2026 09 16 NIGERIA - Secondo un nuovo rapporto, oltre 3000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria nei primi 8 mesi del 2026
NIGERIA - Secondo un nuovo rapporto, oltre 3000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria nei primi 8 mesi del 2026.VATICANO - Contro l’odio, la criminalità, le ingiustizie: ecco il volto dei martiri di oggi
FILIPPINE - Ucciso l’operatore pastorale Eduardo “Eddie” Balindres
MYANMAR - Pastore battista giustiziato dalla giunta militare birmana nel mezzo del conflitto
SUD SUDAN - Ferite in un agguato stradale due religiose
INDIA - Nuova “legge anti-conversione” in Maharashtra: l’impatto sulla vita dei cristiani
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NIGERIA - Secondo un nuovo rapporto, oltre 3000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria nei primi 8 mesi del 2026.
La Società Internazionale per le Libertà Civili e lo Stato di Diritto, Intersociety, afferma che luglio e agosto sono stati probabilmente i mesi più letali del 2026, con 437 cristiani uccisi e 393 rapiti.
Un nuovo e inquietante rapporto afferma che non meno di 3.083 cristiani sono stati uccisi e 3.193 rapiti in attacchi presumibilmente compiuti da gruppi jihadisti in Nigeria tra gennaio e agosto di quest’anno.
Il rapporto, pubblicato dalla Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto, Intersociety, evidenzia che luglio e agosto sono stati probabilmente i mesi più letali del 2026, con 437 cristiani uccisi e 393 rapiti.
Numeri sbalorditivi
Oltre agli omicidi e ai rapimenti, il rapporto rivela anche che 400 chiese sono state attaccate e 25 sacerdoti e pastori sono stati uccisi o rapiti.
Secondo il rapporto, la maggior parte degli omicidi e dei rapimenti si sono verificati nella regione centrale della Nigeria, un’area in cui la popolazione prevalentemente musulmana del nord incontra la popolazione prevalentemente cristiana del sud.
Nella sola diocesi di Wukari, nello Stato di Taraba, si è registrato un numero impressionante di atrocità: tra settembre 2025 e agosto 2026, circa 239 edifici ecclesiastici sono stati attaccati o distrutti, e quasi 100.000 parrocchiani sono stati sradicati e costretti ad abbandonare le proprie comunità. Inoltre, oltre 200 comunità cristiane sono state saccheggiate e i fedeli sfollati. Sedici sacerdoti cattolici sono stati costretti alla fuga e le abitazioni di otto sacerdoti sono state distrutte.
Il rapporto indica inoltre che la Chiesa dei Fratelli in Nigeria e la Chiesa Cristiana Riformata Universale hanno perso complessivamente più di 27.000 membri e migliaia di chiese a causa di attacchi a partire da luglio 2009.
Nel 2020, la Chiesa dei Fratelli in Nigeria ha riferito di aver perso più di 8.600 membri e centinaia di centri di culto distrettuali a causa di Boko Haram. Analogamente, la Chiesa Cristiana Riformata Universale ha dichiarato di aver perso 5.987 membri e 753 chiese.
L’ultimo rapporto di Intersociety riflette un quadro più ampio di ciò che l’organizzazione considera la violenza a sfondo religioso in Nigeria.
Dal 2009, anno in cui Boko Haram ha iniziato la sua sanguinosa campagna per creare un califfato nel Sahel, almeno 19.800 chiese sono state attaccate.
Il ricercatore principale e responsabile di Intersociety, Emeka Umeagbalasi, ha dichiarato a CWR che il bilancio delle vittime cristiane in Nigeria dal 2009 ha raggiunto la cifra impressionante di 130.783. Il signor Umeagbalasi, cattolico devoto, ha inoltre affermato che almeno 82.603 cristiani sono stati rapiti o sequestrati nello stesso periodo. Avverte che c’è una probabilità del 20% che queste vittime non tornino mai più vive alle loro famiglie o alla loro fede.
Islamizzazione e questione del “genocidio”
Le organizzazioni internazionali che monitorano le persecuzioni hanno avvertito che i cristiani in Nigeria stanno affrontando un programma di islamizzazione.
“ Da diversi anni la Nigeria è il luogo più violento al mondo per i seguaci di Gesù”, afferma Open Doors, spiegando che l’imposizione della legge della Sharia in 12 stati settentrionali rende la vita dei cristiani nigeriani sempre più precaria.
Global Christian Relief descrive la nazione dell’Africa occidentale come “un epicentro globale del martirio dei cristiani”, spiegando che ogni anno almeno 4.000 cristiani vengono uccisi da organizzazioni estremiste in Nigeria, una cifra che “spesso supera il totale complessivo delle morti di cristiani per persecuzione in tutto il resto del mondo”.
Leader religiosi e civili in Nigeria e in tutto il mondo hanno offerto punti di vista contrastanti su ciò che sta accadendo ai cristiani in un paese che ospita circa 113 milioni di fedeli.
Nel settembre dello scorso anno, il comico e popolare conduttore televisivo americano Bill Maher ha affermato senza mezzi termini che i cristiani nigeriani stavano affrontando un “genocidio”. Ha dichiarato che il gruppo Boko Haram aveva “ucciso oltre 100.000 persone dal 2009 e bruciato 18.000 chiese”.
Il senatore statunitense Ted Cruz ha offerto una diagnosi simile, scrivendo su X che “dal 2009, oltre 50.000 cristiani in Nigeria sono stati massacrati e oltre 18.000 chiese e 2.000 scuole cristiane sono state distrutte”.
Il politico statunitense ha accusato le autorità nigeriane di “ignorare e persino agevolare il massacro di cristiani da parte di jihadisti islamici...”. (…)
Anche le Nazioni Unite hanno suggerito che la violenza in Nigeria prende di mira principalmente i cristiani. L’8 giugno 2026, gli esperti dell’ONU hanno messo in guardia contro le violazioni dei diritti delle donne e delle ragazze appartenenti a comunità cristiane e ad altre minoranze religiose.
Citando le leggi della Sharia in vigore in 12 stati settentrionali, nonché l’applicazione dei codici sulla blasfemia, gli esperti hanno osservato che “la violenza contro i cristiani e altre minoranze religiose continua a essere dilagante”.
«Siamo particolarmente allarmati dai rischi specifici e accresciuti di discriminazione, violenza e sfruttamento a cui sono esposte le donne e le ragazze cristiane, poiché continuiamo a documentare gravi casi di violenza sessuale, rapimenti, atti assimilabili a sparizioni forzate, conversioni forzate e matrimoni precoci», hanno affermato gli esperti.
“In molti casi, coloro che si oppongono alla resistenza vengono minacciati, puniti, fatti sparire o uccisi”, hanno aggiunto.
Ma il governo nigeriano ha replicato, sostenendo che “i terroristi attaccano tutti coloro che rifiutano la loro ideologia omicida: musulmani, cristiani e non credenti”.
I rapporti di Intersociety evidenziano questa contraddizione: tra il 2009 e il marzo 2026, sono stati uccisi 128.750 cristiani e 61.400 musulmani moderati.
Nello stesso periodo, 81.100 cristiani e 50.000 musulmani moderati furono rapiti.
Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che anche i musulmani moderati siano stati vittime di attacchi jihadisti, il vescovo Wilfred Chikpa Anagbe di Makurdi afferma che non vi sono ambiguità, insistendo sul fatto che ciò che sta accadendo in Nigeria è un genocidio contro i cristiani.
«È in corso lo sterminio totale della popolazione cristiana. Si tratta di un genocidio perpetrato dai jihadisti», avverte il vescovo Anagbe.
La sua diocesi nello Stato di Benue, dove il 98% della popolazione è cristiana, è diventata un focolaio di violenza.
Monsignor Anagbe descrive una campagna implacabile in cui i jihadisti massacrano i civili, radono al suolo le chiese e incendiano i terreni agricoli, costringendo le comunità ad abbandonare le proprie case per occupare la terra.
La definisce una “strategia calcolata di islamizzazione”. Per illustrare l’orrore, ha citato il massacro di Yelewata: circa 200 persone furono uccise, molte bruciate vive in una stanza chiusa a chiave, tra cui due neonati di appena tre e cinque mesi.
Umeagbalasi ha dichiarato a CWR che, se l’attuale tendenza dovesse continuare, il cristianesimo potrebbe essere spazzato via dalla Nigeria nei prossimi 100 anni.
“È un genocidio, secondo qualsiasi definizione”, ha affermato.
(The catholic World Report, 8 settembre 2026 Ngala Killian Chimtom)
VATICANO - Contro l’odio, la criminalità, le ingiustizie: ecco il volto dei martiri di oggi
di Giacomo Gambassi, Roma
Cresce il numero dei cristiani uccisi nel mondo: dal 2000 a oggi sono più di 1.700. E oltre cento le testimonianze giunte nell’ultimo anno a Roma. Il lavoro della Commissione vaticana. E le parole di Semeraro, Fabene e Riccardi
Perseguitati e uccisi perché, in nome del Vangelo, si sono opposti all’estremismo, alla criminalità, alle ingiustizie. Sono i nuovi martiri e testimoni della fede nel XXI secolo, come dice anche il nome della Commissione che raccoglie le loro storie all’interno del Dicastero delle cause dei santi. «Solo nell’ultimo anno ci sono giunte fra le cento e le centocinquanta nuove testimonianze», spiega il segretario del Dicastero, l’arcivescovo Fabio Fabene, che presiede la Commissione. Organismo che finora ha censito 1.734 martiri e testimoni della fede uccisi dal 2000 al 2025: 304 delle Americhe; 277 di Medio Oriente e Maghreb; 153 dell’Europa (assassinati nel continente o in missione nel mondo); il restante di Africa e Asia. «Esempi di vita donata, benché non si tratti di donne e uomini canonizzati o beatificati», sottolinea il prefetto del Dicastero, il cardinale Marcello Semeraro. E “militi ignoti della grande causa di Dio”, come li aveva definiti Giovanni Paolo II, che dicono i «molteplici volti del martirio contemporaneo, diverso da quello dei secoli precedenti», osserva il vice-presidente della Commissione, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
Qualche esempio? «La dura esperienza di violenza subita dai cristiani nel 2008 nello Stato indiano dell’Odisha che ha causato almeno cento morti tra i fedeli, oggi ricordati sia con dolore sia con gioia», fa sapere Riccardi. Una persecuzione anti-cristiana compiuta da gruppi di estremisti indù con centinaia di chiese, cappelle e case date alle fiamme e distrutte. Oppure i nuovi martiri dell’America Latina «che hanno perso la vita anche nel contesto del narcotraffico, della deforestazione, dello sfruttamento delle risorse naturali: sia missionari, sia laici che si sono impegnati nella lotta contro questi mali», afferma Fabene.
A loro è dedicato il convegno “Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?” in programma martedì 15 settembre all’Istituto patristico Augustinianum di Roma. Appuntamento presentato ieri nella Sala Stampa vaticana e organizzato dal Dicastero delle cause dei santi che si tiene a un anno esatto dalla commemorazione ecumenica dei testimoni della fede di questi decenni presieduta da Leone XIV insieme con i rappresentanti delle altre Chiese e comunità cristiane nella Basilica di San Paolo fuori le Mura all’interno del Giubileo della speranza. Storie di «santità della porta accanto», evidenzia Semeraro citando papa Francesco, che mostrano come «la grazia della santità nella Chiesa non esaurisca nelle canonizzazioni». Proprio Francesco aveva voluto che la Commissione legata all’Anno Santo del 2000 e all’esperienza di Wojtyla sotto il nazismo e il comunismo entrasse in modo stabile nel Dicastero per «elaborare un catalogo di tutti coloro che hanno versato il loro sangue per confessare Cristo e testimoniare il Vangelo».
Testimoni che fanno emergere anche «il valore antropologico della santità cristiana», dichiara Semeraro, richiamando Benedetto XVI che poneva l’accento sul senso di «soffrire con l’altro, per gli altri», di «soffrire per amore della verità e della giustizia». E testimoni che raccontano anche l’ecumenismo del sangue, ricorda il cardinale prefetto. Alla domanda che fa da titolo al convegno, risponde Riccardi: «Sì, siamo in un nuovo secolo del martirio. Il tempo del martirio continua: lo conferma non solo la cronaca, ma anche la coscienza che si è sviluppata all’interno della Chiesa. Diocesi, ordini religiosi, comunità hanno risposto con convinzione alla lettera della Commissione per ricordare fratelli e sorelle che si sono sacrificati per Cristo». E, appunto, con numeri significativi.
(11 settembre 2026 Avvenire)
FILIPPINE - Ucciso l’operatore pastorale Eduardo “Eddie” Balindres
È ancora ignoto il movente dell’omicidio di Eduardo “Eddie” Balindres, laico cattolico, coordinatore pastorale della parrocchia di Matalam, nella diocesi di Kidapawan, nella provincia di Cotabato, sull’isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali. L’uomo, membro molto attivo della comunità, fidato collaboratore del parroco e coordinatore delle attività comunitarie, è stato ucciso il 31 agosto 2026 a colpi di arma da fuoco da aggressori non identificati mentre rientrava a casa nel Barangay (municipio di New Abra). In un’imboscata, i criminali hanno aperto il fuoco ripetutamente, colpendolo a morte, per poi fuggire immediatamente. Le forze di polizia locali hanno avviato un’indagine per risalire all’identità dei killer e determinare il movente dietro l’omicidio. (…)
La parrocchia di Matalam ha ricordato Balindres come “un pilastro fondamentale della comunità, un collaboratore fidato, attivo e profondamente dedito al coordinamento e all’assistenza di tutte le attività pastorali”. I fedeli hanno espresso profondo sgomento, descrivendolo “come un servitore coraggioso che ha dedicato la propria vita ad aiutare il prossimo”. (…)
L’omicidio si inserisce in una preoccupante scia di violenze nell’area di Matalam, sollevando forti timori tra i residenti e i volontari locali che operano sul territorio. L’area di Kidapawan e l’intera provincia di Cotabato affrontano da decenni dinamiche complesse che alimentano l’insicurezza. Di recente l’area di confine tra Matalam e Kidapawan è stata teatro di sanguinosi scontri tra fazioni armate legati proprio a faide terriere, che hanno provocato vittime e lo sfollamento di intere famiglie. Inoltre la regione ospita diversi gruppi armati legati all’insurrezione separatista islamica o comunista nel Sud delle Filippine: storicamente vi è la presenza del Moro Islamic Liberation Front (MILF) e del Moro National Liberation Front (MNLF), che hanno firmato accordi di pace con il governo, ma alcune fazioni locali rimangono coinvolte in atti di violenza. Operano nell’area anche i ribelli comunisti del NPA (New People’s Army), noti per compiere agguati o minacce terroristiche.
(PA) (Agenzia Fides 7/9/2026)
MYANMAR - Pastore battista giustiziato dalla giunta militare birmana nel mezzo del conflitto: lo rivela un’organizzazione di controllo. International Christian Concern (ICC)
Secondo quanto riportato da organizzazioni internazionali per i diritti umani, il reverendo William, pastore battista nello stato di Chin, in Myanmar, è stato ucciso dalla giunta militare del paese, insieme a un altro cristiano di Chin, Nam Ceu. Il pastore guidava la sua congregazione da oltre 25 anni.
Secondo l’organizzazione statunitense International Christian Concern (ICC), i due erano stati arrestati a maggio e da allora detenuti dai militari . Erano accusati di aver aiutato la Hakha Chinland Defense Force, un gruppo armato che combatte contro la giunta militare.
Il Myanmar, noto anche come Birmania, è dilaniato da un conflitto a partire dal colpo di stato del 2021, quando i militari hanno ribaltato la seconda vittoria elettorale consecutiva del partito guidato dal premio Nobel Aung San Suu Kyi. La presa del potere ha trasformato in una guerra nazionale la decennale lotta tra i militari e i movimenti armati etnici, che da tempo contestano l’autorità governativa nelle regioni di confine del paese e rivendicano l’autonomia. Da allora, nuovi gruppi di resistenza pro-democrazia si sono alleati con le forze etniche già esistenti, alcune delle quali composte da cristiani.
Il reverendo William, che non usava un cognome, è stato ucciso il 4 giugno e i funerali si sono svolti il 26 agosto a Chungcung, secondo quanto riportato dal Burma Research Institute, con sede nel Maryland.
La chiesa del reverendo William, la Chungcung Baptist Church, è stata saccheggiata e incendiata nell’ottobre del 2021, e il villaggio circostante ha subito ripetute e violente incursioni da quando la giunta militare ha preso il potere quello stesso anno. Il villaggio era composto da circa 300 case.
William lascia la moglie e cinque figli.
Il conflitto ha provocato attacchi aerei, bombardamenti, sfollamenti di massa e interruzioni degli aiuti umanitari negli stati di Chin, Kayah, Kachin, Karen e in alcune zone dello Shan, dove vivono circa 2 milioni di cristiani.
L’omicidio è avvenuto nel contesto degli attacchi alle chiese perpetrati dai soldati birmani.
Le truppe hanno raso al suolo la cattedrale di San Patrizio a Kachin poco prima della celebrazione di San Patrizio programmata dalla congregazione per il marzo 2025.
L’incendio della cattedrale scoppiò pochi giorni dopo che i soldati avevano già raso al suolo una scuola superiore, la residenza del parroco e gli uffici diocesani presenti sul terreno, il 26 febbraio dello stesso anno. I raid aerei avevano distrutto la chiesa del Sacro Cuore a Mindat, nello stato di Chin, il 6 febbraio. Meno di un mese dopo, un altro raid aereo, il 3 marzo, distrusse il centro pastorale della chiesa cattolica di San Michele, parte della diocesi di Banmaw, nello stato di Kachin.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, gli attacchi a chiese, monasteri buddisti e altri luoghi di culto sono una rappresaglia contro le comunità sospettate di aiutare i combattenti della resistenza etnica.
I gruppi di resistenza hanno conquistato centinaia di avamposti della giunta militare e l’esercito ha dovuto affrontare defezioni e rese tra le sue fila. L’organizzazione umanitaria Humanitarian Aid Relief Trust aveva precedentemente affermato che l’offensiva aveva portato speranza al movimento pro-democrazia, ma aveva anche scatenato una dura repressione da parte dei comandanti locali.
I buddisti di etnia birmana costituiscono la maggior parte della popolazione del Myanmar, sebbene il paese ospiti anche una varietà di minoranze etniche e religiose. Tra il 20% e il 30% della popolazione di etnia Karen è cristiana, e i cristiani costituiscono la maggioranza negli stati di Chin e Kachin.
Decenni di persecuzioni hanno spinto molti a fuggire dal Myanmar verso la vicina India e la Thailandia, alcuni stabilendosi negli Stati Uniti o in Australia, mentre molti altri rimangono nei campi profughi vicino al confine, affrontando anni di incertezza.
(A cura di Anugrah Kumar, collaboratore del Christian Post. Martedì 1 settembre 2026)
SUD SUDAN - Ferite in un agguato stradale due religiose
Domenica 30 agosto, due religiose carmelitane, identificate come suor Helen e suor Ansa, sono state aggredite mentre viaggiavano da Torit a Juba, dopo aver partecipato alla Messa mattutina. Il loro veicolo è stato assalito lungo la strada.
Secondo quanto riferito da Radio Emmanuel 89, durante l’aggressione uno dei banditi ha colpito suor Helen alla testa con la canna di un fucile, provocandole una ferita. Le due religiose e gli altri passeggeri sono stati derubati del denaro e degli effetti personali.
Secondo le prime, frammentarie informazioni, i banditi avrebbero inoltre rapito due bambini prima di darsi alla fuga.
Il Vescovo di Torit, Mons. Emmanuel Bernardino Lowi Napeta, si è immediatamente attivato per organizzare i soccorsi da Juba. Le due suore sono state trasportate verso la capitale, dove suor Helen ha ricevuto le cure mediche necessarie per le ferite riportate.
Sulla stessa strada, il 16 agosto 2021, erano state uccise due religiose della Congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù: l’ex Superiora generale, suor Mary Daniel Abut, e suor Regina Roba, che aveva fatto parte per due volte del Consiglio generale. Le due religiose furono “uccise a sangue freddo” mentre tornavano a Juba dopo aver partecipato alle celebrazioni per il centenario della parrocchia dell’Assunzione di Nostra Signora (vedi Fides, 18/8/2021). (L.M.)
(Agenzia Fides 1/9/2026)
INDIA - Nuova “legge anti-conversione” in Maharashtra: l’impatto sulla vita dei cristiani
Nello stato indiano del Maharashtra, in India centro-occidentale, la comunità cattolica locale si ritrova a gestire la sua vita pastorale e la sua missione evangelizzatrice facendo i conti con il “Maharashtra Freedom of Religion Act 2026”, provvedimento approvato dall’Assemblea legislativa dello Stato ed entrato in vigore il 28 agosto, dopo l’assenso della presidente della Repubblica indiana. Il fine della legge è fermare le conversioni religiose ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione, false dichiarazioni, lusinghe o pressioni indebite. La legge punisce atti come offrire denaro o doni, promettere un impiego, garantire un’istruzione gratuita, prospettare un matrimonio o uno stile di vita migliore, o invocare guarigioni divine allo scopo di indurre qualcuno a cambiare religione. Anche presentare una fede come superiore a un’altra, con l’intento di favorire una conversione, può rientrare nel campo di applicazione della legge.
Le pene possono arrivare fino a sette anni di reclusione e a una multa di 100 mila rupie, mentre per i recidivi la pena può raggiungere i dieci anni. L’onere della prova ricade sulla persona accusata di aver provocato o favorito la conversione, mentre la denuncia può essere registrata anche da un parente o conoscente della presunta “vittima”: questa disposizione potrebbe esporre sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e semplici fedeli a procedimenti fondati su accuse non provenienti dalla persona direttamente interessata.
Con la sua formulazione, la normativa impatta sulla vita dei cristiani, come osserva all’Agenzia Fides mons. Simon Almeida, Vescovo di Poona, diocesi in Maharashtra: “Il Maharashtra è il 13° stato indiano che ha approvato una legge sulla ‘libertà di religione’, che in sostanza è una legge anti-conversione. Va detto che, anche se i cattolici non sono affatto coinvolti né intenti a promuovere la conversione alla fede cristiana, vi sono persone che vorrebbero conoscere Cristo per le quali questa via è divenuta difficile o sottoposta a faticose restrizioni”.
Il Vescovo che guida una comunità di 92mila cattolici nota: “Ci ritroviamo a non poter affermare che Gesù è l’unico Dio e l’unico Salvatore: questa frase può essere interpretata come una comparazione e una delegittimazione degli altri culti. Anche nella predicazione in chiesa dobbiamo essere molto prudenti”, nota.
“Con questa legislazione restrittiva, la nostra predicazione va oggettivamente incontro a difficoltà”, ribadisce. La questione, poi, - rileva il Vescovo - ha un peso perché “in Maharashtra, come nell’intera India, esistono moltissime istituzioni sociali cattoliche operanti nei settori dell’educazione, della sanità, dell’assistenza sociale, del sostegno ai poveri, ai dalit e alle popolazioni tribali. E la loro opera potrebbe essere scrutinata o accusata di proselitismo”.
Tuttavia, in uno stato governato dal partito nazionalista Bharatiya Janata Party - lo stesso partito che governa l’India a livello federale - “il nostro atteggiamento è sempre dialogico, non cerchiamo mai la contrapposizione, ma intendiamo avviare colloqui col governo perché il fine di impedire conversioni coercitive non sconfini nella negazione di diritti fondamentali come la libertà di coscienza”, conclude.
Anche lo United Christian Forum dell’India, in un memorandum indirizzato al primo ministro del Maharashtra Devendra Fadnavis, ha chiesto al governo del Maharashtra di rivedere e rinviare l’applicazione della normativa: “La carità cristiana - si sottolinea - non ha la finalità di ricercare di nuovi fedeli, ma è amore gratuito a ogni persona, accolta e amata nella sua dignità fondamentale come immagine di Cristo”.
I cristiani dello Stato si appellano alla Costituzione indiana, che garantisce la libertà di professare, praticare e propagare la propria religione, pur nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità e della salute pubblica.
(PA) (Agenzia Fides 11/9/2026)
