2026 08 19 La persecuzione non ha tregua
INDIA - West Bengal, estremisti indù attaccano i clarettianiINDIA - Chhattisgarh, arrestato attivista cristiano per un commento su Facebook
INDIA - per i dalit cristiani e musulmani resta la ferita della discriminazione
IRAN - guardie davanti alla chiesa evangelica di San Pietro a Teheran
CUBA - Caritas continua la distribuzione degli aiuti umanitari: “Non possiamo raggiungere tutti, ma vogliamo essere vicini a chi ha più bisogno”
HAITI - Almeno venti persone uccise da bande criminali nel comune di Gressier
TESTIMONIANZA HAITI - Non solo violenza e crisi: a Pourcine Pic Makaya la comunità cattolica lavora per portare l’acqua a nuove famiglie
- Autore:
- Curatore:
- Fonte:
INDIA - West Bengal, estremisti indù attaccano i clarettiani
Nel mirino la chiesa di Nazat. Il leader del gruppo radicale ha lanciato un ultimatum al parroco: “Sette giorni per andarvene”. Associazioni cristiane denunciano alla polizia, senza risultato. Ad AsiaNews la “ferma condanna” espressa dal vescovo di Baruipur, che elogia l’opera dei missionari.
Nuovi attacchi contro i cristiani nello Stato indiano del West Bengal, dove a metà luglio nazionalisti indù avevano preso di mira le suore salesiane e più di recente, il 31 del mese, un gruppo guidato da un sedicente monaco legato a una organizzazione indù ha minacciato un pastore cristiano alla guida della Grace Community Church a Sandeshkhali nel North 24 Parganas. L’ultimo episodio è avvenuto il giorno successo, primo agosto, quando una folla inferocita ha preso di mira la chiesa cattolica di san Claret, a Nazat, dando al sacerdote locale un ultimatum di sette giorni per lasciare il luogo di culto. A guidare il raid un uomo in abiti color zafferano, che si è identificato come funzionario dell’Hindu Parishad (Vhp), organizzazione di destra già alleata del partito di governo Bjp (Bharatiya janata party).
P. Anuj Hembrom, responsabile della parrocchia, ha riferito al Bangiya Christiya Pariseba (Bcp, principale organizzazione cristiana dello Stato) dell’incidente. Filmati forniti dal parroco mostrano il leader del gruppo che punta in modo aggressivo il dito contro il sacerdote e lancia un ultimatum intimandogli di lasciare la regione, per non subire “conseguenze disastrose”. Nel video, l’individuo sembra gridare: “Vai via in America o in Nuova Zelanda! Ti stanno finanziando da lì per fare tutto questo. Prepara le valigie e vattene da qui!”.
Dopo essere stato informato della situazione da Fr. Faustine, il reverendo Felix Raj, vice-rettore dell’università di san Francesco Saverio, ha contattato il sovrintendente distrettuale della polizia (SP) per richiedere un intervento immediato. Al tempo stesso l’ufficio legale della Bcp ha chiamato la stazione locale delle forze dell’ordine chiedendo spiegazioni sul perché, a dispetto della denuncia depositata in mattinata (il First Information Report, Fir), gli agenti non fossero ancora intervenuti a difesa del sacerdote e del luogo di culto. In risposta, i funzionari di polizia hanno assicurato che stanno intraprendendo azioni immediate per affrontare le problematiche legate alla sicurezza.
In una nota inviata ad AsiaNews l’ex presidente nazionale Aicu (All India Catholic Union) Eugene Gonsalves condanna le minacce contro i missionari Claretiani a Nazat, South 24 Parganas e invoca la protezione immediata della polizia. “Esprimiamo profonda preoccupazione - si legge nella dichiarazione - per l’intimidazione ai danni dei missionari di Claret Premaloy, a Nazat, diocesi di Baruipur, South 24 Parganas”. Secondo le informazioni un gruppo di persone il 31 luglio è entrato con la forza nei locali della missione, accusando i sacerdoti di “conversioni forzate” e di “abuso di fondi stranieri”, emettendo un ultimatum di sette giorni. Il giorno successivo, primo agosto, tre membri dello stesso gruppo sono tornati e hanno rinnovato minacce e ultimatum.
“I clarettiani di Nazat - prosegue la nota a firma di Gonsalves - hanno servito i poveri e gli emarginati di questa regione per anni attraverso l’istruzione, l’assistenza sanitaria e il lavoro pastorale, nel pieno rispetto della legge e della Costituzione”. “Minacciare gli uomini di fede con lo sfratto e livellare accuse infondate di conversione e finanziamenti stranieri, è un attacco non solo a una comunità religiosa - avverte il leader cristiano - ma alle libertà costituzionali garantite a ogni cittadino ai sensi dell’articolo 25”. (…)
Sulla vicenda AsiaNews ha interpellato anche il vescovo di Baruipur, che non risparmia critiche e attacchi alla gestione della sicurezza. “Condanno fermamente - afferma il prelato - il comportamento scorretto del gruppo di persone associate all’Hindu Parishad nei confronti dei nostri sacerdoti”. “Invece di molestarli, dovrebbero riconoscere e apprezzare - prosegue mons. Shyamal Bose - il servizio altruista dei missionari cristiani, che hanno dedicato le loro vite all’istruzione, all’assistenza sanitaria e allo sviluppo generale delle persone, indipendentemente dalla religione, dalla casta o dalla comunità”. Da qui l’appello alle istituzioni di governo perché intraprendano azioni legali ferme e appropriate contro i responsabili, per garantire la sicurezza di tutti i cittadini. “Stanno cercando di spaventare la comunità cristiana. Tuttavia, rimaniamo fermi nella nostra fede e nel nostro impegno a servire la società con amore, pace e dignità. Non saremo intimiditi - conclude il vescovo - da minacce o atti di molestie”.
(di Nirmala Carvalho 3 agosto 2026 AsiaNews)
INDIA - Chhattisgarh, arrestato attivista cristiano per un commento su Facebook
Arun Pannalal, 75 anni, presidente del Chhattisgarh Christian Forum, è accusato di aver offeso i sentimenti religiosi indù. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un uso politico delle norme contro l’incitamento religioso. Crescono le pressioni sulla minoranza cristiana nello Stato.
È stato arrestato a Raipur, capitale dello Stato indiano del Chhattisgarh, Arun Pannalal, presidente del Chhattisgarh Christian Forum e noto attivista per i diritti della minoranza cristiana. L’uomo, 75 anni, è stato fermato nella notte tra il 7 e l’8 agosto dopo una denuncia presentata da un esponente del Bharatiya Janata Party (BJP) per un commento pubblicato su Facebook ritenuto offensivo nei confronti della religione indù.
Secondo la polizia, Pannalal avrebbe scritto un commento “altamente offensivo” sotto un post dedicato al culto dello Shivling (Shiva Lingam), simbolo associato al dio Shiva. A denunciarlo è stato il portavoce del BJP Amit Chimnani. La polizia di Raipur ha quindi registrato una First Information Report (FIR), l’atto con cui in India viene formalmente avviato un procedimento penale. Le accuse si basano sulle disposizioni del Bharatiya Nyaya Sanhita, il codice penale entrato in vigore nel 2024: l’articolo 196, relativo alla promozione dell’inimicizia tra diversi gruppi; l’articolo 299, che punisce gli atti deliberati e malevoli volti a offendere i sentimenti religiosi; e l’articolo 352(2), relativo all’insulto intenzionale con l’obiettivo di provocare una violazione della pace.
Pannalal è stato arrestato venerdì sera 7 agosto e il giorno successivo è comparso davanti a un magistrato, che ne ha disposto la custodia giudiziaria. Nella notte dell’arresto alcuni membri del Bajrang Dal, tra le organizzazioni più radicali, hanno manifestato davanti all’abitazione di Pannalal a Raipur. La polizia è intervenuta per disperdere i manifestanti e ha mantenuto una presenza nell’area.
La vicenda ha suscitato la protesta di organizzazioni per i diritti umani e di esponenti della società civile. In una lettera diffusa il 10 agosto, diversi attivisti, tra cui John Dayal e il gesuita Cedric Prakash, hanno espresso “profonda preoccupazione” per l’arresto, definendolo un tentativo di mettere a tacere una voce impegnata nella difesa delle minoranze. Gli autori della lettera chiedono il rilascio su cauzione di Pannalal e un procedimento giudiziario trasparente e libero da pressioni politiche.
“Il ministro capo del Chhattisgarh, Vishnu Deo Sai, ha già dichiarato pubblicamente Pannalal colpevole, definendo le sue affermazioni lesive del Sanatan Dharma prima ancora che un tribunale abbia esaminato la questione. Quando il capo di un governo statale esprime un giudizio preventivo su un procedimento penale a carico di un attivista appartenente a una minoranza poche ore dopo il suo arresto, la presunzione di innocenza è già stata sepolta e la custodia giudiziaria diventa una formalità”, si legge nella lettera. “Questo arresto non può essere considerato isolatamente. Esso avviene mentre il Chhattisgarh applica con crescente severità la sua nuova legge anti-conversione, mentre l’Orissa rende omaggio a coloro che sono stati coinvolti nelle violenze anticristiane a Kandhamal e mentre, uno dopo l’altro, gli Stati stringono il cappio attorno alla pratica religiosa delle minoranze e al dissenso”, continua il documento facendo riferimento alle violenze inter-comunitarie del 2008 e alla recente decisione di dedicare un ospedale a uno degli estremisti indù che rimase ucciso negli scontri.
Pannalal è tra le figure che più di frequente hanno denunciato le pressioni e le aggressioni contro i cristiani nel Chhattisgarh, in particolare nelle aree rurali e tribali. Negli ultimi anni il Chhattisgarh ha registrato una crescita delle tensioni attorno alle comunità cristiane. In diverse aree dello Stato i gruppi estremisti hanno interrotto celebrazioni cristiane e contestato l’attività delle chiese domestiche, accusate di favorire le conversioni forzate, un tema da tempo utilizzato dall’estrema destra contro le minoranze religiose. A maggio, nel distretto di Sukma, un gruppo di oltre 60 cristiani è stato aggredito durante una celebrazione domenicale, quando una folla di circa 100 persone ha fatto irruzione nella chiesa chiedendo ai fedeli di rinunciare alla loro fede. Circa 30 persone sono rimaste ferite.
La questione delle conversioni è diventata ancora più delicata dopo l’approvazione della nuova legge sulla libertà religiosa del Chhattisgarh. Il provvedimento, entrato in vigore ad aprile, introduce norme più severe contro le conversioni ottenute con forza, frode, coercizione, influenza indebita o incentivi. Prevede inoltre un obbligo di notifica preventiva alle autorità e pene particolarmente pesanti nei casi considerati più gravi, comprese le conversioni di massa. Le organizzazioni cristiane hanno contestato il provvedimento sostenendo che alcune definizioni sono troppo ampie e rischiano semplicemente di favorire ulteriori abusi contro le minoranze.
(di Nirmala Carvalho 11 agosto 2026 AsiaNews)
INDIA - per i dalit cristiani e musulmani resta la ferita della discriminazione
Abrogare l’articolo 3 del decreto presidenziale, in vigore dal 10 agosto del 1950, che nega lo status di casta riconosciuta alle due comunità. È la richiesta che viene ancora una volta inoltrata al governo di Nuova Delhi in occasione dell’odierno triste anniversario, una giornata definita Black Day per gli ultimi, gli “intoccabili” nella società indiana
«Il 10 agosto è ancora una “giornata nera”, una giornata in cui si riapre la ferita della discriminazione e dell’esclusione. La richiesta che ripresentiamo oggi al governo è di abrogare l’articolo 3 del decreto presidenziale del 10 agosto 1950 che nega lo status di “casta riconosciuta” ai dalit cristiani e musulmani»: è quanto ricorda in un colloquio con i media vaticani il francescano padre Nithiya Sagayam, dell’Ordine dei frati minori cappuccini, segretario della Commissione per le tribù e caste riconosciute (Scst, la definizione ufficiale di diversi gruppi etnici o sociali storicamente svantaggiati, ndr) nel Consiglio dei vescovi cattolici del Tamil Nadu, rilanciando l’appello che la comunità cristiana indiana pone in occasione di una giornata definita appunto Black Day per i dalit, gli ultimi, gli “intoccabili” nella società indiana.
Un giorno di grande dolore per cristiani e musulmani
Il 10 agosto, spiega padre Nithiya, «è un giorno di grande dolore per i cristiani e i musulmani dalit in India. In questo giorno del 1950, l’allora presidente dell’India emanò un decreto che concedeva diritti speciali ai dalit, le fasce più svantaggiate della società, al fine di aiutarli nella promozione umana e nello sviluppo». Il decreto, riferisce, «permette loro di ottenere quote speciali e un accesso privilegiato nel campo dell’istruzione, dell’occupazione e del welfare». Ma allora, prosegue Sagayam, «con un atto discriminatorio su base religiosa, vennero esclusi da questi benefici i dalit cristiani e musulmani. Per questo motivo da oltre settantacinque anni le comunità cristiane organizzano manifestazioni e incontri di sensibilizzazione delle coscienze, chiedendo parità di diritti e di opportunità». Anche nel 2026 la comunità cristiana in Tamil Nadu, uno degli stati indiani dove la concentrazione di dalit è tra le più alte, ha pianificato raduni pubblici in diverse località. Vescovi cattolici e di altre confessioni, leader religiosi, rappresentanti politici e della società civile vi prendono parte accanto a sacerdoti, religiosi e laici, che presenteranno un memorandum alle autorità civili.
Una storia antica
La vicenda affonda le radici in una storia più antica. Il sistema delle caste, sviluppatosi nei secoli nel subcontinente indiano attraverso una complessa stratificazione sociale, ha prodotto forme profonde di emarginazione. Con l’indipendenza e la Costituzione del 1950, l’India avviò politiche di tutela delle comunità storicamente svantaggiate, legandole all’appartenenza all’induismo. Nel 1956 le tutele furono estese ai dalit sikh e nel 1990 ai dalit buddhisti, mentre cristiani e musulmani vennero esclusi. Questa disparità viene contestata dalla Chiesa: la conversione al cristianesimo o all’islam, si nota, non cancella l’emarginazione sociale ed economica ereditata dalla propria origine. Un organismo indipendente come la Commissione Ranganath Misra nel 2007 raccomandò di rivedere l’ordinanza e di rendere i benefici indipendenti dalla religione professata ma il governo indiano finora non ha dato seguito a quei suggerimenti.
Tra rinnovamento e giustizia
Per i cattolici indiani la questione interpella direttamente la fede: «È nostra responsabilità promuovere il rinnovamento e la giustizia — osserva padre Sagayam — ricordando che Dio è un Padre che ama tutti i suoi figli allo stesso modo, senza distinzione di casta, colore o classe». La discriminazione, infatti, dice il frate francescano, può sopravvivere a volte anche all’interno delle comunità cristiane, dove si notano, in alcuni casi, segregazione in luoghi di culto, aree separate nei cimiteri, minori opportunità nelle scuole, scarsa presenza dei dalit nei ruoli di responsabilità. La celebrazione del 10 agosto diventa così anche un esame di coscienza. Nell’eucaristia, afferma il sacerdote, la Chiesa è chiamata a mostrarsi come una famiglia «e il principio di san Paolo, “tutti sono uno in Cristo Gesù”, diventa una via concreta da seguire». In tale prospettiva padre Nithiya richiama gli inviti di Papa Leone XIV a «non separare la fede dall’amore per i poveri». Ispirati dalle parole del Pontefice — conclude — «diciamo con coraggio: non si può separare la fede dall’amore per i dalit». (di Paolo Affatato Vatican News 10 agosto 2026)
IRAN - guardie davanti alla chiesa evangelica di San Pietro a Teheran
Le autorità iraniane hanno stanziato guardie davanti alla chiesa evangelica di San Pietro a Teheran, la più antica protestante del Paese, un mese dopo che il luogo di culto è stato sequestrato per impedire ai membri di tornare.
Ai capi della chiesa era stato detto che avevano tempo fino al 12 agosto per lasciare i locali; tuttavia, esattamente un mese prima, il 12 luglio, un gruppo di funzionari del ministero dell’Intelligence ha assaltato l’edificio e cacciato a forza gli ultimi residenti rimasti, circa una ventina di famiglie caldee e armene. Anche i restanti locali usati come uffici e appartenenti alla chiesa sono stati sequestrati dagli agenti.
Secondo fonti di Article18, gli ex residenti del complesso sarebbero stati filmati mentre venivano costretti a firmare dei documenti che, si ritiene, sancissero il loro consenso allo sfratto.
Secondo quanto appreso da Article18, la rappresentante assira in parlamento, Sharli Envieh, sarebbe stata coinvolta nell’attività di pressione sui residenti affinché lasciassero le proprie case, minacciandoli di arresto in caso di resistenza.
Come altri rappresentanti delle minoranze etniche in parlamento, il signor Envieh si è spesso schierato a difesa della Repubblica islamica, affermando alle Nazioni Unite lo scorso anno che “tutti godono di pari diritti” in Iran, dopo aver precedentemente definito le chiese evangeliche “ripugnanti” e aver messo in guardia i giovani assiri che partecipavano alle proteste contro il regime.
Due esperti delle Nazioni Unite hanno condannato il sequestro, affermando in una dichiarazione congiunta: “Non si tratta di un incidente isolato, ma del culmine di una lunga serie di misure dirette contro la comunità cristiana iraniana, e in particolare contro il culto cristiano di lingua persiana”.
Sfondo
La chiesa evangelica di San Pietro fu fondata nel 1876. L’edificio e il complesso della chiesa rivestono un’inestimabile importanza storica per la comunità protestante e, trovandosi in una posizione privilegiata nel centro di Teheran, la proprietà ha un grande valore commerciale.
La confisca della chiesa avviene appena un mese dopo che un’altra storica chiesa presbiteriana, a Mashhad, è stata demolita senza preavviso né spiegazioni.
L’attacco alla cattedrale di San Pietro è avvenuto dopo che un’organizzazione statale, l’Esecuzione dell’Ordine dell’Imam Khomeini (EIKO), ha improvvisamente agito per dare esecuzione a un’ordinanza del tribunale emessa quasi 30 anni prima. (…)
La confisca della chiesa di San Pietro è l’ultimo esempio di come il cristianesimo protestante sia stato lentamente e persistentemente soppresso sin dalla fondazione della Repubblica islamica nel 1979, e giunge più di un decennio dopo che la chiesa fu costretta a interrompere le funzioni in lingua persiana per impedire ai convertiti al cristianesimo di parteciparvi.
Un tempo in Iran esistevano circa 50 chiese protestanti, la maggior parte appartenenti alle confessioni presbiteriana, delle Assemblee di Dio e anglicana, ma oggi solo una dozzina è ancora autorizzata a operare e deve predicare nelle lingue delle minoranze etniche, assiro o armeno, e non in persiano. (art18 Citato da Asia News 14 agosto 2026)
CUBA - Caritas continua la distribuzione degli aiuti umanitari: “Non possiamo raggiungere tutti, ma vogliamo essere vicini a chi ha più bisogno”
Nel contesto della prolungata crisi economica che ha aggravato le difficoltà di molte famiglie cubane nell’accesso agli alimenti e ai beni di prima necessità, Caritas Cuba continua la distribuzione degli aiuti umanitari provenienti dagli Stati Uniti e destinati a quanti vivono nelle situazioni di maggiore difficoltà (vedi Fides 15/07/2026).
Il vescovo di Pinar del Río, Juan de Dios Hernández Ruiz, S.J., ha illustrato, in un comunicato diffuso dalla diocesi, la destinazione delle risorse e i criteri stabiliti per la loro distribuzione. «L’aiuto umanitario è l’assistenza offerta alle persone che si trovano in una situazione di crisi estrema, con l’unico obiettivo di salvare vite, alleviare la sofferenza e tutelare la dignità umana», afferma il vescovo, ricordando che si tratta di una risposta di emergenza fondata sui principi di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza.
L’aiuto destinato all’isola prevede un fondo umanitario di 100 milioni di dollari, di cui 60 milioni saranno distribuiti attraverso Caritas Cuba, con il sostegno logistico del Catholic Relief Service (CRS). Secondo quanto spiega il vescovo Hernández Ruiz, queste risorse rispondono alle principali necessità individuate: «l’insicurezza alimentare e le difficoltà nell’accesso all’acqua».
I beneficiari prioritari sono persone e famiglie in condizioni di particolare necessità: anziani che vivono soli, donne in gravidanza o in fase di allattamento con situazioni di rischio accertate, bambini sotto i cinque anni in condizioni di vulnerabilità e persone con disabilità o non autosufficienti. Il vescovo spiega che questi criteri rispondono all’obiettivo di concentrare gli aiuti su quanti si trovano nelle situazioni di maggiore fragilità: «Non si tratta di un programma di assistenza sociale permanente né di un diritto universale. È rivolto a coloro che vivono in una condizione di estrema vulnerabilità», precisa.
Ogni pacco di assistenza comprende prodotti alimentari, articoli essenziali per l’igiene e materiali destinati ad affrontare le difficoltà legate all’accesso e alla conservazione dell’acqua. L’aiuto, sottolinea il vescovo, non vuole soltanto rispondere alle necessità materiali, ma anche esprimere la vicinanza della comunità ecclesiale a quanti attraversano momenti di maggiore sofferenza.
Rispondendo alle domande di alcune persone che non hanno ricevuto questo sostegno, il vescovo riconosce la complessità della situazione: «Come Chiesa, siamo pienamente consapevoli che non possiamo arrivare a tutti, e questa è una realtà che ci fa soffrire». Allo stesso tempo invita a comprendere che la priorità viene stabilita in base al grado di necessità: «Se lei non riceve l’aiuto, non significa che non ne abbia bisogno, ma che ci sono persone in una condizione ancora più critica».
Caritas Cuba e le diocesi coinvolte cercano di rispondere a questa emergenza con un aiuto che, come ricorda il vescovo Hernández Ruiz, vuole «raggiungere i nostri fratelli più bisognosi non solo materialmente, ma anche attraverso la vicinanza e l’affetto».
(LGR) (Agenzia Fides 07/08/2026)
HAITI - Almeno venti persone uccise da bande criminali nel comune di Gressier
Almeno una ventina di persone sono state uccise lo scorso fine settimana nel comune di Gressier, alla periferia della capitale haitiana, Port-au-Prince.
Il fatto più grave risale al 31 luglio quando 18 persone che viaggiavano in motocicletta sono state uccise da membri di “Viv Ansanm” una coalizione di diverse gang criminali. Gli abitanti del luogo sono riusciti a recuperare solo otto corpi, sette dei quali in stato di decomposizione dopo essere stati bruciati dagli aggressori. Altre vittime (alcune provenienti dalla regione del Grand Sud e di passaggio) risultano ancora disperse; i loro familiari non sono in grado di recuperare i corpi. La violenza si è estesa alla città di Échalot, dove case e veicoli sono stati dati alle fiamme.
Le autorità sono criticate per il loro silenzio e la loro inerzia, in particolare per non aver prestato soccorso nel recupero dei corpi, alimentando così un senso di abbandono. Gressier è da anni sotto l’intensa pressione delle bande criminali.
Viv Ansanm (VA) è nato nel settembre 2023 dalla fusione delle gang haitiane G-9 e G-Pèp, guidate da Jimmy Chérizier, ex ufficiale di polizia d’élite della Polizia Nazionale Haitiana (HNP). Dal febbraio 2024, VA ha coordinato offensive su larga scala contro le istituzioni statali, consolidando il controllo su oltre il 90% di Port-au-Prince e espandendosi nei dipartimenti di Artibonite, Centro e Ovest, tre dei dieci dipartimenti di Haiti (sulla gang haitiani vedi anche Fides 10/2/2024 e Fides 17/2/2024). (L.M.) (Agenzia Fides 5/8/2026)
TESTIMONIANZA
HAITI - Non solo violenza e crisi: a Pourcine Pic Makaya la comunità cattolica lavora per portare l’acqua a nuove famiglie
Si tratta di un progetto destinato a incidere profondamente sulla vita quotidiana della popolazione locale. «Abbiamo avviato appena due giorni fa i lavori per prolungare l’acquedotto di circa un chilometro verso il fondovalle», racconta all’Agenzia Fides padre Massimo Miraglio, MI, parroco della parrocchia di Nostra Signora del Soccorso della piccola comunità cattolica di Pourcine Pic Makaya.
“L’acqua proveniente dalla sorgente a monte sarà sufficiente ad alimentare due nuovi punti di distribuzione, consentendo di rifornire anche tre frazioni situate nei pressi del pianoro dove sorge Pourcine. Per molte famiglie questo significherà un cambiamento concreto: bambini e ragazzi, che ogni giorno si occupano di trasportare l’acqua necessaria per la casa, dovranno percorrere distanze più brevi e affrontare una fatica minore”, sottolinea il missionario camilliano.
“L’acqua in arrivo dalla sorgente a monte sarà sufficiente ad approvvigionare i due nuovi punti acqua. Questo faciliterà l’approvvigionamento di tre frazioni limitrofe al pianoro dove si trova Pourcine. Meno fatica per tanti bambini e ragazzi che abitualmente fanno i rifornimenti d’acqua per tutta la famiglia – rimarca il missionario Camilliano.
Pourcine Pic Makaya si trova nell’entroterra montagnoso del dipartimento di Grand’Anse, nei pressi di Jérémie, a circa 290 chilometri da Port-au-Prince. Per la realizzazione dell’opera sono stati assunti diversi abitanti della zona per i lavori di scavo. “Confidiamo di completare l’intervento nel giro di poche settimane. Le nuove fontane non solo renderanno più agevole l’accesso all’acqua potabile, ma contribuiranno anche a prevenire numerose malattie legate all’utilizzo di acqua contaminata”, aggiunge padre Miraglio.
L’assistenza sanitaria resta uno dei settori più fragili del Paese. Un importante segnale di speranza è arrivato con l’inaugurazione, lo scorso 14 luglio, del nuovo Ospedale San Camillo di Jérémie, nato per offrire cure e servizi sanitari di base alla popolazione (vedi Agenzia Fides 15/7/2026).
Queste iniziative si inseriscono in un contesto nazionale ancora segnato da una profonda crisi. Le cronache continuano a essere dominate dalla violenza delle bande armate, dalle tensioni politiche e dalla questione migratoria, mentre persistono gravi emergenze umanitarie, tra cui gli sfollamenti interni, la fame e la crescente vulnerabilità di donne e bambini.
Sul fronte dell’immigrazione, gli haitiani hanno ottenuto una temporanea proroga del Temporary Protected Status (TPS), la cui scadenza era prevista intorno al 24 luglio. Negli Stati Uniti, tuttavia, aumentano gli ordini di espulsione, soprattutto in città come New York, mentre sono stati programmati voli settimanali per il rimpatrio dei cittadini haitiani. Nel frattempo, la violenza delle gang continua a estendere il proprio controllo su vaste aree del Paese, tanto che alcune zone vengono ormai definite “zone di morte”. Per far fronte alla situazione, la Missione multinazionale di supporto alla sicurezza, sostenuta dalle Nazioni Unite, ha chiesto una proroga di due anni del proprio mandato per proseguire le operazioni di contrasto ai gruppi armati.
Secondo gli ultimi dati pubblicati nell’Annuario Pontificio, aggiornati al 2024, la diocesi di Jérémie, nel cui territorio rientra la piccola comunità cattolica di Pourcine Pic Makaya, registra una popolazione pari a 550 mila abitanti su una superficie pari a 1.912 km². Su 375 mila cattolici 3.935 sono battezzati. Ancora, la diocesi conta 63 parrocchie o quasi parrocchie, 93 sacerdoti secolari residenti in diocesi, 5 sacerdoti diocesani ordinati durante l’anno, 5 sacerdoti regolari residenti in diocesi, 28 seminaristi dei corsi filosofico e teologico, 18 membri degli istituti religiosi maschili, 60 membri degli istituti religiosi femminili, 145 Istituti di educazione e 31 Istituti di beneficenza.
(AP) (Agenzia Fides 24/7/2026)
