2026 09 23 Approfondiamo e preghiamo

MESSICO - Ucciso a colpi d’arma da fuoco un sacerdote nella diocesi di Huejutla
INDONESIA - Uccisi tre civili cristiani in Papua

APPROFONDIMENTO - The Catholic World Report ha pubblicato un interessante articolo di approfondimento che riproponiamo:
Persecuzione islamista, sopravvivenza cristiana e incontro con gli Houthi in Yemen
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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MESSICO - Ucciso a colpi d’arma da fuoco un sacerdote nella diocesi di Huejutla
Padre Román de la Cruz Hernández, parroco di Santa Cruz nella diocesi di Huejutla, è stato trovato senza vita su una strada della Sierra di Hidalgo: il suo corpo crivellato da colpi d’arma da fuoco. Indignazione e tristezza della Conferenza episcopale che chiede indagini approfondite e giustizia tempestiva. Nel Paese, dal 2024 ad oggi, assassinati 26 tra sacerdoti, laici e operatori pastorali.

Padre Román de la Cruz Hernández, 48 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e il suo corpo è stato abbandonato lungo la carretera Tolago-Tetlapaya, ai confini dei comuni di Lolotla e Tlanchinol, nello Stato di Hidalgo, nel Messico centrale.

La polizia aveva ricevuto una segnalazione relativa al ritrovamento di un cadavere lungo un tratto della strada. Giunti sul posto, gli agenti hanno constatato che l’uomo non presentava più segni vitali e aveva riportato diverse ferite da arma da fuoco. La vittima è stata successivamente identificata come Román de la Cruz Hernández, parroco di Santa Cruz e sacerdote della diocesi di Huejutla.

Nelle vicinanze del luogo del ritrovamento è stato rinvenuto un pick-up Toyota Tacoma color vinaccia, con targa della Baja California, oltre a un cartello di cartone contenente quello che sembrerebbe essere un messaggio intimidatorio. Le autorità, tuttavia, non ne hanno ancora reso pubblico il contenuto né hanno indicato un possibile movente dell’omicidio.

L’uccisione del sacerdote ha suscitato forte emozione nella Chiesa messicana. In un messaggio, la Conferenza Episcopale del Messico (CEM) si è unita al vescovo José Hiraís Acosta Beltrán di Huejutla (…).
Il vescovo di Huejutla, José Hiraís Acosta Beltrán, ha affermato: «Dato l’allarmante livello di violenza nel nostro Paese chiediamo con urgenza alle autorità di condurre un’indagine approfondita e di assicurare alla giustizia gli autori di questo omicidio, avvenuto nella nostra diocesi. Chiediamo che questo crimine, e tutti gli altri crimini che hanno afflitto la nostra nazione, non restino impuniti».

La parrocchia di Santa Cruz, dove operava padre Román de la Cruz Hernández, è una comunità di circa 1.500 abitanti nel comune di Huejutla.
La zona si trova in un territorio segnato da scontri tra gruppi criminali per il controllo del traffico illegale di carburante. Inoltre, il 14 agosto la diocesi di Huejutla aveva lanciato l’allarme dopo che alcuni criminali avevano hackerato i telefoni di diversi sacerdoti e, spacciandosi per loro, avevano tentato di estorcere denaro ai parrocchiani.

Padre Román de la Cruz Hernández era nato il 28 luglio 1978 a Mazahuacán, nel comune di Lolotla, nello Stato di Hidalgo. Ordinato sacerdote il 18 dicembre 2006, dal settembre 2024 era il primo parroco diocesano della comunità di Santa Cruz, a Huejutla de Reyes, nella regione della Huasteca. Aveva inoltre coordinato la Commissione per la Pastorale Profetica della diocesi di Huejutla.

Non un caso isolato
Secondo recenti dati elaborati da diversi organismi ecclesiali, in Messico, dal 2024 ad oggi, sarebbero stati assassinati 4 sacerdoti, 4 catechisti, 15 laici e 2 famiglie impegnate nelle attività parrocchiali. (Vatican News 19 settembre 2026 e Agenzia Fides 18/9/2026)

INDONESIA - Uccisi tre civili cristiani in Papua, i francescani: “Urge proteggere la popolazione e aprire il dialogo”

“Dopo l’ennesimo massacro, è urgente proteggere i civili, rispettare il diritto umanitario, ridurre la presenza di truppe dell’esercito indonesiano. E mentre occorre consentire l’assistenza umanitaria a oltre 100.000 sfollati, è necessario aprire un dialogo autentico tra i gruppi indipendentisti e il governo centrale, per il bene di questa provincia martoriata della Papua occidentale”: è l’appello consegnato all’Agenzia Fides da p. Alexandro Rangga OFM, direttore dell’ufficio Giustizia, pace e integrità del Creato nella provincia indonesiana di West Papua.
Il frate conferma che tre dipendenti cristiani dell’ufficio agricolo nella reggenza di Jayawijaya sono stati uccisi in un’imboscata il 9 settembre scorso, riportando in auge la questione della sicurezza dei civili nel contesto del lungo conflitto in Papua. Il frate francescano conferma a Fides che due delle vittime, la donna Aprida Rapi, di 49 anni, e Alfonsius Albinus Meha, di 35, erano cattoliche, mentre Willi Mbuik, di 25, era cristiano protestante. Tutti provenienti da altre province dell’Indonesia e si erano trasferiti in Papua.
A rivendicare l’attacco è stato l’Esercito di liberazione nazionale della Papua Occidentale-Movimento per la Papua libera, o TPNPB-OPM che, nel convoglio fermato, ha separato gli indigeni papuani dalle persone non native, che sono state uccise.
P. Rangga condanna gli omicidi, affermando che la condizione dei civili nelle zone di conflitto della Papua si è aggravata in quanto essi subiscono attacchi dei gruppi separatisti (TPNPB-OPM) da un lato; e sono spesso vittime delle operazioni delle forze di sicurezza indonesiane, dall’altro.

Accanto alla questione dello sfruttamento delle materie prime da parte di grandi multinazionali - grazie alle concessioni ottenute dal governo centrale, ma con scarsa ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native - negli ultimi anni un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal governo di Giacarta e (la “transmigrasi”, ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza nel loro territorio e aumentato le tensioni sociali.

Il frate esprime “profonda preoccupazione per la situazione in Papua”, e ribadisce l’approccio dei francescani e di tutti i membri della Chiesa locale: “In quanto cittadini che sostengono i valori di umanità e giustizia, sentiamo il dovere di denunciare le sofferenze dei nostri concittadini in Papua. Rifiutiamo ogni forma di violenza che nuoce all’umanità in Papua e rigettiamo un approccio alla Papua basato sulla sicurezza o sulla militarizzazione”. “Denunciamo ogni forma di politica e pratica di sviluppo che saccheggi, danneggi e sfrutti le risorse naturali della Papua, distruggendo la vita dei papuani e incoraggiamo il dialogo pacifico per trovare soluzioni al conflitto in Papua”. “La vera pace può essere costruita solo su un fondamento di giustizia e riconoscimento in nome dell’umanità”, nota.
(PA) (Agenzia Fides 15/9/2026)

APPROFONDIMENTO

The Catholic World Report ha pubblicato un interessante articolo di approfondimento che riproponiamo.

Persecuzione islamista, sopravvivenza cristiana e incontro con gli Houthi in Yemen

The catholic World Report
17 agosto 2026, di Davide Pinault

David Pinault è l’autore di Earth Dragon Run: A Spiritual Entertainment (2025). Tra le sue altre pubblicazioni figurano The Crucifix on Mecca’s Front Porch: A Christian’s Companion for the Study of Islam (2018) e il romanzo Providence Blue: A Fantasy Quest (2021), tutti pubblicati da Ignatius Press. È professore emerito di studi religiosi presso la Santa Clara University.

Me ne stavo oziosamente nella mia stanza all’Arabia Felix, bevendo Fanta all’arancia e osservando i gechi appesi al muro, quando mi arrivò un messaggio dalla hall. Mi era stato concesso l’incontro che tanto desideravo con Yahya Sayfallah.

Si trattava di uno pseudonimo. “Sayfallah” significa “spada di Allah” e suona altrettanto altisonante nell’arabo odierno come in inglese. Ma, a mio avviso, era appropriato per chi si occupava delle pubbliche relazioni del gruppo militante noto come Houthi.

Questo accadde a Sana’a, la capitale dello Yemen, in un periodo di relativa calma alcuni anni fa, durante i conflitti civili della primavera del 2009. Ma nel contesto degli attacchi missilistici degli Houthi e dei raid dei droni contro le petroliere saudite nel Mar Rosso nel 2026, ciò che appresi nelle mie interviste di allora potrebbe rivelarsi utile oggi per affrontare gli islamisti yemeniti e i loro sostenitori in Iran.

Il nostro incontro si svolse in una tradizionale casa-torre in mattoni di fango nella Città Vecchia fortificata di Sana’a. Yahya, giovane, intenso, con un’ottima padronanza del Fusha (l’elegante arabo neoclassico radicato nella lingua del Corano), sedeva su un lungo divano circondato da seguaci e guardie del corpo. Era cortese, ma tutt’altro che conciliante. Non appena seppe che venivo dagli Stati Uniti, iniziò a recitare lo slogan degli Houthi: “Allah è grande. Morte all’America e a Israele. Che gli ebrei siano maledetti. La vittoria appartiene all’Islam”.

Non ho potuto fare a meno di notare che questo grido di guerra, al-Mawt li-Amrika, suonava un po’ derivativo, una copia del persiano Marg bar Amrika (“Morte all’America”) utilizzato nei comizi del regime nella Repubblica islamica dell’Iran. Significava forse che gli Houthi erano dei sottoposti dei mullah di Teheran?

I suoi compagni di divano lo guardarono con aria torva al mio commento, ma Yahya mantenne la calma. Disse che dovevo capire non solo gli Houthi, ma anche i loro rapporti con l’Iran.

Ciò che mi ha raccontato dimostrava la sua familiarità con la teologia e la storia islamica. Sia gli Houthi che la teocrazia iraniana sono sciiti, ma appartengono a diverse correnti della fede. La militanza Houthi affonda le sue radici nello sciismo zaydita, che prende il nome da un discendente del profeta Maometto vissuto nell’VIII secolo, di nome Zayd ibn ‘Ali. Zayd fu ucciso negli scontri di strada nella città irachena di Kufa durante una rivolta contro il tirannico califfato omayyade.

Da quel momento in poi, ha affermato Yahya, la morte eroica di Zayd in combattimento ha messo in luce una caratteristica fondamentale della tradizione zaydita: la muqawamah, la “resistenza” attiva contro i dominatori ingiusti. Chiunque si proclami imam o leader deve essere disposto a combattere apertamente contro le potenze dominanti di questo mondo, in particolare contro le forze califfali della maggioranza sunnita. Come giustificazione scritturale, i leader zayditi citano il Corano (capitolo 4, versetto 95), affermando che Allah predilige coloro che intraprendono il jihad rispetto a coloro che rimangono politicamente inattivi. Nel X secolo, i ribelli zayditi istituirono un imamato che governò gran parte dello Yemen fino alla metà del XX secolo. (Oggi, i musulmani zayditi costituiscono circa il 30-35% della popolazione del paese e sono concentrati soprattutto nelle regioni settentrionali dello Yemen; il resto del paese aderisce in gran parte alla forma sunnita dell’Islam).

I governanti dell’Iran appartengono a una branca dello sciismo, chiamata Ithna-’Ashari o “Duodecimana”, che ha seguito un percorso storico differente. Dal VII al X secolo, una successione di dodici imam ha guidato spiritualmente gli sciiti, astenendosi generalmente (salvo rare e politicamente infruttuose eccezioni) dallo scontro aperto con i califfi. La dottrina duodecimana afferma che Allah ha tenuto in vita e nascosto per secoli il dodicesimo imam, il quale ritornerà in un momento divinamente stabilito per ristabilire la giustizia nel mondo. Fino ad allora, gli sciiti, con una lunga storia di persecuzione come minoranza, devono evitare lo scontro e attendere il ritorno del dodicesimo imam come Mahdi.

Le cose cambiarono con la caduta dello scià in Iran nel 1979. L’ayatollah Rohallah Khomeini abbandonò il quietismo duodecimano tradizionale e adottò invece una politica di “esportazione della rivoluzione iraniana”. Aspirava alla guida dell’intera ummah (la comunità islamica globale).

Ma come raggiungere questo obiettivo? Le rivalità arabo-persiane erano di vecchia data, così come l’antipatia dei sunniti per la minoranza sciita. Questo spiega perché la denominazione ufficiale dell’Iran dopo la rivoluzione sia “ Repubblica Islamica “ e non, ad esempio, “Teocrazia Sciita”.
Nei comunicati rivolti al pubblico musulmano di tutto il mondo, il governo minimizza la propria identità settaria.

Dal 1979, tuttavia, il principale rivale dell’Iran è stata l’Arabia Saudita, sede delle città sacre della Mecca e di Medina, e patria di un’ideologia islamista wahhabita rigorosamente anti-sciita da generazioni. Negli ultimi anni, il governo saudita guidato dal principe Muhammad bin Salman ha minimizzato il bigottismo settario di lunga data del wahhabismo, al fine di proiettare un’immagine di tolleranza religiosa. Ma il pregiudizio persiste, soprattutto nella prontezza del governo saudita a reprimere duramente qualsiasi protesta politica sciita o attivismo collettivo.

Il che ci riporta alla penisola arabica e ai rivali dei sauditi oltre confine, nello Yemen.
Il movimento Houthi prende il nome da uno studioso zaydita di nome Badr al-Din al-Houthi e da suo figlio Husain, che all’inizio degli anni ‘90 fondarono un gruppo chiamato “Associazione dei Giovani Credenti” per difendere l’identità zaydita dai tentativi sauditi di convertire gli zayditi al wahhabismo. Oggi, il nome ufficiale del movimento è “Ansar Allah” (“coloro che contribuiscono alla vittoria di Allah”). Ma, come mi ha fatto notare Yahya, i nemici del gruppo preferiscono la denominazione “Houthi” o “ribelli Houthi” per screditare il movimento e farlo apparire come un semplice culto della personalità.

Gli ho riferito ciò che mi avevano detto i wahabiti di Sana’a: gli Houthi seguono l’esempio dell’Iran in modo così rigoroso da essersi convertiti segretamente allo sciismo duodecimano (rinunciando così alla fede zaydita, strettamente legata allo Yemen).

A Yahya non piaceva sentire questo genere di voci. Ammise che gli Houthi ammiravano Hezbollah in Libano e la “rivoluzione islamica” in Iran. Ma, disse, “questo non significa che siamo diventati duodecimani. Sono gli iraniani e i duodecimani ad essere stati influenzati da noi, dagli zayditi”. Con ciò intendeva dire che l’impegno secolare dello zaydismo nella ribellione contro la tirannia era la fonte del risveglio khomeinista in Iran e la radice della rivoluzione islamica del 1979. Interpretai questo come un modo per recuperare la dignità zaydita all’ombra dell’attuale predominio dell’Iran nello sciismo globale.

Il che ci porta al presente. Vale la pena sottolineare quelli che definisco i tre pilastri del governo Houthi nelle regioni dello Yemen che controllano nella guerra civile in corso nel paese.

Il primo problema è una campagna in corso di persecuzione delle minoranze religiose non musulmane, perseguitata come politica governativa. La Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale osserva che i portavoce degli Houthi “incitano ripetutamente all’odio contro le comunità religiose vulnerabili”. Uno dei leader del movimento settario, ‘Abd al-Malik al-Houthi, afferma che le minoranze religiose “vogliono sottrarre la sovranità all’Islam”. Un rapporto di Human Rights Watch del 2026 ha documentato una “campagna di detenzione arbitraria contro i cristiani in Yemen”, in cui coloro che sono sospettati di praticare il cristianesimo vengono arrestati nelle loro case o prelevati per strada e sottoposti a molestie e detenzioni prolungate.

Questa situazione è di gran lunga peggiore di quanto ricordassi dalla mia esperienza in Yemen. È vero, anche allora a Sana’a (la capitale) non erano ammesse chiese o altri luoghi pubblici di culto non musulmani; né la città tollerava l’esposizione pubblica di una croce come punto d’incontro per i seguaci di Gesù. Ciononostante, frequentavo spesso riunioni clandestine di “chiese domestiche”.
I cristiani del posto mi spiegarono le regole non scritte che vigevano all’epoca: se si manteneva un basso profilo, si pregava al chiuso in case private senza insegne (lontano da occhi indiscreti) e, soprattutto, ci si asteneva da qualsiasi tentativo di proselitismo, allora la propria esistenza sarebbe stata tollerata. Non sorprende, data la diffidenza verso i non musulmani, che solo una manciata di persone si presentasse alle funzioni religiose a cui partecipavo: a volte anche solo tre o quattro, ma mai più di venticinque.
Eppure, nonostante l’ostilità diffusa, ciò che ricordo meglio è l’intensità della preghiera e il senso di fraternità in Cristo che permeavano ogni incontro a cui ho partecipato. “Qui, in un Paese musulmano”, mi disse un partecipante, “non diamo per scontata la nostra fede cristiana. Qui, con queste piccole comunità che si riuniscono ‘clandestina’, lo spirito originario del cristianesimo può essere riscoperto”.

Ma quei tempi sembrano ormai lontani. Ora, con la nuova ondata di persecuzioni da parte degli Houthi, la maggior parte della comunità cristiana è fuggita all’estero o verso sud, in zone della penisola arabica al di fuori del controllo degli Houthi.

Il secondo pilastro del governo Houthi consiste nel sostegno alle cause pan-islamiste. La manifestazione più evidente di questo sostegno negli ultimi anni è stata una serie di attacchi missilistici a lungo raggio contro Israele in segno di solidarietà con i gruppi militanti palestinesi. Tale sostegno si estende anche alla propaganda. Visitando la homepage online della “Yemen News Agency” (l’organo di stampa in lingua araba del governo Houthi), si trova un link intitolato “Non siete soli: la campagna nazionale a sostegno di al-Aqsa”. (Al-Aqsa è una moschea sul Monte del Tempio di Gerusalemme, che, insieme alla Mecca e a Medina, è tra i principali luoghi di culto per i musulmani di tutto il mondo, a causa della credenza che il profeta Maometto abbia compiuto un mi’raj, un’ascensione al cielo, iniziata proprio in quel luogo di Gerusalemme.) Cliccando sul link di Aqsa, si viene indirizzati a una celebrazione online del massacro di israeliani del 7 ottobre 2023 per mano dei terroristi di Hamas. Le manifestazioni pubbliche sponsorizzate dal governo a Sana’a presentano cartelli e striscioni con slogan in rima come: Amrika hiya al-shaytan, Isra’il hiya al-sartan (“L’America è il diavolo, Israele è il cancro”).

Il terzo pilastro è strettamente legato al secondo: la lealtà all’agenda geopolitica determinata dall’Iran. Per anni, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane ha fornito armi agli Houthi; in cambio, lancia attacchi a lungo raggio contro il nord di Israele e (più recentemente) contro qualsiasi nave saudita che tenti di raggiungere il Golfo di Aden attraverso Bab al-Mandab. Il nome significa “Porta del Lamento” in arabo, così chiamata perché questo stretto tra lo Yemen e l’Africa è estremamente insidioso da navigare. Le correnti trasversali imprevedibili, gli scogli sottomarini e i venti che cambiano rapidamente direzione hanno causato numerosi naufragi nel corso dei secoli.

Alla base di questi attacchi contro israeliani e sauditi c’è un tentativo condiviso di deviazione ideologica. I teocrati di Teheran e Sana’a mostrano sostegno ad Hamas e ai jihadisti affini perché la questione palestinese conserva ancora rilevanza nel mondo arabo. Ma tale sostegno ha lo scopo di distogliere l’attenzione dalla realtà che, a prescindere da ciò che facciano per presentarsi come pan-islamici, sia gli Houthi che le Guardie Rivoluzionarie iraniane rimangono sciiti intransigenti, e quindi inaccettabili per i sunniti, che costituiscono la maggioranza dei musulmani in tutto il mondo.

Cosa si potrebbe fare, dunque? Negli ultimi anni, sia gli Stati Uniti che l’Arabia Saudita hanno condotto ripetuti attacchi aerei contro le postazioni di lancio di missili e droni degli Houthi, con scarsi risultati. Una campagna di terra con l’impiego di fanteria non sembra particolarmente allettante. Il leader egiziano Gamal Abdel Nasser ci provò nel 1962, quando intervenne in una delle guerre civili yemenite (ce ne sono state molte!), sperando di espandere l’influenza regionale egiziana in nome dell’”unità panaraba”. Inviò un imponente corpo di spedizione a combattere gli Zaydi sul loro territorio nel nord dello Yemen (lo stesso territorio oggi controllato dagli Houthi).

Il risultato: un disastro. Non aveva compreso la geografia né il contesto in cui le sue truppe avrebbero dovuto combattere. (Ho fatto escursioni sugli altipiani montuosi a nord di Sana’a e posso testimoniarlo: il terreno è impervio). Oltre 15.000 egiziani morirono in cinque anni di combattimenti che non portarono a nulla, fino a quando il corpo di spedizione si ritirò ingloriosamente dallo Yemen nel 1967, una campagna che all’epoca si guadagnò il soprannome di “Vietnam di Nasser”.

Ma se in Yemen ci sono poche valide opzioni militari, potrebbero essere presi in considerazione altri fattori.

Innanzitutto, gli Houthi dipendono da Teheran per il loro sostegno, ma – come già accennato – insistono sul fatto che, in termini di supremazia ideologica, siano loro i veri leader, con la più lunga tradizione di resistenza ai tiranni e ai “satana” del mondo. Gli Houthi sono orgogliosi e irascibili, con un forte senso di indipendenza. L’asse Iran-Houthi è un’alleanza di convenienza e, con la giusta leva, potrebbe essere facilmente spezzata.

In secondo luogo, i sunniti yemeniti (che costituiscono la maggior parte della popolazione del paese) nutrono in generale disprezzo e sfiducia nei confronti degli Houthi. Questa sfiducia deriva in parte dagli stretti legami tra gli Houthi e l’Iran. Questa realtà è emersa durante una conversazione che ho avuto con un imam sunnita di una moschea a Sana’a. Abbiamo discusso dei tentativi dei missionari musulmani iraniani di convertire gli zayditi yemeniti (compresi gli zayditi politicamente allineati con gli Houthi) alla corrente sciita duodecimana che predomina in Iran. Ho riferito a questo imam sunnita qualcosa che avevo appreso durante le mie ricerche: i missionari iraniani si riferiscono agli yemeniti che si convertono allo sciismo duodecimana come mustabsirun (“coloro che sono stati dotati di intuizione”). Gli ho chiesto cosa ne pensasse di questo fenomeno dei mustabsirun.

Non ne era contento. Mi disse che trovava questa etichetta di “nuova intuizione” sia condiscendente che offensiva nei confronti dei suoi correligionari musulmani yemeniti.

Ha poi aggiunto che gli zayditi e gli houthi yemeniti che adottano quella che lui definisce “la forma iraniana” dello sciismo non possono essere sinceri nella loro conversione. Ha insistito sul fatto che tali individui non sono altro che pedine in un complotto ordito da Teheran per prendere segretamente il controllo dello Yemen. “Gli iraniani”, ha concluso, “useranno questi convertiti come parte della loro cospirazione per governare il nostro paese da lontano”.

Ciò che mi ha detto questo imam rispecchia un sentimento che ho sentito anche altrove: molti yemeniti nutrono risentimento verso l’influenza iraniana, un altro punto da tenere presente in qualsiasi rapporto con il popolo yemenita e il governo Houthi.

Il terzo punto da considerare: persino molti sciiti zayditi nutrono risentimento verso i loro dominatori Houthi. I critici arabi deridono il governo di Sana’a definendolo dawlat al-khawf , “il regime della paura”. Gli zayditi sotto il dominio Houthi sono profondamente stanchi dei danni causati dall’insistenza del governo sulla “resistenza” pan-islamista: malattie (in particolare colera e malaria), fame diffusa e città in gran parte in rovina. Ciò che mantiene il governo al potere è la sua disponibilità a usare una brutalità estrema per reprimere il dissenso tra la propria popolazione (una caratteristica che gli Houthi condividono con la teocrazia di Teheran).

Il che mi porta a un suggerimento. Forse è giunto il momento che l’amministrazione Trump ripristini i finanziamenti e il sostegno attivo a Voice of America e ad altri programmi statunitensi che un tempo trasmettevano programmi in lingua araba in tutto il Medio Oriente. Tali programmi potrebbero contribuire a promuovere cambiamenti che provengano dall’interno dello Yemen, anziché essere imposti esclusivamente con la forza dall’esterno.

Negli ultimi anni, “Porta del Lamento” mi è sembrato un nome tristemente appropriato per lo Yemen in generale, data la sua lunga storia di sofferenze. Ma, con il giusto aiuto, un giorno il “regime della paura” degli Houthi potrebbe crollare sotto il peso della propria incompetenza e dei propri crimini. Un giorno, potrebbe persino essere possibile riunirci di nuovo con i vecchi amici a Sana’a e celebrare il nostro amore per Cristo.

Dopotutto, come ci assicura Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni (16,22), «Ora siete nella tristezza, ma io vi rivedrò e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi toglierà la vostra gioia».