2026 07 08 PAKISTAN - Una vita stroncata da una falsa accusa di blasfemia: muore in carcere un cattolico

MOZAMBICO - il vescovo di Pemba ad ACS: «I jihadisti vogliono un califfato a Cabo Delgado. Il silenzio è pericoloso» REPORTAGE: In Mozambico, tra gli scampati all’inferno degli Shabaab che vivono senz’acqua nella savana
ETIOPIA - Il vescovo del Tigrai: «L’assedio dopo il genocidio. I cattolici ora sono a rischio»
ISRAELE - Attacchi contro i cristiani in Israele: oltre 80 casi in tre mesi
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PAKISTAN - Una vita stroncata da una falsa accusa di blasfemia: muore in carcere un cattolico

La comunità cattolica di Lahore piange Amir Peter, 60enne cattolico pakistano, venuto a mancare il 1° luglio 2026 nell’infermeria del carcere a causa di gravi complicazioni mediche insorte durante la detenzione. Il suo caso aveva creato grande amarezza e sofferenza: Amir Peter, fratello di sangue di padre Henry Paul OFM Cap, parroco della Chiesa di San Francesco a Lahore, era stato falsamente accusato di blasfemia da alcuni commercianti locali il 19 luglio 2025 e successivamente arrestato. Le sue condizioni di salute si erano aggravate durante la detenzione e, in un anno di carcere, la sua salute è continuamente peggiorata.
I frati Cappuccini di Lahore e l’organizzazione “Christians’ True Spirit” gli avevano fornito assistenza legale, presentando una richiesta di cauzione per motivi di salute, a causa delle gravi condizioni fisiche e mentali. L’uomo è deceduto prima che il suo caso potesse essere risolto. La comunità cattolica «piange la perdita di un uomo la cui vita è stata tragicamente stroncata da un processo legale viziato», rileva all’Agenzia Fides p. Qaiser Feroz, OFM Cap, portavoce della Conferenza episcopale del Pakistan, esprimendo le condoglianze alla sua famiglia e in particolare a p. Henry Paul. «Le sue condizioni sono state ignorate e gli è stata negata l’assistenza medica urgente di cui necessitava», rileva.
Celebrando le esequie ieri, 2 luglio, nella chiesa di san Giuseppe a Lahore, l’Arcivescovo di Lahore, Khalid Rehmat OFM Cap, ha affermato: «Amir Peter è rimasto saldo nella sua fede fino all’ultimo respiro. Ha vissuto tutta la sua vita secondo i valori del Vangelo, è sempre stato fedele alla Chiesa. La sua testimonianza di fedeltà a Dio è un esempio per i suoi figli e per tutti noi». Padre Henry Paul OFM Cap, fratello minore di Amir Peter, ha dichiarato: «Ringraziamo Dio per il dono della fede profonda che aveva Amir, per cui ha vissuto tutta la sua vita con semplicità e umiltà», esprimendo gratitudine a sacerdoti, religiosi e fedeli per le loro preghiere e le parole di conforto ricevute.
In un altro recente caso, ha avuto invece un esito favorevole - dopo un anno di tribolazione - la vicenda di Nadeem Masih, un cattolico pakistano cieco dalla nascita e con disabilità motoria, arrestato nel 2025 dopo un’accusa di blasfemia da parte di colleghi musulmani e rimasto in carcere per circa 10 mesi. Nei giorni scorsi il giudice di primo grado ha stabilito che le prove a suo carico erano insufficienti e che l’accusa era “fabbricata ad arte”, assolvendolo e disponendo il rilascio dell’uomo.
Commenta a Fides p. Feroz: «Tali casi, che toccano anche la comunità cattolica, confermano che la legge sulla blasfemia in Pakistan viene costantemente abusata e manipolata con false accuse, formulate per vendette personali. Chiediamo al governo pakistano di adottare misure adeguate per proteggere la vita di tutti coloro che vengono falsamente accusati e incarcerati senza alcuna indagine o prova».
(PA) (Agenzia Fides 3/7/2026)

MOZAMBICO - il vescovo di Pemba ad ACS: «I jihadisti vogliono un califfato a Cabo Delgado. Il silenzio è pericoloso»
Non è una guerra qualunque. È un progetto. Parola di mons. António Juliasse, vescovo di Pemba, che in un messaggio inviato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) rompe ogni ambiguità: i jihadisti che insanguinano la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, non stanno combattendo per il territorio. Stanno costruendo un califfato.

«I segnali ci sono tutti. Parlano apertamente di un califfato. Quando incontrano le persone, quando rapiscono le vittime, è questo che dicono: che stanno lavorando per un califfato».

Cabo Delgado, otto anni di guerra: i numeri di una crisi ignorata
L’insurrezione jihadista nella regione è iniziata nel 2017. Da allora, i combattimenti hanno causato oltre 6.300 morti e costretto più di un milione di persone a lasciare le proprie case.
Se all’inizio i miliziani prendevano di mira edifici militari e governativi, negli ultimi anni la loro violenza ha assunto una connotazione sempre più anticristiana, in una regione a maggioranza musulmana. Il bilancio per la comunità cattolica è devastante: oltre 300 fedeli uccisi, molti mediante decapitazione, e almeno 117 edifici ecclesiastici distrutti — cappelle, chiese storiche, tra cui la missione di San Luigi di Montfort, fondata nel 1946 e data alle fiamme fino alla completa distruzione alla fine di aprile.

L’odio sta dividendo quello che la religione aveva unito
Ciò che preoccupa di più il vescovo Juliasse non è solo la violenza fisica, ma quello che sta accadendo nel tessuto sociale di Cabo Delgado. La retorica jihadista sta erodendo secoli di convivenza.
«Ciò che mi preoccupa è il discorso d’odio che accompagna tutta questa violenza. Per molto tempo la religione è stata uno degli aspetti che facilitavano la convivenza, ma ora sta diventando un ostacolo, sta iniziando a dividere».
Un esempio concreto e doloroso: «Nei villaggi di Cabo Delgado, i cristiani partecipavano ai funerali dei musulmani e viceversa; ora invece questo comincia a essere messo in discussione, e non per responsabilità dei cristiani».
L’appello del vescovo è diretto al Governo e all’intera società mozambicana: «È qualcosa che dovrebbe preoccupare prima che sia troppo tardi».

Il silenzio è sempre pericoloso
Mons. Juliasse non risparmia una critica alla gestione pubblica della crisi. Il silenzio delle istituzioni — che pure può nascere da prudenza — rischia di essere letto come indifferenza verso chi soffre.
«Il silenzio è sempre pericoloso. È difficile da interpretare e genera confusione. Per questo ho sempre detto che dobbiamo affrontare la situazione, parlare, guidare le persone, dire loro che cosa bisogna fare, che cosa possono aspettarsi e che cosa il popolo può fare insieme. Dobbiamo affrontare questo dibattito come nazione, ma non credo che lo stiamo gestendo nel modo corretto».

La Chiesa: “Le armi non bastano, serve il dialogo”
La risposta militare all’insurrezione non è sufficiente. È questa la posizione della Chiesa in Mozambico, espressa in una nota pastorale recente citata dal vescovo.
«Dobbiamo trovare strade diverse, compresa una che il Mozambico conosce già bene: la via del dialogo. Il popolo mozambicano deve dialogare affinché questa guerra possa finire».
Una prospettiva che tiene conto anche di chi impugna le armi: «Molti di coloro che combattono nelle foreste sono mozambicani, sono figli di questa terra, ne fanno parte. Ci possono essere alcuni stranieri, ma dobbiamo dialogare e avere il coraggio di affrontare questa realtà».
(ACS Italia Giugno 11, 2026)

REPORTAGE
In Mozambico, tra gli scampati all’inferno degli Shabaab che vivono senz’acqua nella savana
A Cabo Delgado, centinaia di profughi nel nulla dopo che i miliziani islamisti hanno bruciato il loro villaggio e la chiesa. «Mendichiamo un po’ di farina». Il colera incombe
di Luca Foschi, Nannona (Cabo Delgado)

«La notte dell’8 maggio hanno fatto irruzione. I primi erano disarmati, si fingevano smarriti. Poi sono arrivati gli altri. Hanno ucciso cinque uomini, decapitandoli. Hanno bruciato le case e la chiesa. Non rimane più nulla». Zacaria Alfredi Bilali è il capovillaggio di Namaguil, una manciata di case di fango a venti chilometri da Nannona, nella provincia mozambicana settentrionale di Cabo Delgado, la più arretrata del secondo Paese più povero al mondo. Nel distretto di Ancuabe, come in tutto il Cabo, dal 2017 imperversa Ansar al-Sunna, lo Stato islamico del Mozambico. I feroci attacchi degli Shabaab (i “ragazzi”) hanno causato nel solo mese di maggio lo sfollamento di almeno 12.000 persone. Alcune fra queste sono ospitate a Nannona, in un’area concessa dal capovillaggio Mussa e strappata alle sterpaglie con il fuoco, dove gli uomini riproducono le abitazioni tradizionali per dar riparo alle donne e i bambini. Un perimetro di pali di legno innestati nella terra e accompagnati orizzontalmente da più file di canne, griglia riempita di pasta di fango e sormontata dal “makuti”, le foglie di palma di cocco essiccate e cucite in pannelli. «Non torneremo mai al villaggio», è l’opinione unanime.
«Prendono tutto ciò che ha valore, il cibo, soprattutto le bestie – racconta Pedro –. Per fortuna siamo riusciti tutti a fuggire, attraversando la foresta. Solo quattro donne anziane sono rimaste. Quando siamo tornati, pochi giorni dopo, le abbiamo trovate affamate, terrorizzate, ma vive». «Come sopravviviamo? Chiediamo un po’ di farina e di manioca agli abitanti di Nannona – aggiunge Arturo –. Fino a oggi nessuno del governo si è presentato per aiutarci. Abbiamo perso i documenti, non abbiamo cibo, né acqua, né energia per lavorare. Arriverà il momento in cui saremo costretti a rubare?», si chiede. Quasi cento anime si raccolgono intorno al registratore. Riascoltano la loro tragedia, ringraziano chi li ha accolti, invocano disperatamente aiuto. È tutto Cabo Delgado ad averne bisogno. (…)

Non esiste corrente elettrica, né sistema idrico. È una fortuna per la puerpera la visita di un parente cittadino, potrà per un giorno placare la sete senza ricorrere all’acqua del pozzo, dove si annidano le infezioni, il colera. In questo sofferente teatro d’abbandono sono nati e operano gli Shabaab. Poche centinaia, forse un migliaio di miliziani ben addestrati che dal fitto della foresta muovono verso la “machamba”, il coltivato, e raggiungono i villaggi per distruggere, uccidere, stuprare, rapire con la prospettiva del riscatto e della schiavitù, sermoneggiare il delirio fondamentalista ai contadini raccolti sotto la minaccia del kalashnikov e del machete. I cristiani, e soprattutto i musulmani. Colpiscono e si rintanano nella foresta ad Ancuabe, Macomia, Montepuez per controllare o estorcere dazi alle miniere di oro, rubini e grafite, si spingono fino alle frange settentrionali di Nampula, premono dal mare e dalla terra, grazie alle retrovie tanzaniane, su Mocimboa da Praia, dove tutto è cominciato nei primi anni duemila.

Oggetti sfuggenti anche per l’accademia, le poche pubblicazioni compongono frammenti, si appellano al convergere di più fattori: «Ansar al-Sunna nasce nelle etnie dei Makhwa e Kimwani, emarginate dai processi economici e politici sin dal 1975 da parte della minoranza Makonde, che ha espresso buona parte dei guerriglieri della lotta anti-colonialista. L’islamismo radicale è una soluzione che collide anche con l’islam tradizionale, da sempre alleata all’élite politica del partito egemonico, Frelimo», spiega Luca Bussotti, professore in Studi africani all’Università tecnica del Mozambico, nella capitale Maputo. Stati inventati dall’Europa imperiale, emarginazione, fallimento dei sogni di giustizia internazionalisti, fondamentalismo. Oggi i governi sorvolano, troppi interessi, troppe colpe per immergere con coraggio la politica nel cuore di tenebra. L’offensiva dilagante del 2021 è stata respinta dall’esercito mozambicano grazie al supporto degli eserciti della Comunità di sviluppo del Sud Africa e soprattutto del Ruanda. Lo Stato islamico è regredito nel numero dei combattimenti, tornando alla carsica e feroce guerriglia. La presenza dei 4.500 uomini di Kigali, pagati dall’Unione Europea, si concentra nell’area di Palma dove sono sorti o sorgeranno i siti di estrazione offshore di gas naturale di Eni e Total.
«Per arrivare nella penisola di Arfungi, dove opera Total, bisogna superare quattro check-point. Gli imprenditori locali e la popolazione non beneficiano in nessun modo del processo di estrazione. Tutti i tecnici e gli operai vengono da fuori. I soldi derivanti dai diritti finiscono alle oligarchie di Maputo. Ai contadini espropriati vengono concessi risarcimenti ridicoli. Il turismo è morto. Molte persone nel nord di Cabo Delgado non hanno mai visto una carta di identità, si identificano più con la Tanzania che con il Mozambico. Lo Stato islamico controlla diverse località costiere, distribuisce pesci, riso, denaro, compra la popolazione», racconta Abudo Gafuro, presidente di Kuendeleya, associazione che lavora in tutta la provincia per favorire lo sviluppo economico e sociale, e indaga sulle violazioni dei diritti umani.
Accompagnato dal silenzio dei giornali e dell’opinione pubblica, terrorizzata dalle conseguenze del giudizio, nulla può l’esercito contro i fantasmi esaltati della foresta. (…) È necessario spingersi fino a qui per cogliere nella poesia di Mia Couto, il più grande romanziere mozambicano, il doloroso equilibrio fra incubo e meraviglia. Esiste tuttavia una risposta all’inferno. La troviamo sulla costa, a Pemba.

Ayuba compie tre anni, in collo alla madre è vestito per il giorno di festa. La notizia di una torta si è diffusa per tutto il circondario, nell’oratorio delle suore pastorelle si sono raccolti 470 bambini. Sono cristiani e musulmani, tutti vivono fra le strade di polvere e fame del capoluogo, dove la chiusura dei pozzi comunali ha costretto la popolazione ad abbeverarsi alle sorgenti malsane. Gli ospedali, dove bisogna corrompere per ricevere le cure, sono pieni di persone malate di colera. Accorrono tutti al compleanno, i locali e gli sfollati, i profughi della guerra e chi li ha accolti dividendo la miseria. Il corposo parallelepipedo di panna giace sul tavolo, la massa di bimbi scalzi e laceri riempiono, assaltano e circondano la grande capanna comunitaria. Sarebbe il caos, la prevaricazione, ma le suore e gli educatori dividono la folla subito dopo i canti celebrativi. Prima i piccoli indifesi, poi la prima scolare, infine gli adolescenti.
Sono loro a ricevere per ultimi l’agognato boccone. Una cucchiaiata a testa. Alla rara degustazione quasi si estingue, sul loro volto, il trasognato stupore degli infanti. È fatto di secoli, quel velo di tristezza. (14 giugno 2026 Avvenire)

ETIOPIA - Il vescovo del Tigrai: «L’assedio dopo il genocidio. I cattolici ora sono a rischio»
Tesfaselassie Medhin è eparca di Adrigat, nel nord dell’Etiopia. Quattro anni dopo la fine della guerra civile, la tensione è di nuovo alta. «Niente di quello che fu promesso con gli accordi di pace di Pretoria è stato realizzato»

Le coscrizioni forzate di giovani tigrini, anche minorenni, che l’amministrazione starebbe effettuando per le strade delle città per rimpinguare le forze di difesa regionale sono l’ultimo segnale di una tensione alle stelle in Tigrai, nel nord Etiopia. A tre anni e mezzo dall’accordo di pace siglato a Pretoria, sotto l’egida dell’Unione Africana dal governo federale e da quello regionale, mai rispettato, la situazione sta precipitando. Le alleanze rispetto al conflitto del 2020-2022 si sono ribaltate. Il dittatore eritreo Isayas Afewerki, all’epoca alleato di Abiy contro gli allora comuni nemici del Tplf, partito guida del Tigrai, si è sempre opposto agli accordi di Pretoria e oggi è schierato con l’ala militare del Tplf che ha ripreso a imporsi nella regione. Un’alleanza dettata anche dalla resistenza alle mire di Abiy, premier etiope, sul porto eritreo di Assab per ottenere l’agognato sbocco sul Mar Rosso. Anche le forze regionali di Amhara, che occuparono e tuttora occupano il Western Tigrai, sono oggi in guerra con Addis Abeba e non riconoscono gli accordi di Pretoria. L’ex leader del Tplf Getachew Reda, che firmò gli accordi di pace e guidò l’amministrazione ad interim tigrina fino allo scorso anno, ha fondato un partito contrario alla guerra e ha dovuto lasciare Macallè per trasferirsi ad Addis Abeba dove ha avuto l’incarico di rappresentante del governo per il Corno d’Africa. Gli Stati Uniti stanno prendendo posizioni contraddittorie. Da una parte si sono schierati contro il Tplf annunciando sanzioni e restrizioni nei visti a chi minaccia la pace in Etiopia, dall’altra stanno corteggiando l’Eritrea, considerata importante per controllare il Mar Rosso. Abiy da mesi ha chiuso i rifornimenti bloccando il carburante, l’invio di aiuti umanitari e i salari dei dipendenti pubblici e ha escluso il Tigrai dalle recenti elezioni politiche vinte dal suo partito della Prosperità con il 90% delle preferenze. Gli analisti fanno notare che il governo centrale e quello locale stanno ripetendo le stesse azioni che portarono, a novembre, alla guerra cruenta che ha messo in ginocchio la regione etiope e che la maggioranza dei tigrini non vuole di nuovo.
L’atmosfera ad Adigrat è tesa e incerta. L’Eritrea che ha devastato il Tigrai due anni fa, alleata all’esercito federale, oggi è schierata con i leader tigrini nemici di ieri contro il premier etiope Abiy Ahmed. E ogni giorno potrebbe vedere il ritorno della guerra nella regione settentrionale etiope, ancora una volta, sotto assedio e strangolata. A due ore di auto dal capoluogo Macallè c’è Adigrat, il “paese tra i campi” in tigrino, distesa a 2.400 metri su un altopiano circondato dalle ambe. Qui abbiamo incontrato il coraggioso eparca cattolico del Tigrai, Tesfaselassie Medhin, voce dei senza voce durante la sanguinosissima guerra civile del biennio 2020-2022. Nel novembre 2021 denunciò «la guerra genocida» che si stava consumando nella regione autonoma settentrionale oscurata da un blackout comunicativo ed energetico. Nato 73 anni fa ad Alitena, la città dove San Giustino de Jacobis, “apostolo dell’Etiopia”, prima della colonizzazione italiana, iniziò la sua opera missionaria adottando rito e lingua liturgica locale (il Ge’ez) proseguendola ad Adigrat, oggi l’unico vescovo cattolico del Tigrai – una regione vasta quanto il Nordovest italiano – resta voce di chi non ha voce.

Che situazione sta vivendo il Tigrai?
Questa è una regione dimenticata. Tutti parlano delle guerre di Gaza e dell’Ucraina, che ci rendono molto tristi, ma è molto grave anche quello che sta accadendo qui. Noi abbiamo subito un genocidio tra il 2020 e il 2022, almeno 135 mila donne hanno subito sistematiche violenze di genere, ci sono quasi un milione tra sfollati interni e contadini che vivono in povertà estrema, affamati, assetati, ammalati senza assistenza, e dipendono dal poco aiuto che gli possono offrire le Ong e le organizzazioni della Chiesa cattolica come il Catholic relief service degli Usa e le diverse Caritas. La guerra civile si è fermata nel novembre 2022 grazie agli accordi di pace di Pretoria, ma da oltre tre anni niente di quello che è stato promesso è stato realizzato.

Ad esempio?
Tutte le forze che occupano il Tigrai dovevano andarsene per tornare ai confini regionali del 2019. E così le persone sfollate avrebbero potuto tornare a casa. Poi, le forze di difesa tigrine dovevano consegnare le armi. Invece dopo 3 anni e mezzo, i militari eritrei e le forze regionali Amhara sono rimaste in Tigrai mentre quelle di difesa tigrine non si sono disarmate. Alla popolazione bloccata nei campi per sfollati ormai da sei anni mancano i medicinali, ma tutti non possiamo curarci, né muoverci liberamente senza correre pericoli. I salari sono stati bloccati da Addis Abeba e gli insegnanti, il personale sanitario e i funzionari pubblici non prendono lo stipendio da mesi, di conseguenza i servizi non funzionano. I rifugiati in Sudan e gli sfollati fuggiti dal Western Tigrai (occupato da Amhara ed eritrei, ndr) non possono rientrare e le scuole non sono operative. Una generazione intera sta crescendo nell’ignoranza. Siamo di nuovo sotto assedio, strangolati. La situazione ci spaventa molto, i rapporti tra Addis Abeba e il governo regionale del Tigrai guidato dal Tplf (storico partito guida tigrino e nazionale fino al 2018, ndr) sono peggiorati molto. Abbiamo 50 scuole cattoliche chiuse nelle aree rurali. Mi arrabbio quando penso a cosa sta succedendo ai nostri bambini, ad esempio nell’area degli Irob, zona di confine con l’Eritrea occupata in parte dall’esercito di Asmara dove c’è la maggioranza delle parrocchie cattoliche. La ferita sanguina profondamente. Siamo a un punto chiave della storia dei cattolici in Tigrai: dopo 180 anni di costruzione della Chiesa, o ci risolleviamo e andiamo avanti o siamo destinati a sparire.

Si sente parlare di coscrizioni forzate dei giovani da parte delle autorità tigrine e molti stanno lasciando la regione. La gente vuole una nuova guerra civile?
No, la gente del Tigrai non la vuole. I giovani se ne vanno perché non c’è famiglia che non abbia perso un parente, io stesso ho avuto 30 parenti massacrati. Sono giochi di potere tra i governi, con gli Usa deboli e l’Ue afona. Il governo centrale ha messo differenti gruppi uno contro l’altro: amhara contro tigrini, tigrini contro eritrei oromo contro amhara. Le tensioni sono fortissime in Tigrai.

Qual è la via della pace?
L’unica soluzione è applicare gli accordi di Pretoria che sono molto chiari. Sono sei anni che il Tigrai è escluso dalla vita politica nazionale e non abbiamo partecipato per ragioni di sicurezza nemmeno alle ultime elezioni del mese scorso. Se il premier Abiy restituisce al Tigrai quello che gli è dovuto può esigere un’alleanza per trovare un accordo negoziale con l’Eritrea e avere uno sbocco al mare. Ma non sta tenendo azioni di riconciliazione e il Tplf sta tessendo nuove alleanze con l’Eritrea nonostante quello che è successo durante la guerra.

Che tributo hanno pagato e stanno pagando le donne tigrine?
Le statistiche di violenze di genere sono terribili, così come le conseguenze fisiche e psichiche. Per noi le storie sono le persone incontrate. Spesso hanno subito stupri collettivi e gravidanze forzate. Nei genitali di molte donne sono stati inseriti oggetti per renderle sterili a vita.

E sono stigmatizzate?
Si. Penso a una madre di tre figli che ho conosciuto, presa per strada da un gruppo di soldati e stuprata. Non è più tornata dalla famiglia, e gira con i suoi tre bambini in condizioni fisiche difficili. Non riesce più a stare seduta e soffre di anemia. L’abbiamo portata in ospedale perché ha bisogno di comprare costose borse di sangue e non riesce a sfamare i figli. La aiutiamo noi per quel che possiamo, è stata abbandonata anche dai suoi dopo essere stata orribilmente violentata.

E i traumi psichici?
Ne soffriamo tutti, siamo tutti sopravvissuti per miracolo a due anni terribili di guerra e questo porta conseguenze pesanti. I livelli di povertà dei bambini più piccoli sono devastanti ed è stato colpito lo spirito creativo e commerciale dei tigrini. Queste tensioni, i pericoli di una nuova guerra, il blocco dei servizi pubblici e la povertà conseguente sono traumatici. Ho intenzione di creare qui il ministero cattolico per la salute mentale introducendo i programmi dell’associazione internazionale che lo ha creato per aiutare a superare con l’ascolto, il counseling e le cure lo stigma e la discriminazione. Chiedo alla Chiesa italiana di starci ancora vicina. Stiamo lottando per sopravvivere. (di Paolo Lambruschi, inviato ad Adigrat (Etiopia) - Avvenire 6 luglio 2026)

ISRAELE - Attacchi contro i cristiani in Israele: oltre 80 casi in tre mesi
Il rapporto diffuso dal Religious Freedom Data Center (Rfdc) documenta i soprusi e le aggressioni contro i cristiani in Israele nel trimestre aprile-giugno 2026. Episodi che spesso avvengono alla luce del sole, talvolta perpetrati da minori, talvolta incoraggiati dai propri con genitori. E a farne le spese sono le comunità cristiane residenti
Davide Dionisi - Città del Vaticano

Ottantatré atti di molestia in novanta giorni. Di questi, la maggior parte si è verificata a Gerusalemme, per lo più nella Città Vecchia. Si tratta soprattutto di sputi, aggressioni fisiche, minacce e abusi verbali, atti vandalici, lancio di rifiuti e oggetti nei cortili di monasteri, oltre che provocazioni online (recensioni su Google Maps di siti cristiani con versetti biblici che invocano la distruzione di luoghi di culto non ebraici). È quanto emerge dal rapporto, diffuso nei giorni scorsi, del Religious Freedom Data Center (Rfdc) sugli incidenti contro i cristiani in Israele nel trimestre aprile-giugno 2026, curato da Yisca Harani, direttrice dello stesso organismo di ricerca. Si tratta di episodi che spesso avvengono alla luce del sole, in modo dimostrativo, talvolta con genitori che incoraggiano i figli a imitarli. E a farne le spese sono le comunità cristiane residenti.

La suora aggredita sul Monte Sion
“Il 28 aprile scorso una suora è stata spinta a terra sul Monte Sion, ma il picco è stato registrato durante Shavuot, Yom Yerushalayim e la Flag March, oltre che durante la processione d’ingresso del nuovo nunzio apostolico” rivela il report, che segnala una crescente spavalderia e arroganza degli autori, che agiscono apertamente senza timore di conseguenze. “Registriamo una assenza di rappresentazione simbolica cristiana nello spazio pubblico di Gerusalemme (a differenza della forte presenza di simboli ebraici)” continua lo studio di Yisca Harani che raccoglie informazioni dalle istituzioni religiose e dalle comunità cristiane con cui mantiene contatti regolari attraverso una rete di volontari. “Il nostro compito è assistere le vittime nella presentazione di denunce alla polizia e alle autorità competenti, oltre che nella documentazione e nella raccolta delle informazioni relative a ciascun caso. I volontari incaricati dei contatti sul territorio si occupano anche dei casi di deturpazione della segnaletica pubblica, graffiti o atti di vandalismo: seguono la vicenda fino al completamento delle riparazioni, continuando a monitorarla in collaborazione con le autorità competenti. Gli stessi — continua lo scritto — vengono impiegati, in particolare, durante le festività religiose e le processioni cristiane nella Città Vecchia di Gerusalemme, con l’obiettivo di osservare, documentare e contribuire a prevenire gli incidenti”.

Cristiani invisibili nella Città Vecchia
Proprio in seguito all’aggressione subita dalla religiosa sul Monte Sion, è stato attivato un servizio di accompagnamento protettivo per il clero e i religiosi nella Città Vecchia. Il servizio si avvale del supporto dell’Irac (Israel Religious Action Center) che fornisce assistenza legale per le denunce presentate alla polizia per conto dell’Rfdc e del Jppi (Jewish People Policy Institute). “Esortiamo il Comune di Gerusalemme a riconoscere che l’assenza di una rappresentazione visibile e simbolica della presenza cristiana nella sfera pubblica contribuisce direttamente alle manifestazioni di ostilità da parte di cittadini ebrei nei confronti dei cristiani. Dal complesso municipale fino a Porta Jaffa, lo spazio pubblico riflette in modo evidente la presenza ebraica, attraverso manifesti su temi ebraici, auguri per le festività e proiezioni di immagini e filmati legati alla storia e alla tradizione ebraica sulle mura della città” rileva lo studio e poiché la Città Vecchia comprende due quartieri cristiani “sarebbe altrettanto opportuno che anche la presenza cristiana trovasse una rappresentazione visibile nello spazio pubblico” continua.

Simboli religiosi profanati
Ma gli attacchi ai simboli religiosi riguardano anche siti fuori confine: “Ricordiamo la distruzione della statua di Gesù e la profanazione di una statua della Vergine Maria nel Libano meridionale. Le Forze di Difesa Israeliane hanno la responsabilità di educare i propri soldati e di stabilire standard di condotta di base nei confronti delle comunità religiose e dei luoghi sacri. Ci auguriamo che questi episodi vengano affrontati adeguatamente all’interno delle forze armate”. Da qui l’intervento dell’organismo diretto da Yisca Harani: “A seguito di segnalazioni relative a soldati che deridevano o mostravano mancanza di rispetto verso i cristiani durante una visita a Gerusalemme, ci siamo rivolti all’Ufficio del Responsabile dell’Istruzione delle Forze di Difesa Israeliane. Siamo lieti che ne sia scaturita una cooperazione educativa costruttiva: un documento informativo, predisposto dalla Hotline per le guide che accompagnano i gruppi militari a Gerusalemme, è stato accolto e diffuso nell’ambito competente. Il documento è disponibile sul nostro sito web”.

Serve uno sforzo educativo nei confronti dei più giovani
Dalle aggressioni non sono esenti le visite scolastiche e i viaggi didattici: “Negli ultimi anni migliaia di gruppi scolastici hanno visitato Gerusalemme nell’ambito di programmi promossi e finanziati dai ministeri governativi. Come accade spesso anche per i gruppi militari, la maggior parte degli studenti riceve una preparazione minima o nulla riguardo alla presenza cristiana viva nella città. Di conseguenza, l’incontro con i cristiani si rivela talvolta una sorpresa e può dar luogo a reazioni ostili. In assenza di un’adeguata preparazione, gli studenti hanno manifestato ostilità nei confronti di luoghi e persone cristiane anche durante gite didattiche in altre zone del Paese. È dunque necessario uno sforzo educativo coordinato che coinvolga gli organizzatori delle gite scolastiche e le guide turistiche, in particolare per le visite a Gerusalemme” conclude il report.
(Davide Dionisi - Vatican News 04 luglio 2026)