LIBIA - 2017 10 04 Procuratore libico: sappiamo dove sono sepolti i martiri copti sgozzati dai jihadisti

PAKISTAN - Si converte dall’islam al cristianesimo: una donna e la sua famiglia rischiano la vita NIGERIA - Rapito un altro sacerdote nel sud della Nigeria CONGO RD - “La Chiesa è sotto attacco” LIBIA - Procuratore libico: sappiamo dove sono sepolti i martiri copti sgozzati dai jihadisti
Fonte:
CulturaCattolica.it
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PAKISTAN - Si converte dall’islam al cristianesimo: una donna e la sua famiglia rischiano la vita

Una donna pakistana del Punjab che ha scelto di convertirsi dall’islam al cristianesimo è stata minacciata di morte e costretta a fuggire dalla sua casa, per rifugiarsi in un luogo segreto e vivere nel nascondimento con tutta la sua famiglia. Come racconta a Fides l’avvocato pakistano cristiano Sardar Mushtaq Gill, che difende i diritti dei cristiani in Pakistan, gruppi estremisti si stavano organizzando per giustiziare la donna “apostata” e l’intera famiglia, composta dal marito, Emmanuel Ghulam Masih, e due figli piccoli. La donna è incinta del terzo figlio. Le minacce sono arrivate in primis dalla famiglia musulmana della donna, che aveva sposato il cristiano Emmanuel Ghulam Masih. I familiari hanno iniziato a parlare con la famiglia di Masih, e a minacciare perché convincessero la donna a tornare all’islam.
I coniugi cristiani si sono rivolti all’avvocato Gill che, notando il rischio di violenza indiscriminata e perfino di un’esecuzione extragiudiziale, ha preferito aiutare i due a trovare un nuovo alloggio e a nascondersi.
Interpellato da Fides, l’avvocato Gill ha detto: “Lo Stato dovrebbe proteggere e salvare queste persone che esercitano la loro libertà di coscienza. Questo è un caso di intolleranza e di violenza. Se lo stato non garantirà loro adeguata sicurezza, è difficile che i due potranno sopravvivere. Il matrimonio è un sacramento tra due persone e dovrebbe essere accettato dalla famiglia musulmana della donna. Così come la sua libera scelta di convertirsi alla fede cristiana”.
Il Pakistan non prevede a livello costituzionale il reato di “apostasia”, ma lo contempla per la blasfemia. L’apostasia – che è reato penale, punibile con la morte in paesi come Afghanistan, Iran, Malaysia, Maldive, Mauritania, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi e Yemen – è però punita secondo la legge islamica, davanti ai tribunali federali della Sharia.
Nel 2007 alcuni partiti religiosi in Pakistan proposero un disegno di legge che puniva il reato di apostasia con la pena di morte per i maschi e con l’ergastolo per le donne, ma non riuscì a passare in Parlamento.
Vi sono in Pakistan numerosi casi di omicidi extragiudiziali di “apostati”: in un caso analogo a quello segnalato oggi dall’avvocato Gill, nel 2015 i coniugi di Lahore Aleem Masih, 28 anni, e Nadia Din Meo, 23enne, sono stati uccisi a sangue freddo perché la donna, musulmana, si era convertita al cristianesimo dopo il matrimonio.
Come riferiscono a Fides alcuni preti pakistani, vi sono i casi di “cripto-cristiani”, persone convertite in segreto alla fede in Cristo. P. Mario Rodrigues, Direttore della Pastorale giovanile a Karachi, racconta a Fides: “Mi capitano storie di giovani musulmani che intendono convertirsi al cristianesimo in Pakistan; ma se lo facessero apertamente, ogni musulmano potrebbe sentirsi in diritto di ucciderli. Per questo i casi di conversione dall’islam al cristianesimo sono molto rari e alcuni si convertono in segreto. Quando la grazia di Dio illumina un cuore e la scelta si compie, può iniziare un vero calvario. Allora solo Cristo può dare la forza per affrontare le prove e sofferenze che si prospettano”. (PA) (Agenzia Fides 27/9/2017)

NIGERIA - Rapito un altro sacerdote nel sud della Nigeria

Rapito un altro prete cattolico nel sud della Nigeria. Si tratta di don Lawrence Adorolo, parroco della chiesa di San Benedetto di Okpella, nello Stato di Edo. “Don Adorolo era sulla via di ritorno da Auchi alla sua parrocchia, la chiesa di San Benedetto, a Okpella, quando è stato rapito da sconosciuti armati nei pressi di Okpella verso le sei della sera di mercoledì 27 settembre” ha dichiarato Sua Ecc. Mons. Gabriel Dunia, Vescovo di Auchi.
Nel condannare il rapimento del sacerdote, definito un “atto abominevole”, il Vescovo ha rivelato che “i rapitori si sono fatti vivi per chiedere un riscatto alla Chiesa” La Chiesa non paga riscatti” ha ribadito Mons. Dunia, confermando la linea adottata da tempo dalla Conferenza Episcopale Nigeriana di respingere ogni richiesta di riscatto da parte dei sequestratori di sacerdoti e religiosi.
“La diocesi chiede il rilascio incondizionato del prete. Celebreremo una Messa per pregare il Signore per la sua liberazione senza condizioni” ha concluso il Vescovo.
Qualche giorno fa uomini armati hanno rapito il direttore del parco naturale di Ogba di Benin City, la capitale dello Stato di Edo, uccidendo tre poliziotti.
Secondo quanto appreso da Fides solo quest’anno sono stati rapiti almeno tre sacerdoti nel sud della Nigeria. P. Samuel Okwuidegbe, gesuita, era stato prelevato da sconosciuti il 18 aprile sulla strada che collega Benin City a Onitsha e poi liberato il 22 aprile (vedi Fides 25/4/2017). Il 18 giugno un blitz della polizia ha liberato p. Charles Nwachukwu, della diocesi di Okigwe, nello Stato di Imo (nel sud-est della Nigeria) che era stato rapito da 5 banditi armati il 16 giugno (vedi Fides 28/6/2017). L’episodio più drammatico è quello del 1° settembre con il rapimento e l’uccisione di p. Cyriacus Onunkwo nello Stato di Imo, il suo corpo verrà ritrovato 2 settembre nei pressi del villaggio di Omuma (vedi 12/9/2017). Da due anni non si hanno notizie di p. Gabriel Oyaka, religioso nigeriano spiritano (Congregazione dello Spirito Santo), rapito il 7 settembre 2015 nello Stato di Kogi (vedi Fides 10/9/2015). (L.M.) (Agenzia Fides 29/9/2017)

CONGO RD - “La Chiesa è sotto attacco” denuncia il Presidente della Conferenza Episcopale ricordando i preti rapiti

“I preti non sono impegnati in politica. Se ci sono stati appelli da parte di alcuni agenti pastorali, è nel quadro dell’impegno civile, del rispetto di valori come la giustizia, la pace e la riconciliazione” ha affermato Sua Ecc. Mons. Marcel Utembi Tapa, Arcivescovo di Kisangani e Presidente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), denunciando in una conferenza stampa a Bruxelles, i rapimenti di sacerdoti nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
“Abbiamo denunciato gli attacchi contro la Chiesa e soprattutto il rapimento dei servitori di Dio” ha sottolineato Mons. Utembi Tapa. “Continuiamo a invitare gli uni e gli altri a ritornare alla ragione, e far tornare i sacerdoti rapiti perché possano riprendere la loro attività pastorale”.
I rapimenti denunciati da Mons. Utembi Tapa sono avvenuti nel Territorio di Beni, nella Provincia del Nord Kivu. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio di quest’anno, don Pierre Akilimali e don Charles Kipasa sono stati prelevati da sconosciuti nella parrocchia di Notre-Dame des Anges di Bunyuka, nella diocesi Beni-Butembo (vedi Fides 18/7/2017). Di loro non si hanno notizie, così come dei tre padri assunzionisti, Jean-Pierre Ndulani, Anselme Wasikundi ed Edmond Bamutute, rapiti nella loro parrocchia di Notre-Dame des Pauvres di Mbau, a 22 km da Beni nell’ottobre 2012 (vedi Fides 22/10/2012).
La zona dove sono avvenuti i rapimenti vive da decenni una condizione di forte insicurezza per la presenza di diversi gruppi armati, la maggior parte dei quali dediti allo sfruttamento illegale delle enormi risorse naturali locali (coltan, stagno, oro, legname). Di recente si sono aggiunte le tensioni politiche che riguardano l’intero Paese a causa dello stallo politico istituzionale causato dal mancato svolgimento delle elezioni presidenziali e politiche che dovevano tenersi entro dicembre dell’anno scorso. La Chiesa ha mediato l’accordo di San Silvestro che prevedeva lo svolgimento della elezioni presidenziali entro il 2017 che però è stato disatteso. Alcune forze politiche potrebbero aver visto nel tentativo di mediazione dei Vescovi, un’interferenza nella vita politica nazionale, provocando rappresaglie contro il personale e i beni ecclesiastici.
Una tesi che sembra essere condivisa da Mons. Utembi Tapa, il quale ha affermato che i rapitori sono “evidentemente i nemici della Chiesa cattolica, coloro che non vogliono che le cose cambino e coloro che trovano che il loro interesse è minacciato da certe prese di posizione della Chiesa”. Ma la Chiesa, ha concluso il Presidente della CENCO, non fa altro che “predicare la giustizia, la pace, il rispetto del buon governo, nel quadro della sua dottrina sociale”. (L.M.) (Agenzia Fides 27/9/2017)

LIBIA - Procuratore libico: sappiamo dove sono sepolti i martiri copti sgozzati dai jihadisti

Il Procuratore generale libico Al Sadiq al Sour ha riferito in una conferenza stampa da lui tenuta giovedì 28 settembre, che è stato individuato il luogo dove si trovano i resti mortali dei 21 cristiani copti sgozzati dai jihadisti del sedicente Stato Islamico (Daesh ) nel 2015. Secondo quanto riferito dallo stesso Procuratore, sono già iniziate le operazioni di scavo nell’area in cui si troverebbe la fossa comune. Il possibile ritrovamento di quel che resta dei corpi delle vittime è legato all’arresto di un uomo accusato di aver preso parte a quella strage, rivendicata dai jihadisti con la diffusione in rete di un macabro video che ritraeva le fasi della decapitazione collettiva. Il Procuratore Al-Sadiq al-Sour ha anche indicato una spiaggia adiacente a un hotel della città di Sirte come il luogo in cui sarebbe stata consumata la strage, e ha aggiunto che sarebbe stato individuato anche l’operatore che filmò le scene poi montate nel video.
La notizia del possibile ritrovamento dei corpi dei 21 copti è subito rimbalzata in Egitto, suscitando grande emozione soprattutto nelle comunità copte della regione di Minya, da dove provenivano gran parte delle vittime della strage. I familiari delle vittime hanno subito contattato il ministero degli esteri egiziano per trovare conferme alle notizie diffuse dai media, e hanno chiesto che i resti mortali dei loro congiunti, già celebrati come martiri, tornino presto in Patria, per essere sepolti presso le chiese e le cappelle che sono state già dedicate al loro nome.
I 21 copti egiziani erano stati rapiti in Libia all’inizio di gennaio 2015. Il video della loro decapitazione fu messo in rete dai siti jihadisti il 15 febbraio. Ad appena una settimana dal loro barbaro eccidio, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere i 21 martiri sgozzati dal sedicente Stato islamico in Libia nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio. “Il video che ritrae la loro esecuzione - riferì dopo il massacro all’Agenzia Fides Anba Antonios Aziz Mina, Vescovo copto cattolico emerito di Guizeh - è stato costruito come un’agghiacciante messinscena cinematografica, con l’intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell’orrore sanguinario, si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono ‘Signore Gesù Cristo’. Il nome di Gesù è stata l’ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere. Quel nome sussurrato nell’ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. (GV) (Agenzia Fides 29/9/2017).