2026 06 24 SUDAN
SUDAN - ucciso un parroco che aveva denunciato furto di medicinaliSUDAN – articoli sulla ‘guerra volutamente dimenticata’
TESTIMONIANZA
MYANMAR - Il Vescovo di Loikaw: ‘La cattedrale ci è stata restituita, ma il nostro posto resta accanto agli sfollati’
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SUDAN - ucciso un parroco che aveva denunciato furto di medicinali
Padre Youhanna Al-Amin, parroco della chiesa di San Vincenzo a Kauda, è stato ucciso venerdì 19 giugno insieme ad altre due persone sui Monti Nuba. A darne notizia è la fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre che cita fonti locali secondo le quali il crimine sarebbe un atto di rappresaglia contro il sacerdote che aveva denunciato il furto di medicinali che la chiesa custodiva per la popolazione
Padre Youhanna Al-Amin, parroco della chiesa di San Vincenzo a Kauda, è stato ucciso venerdì 19 giugno insieme ad altre due persone sui Monti Nuba, una regione afflitta da crescenti tensioni tribali e conflitti interni tra fazioni armate. A darne notizia, ripresa anche da Aci Africa, è la fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) citando fonti locali secondo le quali il crimine sarebbe stato un atto di rappresaglia contro padre Youhanna, il quale aveva denunciato il furto di medicinali che la chiesa custodiva per la popolazione locale.
Kauda, situata nello stato del Kordofan Meridionale, è il principale centro dei Monti Nuba controllati dal Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord. Negli ultimi mesi - riferisce Acs - il deterioramento della situazione della sicurezza, unito ai conflitti armati e tribali, ha costretto all’allontanamento alcuni religiosi dalla regione. Padre Youhanna, tuttavia, aveva scelto di rimanere con la comunità che serviva, diventando uno dei pochi sacerdoti ancora attivi in questa zona profondamente colpita dalla violenza. Il suo ruolo andava ben oltre la semplice assistenza spirituale.
Il dolore della diocesi di El Obeid
La notizia della sua morte ha profondamente rattristato l’intera diocesi di El Obeid servita per quasi trent’anni da padre Youhanna che ha accompagnato generazioni di fedeli diventando una figura molto amata sia all’interno sia all’esterno della comunità cattolica. In un messaggio di cordoglio ricevuto da Aiuto alla Chiesa che Soffre la parrocchia di San Pietro a Babnusa (dove il presbitero ha prestato servizio dal 1997 al 2021) ha sottolineato come padre Youhanna fosse ‘un amico per i giovani e i bambini e amasse il suo lavoro fino alla fine’. Oggi - recita una preghiera composta dalla comunità cristiana dei Monti Nuba - ‘ricordiamo il nostro amato reverendo don Younna, la cui vita è stata tragicamente strappata da coloro che hanno scelto la violenza alla pace. Padre Younna ha dedicato molti anni di fedele servizio al popolo, offrendo speranza, guida e compassione a tutti. La sua eredità di amore, sacrificio e impegno per l’umanità continuerà a ispirare generazioni’.
Sudan, il volto del Paese martoriato da tre anni di guerra
La morte di padre Youhanna Al-Amin (sulla quale la Chiesa locale ha chiesto di svolgere un’indagine approfondita) si aggiunge a una serie di episodi di violenza che hanno colpito la Chiesa in Sudan negli ultimi anni. Nel giugno 2025 padre Luka Jomo, sacerdote della diocesi di El Obeid, è stato ucciso da un proiettile vagante durante un attacco alla città di El Fasher, capoluogo dello stato del Darfur Settentrionale. Pochi mesi prima il vescovo di El Obeid, Yunan Tombe Trille Kuku Andali, era stato brutalmente picchiato da uomini armati al suo ritorno in diocesi, riportando gravi ferite.
(Vatican News 22 giugno 2026)
SUDAN – articoli sulla ‘guerra volutamente dimenticata’
SUDAN - tre anni di guerra, una comunità cristiana che non si è arresa
In un paese devastato dal conflitto, la fede resiste tra le macerie. Il ritorno dei cristiani a Khartoum è più di una notizia: è una storia di resistenza silenziosa.
Ventisette mesi: tanto è durata la separazione dei cristiani del Sudan dalla loro città, dai loro sacramenti, dalle loro chiese. Ora che l’esercito ha ripreso il controllo di Khartoum, qualcosa si è rimesso in moto: la comunità cristiana, circa un milione di fedeli prima dello scoppio della guerra, ha potuto fare ritorno nella capitale e ricominciare a celebrare la Messa e la confessione.
«Voltare pagina, passando dalla sofferenza alla ricostruzione»: così padre Diego Dalle Carbonare, missionario comboniano con esperienza in Egitto, Libano e Sudan, ha descritto questo momento in un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Non solo anime da ricostruire
Ma padre Diego avverte subito: a Khartoum non sono solo le anime ad aver bisogno di guarire. La guerra in Sudan ha devastato anche il tessuto educativo della città. Insegnanti uccisi, altri fuggiti in Sud Sudan, famiglie disperse. C’è chi era a un passo dalla laurea e si è ritrovato senza lavoro e senza futuro. E c’è la storia di un insegnante catturato e torturato dalle milizie. Stava per sposarsi, sarebbe potuto diventare preside…Mentre invece ha subito una morte lenta.
La maestra vedova che ha fermato i paramilitari con il Vangelo
Una maestra vedova, rimasta a Khartoum per accudire la madre anziana, si è trovata più volte nel mirino delle Forze di Supporto Rapido. Volevano la sua auto. Quando le hanno annunciato che l’avrebbero uccisa, ha risposto senza cedere: «Chi di spada vive, di spada morirà. È il Vangelo non lo sapete?».
Sono fuggiti. Il giorno dopo sono tornati a chiederle perdono.
«Ha raccontato tutto con calma», riferisce padre Diego. «Poi ha aggiunto: ‘La Parola di Dio è potente’».
Una comunità che ha bisogno di pastori
La guerra in Sudan porta con sé il peggio dell’umanità, ma anche gesti di solidarietà inattesa. La comunità cristiana ha bisogno di accompagnamento pastorale e di risorse concrete. Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene attualmente 15 progetti attivi sul territorio sudanese, ma secondo padre Diego la strada della ricostruzione è ancora lunga.
La guerra in Sudan dura da tre anni con oltre 150.000 morti stimati, milioni di sfollati. Il mondo guarda altrove, ma i cristiani del Sudan, no. (Aiuto alla Chiesa che soffre – ACS Italia 15 06 2026)
SUDAN - la carestia torna a colpire i bambini
La malnutrizione infantile, già diffusa, rischia di aggravarsi in modo drastico nei prossimi mesi. I corpi più piccoli non hanno riserve sufficienti per resistere e ogni carenza nutritiva diventa un danno che può segnare per sempre la crescita, lo sviluppo cognitivo, la possibilità stessa di un futuro. Ciò che sta accadendo non è un evento improvviso, ma la somma di fragilità accumulate
Nel silenzio pesante che precede la cosiddetta ‘stagione magra’, in Sudan si addensa un’ombra ancora più cupa. Non è soltanto la siccità a incombere, né il naturale alternarsi delle stagioni a minacciare i raccolti. È qualcosa di più profondo, più violento, più persistente: oltre tre anni di guerra tra le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf), che hanno lacerato il tessuto stesso della produzione agricola, trasformando i campi in territori abbandonati, le strade rurali in linee di fuga, i granai in silenzi vuoti. Non si tratta di una semplice crisi alimentare, ma di un progressivo, inesorabile scivolamento verso una catastrofe umanitaria che colpisce prima di tutto i più piccoli, i più fragili, quelli che non hanno alcun potere di difesa.
L’agricoltura al centro
L’agricoltura, ricordano gli esperti, non è soltanto un settore economico in Sudan: è la spina dorsale della sopravvivenza. Fino all’80% della produzione alimentare e del reddito del Paese dipende da essa. Ottanta per cento: una cifra che, in tempi normali, racconta una forte interdipendenza tra terra e vita; in tempi di guerra, invece, diventa una misura della vulnerabilità assoluta. Quando i campi vengono abbandonati, quando i contadini fuggono o non possono più seminare, non si perde solo un raccolto: si spezza una catena vitale. A rendere il quadro ancora più drammatico è l’intreccio tra conflitto e crisi climatica. Le piogge diventano imprevedibili, i terreni più aridi, le stagioni meno leggibili. E proprio mentre dovrebbe aprirsi il periodo delle semine, si prevede un ulteriore calo della produzione di cereali. Un paradosso crudele: la terra che dovrebbe prepararsi a dare, si trova invece svuotata della possibilità stessa di farlo.
19 milioni di sudanesi in insicurezza alimentare
Nel frattempo, la realtà quotidiana di milioni di persone si consuma nell’urgenza. Già oggi circa 19 milioni di individui – due sudanesi su cinque – vivono una condizione di insicurezza alimentare acuta. Non si tratta di un disagio astratto, ma di una precarietà concreta, fatta di pasti saltati, di scelte impossibili, di bambini che crescono senza accesso regolare al cibo necessario al loro sviluppo. E proprio i bambini sono i primi a pagare il prezzo più alto. La malnutrizione infantile, già diffusa, rischia di aggravarsi in modo drastico nei prossimi mesi. I corpi più piccoli non hanno riserve sufficienti per resistere, e ogni carenza nutritiva diventa un danno che può segnare per sempre la crescita, lo sviluppo cognitivo, la possibilità stessa di un futuro. Ciò che sta accadendo non è un evento improvviso, ma la somma di fragilità accumulate: guerra, instabilità, collasso agricolo, pressione climatica. Un mosaico di emergenze che, sovrapponendosi, cancella ogni margine di resilienza.
Il tempo stringe
E mentre la ‘stagione magra’ si avvicina, il tempo sembra stringersi. Ogni settimana senza interventi adeguati, ogni raccolto mancato, ogni campo non seminato aggiunge un nuovo livello di rischio. Non è solo una questione di produzione agricola: è una corsa contro il peggioramento della fame, contro la diffusione della malnutrizione, contro la perdita di un’intera generazione che cresce nell’incertezza. Nel cuore di questa crisi, resta un dato che non può essere ignorato: la fame non è mai solo una conseguenza naturale. È il risultato di scelte, di conflitti, di equilibri spezzati. E oggi, in Sudan, quei fattori si sommano con una forza tale da trasformare l’allarme in urgenza assoluta.
(di Francesco Citterich - Vatican News 03 giugno 2026)
SUDAN - nuovo attacco con droni nel Kordofan: almeno 67 morti
L’episodio conferma il ruolo sempre più centrale assunto dai droni nel conflitto africano. Sono almeno 880 i civili uccisi tra gennaio e aprile 2026 in Sudan. L’Onu dice che i droni hanno causato oltre l’80% dei morti civili legate al conflitto in quei quattro mesi
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Almeno 67 persone sono morte in due attacchi con droni avvenuti tra venerdì e sabato nella regione sudanese del Kordofan, una delle aree più colpite dal conflitto che dal 2023 oppone l’esercito regolare alle Forze di supporto rapido (Rsf). Secondo l’organizzazione indipendente Emergency Lawyers, dieci persone — tra cui otto bambini e due donne — sono state uccise nel villaggio di Kadam, nel Kordofan Occidentale, mentre cercavano rifugio lontano dai combattimenti. Altre 57 vittime sono state registrate nel villaggio di Al-Murra, nel Kordofan Settentrionale, in un’area contesa tra le due fazioni. Secondo fonti locali, l’attacco sarebbe stato condotto dai paramilitari delle Rsf.
L’uso dei droni in Sudan
L’episodio è importante non solo per il drammatico numero delle vittime, ma anche perché conferma il ruolo sempre più centrale assunto dai droni nella guerra sudanese. Il dato più accreditato parla di almeno 880 civili uccisi tra gennaio e aprile 2026. L’Onu dice che i droni hanno causato oltre l’80% dei morti civili legate al conflitto in quei quattro mesi. L’utilizzo dei droni aumenta sensibilmente il numero delle vittime perché essi permettono attacchi a distanza, moltiplicano la capacità offensiva, sono spesso indirizzati contro infrastrutture civili — ospedali, mercati, scuole, campi per sfollati — e rendono la guerra più estesa anche lontano dal fronte. Ciò è vero particolarmente per il Sudan, dove il conflitto, spesso lontano dai riflettori, è usato per testare le nuove capacità tecnologiche. Secondo diversi report l’esercito sudanese riceverebbe tecnologia da Turchia, Russia, Iran ed Egitto. Al contrario, le Rsf attraverso reti legate agli Emirati Arabi Uniti, con transiti anche da Etiopia, Ciad e Libia. Tra i modelli più citati, ci sono droni di origine cinese usati o collegati alle Rsf, come Wing Loong II, CH/FH-95, e droni di origine iraniana o derivati iraniani per l’esercito, come Mohajer-6 e Zajil-3/Ababil-3.
La più grave crisi umanitaria al mondo
Così si sta alimentando quella che l’Onu ha definito la più grave crisi umanitaria al mondo. Qui oltre 12 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e circa 30,4 milioni di sudanesi — più della metà della popolazione del Paese — necessitano oggi di assistenza umanitaria. Il sistema sanitario è vicino al collasso: un ospedale su tre non è più operativo e molte delle strutture ancora funzionanti lavorano in condizioni estremamente precarie, tra carenza di personale, medicinali e condizioni di sicurezza sempre più difficili. (Vatican News 01 giugno 2026)
SUDAN- Droni dello stesso fabbricante duellano sui cieli sudanesi
I voli da e per la capitale Khartoum sono rimasti sospesi dopo che il 5 maggio dei droni hanno preso di mira l’aeroporto e altre zone della città.
L’aeroporto che è un centro nevralgico per la distribuzione degli aiuti umanitari, è stato preso di mira da droni che secondo le autorità di Khartoum provenivano dall’Etiopia. Gli ordigni di fabbricazione turca, sempre secondo le autorità sudanesi, stati acquistati dagli Emirati Arabi Uniti e spediti nella base area etiopica di Bahir Dar da dove vengono lanciati contro obiettivi sudanesi. In risposta al bombardamento Khartoum ha ritirato il proprio ambasciatore da Addis Abeba (vedi Fides 5/5/2026).
Gli Emirati Arabi Uniti hanno smentito le accuse del Sudan di essere coinvolti nell’attacco all’aeroporto di Khartoum, così come l’Etiopia che a sua volta accusato le SAF (Sudan’s Armed Forces) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, di appoggiare i ribelli tigrini del TPLF (Tigray People’s Liberation Front).
L’attacco con droni all’aeroporto di Khartoum che ha portato alla sospensione dei voli è stato condannato da diversi Paesi arabi (Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Kuwait e Yemen) oltre che dalla Lega Araba e dalla Lega Musulmana Mondiale, mentre le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per l’attacco. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno chiesto la fine degli attacchi.
La Turchia che appoggia le SAF di al-Burhan contro i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces RSF) guidate da Mohammed Hamdan Dagalo, detto ‘Hemedti’, è uno dei maggiori produttori di droni da combattimento al mondo. Le industrie turche forniscono i loro droni anche agli Emirati Arabi Uniti, che come detto, sono accusati dal governo di Khartoum, di averli forniti alle RSF e addirittura di utilizzare una base etiopica per colpire il territorio sudanese. Non sembra quindi incredibile il video diffuso dal Comando Generale delle Forze Armate del Sudan che mostra un drone delle SAF di fabbricazione turca abbattere un drone di medesimo modello delle RSF. Un vecchio film italiano di e con Alberto Sordi era intitolato ‘Fin che c’è guerra, c’è speranza’. Per i produttori e i trafficanti di armi, ovviamente. (L.M.) (Agenzia Fides 7/5/2026)
TESTIMONIANZA
MYANMAR - Il Vescovo di Loikaw: ‘La cattedrale ci è stata restituita, ma il nostro posto resta accanto agli sfollati’
«È una grande gioia che l’esercito ci abbia restituito la cattedrale di Cristo Re e il centro pastorale della diocesi di Loikaw», afferma all’Agenzia Fides mons. Celso Ba Shwe, Vescovo di Likaw, capitale dello Stato Kayah (o Karenni), una delle aree del Myanmar maggiormente colpite dal conflitto scoppiato dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021. I combattimenti tra l’esercito governativo e le forze di resistenza locali hanno provocato negli ultimi anni una grave crisi umanitaria, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Villaggi, scuole, luoghi di culto e infrastrutture civili sono stati danneggiati o distrutti, mentre vaste porzioni del territorio restano segnate dall’instabilità e dagli scontri armati. In questo contesto, la Chiesa cattolica ha continuato a garantire assistenza spirituale e umanitaria alla popolazione, accompagnando in particolare gli sfollati interni disseminati nei campi di accoglienza e nelle aree più remote della regione. La restituzione della cattedrale di Cristo Re – occupata a novembre del 2023 dall’esercito, che ne aveva fatto un campo base militare - rappresenta un segnale di speranza per la comunità cattolica locale, pur in una situazione che rimane estremamente fragile e precaria.
Il Vescovo dice a Fides: «Per il momento, tuttavia, io non sono ancora tornato a vivere lì. Due sacerdoti si occupano della parrocchia della cattedrale. L’edificio aveva subito danni al tetto e abbiamo effettuato una ristrutturazione parziale per consentire la ripresa delle celebrazioni e delle attività pastorali». Celso Ba Shwe spiega che il complesso annesso alla cattedrale necessita ancora di importanti interventi di recupero: «Il centro pastorale ha bisogno di molti lavori di ristrutturazione e restauro. Non abbiamo ancora elettricità né acqua e, quindi, non è pienamente agibile. Stiamo lavorando per renderlo nuovamente utilizzabile. Procediamo a piccoli passi». Un segnale incoraggiante è il ritorno di alcuni fedeli: «Alcuni parrocchiani cattolici stanno tornando alla parrocchia della cattedrale. Per questo stiamo riorganizzando la nostra presenza pastorale e l’assistenza alla comunità», nota.
Il Vescovo tuttavia continua a vivere nelle aree dove si concentra la maggior parte della popolazione sfollata: «La maggioranza dei fedeli della diocesi - riferisce - vive ancora dispersa nelle zone remote, nei campi per sfollati o nelle foreste. Molte parrocchie sono vuote e chiuse. Come Pastore, sento il dovere di restare vicino al mio popolo e risiedo in una zona dove vivono migliaia di sfollati interni». Attualmente mons. Ba Shwe vive nel villaggio di Shansu, presso la chiesa della Madre di Dio, e nota: «Da lì posso visitare le parrocchie e i diversi campi profughi. Abbiamo centinaia di campi per sfollati interni in tutta la diocesi. Il numero degli sfollati supera ampiamente le 300mila persone. In alcune aree i combattimenti continuano, in altre la situazione è relativamente più tranquilla».
La presenza della Chiesa accanto agli sfollati rappresenta oggi una forma nuova di missione. «Vado regolarmente nei campi profughi e tutti i sacerdoti della diocesi fanno lo stesso. La maggior parte di loro vive stabilmente in quei campi accanto agli sfollati. È una missione diversa, un modo diverso di essere sacerdoti. Anche il ministero pastorale cambia: non si esercita più soltanto in una chiesa o in un determinato territorio, ma all’interno della comunità, tra le persone, ovunque esse si trovino».
In questo contesto segnato dall’incertezza, la fede continua a sostenere la popolazione: «Non sappiamo quando Dio ci permetterà di tornare nelle nostre case e nelle nostre chiese. Ma - afferma - ovunque siamo e ovunque si trovi il nostro popolo, manteniamo una profonda fede in Dio. Conserviamo la speranza di poter tornare un giorno. Diciamo sempre che la pace è possibile, anche se richiederà tempo».
La vita quotidiana nei campi è segnata dalla precarietà ma anche dalla solidarietà: «Viviamo insieme le difficoltà dei campi profughi, aiutandoci reciprocamente. Andiamo avanti grazie al sostegno dei donatori, che per noi rappresentano la Provvidenza. Questo spirito di condivisione è un segno della presenza di Dio. Qui possiamo mettere in pratica l’invito di Gesù: ‘Amatevi gli uni gli altri’. È proprio lì che vediamo e sperimentiamo la presenza di Dio», rimarca.
Il Vescovo sottolinea, inoltre, il forte bisogno spirituale della popolazione: «La gente ha bisogno del Vescovo, dei sacerdoti e delle persone consacrate. Vuole incontrarli, vederli, accompagnare i propri figli ai sacramenti. Nei campi profughi continuiamo ad amministrare il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima. È una grande benedizione per persone che lottano ogni giorno per la sopravvivenza e che, attraverso la fede, alimentano la speranza».
Riferendosi alla situazione generale del Myanmar, mons. Ba Shwe ribadisce l’urgenza della riconciliazione nazionale: «Noi desideriamo la pace e la riconciliazione. Vogliamo che le persone si riavvicinino e si uniscano. Senza riconciliazione non ci sarà pace. Per questo proponiamo e accompagniamo con la preghiera un percorso di riconciliazione nazionale che coinvolga i responsabili politici, i gruppi armati e le autorità del Paese. Dipende da loro, ma oggi è necessario pensare innanzitutto alle persone, alla nazione e soprattutto ai più poveri».
Particolare preoccupazione suscita la condizione delle nuove generazioni. «Siamo molto preoccupati per i giovani. Hanno bisogno di una buona istruzione e noi cerchiamo di fare tutto il possibile. Spesso, grazie all’impegno delle suore, organizziamo scuole informali e attività educative per i bambini e i ragazzi, utilizzando i pochi mezzi e materiali didattici disponibili».
«Non possiamo fare molto - conclude il Vescovo - ma la nostra presenza, il nostro incoraggiamento, la nostra vicinanza e il nostro interesse sono molto importanti. Nonostante questa situazione difficile, le persone conservano la fede. La nostra speranza è solo in Dio. Dobbiamo ricordare continuamente che tutto viene da Lui, che ci ama e non abbandona il suo popolo». (di Paolo Affatato Agenzia Fides 15/6/2026)
