2026 07 01 Per quanto tempo ancora chiuderemo gli occhi (e il cuore)?
PAKISTAN - 40enne cristiano sgozzato con un coltello da un musulmano perché stava bevendo dell’acqua.CENTRAFRICA - Ucciso un sacerdote nell’est del Paese
LEONE XIV - salvare i cristiani d’Oriente dalla precarietà, figlia della guerra
NIGERIA - Venti morti nell’ultimo devastante attentato in Nigeria.
NIGERIA - Oltre un mese di prigionia per 39 studenti e 7 insegnanti, l’appello dei Vescovi di Ibadan
INDIA - Chiese indiane: preghiera e protesta su norme contro aiuti dall’estero
INDIA - Missionarie della Carità assolte dopo 8 anni di battaglia legale
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PAKISTAN - 40enne cristiano sgozzato con un coltello da un musulmano perché stava bevendo dell’acqua.
Episodio choc in Pakistan dove un musulmano ha ucciso un cristiano nella giornata di lunedì 22 giugno in quanto la vittima “ha osato” bere dell’acqua fresca da un frigorifero usato da altri operai. La vittima si chiamava Siddique Masih 40enne padre di quattro figli, così come spiegato da Saleem Ghouri, pastore locale e attivista per i diritti umani. Masih lavorava come “caricatore di mattoni” a giornata assieme al fratello maggiore Rafique in varie fornaci del distretto di Pattoki, nel Punjab (Kasur). Quel giorno si trovavano presso la fornace di Ayyan per appunto caricare dei mattoni sul camion.
“Secondo testimoni oculari, Siddique e un operaio musulmano identificato come Ahmad Varyam hanno avuto una breve discussione su una questione salariale”, ha spiegato Ghouri al Christian Daily International-Morning Star News. “La disputa sembra essersi risolta dopo l’intervento di altri lavoratori, ed entrambi gli uomini sono tornati al lavoro”. Peccato però che un paio d’ore dopo Siddique si è avvicinato ad un distributore d’acqua per gli operai della fornace: “I testimoni hanno spiegato che Ahmad ha affrontato Siddique e si è opposto al fatto che bevesse acqua dallo stesso distributore perché era cristiano”, ha spiegato ancora Ghouri.
“Siddique ha risposto paragonando il comportamento di Ahmad a quello di Yazid, le cui forze negarono l’acqua al nipote del profeta Maometto, l’Imam Hussain, e alla sua famiglia prima del massacro di Karbala. Secondo i testimoni, Ahmad ha quindi estratto un coltello, ha afferrato Siddique da dietro e gli ha tagliato la gola. È morto sul colpo”. La polizia ha arrestato nel giro di breve tempo il presunto assassino insieme ad altre tre persone, molto probabilmente qualcuno che l’ha coperto. “Siddique era l’unico a provvedere al sostentamento della moglie e dei quattro figli minorenni”, ha affermato ancora l’attivista.
“Uno dei suoi figli soffre di talassemia e necessita di trasfusioni di sangue regolari ogni due o tre settimane. La famiglia vive in affitto e versava già in difficoltà economiche. La sua morte li ha lasciati di fronte a un futuro incerto. Preghiamo che trovino la forza e che giustizia sia fatta”. Così anche il fratello della vittima, Rafique, che ha spiegato: “Mio fratello era andato a bere mentre io stavo continuando a lavorare. Pochi minuti dopo, ho sentito delle urla e qualcuno mi ha detto che Ahmad lo aveva aggredito con un coltello”.
E ancora: “Quando sono arrivato sul posto, altri operai avevano bloccato l’aggressore e mio fratello giaceva a terra, con il sangue che gli sgorgava dalla gola. Ero completamente sotto shock. Anche se ci fosse stato un disaccordo – ha aggiunto – nulla potrebbe giustificare una tale violenza. Mio fratello era un cristiano devoto, un padre amorevole e un uomo laborioso, la cui unica preoccupazione era provvedere alla sua famiglia e garantire le cure mediche al figlio malato. Riponiamo la nostra fiducia in Dio e preghiamo per ottenere giustizia”. (…)
(di Davide Giancristofaro Alberti Pubblicato 30 Giugno 2026, ilSussidiario.net)
CENTRAFRICA - Ucciso un sacerdote nell’est del Paese
Padre Crépin Martial Monga, vicario della parrocchia di San Giovanni Battista nella diocesi di Bangassou a Zémio, nella regione dell’Haut-Mbomou, è stato ucciso la sera del 29 giugno davanti alla sua canonica, secondo diverse fonti locali concordanti.
Padre Monga ha coordinato il Comitato Locale per la Pace e la Riconciliazione di Zémio (CLPR), un organismo di mediazione tra le comunità, le autorità locali e le altre parti interessate nella regione, dove sovente è la Chiesa cattolica, attraverso i suoi sacerdoti e le strutture parrocchiali, ad assumere di fatto questo ruolo di mediazione e protezione per la popolazione
Da diverse settimane, la prefettura dell’Haut-Mbomou sta vivendo un deterioramento della situazione della sicurezza, caratterizzato da violenze armate e significativi spostamenti di popolazione verso la vicina Repubblica Democratica del Congo. Sono almeno tre i fattori d’instabilità che colpiscono l’area: forte presenza di gruppi armati (in particolare milizie Azande/Zande); tensioni etniche e competizione per il controllo del territorio e delle risorse; forti contrasti tra i soldati centrafricani e gli uomini della Wagner, la società militare private russa che da diversi anni è presente nel Paese in appoggio all’esercito regolare (Forces Armées Centrafricaines FACA). (L.M.) (Agenzia Fides 30/6/2026)
LEONE XIV - salvare i cristiani d’Oriente dalla precarietà, figlia della guerra
Nell’udienza ai membri della Roaco, l’organismo che riunisce le opere d’aiuto alle Chiese orientali cattoliche, nuovo appello di Leone XIV a riflettere sulle conseguenze a lungo termine dei conflitti. Conseguenze che, dal lavoro precario alla sanità a singhiozzo, “divorano la speranza e impediscono la costruzione del futuro”, favorendo l’emigrazione di “tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, specialmente in Medio Oriente”
Il Pontefice, nel suo discorso in inglese, guarda il centinaio di leader e operatori di associazioni e enti caritativi e di aiuto e pensa “al servizio silenzioso e benefico che svolgete, e ai tanti benefattori che attraverso di voi destinano risorse a chi ha bisogno”.
Non posso non pensare a quanto denaro, in questo oscuro frangente storico, viene sprecato per uccidere, gettato via da tanti che fomentano le guerre.
La dolorosa emorragia dei cristiani orientali dalla loro terra
Mentre voi “aprite vie di speranza” sottolinea il Papa, “loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente”.
Come non pensare alla dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri, causata anzitutto dalla guerra che, lo ribadisco, non risolve problemi, ma crea tragedie, tragedie spesso lasciate cadere nell’oblio generale.
La guerra, nel tempo, genera paura e insicurezza
Figlia della guerra, denuncia, è la precarietà, “che continua a dissanguare soprattutto le chiese orientali”. Una precarietà che “soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei più poveri”. Nei Paesi colpiti da conflitti “sui quali è poi calato il silenzio”, ricorda Papa Leone XIV, le società “sono indebolite dall’instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio” ma anche “da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni, che non opera con libertà, ma si barcamena tra mille sotterfugi, accordi segreti e interessi di parte”.
Questo fa sì che in molti Paesi la paura e l’insicurezza dominino ovunque: il lavoro appare precario, il pagamento dei salari discontinuo, la sanità, quando funziona, va a singhiozzo, l’istruzione è provvisoria. E ciò a discapito della gente comune, delle famiglie, dei bambini e dei giovani, degli anziani e degli ammalati.
(…)
Nella prima parte del suo intervento, il Pontefice fa riferimento al tema specifico dei lavori della plenaria annuale, guidata dal prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, il cardinale Claudio Gugerotti. Oltre al lavoro sui progetti di aiuto alle Chiese Orientali Cattoliche, le riflessioni della Roaco si sono concentrate sulla formazione dei chierici e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali.
Per Papa Leone una scelta opportuna:
“Soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice, che poggiano sulla formazione dei ministri, chiamati a diffonderne le ricchezze spirituali. E le comunità cattoliche orientali ne custodiscono molte, condividendole con i fratelli e le sorelle delle Chiese Ortodosse”.
I tesori delle tradizioni spirituali e della liturgia orientale
Questo perché le Chiese Orientali Cattoliche “hanno un grande dono” per tutta la Chiesa Cattolica, spesso ignara “di abbracciare al suo interno tradizioni ecclesiali diverse”. La Chiesa infatti è unita, “ma non uniforme”, ricorda Papa Leone. Le tradizioni spirituali orientali sono tesori che “ci fa bene approfondire” con i milioni di fratelli e sorelle orientali cattolici, “mentre auspichiamo passi in avanti verso la piena unità con tutte le Chiese Orientali”.
Tutte le antiche Chiese d’Oriente ci riportano infatti alle origini della fede, fanno risplendere la luce della grazia attraverso liturgie dense di sacralità, manifestano nel culto di lode il mistero di Dio da adorare, testimoniano la potenza della preghiera d’intercessione, offrono contenuti spirituali che riempiono il cuore di meraviglia e grato stupore per la bellezza che svelano.
L’Oriente cristiano si custodisce solo se lo si conosce
Leone XIV chiarisce allora che l’Oriente cristiano “lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa. Ma per apprenderlo e amarlo bisogna investire sulla formazione”. Per questo la scelta dei partecipanti alla plenaria di aiutare a promuovere la formazione dei ministri sacri, “mettendovi in ascolto di alcuni specialisti che vi si dedicano, come avete fatto in questi giorni”, commenta il Pontefice, è un bel segno di concreta attenzione a queste Chiese. L’invito finale è a coltivare sempre la vita spirituale, perché le opere di bene non portano frutto duraturo “se non si alimentano alla sorgente del bene, che è Dio”.
(Vatican News 18 giugno 2026 di Alessandro Di Bussolo)
NIGERIA - Venti morti nell’ultimo devastante attentato in Nigeria.
Un leader religioso e una donna incinta sono tra le almeno 20 persone uccise in un attacco nella regione del Middle Belt in Nigeria.
Almeno 20 persone sono state uccise in seguito a un attacco contro una comunità agricola prevalentemente cristiana nello Stato di Plateau, in Nigeria.
Quest’ultimo tragico episodio è avvenuto nelle prime ore di domenica (21 giugno), quando “un gruppo di criminali armati” ha preso di mira la comunità di Kawel, nella zona di governo locale di Bokkos, un’area che negli ultimi anni è stata teatro di numerosi attacchi. Il gruppo si è poi scontrato con la polizia prima di darsi alla fuga. Si ritiene che 18 persone siano state uccise sul posto. Tre persone sono state trasportate in ospedale: due sono poi decedute, mentre la terza, un quattordicenne, è tuttora ricoverata.
Tra le vittime figurano il reverendo Markus Nyam, ucciso a colpi d’arma da fuoco fuori da una chiesa, e i genitori e due figli di una famiglia, di cui solo uno è sopravvissuto. Sono morte anche una donna incinta e alcuni membri del personale medico di una clinica locale.
“Il ritardo nell’arrivo della polizia ha lasciato la comunità indifesa completamente alla mercé degli aggressori.”
Secondo due residenti locali, l’attacco è avvenuto alle 2 del mattino, ma la polizia è arrivata solo all’alba, alimentando le preoccupazioni per l’inadeguata protezione dei cristiani in un contesto di costante minaccia di attacchi in alcune zone della Nigeria. Il vescovo Ayuba Matawal, un leader religioso di Bokkos, ha affermato che le forze di sicurezza sono presenti nelle vicinanze, ma il loro “arrivo tardivo ha lasciato la comunità indifesa completamente alla mercé degli aggressori per tutta la durata dell’incursione”.
(Open Doors 25 giugno 2026)
NIGERIA - Oltre un mese di prigionia per 39 studenti e 7 insegnanti, l’appello dei Vescovi di Ibadan
Dal 15 maggio, 39 studenti e 7 insegnanti sono nelle mani dei banditi che hanno assalito alcune scuole nella zona di Ahoro-Esinle, nel distretto di Oriire, vicino a Ogbomoso, nello Stato di Oyo, nel sud-ovest della Nigeria (vedi Fides 20/5/2026).
Il dramma di queste persone, che – secondo i giornali locali – sarebbero detenute in condizioni difficili nell’Old Oyo National Park, è stato ricordato dai Vescovi della provincia ecclesiastica di Ibadan (che comprende l’arcidiocesi di Ibadan e le diocesi di Ekiti, Ilorin, Ondo e Oyo) in una dichiarazione nella quale esprimono profonda preoccupazione per le condizioni delle vittime dopo oltre un mese di prigionia.
“Questi bambini, che a malapena comprendono ciò che è accaduto loro, vivono ormai da oltre un mese in condizioni estreme, senza un tetto sopra la testa, senza un’alimentazione adeguata e completamente esposti alle intemperie nella foresta”, affermano i Vescovi, che chiedono il loro rilascio immediato e incondizionato.
Nel corso del rapimento di massa, i banditi hanno ucciso tre persone: un insegnante, un motociclista e un altro insegnante, successivamente decapitato nella foresta. Atti che – secondo i Vescovi – “violano la serenità e l’innocenza delle popolazioni del sud-ovest della Nigeria, note per la loro passione per l’istruzione”.
“Questo non dovrebbe assolutamente trovare posto in Nigeria e, in particolare, tra il popolo Yoruba”, sottolineano.
Nel chiedere alle autorità statali e federali di garantire una maggiore sicurezza alle popolazioni indifese, i vescovi esprimono inoltre dubbi sulla politica di reintegrazione dei cosiddetti “banditi pentiti”.
Secondo i presuli, un simile approccio indebolisce la fiducia della popolazione nel sistema giudiziario e trasmette un messaggio sbagliato ai cittadini rispettosi della legge.
“Il continuo reinserimento dei cosiddetti criminali pentiti nelle forze dell’ordine e nella società, mentre le vittime dei reati e i loro familiari vengono trascurati o trattati con disprezzo, infanga il volto della giustizia”, affermano.
Sindacati, comunità locali e cittadini hanno organizzato proteste a Ibadan per chiedere interventi concreti.
Secondo quanto riportato dalla stampa locale, i rapitori avrebbero modificato le proprie richieste, esigendo il pagamento di un riscatto oppure il rilascio di alcuni loro complici.
I rapimenti di massa di studenti non sono una novità in Nigeria, a partire dal sequestro delle studentesse della scuola di Chibok nell’aprile 2014. Un segnale di speranza è giunto dalla sentenza emessa l’11 giugno dall’Alta Corte Federale di Abuja, che ha condannato cinque uomini a 25 anni di carcere ciascuno per il rapimento di 230 alunni della scuola primaria e secondaria cattolica St. Mary, nella comunità di Papiri (vedi Fides 24/11/2025), successivamente rilasciati. (L.M.) (Agenzia Fides 25/6/2026)
INDIA - Chiese indiane: preghiera e protesta su norme contro aiuti dall’estero
La Conferenza episcopale ha indetto per domani una domenica di mobilitazione contro i nuovi regolamenti sulle licenze FCRA che in nome della “sicurezza nazionale” strangolano scuole, ospedali e strutture assistenziali cristiane. Il card. Poola: “Serviamo i poveri per vivere il Vangelo”. Migliaia le licenze già revocate negli ultimi anni.
Le Chiese di tutta l’India vivranno domani una Giornata nazionale di preghiera e sensibilizzazione contro il crescente irrigidimento delle norme sui finanziamenti esteri. La mobilitazione, annunciata dalla Conferenza episcopale (CBCI), arriva subito dopo che il ministero dell’Interno della Federazione indiana ha notificato le Foreign Contribution (Regulation) Amendment Rules, 2026. Le nuove norme prendono esplicitamente di mira le attività di evangelizzazione e limitano il modo in cui operano le istituzioni delle minoranze religiose.
La notifica pubblicata nella Gazzetta ufficiale, entrata in vigore il 22 giugno 2026, modifica radicalmente il modo in cui le organizzazioni senza scopo di lucro gestiscono i fondi provenienti dall’estero. Lo Stato sostiene che tali misure servano a preservare la sovranità nazionale. I leader cristiani, tuttavia, affermano che esse creano un blocco amministrativo concepito per paralizzare le attività sociali di base promosse dalle Chiese come scuole e istituzioni assistenziali.
Le principali novità del provvedimento comprendono:
Esclusione esplicita del proselitismo: il testo sottolinea ripetutamente che, sebbene il denaro proveniente dall’estero possa finanziare il culto ordinario, la formazione teologica e le mense comunitarie, è rigorosamente vietato utilizzarle per qualsiasi attività legata alla conversione religiosa.
Separazione per attività specifiche: le organizzazioni non profit non potranno più registrarsi sotto una generica categoria “religiosa” o “sociale”. Dovranno scegliere obiettivi specifici e limitati da un elenco definito dallo Stato, pagando quote di registrazione separate per ogni Stato indiano e categoria di attività. Le organizzazioni già esistenti avranno un anno di tempo per adeguarsi.
Divieto per il personale straniero: le organizzazioni che hanno cittadini stranieri come “funzionari chiave” (compresi direttori, amministratori fiduciari e partner) vedranno normalmente respinta la domanda di registrazione.
Controllo digitale: le associazioni registrate dovranno consegnare al governo tutti i dettagli relativi ai propri siti web, alle pubblicazioni e agli account personali sui social media.
Ad aumentare ulteriormente la preoccupazione delle comunità c’è anche il Foreign Contribution (Regulation) Amendment Bill, la legge quadro di riforma di questa materia attualmente all’esame del parlamento federale a New Delhi. Se approvata, questa legge quadro prevederà l’istituzione di una “autorità designata” dotata di ampi poteri esecutivi.
Se la licenza FCRA di un’organizzazione viene revocata, restituita o semplicemente scade senza un rinnovo approvato, questa autorità statale potrà sequestrare, amministrare e disporre, in via provvisoria o permanente, dei beni e delle proprietà di quella ong. Di fatto i funzionari pubblici avrebbero un assegno in bianco per confiscare scuole, orfanotrofi e ospedali costruiti nel corso di decenni grazie ai sacrifici delle Chiese e alla generosità dei benefattori.
“La Chiesa in India ha sempre servito la società, in particolare i poveri e gli emarginati, come espressione dei valori del Vangelo”, ha scritto il card. Anthony Poola, arcivescovo di Hyderabad e presidente della CBCI, in una circolare inviata alle parrocchie di tutto il Paese. La Chiesa cattolica indiana sottolinea come questo irrigidimento strutturale faccia parte di una più ampia “strategia di logoramento”. Negli ultimi anni sono state revocate oltre 21.900 licenze alle ong: importanti reti cattoliche, tra cui la Tamil Nadu Social Service Society (il braccio caritativo delle diocesi locali ndr) e prestigiosi istituti di ricerca dei gesuiti, hanno già visto interrompersi i flussi di finanziamenti esteri sotto una forte pressione politica e ideologica.
Descrivendo l’iniziativa come una risposta sia spirituale sia democratica, il card. Poola ha invitato i fedeli a unirsi in preghiera e solidarietà con le altre denominazioni cristiane. Ha incoraggiato diocesi, parrocchie, comunità religiose e istituzioni a organizzare preghiere speciali durante la celebrazione dell’Eucaristia del 28 giugno, offrendo intenzioni per la nazione, per i leader pubblici e per la libertà della Chiesa di continuare la propria missione di servizio.
La CBCI ha inoltre raccomandato l’adorazione eucaristica, la recita del Rosario, momenti di preghiera e il digiuno volontario come parte della mobilitazione. “La preghiera ci unisce nella fede, rafforza la nostra speranza e rinnova il nostro impegno a continuare la missione affidataci da Cristo nel servizio di tutti gli uomini”, ha scritto il cardinale Poola, citando l’esortazione di San Paolo dalla Lettera ai Filippesi: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio con preghiere, suppliche e ringraziamenti”.
(di Nirmala Carvalho Asia News 27/06/2026)
INDIA - Ranchi: missionarie della Carità assolte dopo 8 anni di battaglia legale
Si è chiuso il processo contro le religiose che nel 2018 erano state colpite da inverosimili accuse per traffico di minori con una vasta eco mediatica in tutto il mondo. Il verdetto dell’Alta Corte le ha dichiarate “non colpevoli”. Mons. Mascarenhas: trionfo della verità, della perseveranza e della fede “dopo anni di sofferenza”, la verità “ha prevalso”.
Con una sentenza storica che pone fine a una delle battaglie legali più dolorose affrontate dalla Chiesa negli ultimi anni, il Tribunale civile di Ranchi (capitale del Jharkhand) ha assolto una suora delle Missionarie della Carità e altre due persone nel caso di traffico di minori risalente al 2018. Una vicenda che aveva travolto l’ordine religioso fondato da madre Teresa di Calcutta e che aveva avuto una enorme risonanza mediatica, con l’allora superiora suor Mary Prema intervenuta per denunciare i “miti diffusi, informazioni distorte e notizie false […] insieme a allusioni infondate” di cui le suore sono oggetto. La vicenda giudiziaria, che ha visto anche il carcere per una suora, si è però conclusa con un verdetto che le ha dichiarate “non colpevoli” dopo una battaglia giudiziaria e procedimenti legali durata quasi otto anni.
Il caso verteva sulle accuse secondo cui un neonato di 14 giorni sarebbe stato venduto per 50.000 rupie (poco più di 462 euro) da una casa gestita dalle Missionarie della Carità a Ranchi. Le accuse hanno portato all’arresto della suora delle Missionarie della Carità, suor Concilia, e hanno innescato un’intensa indagine sulle istituzioni della congregazione in tutto lo Stato del Jharkhand. Suor Concilia ha trascorso tre anni in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria.
Commentando la sentenza mons. Theodore Mascarenhas, ex segretario generale della Conferenza Episcopale indiana (Cbci) e vescovo di Daltonganj, ha definito la decisione dei giudici un trionfo della verità, della perseveranza e della fede. “Ci sono voluti otto anni per ottenere l’assoluzione” ha affermato il prelato. “Oggi, dopo anni di sofferenza, preghiera e perseveranza, la verità - afferma - ha prevalso”.
Il vescovo, riferisce il sito cattolico indiano Catholic Connect, ha quindi ricordato che le accuse hanno avuto conseguenze “di vasta portata” per l’opera pastorale della congregazione. A seguito degli arresti, le autorità hanno chiuso un’altra casa delle Missionarie della Carità a Hinoo che ospitava 24 neonati, mentre diverse altre istituzioni gestite dalla congregazione sarebbero state oggetto di indagini e vessazioni. “La polizia - sottolinea - aveva ampiamente pubblicizzato le accuse e le ripercussioni si sono fatte sentire in quasi tutte le case gestite dalle Missionari della Carità”.
A dispetto delle difficoltà, le religiose di Madre Teresa hanno continuato la loro opera a favore dei poveri, degli abbandonati e delle persone vulnerabili, anche mentre il caso rimaneva pendente in tribunale. Mons. Mascarenhas ha sottolineato che ottenere la libertà provvisoria per suor Concilia è stata di per sé una lunga battaglia. “Ci sono voluti - ha ricordato il prelato - tre anni per ottenere la libertà provvisoria per lei”, aggiungendo di aver seguito personalmente il procedimento giudiziario nel corso degli anni insieme a suor Sebastino MC e ad altri sostenitori. L’Alta Corte ha pronunciato il verdetto oggi18 giugno, assolvendo suor Concilia e i due coimputati alla sbarra assieme alla religiosa. In attesa della pubblicazione della sentenza, con le motivazioni alla base del verdetto, il tribunale ha stabilito che gli imputati non risultano colpevoli delle accuse mosse nei loro confronti.
In una dichiarazione rilasciata dopo la lettura della sentenza mons. Mascarenhas ha espresso gratitudine a Dio e ha ringraziato l’avvocato Sunil Shrivastava, il collega Anil Kant, suor Sebastino MC, Vepul Kaiser, i membri del team legale e i numerosi sostenitori. Molti, infatti, fedeli e non sono rimasti al fianco delle suore e della Chiesa indiana in questa lunga battaglia legale. Il prelato ha inoltre riconosciuto la leadership salda di suor Prema MC, allora superiora generale delle Missionarie della Carità, e di suor Joseph MC, l’attuale superiora, per aver guidato la congregazione attraverso anni di incertezza e gogna mediatica.
La sentenza è stata accolta con favore da molti all’interno della Chiesa come un momento significativo di rivincita per la congregazione fondata da Santa Teresa di Calcutta. I vertici ecclesiastici del Paese affermano risoluti che la sentenza ripristina la fiducia nell’impegno di lunga data della congregazione a servizio dei più vulnerabili della società. Per le Missionarie della Carità e i tutti loro sostenitori, il verdetto segna non solo la fine di un capitolo difficile, ma anche una riaffermazione della fede nella giustizia dopo anni di processi e resistenza attiva. (Asia News 18/06/2026)
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