteria stradale che collega Khartoum a El Obeid, il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Daglo, ha diffuso un videomessaggio rivolto ai propri combattenti, invitandoli a intensificare le operazioni sul fronte. Le Nazioni Unite hanno più volte avvertito che un’ulteriore avanzata delle RSF verso El Obeid e nell’intera regione del Kordofan potrebbe provocare nuove stragi di massa.
(Agenzia Fides 3/8/2026)
SUDAN - i bambini ancora vittime della guerra. La denuncia delle Nazioni Unite
Si aggrava la crisi umanitaria nel Kordofan settentrionale. Unicef lancia l’allarme per le gravi ripercussioni dei combattimenti sull’infanzia. Solo ieri sono state decine le vittime civili, tra cui diversi bambini, per un attacco su un mercato nel villaggio di Ar Rahad
Bianca Tombini – Città del Vaticano
La recente escalation ad Al Obeid e nei dintorni ha risvegliato l’attenzione internazionale sulla crisi del Kordofan settentrionale. Le notizie che giungono dalla regione sono sempre più allarmanti. Tanto da spingere l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia a denunciare l’ennesimo attacco contro i civili. Il raid sul mercato di Al Obeid in cui sono morti due bambini e altri sei sono rimasti gravemente feriti ha spinto l’Unicef a chiedere che vengano rispettate le norme internazionali per la tutela dei più piccoli. “Proteggere i civili, rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale e consentire un accesso sicuro, rapido e senza ostacoli ai bambini e alle comunità bisognose”, è l’appello lanciato da Sheldon Yett, rappresentante dell’Unicef in Sudan.
Nessun luogo è sicuro
Il conflitto in Sudan sempre più spesso invade le strade delle città, trasformando gli spazi delle comunità in luoghi non sicuri. “I mercati non dovrebbero mai diventare luoghi di morte e devastazione”, ha dichiarato il rappresentante dell’Unicef in un comunicato stampa, aggiungendo che: “Questo ultimo attacco ci ricorda in modo crudo il bilancio mortale che il conflitto continua a mietere tra i bambini in tutto il Sudan. I mercati sono luoghi in cui le famiglie si riuniscono per acquistare cibo, guadagnarsi da vivere e rispondere ai bisogni primari”.
I bambini, le prime vittime
Sono i bambini a pagarne il prezzo più alto, non solo con la morte o con la sofferenza provocata da delle ferite che, colpendoli nel corpo o nell’anima, li accompagneranno per tutta la vita. Ad essere eroso è soprattutto il loro diritto alla crescita: gli attacchi distruggono le loro case, le scuole e gli ospedali, e mancano cibo, acqua potabile e beni di prima necessità per la loro sopravvivenza. Sempre più famiglie sono costrette ad abbandonare le proprie case, fa sapere Sheldon Yett, che sottolinea come grave insicurezza, sfollamenti e crescenti necessità umanitarie siano all’ordine del giorno nelle aree colpite dal conflitto. “Ormai è difficile anche prestare soccorso ai civili – spiega il rappresentante di Unicef nel comunicato - in quanto gli attacchi lungo le vie di rifornimento ostacolano gli spostamenti del personale umanitario e il trasporto di beni essenziali, mentre i rischi per gli operatori sono sempre più grandi e ne limitano l’accesso ad alcune delle comunità più bisognose”.
L’Ue chiede un cessate il fuoco
L’escalation del conflitto in Sudan, in corso dall’aprile 2023, sta vivendo una fase ancora più drammatica con l’impiego massiccio dei droni. Gli ultimi attacchi nel Kordofan settentrionale, tra cui il raid al mercato di Al Rahad, si inseriscono in un contesto che conta già circa 400.000 vittime e oltre 14 milioni di sfollati. La concentrazione di rifugiati a El Obeid inoltre sta esaurendo le scorte alimentari e idriche, spingendo la comunità internazionale - inclusi il G7 e l’Unione Europea - a chiedere un immediato cessate il fuoco, denunciare le violazioni dei diritti umani e adottare sanzioni per tagliare i finanziamenti al conflitto, tra le quali l’imposizione del divieto d’importazione di oro dal Sudan, il bene principale utilizzato per finanziarlo. (Bianca Tombini – Vatican News 22 luglio 2026)
