2026 07 22 Indice globale di persecuzione 2026 (di International Christian Concern ICC)
PAKISTAN - Shahzad e Shama uccisi per blasfemia: tutti assolti dopo 12 anniINDIA - Intimidazioni contro le suore Salesiane nel Bengala Occidentale
GUERRE DIMENTICATE
MYANMAR - Oltre 100mila morti in 5 anni
NIGERIA - Caritas Nigeria: “Occorre proclamare lo stato d’emergenza nel nord-ovest per assistere gli sfollati”
SUDAN - tragedia nel deserto: ritrovati i corpi di 33 persone. Assedio a El Obeid: una crisi umanitaria dimenticata da tutti, ma ancora la più grave a livello internazionale.
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Indice globale di persecuzione 2026 (di International Christian Concern ICC)
Oltre 388 milioni di cristiani in tutto il mondo – ovvero 1 credente su 7 – vivono in condizioni di “elevato livello di persecuzione e discriminazione a causa della loro fede”. Nigeria, Nicaragua, Siria e India citate nell’indice di crescente persecuzione dei cristiani
International Christian Concern (ICC) ha pubblicato il suo Indice globale di persecuzione 2026, che offre un’analisi approfondita delle persecuzioni subite dai cristiani in oltre 20 paesi e raccomandazioni su come i responsabili politici e le organizzazioni possono contrastare le crescenti violazioni.
“L’Indice globale di persecuzione di quest’anno è un monito che ci ricorda come milioni di nostri fratelli e sorelle in Cristo continuino a pagare un prezzo elevato per la loro fede”, ha dichiarato Shawn Wright, presidente dell’ICC, nel comunicato di presentazione del documento.
L’ICC è un’organizzazione senza scopo di lucro che assiste la Chiesa cristiana perseguitata attraverso attività di supporto, difesa e sensibilizzazione in tutto il mondo.
L’indice “Volti dei perseguitati” è stato creato dalla Corte penale internazionale (ICC) poiché, secondo il rapporto, oltre 388 milioni di cristiani in tutto il mondo – ovvero 1 credente su 7 – vivono in condizioni di “elevato livello di persecuzione e discriminazione a causa della loro fede”.
L’indice mette in evidenza i leader dei paesi in cui le persecuzioni si stanno intensificando, tra cui il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu, il presidente nicaraguense Daniel Ortega, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa e il primo ministro indiano Narendra Modi.
L’indice delinea le tendenze in materia di libertà religiosa che favoriscono l’aumento delle persecuzioni, tra cui il nazionalismo religioso, la repressione transnazionale, il controllo statale sulle organizzazioni religiose, il terrorismo, l’autoritarismo, le restrizioni imposte alle donne e l’utilizzo dell’Occidente per perseguitare.
Il rapporto afferma: “Nonostante queste difficoltà, la Chiesa continua a crescere anche negli ambienti più ostili, e la resistenza alla repressione è in aumento, poiché individui e comunità si oppongono all’ingiustizia e rivendicano maggiore libertà”.
«Dietro ogni statistica c’è una persona reale: qualcuno che ha scelto la fedeltà a Gesù al di sopra della sicurezza, del comfort o persino della vita stessa», ha affermato Wright. «La nostra speranza è che questo rapporto non solo informi i decisori e le parti interessate, ma spinga i lettori ad agire con urgenza, convinzione e compassione».
Raccomandazioni per “alleviare il fardello dei cristiani perseguitati”
L’indice descrive dettagliatamente la persecuzione dei cristiani nei paesi africani, latinoamericani, mediorientali, nordafricani, dell’Asia meridionale e del Sud-est asiatico, e offre in particolare raccomandazioni per aiutare i fedeli in Nigeria, Nicaragua, Siria e India.
Mentre i nigeriani affrontano persecuzioni politiche, violenze di massa e altre azioni che favoriscono la persecuzione religiosa nel Paese, la Corte penale internazionale raccomanda indagini immediate e indipendenti sui presunti massacri di fedeli avvenuti nel Paese.
Il documento chiede inoltre alla leadership internazionale di rimuovere gli ostacoli legali, comprese le leggi sulla blasfemia presenti nel paese che criminalizzano le credenze religiose non gradite.
In Nicaragua, la Corte penale internazionale (CPI) rileva che centinaia di sacerdoti, suore e altri operatori religiosi sono scomparsi o sono stati arrestati. Il regime del Paese si impegna inoltre in tentativi sistematici di controllare i sermoni religiosi e i media, e di sorvegliare i membri delle organizzazioni religiose indipendenti.
Per contrastare questi problemi, la Corte penale internazionale raccomanda procedure di asilo accelerate per il clero in esilio e chiede il sostegno finanziario alle parrocchie e alle organizzazioni della società civile chiuse dal regime. Sollecita inoltre l’inasprimento delle sanzioni internazionali contro i funzionari nicaraguensi, compresi i leader del regime Daniel Ortega e Rosario Murillo.
In Siria, nonostante il cambio di governo successivo alla caduta del regime di Assad, le persone religiose si trovano ad affrontare numerose difficoltà. Subiscono rappresaglie, arresti e discriminazioni che impediscono la loro partecipazione ai consigli di governo e negano loro la restituzione delle proprietà.
Nel suo indice, la Corte penale internazionale raccomanda di sostenere i programmi che aiutano le comunità sfollate e proteggono i cristiani presi di mira in Siria. Chiede inoltre che i responsabili dei crimini di guerra commessi sia da Assad che da coloro che gli sono succeduti siano chiamati a risponderne.
Mentre in India le persecuzioni sono in aumento, la Corte penale internazionale sollecita la protezione delle organizzazioni non governative e dei media indipendenti che lavorano per fornire aiuti e per denunciare le persecuzioni ai danni dei gruppi che affliggono i fedeli nel Paese, i quali subiscono attacchi da parte della folla e altri atti di violenza.
(16 luglio 2026 di Tessa Gervasini The Catholic World REPORT)
PAKISTAN - Shahzad e Shama uccisi per blasfemia: tutti assolti dopo 12 anni
La Corte suprema del Pakistan ha annullato anche le ultime condanne per uno dei più gravi episodi di violenza a sfondo religioso avvenuti a Lahore. La coppia cristiana fu colpita a morte nel 2014 nella fornace di mattoni dove lavorava. Avvocato Shawaiz Javed: ‘Battaglia per la giustizia continua’
A quasi dodici anni da uno dei più gravi episodi di violenza di massa a sfondo religioso in Pakistan, la Corte Suprema ha assolto i tre uomini che erano ancora condannati a morte per il brutale omicidio della coppia cristiana Shahzad Masih e della moglie incinta Shama Bibi, avvenuto a Kot Radha Kishan, nel distretto di Kasur a Lahore nel 2014.
La sentenza, emessa in questi giorni da un collegio di tre giudici presieduto dal giudice Malik Shahzad Ahmad Khan, ha annullato le condanne e le pene capitali inflitte a Irfan, Mehdi e Riaz. La Corte ha ritenuto che le debolezze dell’accusa e le incongruenze nelle prove impedissero di dimostrare la colpevolezza degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio.
Shahzad Masih e sua moglie incinta, Shama Bibi (lei cattolica, lui cristiano protestante), operai cristiani di una fornace di mattoni, furono aggrediti a Kot Radha Kishan, nel distretto di Kasur, il 4 novembre 2014. I due vennero falsamente accusati di blasfemia e una folla li linciò e li gettò in una fornace di mattoni, dove furono bruciati vivi (vedi Fides 4/11/2014).
La polizia aprì un’indagine su centinaia di persone (oltre 600 nominativi), tra i quali il proprietario della fornace e l’imam locale. Nel 2016 un tribunale di primo grado condannò a morte 5 imputati (tra cui l’imam locale) e altri 8 ricevettero pene minori per favoreggiamento, mentre gli altri furono prosciolti o non processati. Nel 2019 l’Alta Corte di Lahore ha assolto 2 dei 5 condannati a morte (tra cui l’imam) e ha confermato la pena di morte per i restanti tre. Ha inoltre disposto l’assoluzione di altri 102 imputati nel caso.
Ora, nell’ultimo grado di giudizio, la Corte Suprema ha assolto gli ultimi 3 condannati a morte, concedendo loro il “beneficio del dubbio” per debolezze o incongruenze della pubblica accusa. L’esito finale è questo: non c’è alcun colpevole per l’omicidio della coppia, dato che tutti i principali indiziati e condannati sono stati assolti nel corso degli anni.
Secondo i testimoni, Shahzad e Shama furono picchiati, torturati e infine bruciati vivi nella fornace prima che la polizia potesse intervenire. La loro morte sconvolse il Pakistan e suscitò una vasta condanna internazionale, richiamando l’attenzione sulla vulnerabilità delle minoranze religiose e sui rischi delle violenze collettive alimentate dalle accuse di blasfemia.
Shama e Shahzad hanno lasciato tre bambini. Da allora, la Fondazione “Cecil & Iris Chaudhry Foundation” (CICF) di Lahore si occupa dell’istruzione e della cura dei tre ragazzi orfani (vedi Fides 5/11/2015 e 20/11/2017).
La sentenza ha riacceso il dibattito sul sistema giudiziario pakistano e sulla sua capacità di perseguire efficacemente i casi di violenza religiosa e di linciaggio. L’attivista per i diritti umani Isaac Dominic, di Karachi, ha definito l’uccisione di Shahzad Masih e Shama Bibi uno degli esempi più sconvolgenti di violenza collettiva provocata da accuse di blasfemia. “Il caso - spiega - resta un doloroso promemoria delle devastanti conseguenze dell’intolleranza religiosa e delle persistenti difficoltà nel garantire giustizia in vicende così delicate”.
La tragedia di Kot Radha Kishan resta uno dei più significativi casi di violenza collettiva a sfondo religioso nella storia recente del Pakistan. Sebbene la decisione della Corte Suprema abbia concluso il procedimento penale contro gli imputati, il caso continua a essere citato dalle organizzazioni per i diritti umani come un drammatico monito sulle difficoltà affrontate dalle minoranze religiose e sull’importanza di garantire indagini credibili, processi efficaci e uguale tutela davanti alla legge.
(Asia News di Shafique Khokhar 18 luglio 2026 e Agenzia Fides 17/7/2026)
INDIA - Intimidazioni contro le suore Salesiane nel Bengala Occidentale; la comunità cattolica chiede tutela
Il 12 luglio un gruppo di circa 60 persone ha fatto irruzione nella proprietà della congregazione intimando alle religiose di demolire immediatamente una cappella commemorativa e un cimitero, attualmente in costruzione, minacciando il ricorso alla violenza.
“Profonda preoccupazione” per le intimidazioni subite dalle Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA), le suore Salesiane, a Barasat, località nello Stato indiano del Bengala Occidentale: è quanto esprime in un messaggio inviato all’Agenzia Fides la Conferenza episcopale dell’India (CCBI, che riunisce i vescovi indiani di rito latino), chiedendo alle autorità civili di garantire la sicurezza delle religiose, di far rispettare lo stato di diritto e tutelare i diritti costituzionali di tutte le comunità religiose. Padre Stephen Alathara, portavoce della CCBI, invita “a respingere la violenza e a risolvere eventuali controversie esclusivamente attraverso gli strumenti previsti dalla legge e dai processi democratici”.
Secondo quanto riferito dalle religiose, il 12 luglio un gruppo di circa 60 persone ha fatto irruzione nella proprietà della congregazione intimando alle religiose di demolire immediatamente una cappella commemorativa e un cimitero, attualmente in costruzione, minacciando il ricorso alla violenza. Le FMA precisano che il cimitero, destinato alla sepoltura delle suore della congregazione, aveva ottenuto tutte le autorizzazioni previste dalle autorità competenti prima dell’avvio dei lavori, sotto la precedente amministrazione statale. Ora, dopo il cambio di governo statale, di recente passato al Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista che governa anche a livello federale con il Primo Ministro Narendra Modi, il progetto viene contestato.
In una nota diffusa dopo l’accaduto e inviata all’Agenzia Fides, l’organizzazione All India Catholic Union (AICU), associazione dei laici cattolici indiani, ha condannato l’aggressione denunciando che “le suore sarebbero state intimidite e insultate”. Alcuni membri del gruppo, riferisce l’AICU, hanno dichiarato alle religiose: “Il vostro governo non esiste più, ora è il nostro governo”. Il riferimento, spiega l’associazione cattolica, è alle recenti elezioni che hanno visto salire al governo del Bengala Occidentale il BJP. Ma queste parole “rappresentano un tentativo di sostituire le procedure legali con l’intimidazione”, si afferma.
L’AICU collega l’episodio a un quadro più ampio di molestie e violenze contro istituzioni cristiane nello Stato del Bengala Occidentale e richiama il rispetto dei diritti costituzionali delle minoranze religiose, compreso “il diritto di professare la propria fede e amministrare le proprie istituzioni e proprietà”. Per questo l’organizzazione chiede al governo statale di garantire protezione alle suore Salesiane e alle loro opere, di salvaguardare la cappella e il cimitero, già legalmente autorizzati, di perseguire i responsabili delle minacce.
La vicenda si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione della Chiesa cattolica indiana per gli episodi di violenza e intimidazione contro i fedeli, in vari stati del paese, per cui si è intavolato un dialogo con le autorità civili. Nei giorni scorsi una delegazione di cinque vescovi, guidata dal Cardinale Anthony Poola, presidente della Conferenza episcopale dell’India (CBCI, che riunisce i vescovi cattolici indiani di rito latino, siro-malabarese e siro-malankarese), ha incontrato a Nuova Delhi il ministro federale degli Interni Amit Shah, esprimendo perplessità e preoccupazioni riguardo agli episodi di intimidazione e violenza contro fedeli e istituzioni ecclesiali, spesso accompagnati, secondo i Vescovi, da accuse di conversioni forzate.
Come ha riferito il portavoce della CBCI, padre Robinson Rodrigues, il ministro Shah ha assicurato che interverrà personalmente nei casi in cui le autorità di polizia non registrino le denunce presentate dai cristiani. Il Ministro ha inoltre invitato le vittime a segnalare direttamente al suo ministero gli episodi nei quali le forze dell’ordine rifiutino di aprire un procedimento, impegnandosi a garantire che venga fatta giustizia.
Nel colloquio è stato affrontato anche il tema delle modifiche alla normativa sui finanziamenti esteri (FCRA) (vedi Fides 19/6/2026 e 25/6/2026). Su questo tema il ministro ha assicurato che le nuove disposizioni non saranno utilizzate contro le comunità cristiane né avranno effetto retroattivo sulle istituzioni ecclesiali realizzate con fondi provenienti dall’estero.
I cristiani rappresentano circa il 2,3% della popolazione indiana degli oltre 1,4 miliardi di abitanti del Paese.
(PA) (Agenzia Fides, 14/7/2026)
GUERRE DIMENTICATE
MYANMAR - Oltre 100mila morti in 5 anni
Il bilancio diffuso oggi dall’organizzazione ACLED conferma il fallimento della giunta militare nel riportare la stabilità dopo il golpe del 2021. Intanto Pechino spinge per la ripresa della costruzione diga di Myitsone, mentre il regime continua a negare un incontro dell’ASEAN con Aung San Suu Kyi.
A oltre cinque anni dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Myanmar ha superato la soglia dei 100mila morti legati al conflitto. È il bilancio diffuso oggi primo luglio dall’Armed Conflict Location & Event Data (ACLED), una delle principali organizzazioni internazionali che monitorano le guerre nel mondo, secondo cui dall’insediamento della giunta militare guidata dal generale Min Aung Hlaing si contano almeno 100.114 vittime.
Il dato smentisce le promesse dei militari di riportare stabilità dopo aver rovesciato il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi aver indetto elezioni farsa all’inizio di quest’anno. Secondo i dati delle Nazioni unite, oltre 3,7 milioni di persone sono oggi sfollate, mentre più di un abitante su cinque soffre di grave insicurezza alimentare. I bombardamenti aerei della giunta continuano a colpire villaggi, scuole e luoghi di culto, soprattutto nelle regioni di Sagaing, Magway, Chin, Kachin e Rakhine, dove l’esercito tenta di riconquistare territori sotto il controllo delle forze ribelli.
ACLED ha censito oltre 1.200 gruppi armati attivi nel conflitto, definendo il conflitto civile “la guerra più frammentata del mondo”. Accanto alle storiche organizzazioni etniche armeta, operano infatti centinaia di battaglioni del People’s Defence Forces (PDF), nate dopo il colpo di Stato e fedeli al Governo di unità nazionale (NUG) in esilio. Negli ultimi mesi, tuttavia, la situazione militare sembra essersi nuovamente spostata a favore della giunta, anche grazie al maggiore sostegno politico della Cina e agli accordi di cessate il fuoco promossi da Pechino con alcune delle principali organizzazioni etniche.
L’influenza cinese continua a manifestarsi sul piano economico, unico vero interesse di Pechino in Myanmar. Secondo quanto riferito da funzionari governativi citati dalla Reuters, il governo golpista birmano intende rilanciare entro pochi anni la costruzione della controversa diga di Myitsone, nello Stato Kachin, un progetto da almeno 3,6 miliardi di dollari finanziato dalla Cina e sospeso nel 2011 dopo ampie proteste popolari.
L’impianto sorgerebbe alla confluenza dei fiumi Mali e N’Mai, (“myitsone” in birmano significa “confluenza”) e da quel punto in poi il corso d’acqua prende il nome di Irrawaddy, il principale fiume del Myanmar. Con una capacità di sei gigawatt, diventerebbe una delle maggiori centrali idroelettriche del sud-est asiatico. Il progetto prevede anche però che circa il 90% dell’energia prodotta venga esportata in Cina. Chi si oppone al progetto denuncia il rischio di sommergere un’area vasta quasi quanto Singapore. Luoghi considerati sacri dal popolo kachin rischiano di essere sommersi e migliaia di persone rischiano di essere sfollate, un modus operandi che la Cina ha già utilizzato in Tibet.
La questione è stata affrontata durante la visita compiuta da Min Aung Hlaing in Cina nei giorni scorsi. Le autorità birmane sostengono che le tecnologie cinesi ridurranno i rischi ambientali e sismici. Affermazioni a cui è difficile credere dopo il devastante terremoto che nel marzo 2025 ha colpito il Paese. Quasi 50 organizzazioni locali hanno già chiesto l’abbandono definitivo del progetto, sostenendo che non porterà benefici alla popolazione locale ma soltanto nuovi danni ambientali.
Ieri, inoltre, il regime birmano ha respinto la richiesta dell’inviato speciale dell’ASEAN (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) di incontrare Aung San Suu Kyi, la leader democratica deposta nel 2021 e ancora detenuta in isolamento e che di recente ha compiuto 81 anni. Sebbene la giunta abbia dichiarato nei mesi scorsi di averla trasferita agli arresti domiciliari, il figlio, Kim Aris, ha più volte ribadito di non aver ricevuto alcuna prova credibile che confermi la notizia: “Le uniche informazioni che riceviamo sono che la sua salute continua a peggiorare”, ha dichiarato da Londra.
(Asia News 1 luglio 2026)
NIGERIA - Caritas Nigeria: “Occorre proclamare lo stato d’emergenza nel nord-ovest per assistere gli sfollati”
Dichiarare lo stato d’emergenza nella regione nord-occidentale della Nigeria a causa dell’instabilità provocata dal banditismo e dal terrorismo jihadista. È quanto ha chiesto il responsabile del programma per il buon governo di Caritas Nigeria, Jude Akwo, al governo federale di Abuja, al fine di aiutare le popolazioni dell’area, costrette alla fuga a causa delle violenze commesse da jihadisti e banditi.
Akwo ha lanciato l’appello nel suo intervento a un seminario di una giornata dedicato al dialogo politico, svoltosi a Sokoto, capitale dell’omonimo Stato nel nord-ovest della Nigeria.
Secondo Akwo, una dichiarazione formale dello stato d’emergenza permetterebbe di avviare una risposta umanitaria coordinata, simile a quella attuata nel nord-est, attivando l’intervento delle autorità federali e delle organizzazioni umanitarie internazionali. In particolare, consentirebbe di creare campi adeguatamente gestiti per gli sfollati interni nelle comunità devastate dal banditismo e dal jihadismo.
Il responsabile di Caritas Nigeria ha sottolineato che, al momento, la maggior parte degli insediamenti per sfollati interni nella regione è informale e priva di infrastrutture e di protezione di base, lasciando queste persone, in particolare donne e bambini, indifese ed esposte a ulteriori abusi.
Akwo si è poi soffermato sul contributo delle donne nel sostegno alle comunità vittime delle violenze. “Vogliamo andare oltre la narrazione della vittimizzazione femminile”, ha affermato. “I nostri risultati dimostrano che le donne svolgono un ruolo significativo nei meccanismi di allerta precoce e di risposta tempestiva. Hanno sviluppato strategie a livello comunitario per rispondere ai conflitti e si sono prese cura di bambini e famiglie i cui parenti sono stati rapiti”.
“Le donne – continua Akwo – hanno creato reti di supporto che si prendono cura dei sopravvissuti. Attraverso gruppi di risparmio e prestito a livello di villaggio, contribuiscono ad aiutare le famiglie colpite e, in alcuni casi, raccolgono persino denaro per pagare i riscatti”.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), alla fine del 2025 sono stati identificati 2.333.190 sfollati interni, appartenenti a 478.229 nuclei familiari, nel nord-est della Nigeria, dove è stato proclamato lo stato d’emergenza umanitaria.
Sempre secondo i dati della IOM, nell’ottobre 2025 nel nord-ovest della Federazione si contavano 1.378.124 sfollati interni. La IOM indica come principali cause dello sfollamento il banditismo armato e i rapimenti (54%), gli scontri tra agricoltori e pastori (33%), i conflitti tra comunità (7%), i disastri legati al clima (3%) e l’insurrezione jihadista (2%). (L.M.) (Agenzia Fides 20/7/2026)
SUDAN - tragedia nel deserto: ritrovati i corpi di 33 persone. Assedio a El Obeid: una crisi umanitaria dimenticata da tutti, ma ancora la più grave a livello internazionale.
Dopo oltre due mesi dalla morte, il ritrovamento è avvenuto soltanto nei giorni scorsi, accanto al veicolo fermo tra Mellit, nel Darfur settentrionale, e lo Stato del Nord. Tra le vittime c’è anche un’insegnante con cinque dei suoi figli: stava cercando di raggiungere il nord del Paese per permettere ai bambini di riprendere gli studi, interrotti da oltre quattro anni di guerra
Viaggiavano su un autobus partito a metà maggio dal Darfur meridionale, ma il mezzo si è guastato lungo la rotta verso Al Dabba e per i passeggeri non c’è stato scampo: così 33 persone, in gran parte donne e bambini, sono morte dopo essere rimaste intrappolate nel deserto del nord del Sudan. Erano lì, ferme, nel silenzio del mondo, da oltre due mesi.
Il ritrovamento dei 33 corpi
I corpi sono stati ritrovati soltanto nei giorni scorsi, accanto al veicolo fermo tra Mellit, nel Darfur settentrionale, e lo Stato del Nord. Tra le vittime c’è anche un’insegnante con cinque dei suoi figli: stava cercando di raggiungere il nord del Paese per permettere ai bambini di riprendere gli studi, interrotti da oltre quattro anni di guerra. Secondo i familiari, la maggior parte dei passeggeri erano donne accompagnate da bambini piccoli, morti di sete nel deserto.
Prosegue il dialogo tra Egitto e Usa sul Sudan
Così, mentre il conflitto continua a provocare tragedie anche lontano dal fronte, la crisi sudanese è stata al centro di colloqui al Cairo tra il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, e il consigliere del presidente Usa, Donald Trump, per gli Affari arabi e africani, Massad Boulos. Abdelatty ha ribadito la necessità di raggiungere un cessate il fuoco duraturo, rafforzare gli aiuti umanitari e avviare un processo politico inclusivo guidato dai sudanesi. Da parte sua, Washington ha confermato l’intenzione di mantenere uno stretto coordinamento con l’Egitto sul dossier sudanese, insieme a quelli di Libia, Libano e Corno d’Africa.
Gli occhi su El Obeid
La situazione più urgente continua a riguardare El Obeid, capitale dello Stato del Kordofan settentrionale e una delle città più importanti del Sudan centrale perché si trova lungo le direttrici che collegano Khartum, il Darfur e il sud del Paese. Il 3 luglio l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, intervenendo al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra, aveva detto che i segnali sono “chiari e inequivocabili”: in Sudan si sta consumando “un’altra catastrofe in materia di diritti umani”. Pochi giorni dopo, Save the Children ha riferito di oltre 5.500 i bambini costretti a lasciare le proprie case nelle ultime due settimane a causa dell’escalation delle violenze a El Obeid. Gli sfollati nella città e nelle aree circostanti hanno ormai superato le 11.000 persone. L’organizzazione avverte inoltre che fino a mezzo milione di civili rischia di rimanere coinvolto nelle ostilità: gli attacchi con droni, la distruzione di infrastrutture essenziali e il progressivo isolamento della città stanno aggravando una crisi umanitaria già drammatica. Dimenticata da tutti, ma ancora la più grave a livello internazionale.
(Vatican News 20 luglio 2026)
