2026 06 17 NIGERIA

NIGERIA - 20 morti in un nuovo attacco jihadista; padre Ghado: “Da nord a sud la gente vive nella paura”
LIBANO - villaggi ancora sotto le bombe israeliane. La testimonianza di un sacerdote
CISGIORDANIA - Parroco di Taybeh: ‘Scorribande dei coloni ormai ovunque. Futuro a rischio’.
IRAN - Una convertita al cristianesimo, detenuta nel carcere di Evin, si è vista negare l’intervento chirurgico necessario per rimuovere i tumori.

TESTIMONIANZA
Nel Mato Grosso, in Brasile, la beatificazione del missionario romano padre Lanciotti
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NIGERIA - 20 morti in un nuovo attacco jihadista; padre Ghado: “Da nord a sud la gente vive nella paura”
LIBANO - villaggi ancora sotto le bombe israeliane. La testimonianza di un sacerdote
CISGIORDANIA - Parroco di Taybeh: ‘Scorribande dei coloni ormai ovunque. Futuro a rischio’.
IRAN - Una convertita al cristianesimo, detenuta nel carcere di Evin, si è vista negare l’intervento chirurgico necessario per rimuovere i tumori.

TESTIMONIANZA
Nel Mato Grosso, in Brasile, la beatificazione del missionario romano padre Lanciotti

NIGERIA - 20 morti in un nuovo attacco jihadista
I presunti responsabili appartengono a Lakurawa, organizzazione jihadista attiva nelle regioni di confine tra Nigeria e Niger. Nato inizialmente come gruppo di autodifesa contro il banditismo locale, il movimento si è progressivamente radicalizzato, imponendo tasse alle comunità rurali, compiendo rapimenti e attacchi contro civili e forze di sicurezza

Un attacco attribuito a militanti jihadisti del gruppo Lakurawa ha provocato oltre 20 morti nella comunità di Fesken Rafi, nello Stato di Kebbi, nel nord-ovest della Nigeria, vicino al confine con il Niger. L’assalto, avvenuto alcuni giorni fa ma reso noto soltanto nel fine settimana, emerge da un rapporto riservato sulla sicurezza preparato per le Nazioni Unite. Secondo il documento, il raid segna una ripresa delle attività del gruppo dopo alcuni mesi di relativa diminuzione delle violenze.
I presunti responsabili appartengono a Lakurawa, organizzazione jihadista attiva nelle regioni di confine tra Nigeria e Niger. Nato inizialmente come gruppo di autodifesa contro il banditismo locale, il movimento si è progressivamente radicalizzato, imponendo tasse alle comunità rurali, compiendo rapimenti e attacchi contro civili e forze di sicurezza. Nonostante le operazioni dell’esercito nigeriano e i raid aerei statunitensi effettuati nel dicembre scorso contro obiettivi riconducibili allo Stato Islamico e ai suoi alleati nel nord-ovest del Paese, il gruppo continua a operare nell’area.

Proseguono gli attacchi in Nigeria
L’episodio conferma il deterioramento della sicurezza in una regione già attraversata da forti tensioni etniche e sociali. Lo Stato di Kebbi è abitato principalmente da comunità Hausa, Fulani e Zarma e si trova in una zona di frontiera particolarmente vulnerabile alla circolazione di gruppi armati provenienti da Niger, Mali e Burkina Faso. Secondo diversi analisti, Lakurawa rappresenta oggi un ponte tra l’instabilità del Sahel e il nord della Nigeria, con possibili collegamenti allo Stato Islamico nel Sahel e ad altre formazioni jihadiste regionali. L’attacco s’inserisce inoltre in un quadro di crescente violenza nel Paese. Dopo alcuni anni di relativo miglioramento, il numero delle vittime legate al terrorismo e ai gruppi armati è tornato ad aumentare, mentre nel nord-ovest si sovrappongono insurrezione jihadista, criminalità organizzata e conflitti tra comunità locali. (Vatican News 15 giugno 2026)

NIGERIA - padre Ghado: “Da nord a sud la gente vive nella paura”
Le violenze nella nazione dell’Africa occidentale non si fermano. Negli ultimi tre mesi, nelle comunità parrocchiali di Kurmin Dangana, nello Stato di Kaduna, uccise 9 persone. Almeno 25 i fedeli rapiti a scopo di riscatto. Ma le violenze non colpiscono solo i cristiani. Il decano del Decanato di Gujeni e rettore del Seminario minore di San Pietro a Katari: “Nel nord-est ci sono Stati a maggioranza musulmana, l’azione dei terroristi non ha risparmiato nessuno”

«La situazione attuale nel Paese è a dir poco drammatica. Da nord a sud, da est a ovest, la gente vive nella paura». Paura di essere assassinati per strada, vedere le proprie case bruciate, i propri cari rapiti. Padre Augustine Ghado, decano del Decanato di Gujeni e rettore del Seminario minore di San Pietro a Katari, comunità rurale dello Stato di Kaduna, nel centro-nord della nazione, non tiene più conto delle violenze. Ormai sono diventate una tragica normalità. Come quelle che neanche quattro giorni fa hanno scosso lo Stato occidentale di Kwara dove i banditi hanno assaltato una stazione di polizia, dato alle fiamme il palazzo di un emiro locale e rapito una decina di persone. Qualche ora prima, un altro gruppo armato aveva preso di mira una veglia di preghiera che si stava svolgendo nella vicina località di Ekiti uccidendo tre persone e sequestrandone almeno 25.

Tragica normalità, appunto. Alla quale anche le comunità cristiane sono state costrette a fare l’abitudine. «La Chiesa — racconta al nostro giornale il decano — sta subendo in prima persona: molti cristiani sono stati uccisi e rapiti, le chiese sono state bruciate, i villaggi notoriamente a maggioranza cristiana sono stati assaltati, con molti morti». Negli ultimi tre mesi, proprio nello Stato di Kaduna dove risiede il religioso, diversi attacchi alle comunità parrocchiali di Kurmin Dangana hanno fatto registrare 9 morti e 25 rapiti. Una situazione insostenibile che ha spinto il cancelliere dell’arcidiocesi di Kaduna, padre Christian Okewu Emmanuel, a denunciare — con una missiva indirizzata al Segretario generale cattolico ad Abuja — la crescente ondata di violenze e a chiedere «l’immediato intervento del governo centrale per intensificare gli sforzi per la protezione delle vite e dei beni nelle aree assediate».

Sfollati in aumento
Lo Stato di Kaduna, come del resto quelli di tutto il centro nord, è l’epicentro delle attività dei banditi che dal 2022 il governo federale ha definito indistintamente terroristi. «I villaggi colpiti da questi gruppi armati sono diventati luoghi fantasma» rivela padre Ghado. Che accende i riflettori sull’aumento degli sfollati interni: molti degli abitanti che sono riusciti a fuggire «hanno trovato ospitalità in alcuni campi attrezzati mentre le parrocchie danneggiate non sono più accessibili ai loro parroci rendendo difficile la cura pastorale della gente». Ma l’ondata di violenza che sta scuotendo il Paese non riguarda solo i cristiani. «Nel nord-est, ci sono Stati a maggioranza musulmana dove l’azione dei terroristi non ha risparmiato nessuno. Questa gente non sceglie le vittime necessariamente in base alla religione. Quello che a loro interessa sono i soldi che possono fare con i riscatti».

Illegalità diffusa
L’escalation delle azioni criminali è dovuta, secondo il decano, alla mancanza di volontà da parte delle autorità governative di stroncare l’illegalità in modo concreto e l’incapacità di impedire ad attori non statali di farsi giustizia da soli. E poi c’è un altro problema: «La mancanza della presenza governativa in quelle che potrebbero essere definite “aree ingovernabili”, porzioni di territorio privi di personale di sicurezza che li rendono terreno fertile per ogni tipo di attività terroristica».
(di Federica Piana Vatican News 28 05 2026)

LIBANO - villaggi ancora sotto le bombe israeliane. La testimonianza di un sacerdote
Nuovi raid colpiscono decine di zone del sud con un’operazione militare che l’esercito israeliano definisce “demolizione su vasta scala”. La popolazione, presa dal panico, è uscita per le strade urlando e piangendo. Situazione estremamente difficile anche a Sidone dove, quarantottore fa, un missile ha rischiato di colpire la sede dell’eparchia maronita. Padre Eid Bou Rached: “Noi, qui, ora diciamo che la morte è diventata la vicina delle nostre case”

Marjayoun e Nabatie, città del sud del Libano comprese nel governatorato di Nabatieh, questa mattina si sono svegliate tremando. I missili israeliani avrebbero colpito soprattutto la collina di Ali al-Taher, punto strategico sul quale i militari dell’Idf pensano possano nascondersi i guerriglieri di Hezbollah. E dal quale possano partire i razzi diretti contro Israele.

Evacuazioni forzate
Ma le bombe dell’Idf non hanno risparmiato neanche i villaggi della zona: raccontano testimoni che quel tremore simile ad un potente terremoto ha gettato nel panico la popolazione, che si è riversata in strada, urlando e piangendo disperata. Eppure, in mattinata, lo stesso esercito israeliano aveva lanciato l’ennesimo ordine di evacuazione per 19 villaggi meridionali nei quali portare avanti un’operazione definita ufficialmente di «demolizione su vasta scala». Il giro di vite militare è spiegato dai vertici dell’Idf con le «ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah e dopo aver individuato, questa mattina, la presenza nei cieli libanesi di un oggetto sospetto».

Il dolore di padre Rached
Marjayoun e Nabatie non sono state le uniche zone ad essere colpite. Dopo quel massiccio attacco, raid arei si sono moltiplicati su ampie porzioni della valle della Bekaa e nel distretto di Bint Jbeil. Che dista poco meno di settanta chilometri da Sidone, che si trova nel Governatorato del Sud del Libano del quale è il capoluogo amministrativo. Ed è qui che padre Eid Bou Rached, sacerdote maronita, continua a piangere. Quelle esplosioni potenti, anticipate da bagliori di morte, li conosce molto bene. Su Sidone, i missili israeliani sono caduti anche quarantottore fa quando hanno sfiorato la sede dell’eparchia maronita col rischio di colpirla e distruggerla.

Attacco mirato
«Il bombardamento è stato decisamente forte» racconta al nostro giornale «il missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono stati morti. È stato davvero un miracolo». In quell’istante, durato meno di un minuto, due autovetture che percorrevano la strada cittadina sono saltate in aria e gli occupanti morti sul colpo. Probabilmente un attacco mirato ad eliminare esponenti di Hezbollah che però, denuncia il sacerdote, ha risvolti pericolosi: «Le auto erano imbottigliate nel traffico cittadino e in giro c’era tanta gente, poteva essere una strage».

Morte vicina
Padre Eid Bou Rached oltre ad essere preside del liceo Sant’Elie Darbessim — unica scuola cristiana di Sidone che accoglie anche alunni musulmani — è anche parroco di due parrocchie poco fuori città. La gente, i fedeli, con lui si confidano, gli aprono il cuore. E quando parla lo fa anche un po’ a nome loro: «Noi, qui, ora diciamo che la morte è diventata la vicina delle nostre case. Ad esempio, pochi giorni fa, la comunità cristiana ha pianto il decesso di un colonnello dell’esercito libanese ucciso nella strada che da Sidone porta a Tiro durante un bombardamento israeliano. Ha lasciato la moglie ed un figlio di cinque anni».

Crisi economica
Sidone, come tutti i villaggi del sud, non soffre solo per le bombe. C’è anche la situazione economica che, da quando la guerra è ripresa virulenta ormai da quattro mesi, sta mettendo in ginocchio intere famiglie. Padre Rached dice che è peggiorata, si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Anche lavorare è diventato impossibile: «Anche per attraversare una strada dobbiamo stare attenti, figuriamoci se è possibile spostarsi da una cittadina all’altra. Siamo completamente bloccati».

Scuole chiuse
Come le scuole, perché in tutto il sud sono sostanzialmente chiuse: gli studenti, di fatto, hanno perso l’anno scolastico. Perfino gli esami, che il governo libanese sta svolgendo nel resto del Paese, sono un problema. «Il ministero dell’educazione ha stabilito ufficialmente che debbano essere espletati a livello nazionale senza tenere conto della nostra situazione. Ma noi come facciamo ad ottemperare a quest’obbligo mentre cadono le bombe? La verità è che ci sentiamo cittadini di serie b». (di federico Piana Vatican News 13 giugno 2026)

CISGIORDANIA - Parroco di Taybeh: ‘Scorribande dei coloni ormai ovunque. Futuro a rischio’
Nell’ultima cittadina cristiana della Cisgiordania si fanno sempre più intense le provocazioni dei gruppi pro-occupazione israeliana. P. Bashar: atmosfera “di paura e intimidazione”. Appello della popolazione alle autorità e alle ong perché intervengano “con urgenza”. Un rapporto della parrocchia documenta gli assalti avvenuti nel mese di maggio.

“Gli abitanti parlano di escalation di attacchi dei coloni negli ultimi giorni” a bordo di moto a quattro ruote (Atv) e fuoristrada, con “le pattuglie di perlustrazione che ora raggiungono [impunite] il centro, i quartieri residenziali e le strade principali”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Bashar Fawadleh, parroco di Taybeh in Cisgiordania, cittadina di circa 1500 abitanti con tre chiese a 30 km a nord di Gerusalemme e a est di Ramallah, famoso per essere l’ultimo centro palestinese abitato per intero da cristiani. “Il 2 giugno scorso - prosegue il sacerdote - un gruppo di coloni è stato visto nella zona nord-orientale vicino alla Orthodox Housing Road, dove avrebbero bloccato le strade e interrotto i lavori di costruzione di una nuova casa. Ieri mattina, verso le 9.45, sono stati visti di nuovo a scorrazzare in diverse parti della città, compresa la via principale, raggiungendo le vicinanze di St. Chiesa di San Giorgio (Al-Khadr)”. PIMEorganization information

Queste ripetute incursioni, racconta il parroco, nel cuore della città “hanno creato un’atmosfera di paura e intimidazione, in particolare tra studenti e le famiglie, minando il senso di sicurezza della comunità”. Da qui il nuovo appello a nome di una comunità esasperata per le continue violenze, commesse in un quadro persistente di impunità, se non di aperto sostegno, da parte del governo israeliano e dei militari. “La gente di Taybeh - racconta p. Bashar - chiede alle autorità competenti e alle organizzazioni per i diritti umani di intervenire con urgenza, fermare queste attività e garantire protezione per i residenti della città”.

Situato in Cisgiordania, il villaggio di circa 1500 abitanti con tre chiese situato 30 km a nord di Gerusalemme e a est di Ramallah è famoso per essere l’ultima cittadina palestinese abitata per intero da cristiani di varie confessioni. Tra i residenti oltre 600 sono cattolici latini, mentre i restanti sono greco-ortodossi e cattolici greco-melchiti. Nei mesi scorsi la zona era stata teatro di ripetuti attacchi di coloni ebraici, con case prese d’assalto, capi di bestiame rubati e case incendiate. All’indomani di uno dei numerosi assalti il patriarca latino di Gerusalemme card. Pierbattista Pizzaballa e il primate greco-ortodosso Teofilo III hanno compiuto una visita di solidarietà congiunta nella cittadina, per portare la loro solidarietà alla popolazione.

La lunga striscia di attacchi e violenze in atto da tempo a Taybeh da parte di coloni armati (con l’avallo di esercito e autorità) non si è fermata nemmeno a maggio, come emerge dal rapporto elaborato dalla parrocchia e inviato ad AsiaNews. Un documento, spiega p. Bashar, preparato per ambasciate, consolati e missioni diplomatiche accreditate a Gerusalemme e Ramallah, oltre a ong pro diritti umani, per dimostrare l’enorme portata di violazioni e abusi cui sono costretti quotidianamente gli abitanti cristiani della zona. Il sacerdote definisce ormai “sistematiche” le violenze e le intimidazioni dei coloni, che si sono susseguite “per tutto il mese mariano”.

“Queste violazioni - spiega il parroco - si sono intensificate sia in termini di portata che di gravità, minacciando direttamente la popolazione civile, minando i loro mezzi di sussistenza e contribuendo alla graduale espansione del controllo dei coloni sulle terre palestinesi. Gli incidenti - avverte - riflettono un modello [volto] a creare condizioni coercitive per i residenti palestinesi mediante intimidazioni, criticità economiche, sequestro di terreni e negazione dell’accesso ad aree agricole, in chiara violazione del diritto internazionale e umano di base”.

Fra gli episodi di maggiore criticità contenuti nel rapporto vi sono: la creazione di un nuovo avamposto nell’area della rotonda di Carmel e della comunità di Abu Faza’; il trasferimento di bestiame, compresi 50 cammelli insieme a pecore e bovini; il taglio della principale fonte idrica, che mette a rischio la sopravvivenza di abitanti e allevamenti. Inoltre, il 18 maggio scorso i coloni sono entrati in una casa palestinese nella zona occidentale di Taybeh e hanno lanciato minacce e intimidazioni alle persone presenti al suo interno. L’incidente ha alimentato “paura e panico” tra i familiari e i vicini, in particolare donne e bambini.

Al contempo, i coloni continuano a fare irruzione con raid intimidatori nei quartieri residenziali nell’area settentrionale della città utilizzando piccoli veicoli fuoristrada e veicoli “buggy”, muovendosi tra le case civili in modo provocatorio e minaccioso. Il giorno successivo sempre un gruppo di coloni ha cercato di dare fuoco ai veicoli civili palestinesi. I residenti locali e i giovani sono intervenuti in tempo e hanno impedito quello che avrebbe potuto diventare un grave disastro, con le fiamme che rischiavano di propagarsi alle auto e alle case circostanti.

P. Bashar spiega che le continue violenze e abusi hanno creato insicurezza e disagio psicologico fra i parrocchiani. Vi è inoltre un accesso ridotto ai mezzi di sussistenza e alle attività che generano reddito. Gli assalti impediscono anche la regolare coltivazione dei campi e la preparazione dei terreni per la semina e il successivo raccolto, tagliando le principali fonti di sussistenza. E ancora, vi è un rischio aumentato per le comunità fortemente dipendenti dal bestiame, a causa della carenza d’acqua. Infine, si registra un timore crescente di spostamento forzato mediate una campagna coercitiva e intimidatoria che spinge alla fuga.

“La continuazione della violenza dei coloni e delle pratiche coercitive contro i residenti di Taybeh rappresenta una minaccia seria e continua per la vita civile, la dignità e la stabilità. La mancanza di un’efficace presa di responsabilità - conclude il parroco di Taybeh - incoraggia un’ulteriore escalation e contribuisce all’erosione dei diritti fondamentali garantiti dal diritto internazionale. È necessaria un’azione internazionale urgente e sostenuta per garantire la protezione dei civili, la responsabilità per le violazioni e la salvaguardia del diritto della popolazione palestinese di rimanere al sicuro sulla propria terra”. (Asia News 04/06/2026)

IRAN - Una convertita al cristianesimo, detenuta nel carcere di Evin, si è vista negare l’intervento chirurgico necessario per rimuovere i tumori.
Una convertita al cristianesimo, che sta scontando una condanna a due anni nel carcere di Evin a Teheran, si vede negato l’accesso alle cure mediche di cui ha disperatamente bisogno, secondo un rapporto dell’agenzia di stampa per i diritti umani in lingua persiana HRANA.

La donna, una madre di circa 50 anni di nome Mahshar Parandin, soffrirebbe di una patologia cardiaca e avrebbe due tumori, ma le verrebbero negate le cure.
Secondo il referto, Mahshar necessita di un intervento chirurgico immediato, poiché uno dei tumori, situato nel cervello, ha compromesso il suo equilibrio, la sua mobilità e la sua capacità di parlare. Anche il secondo tumore, nella gola di Mahshar, sarebbe visibilmente aumentato di volume.
Secondo quanto riportato da HRANA, Mahshar, artista e pittrice, avrebbe diritto alla libertà vigilata, ma il pubblico ministero ha respinto la sua richiesta di rilascio condizionato.

Almeno 50 cristiani sono attualmente incarcerati in Iran con accuse legate alle loro convinzioni o attività religiose. Il caso di Mahshar era finora sconosciuto ad Article18, a dimostrazione che, nonostante i nostri sforzi per documentare le persecuzioni subite dai cristiani in Iran, molti casi rimangono sconosciuti, spesso perché gli individui o le loro famiglie decidono di non rendere pubblica la propria situazione per timore che la pubblicità possa peggiorare ulteriormente la loro condizione.
(13 05 2026 Art18 citato da Asia News 16 05 2026)

TESTIMONIANZA

Nel Mato Grosso, in Brasile, la beatificazione del missionario romano padre Lanciotti

Oggi, 13 giugno, il cardinale João Braz de Aviz lo proclama beato nella parrocchia di Nossa Senhora do Pilar, a Jauru, dove il sacerdote ha servito per 30 anni. Fu assassinato “in odio alla fede” l’11 febbraio 2001 da due uomini incappucciati, per ritorsione alla sua lotta contro traffico di droga e prostituzione. L’amico, Osvaldo Piva: “Chiese la grazia di vivere in purezza e di non essere attaccato al denaro”

Un nuovo martire viene elevato agli altari in Brasile. Padre Nazareno Lanciotti, missionario italiano che ha dedicato la sua vita al Brasile, viene beatificato oggi (dalle 15 ora italiana), 13 giugno, presso la Parrocchia Nossa Senhora do Pilar nella città di Jauru, nello Stato del Mato Grosso, dove ha operato per 30 anni, fino al suo martirio nel 2001. La celebrazione è presieduta dal cardinale João Braz de Aviz, prefetto emerito del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, in rappresentanza di Papa Leone XIV. La Chiesa ha riconosciuto la morte di padre Nazareno come avvenuta in odio alla fede il 14 aprile 2025, nell’ultimo decreto di martirio promulgato durante il pontificato di Papa Francesco.

La testimonianza di un amico
Nato a Roma, in Italia, il 3 marzo 1940, Lanciotti fu ordinato sacerdote nel 1966. Nel 1971 arrivò in Brasile come missionario, stabilendosi a Jauru, dove svolse un fecondo apostolato e lasciò un segno profondo nella vita di chi lo conobbe. Ne è testimonianza Osvaldo Piva, amico del nuovo beato, che ricorda alcuni tratti significativi della sua biografia. “Da bambino era molto vivace e combinava parecchi scherzi, ma entrando in seminario imparò il silenzio, la preghiera e l’obbedienza. Aveva una grande devozione per la Madonna e per Gesù Eucaristico. E quando fu ordinato sacerdote chiese due grazie alla Madonna: vivere nella purezza e non essere attaccato al denaro”, racconta Piva.

Una delle caratteristiche più forti del sacerdote era la fiducia nella Provvidenza di Dio. Pur vivendo in una parrocchia che non disponeva nemmeno dell’energia elettrica o di mezzi di comunicazione, padre Nazareno non si lasciò mai scoraggiare. “Costruiva tantissime cose, era una persona molto operosa. Ma spesso non c’erano soldi. Arrivava il giorno in cui bisognava pagare 7.500 reais per mattoni, cemento e altro materiale. E proprio allora compariva un versamento sul suo conto, proveniente da chissà dove. La Divina Provvidenza non lo ha mai lasciato solo”, ricorda l’amico.

Un beato vicino alla gente
L’amico Otávio parla con l’esperienza di chi ha vissuto a stretto contatto con il nuovo beato. Telefonate settimanali e visite reciproche fecero crescere la sua amicizia con un martire dei nostri tempi. “Parlavamo molto al telefono; lui veniva a casa mia e io andavo a Jauru, dove soggiornavo da lui. Nel mese di dicembre accoglieva i miei figli per tutto il mese. Mi ha aiutato moltissimo. Quando l’ho conosciuto era un italiano dal carattere severo. Pensai: ‘Mamma mia, se mi confesso da lui mi farà una bella ramanzina’. Invece, nel confessionale si trasformava in Gesù Eucaristico. Era qualcosa di bellissimo, meraviglioso. Diceva: ‘La confessione è come essere il figlio prodigo che ritorna al Padre’. Questa frase mi ha segnato profondamente”, racconta commosso.

Responsabile del Movimento Sacerdotale Mariano in Brasile
Il rapporto tra i due si consolidò grazie al Movimento Sacerdotale Mariano, di cui padre Nazareno fu responsabile per il Brasile. Otávio, da parte sua, oggi ne è il rappresentante laico nazionale e ricorda con affetto l’impronta che il Movimento lasciò nella vita del martire. “Egli aveva già tutta la spiritualità del Movimento nell’anima, nel cuore e nella vita. Era profondamente mariano ed eucaristico, amava confessare e praticava molta penitenza. Per questo tutta la nostra spiritualità della piccolezza, dell’infanzia spirituale, della consacrazione al Cuore di Maria, del vivere nell’abbandono e nella totale fiducia, era una caratteristica che gli apparteneva pienamente”, spiega.

Fedele fino al martirio “in odio alla fede”
Fu proprio questo totale abbandono a Dio a spingerlo a dedicarsi ai più poveri e agli emarginati. Nella Parrocchia di Nostra Signora del Pilar, dove svolse il suo ministero, fondò un’istituzione benefica per offrire assistenza medica alle persone in condizioni di vulnerabilità. Promosse inoltre iniziative a favore dei lavoratori e delle loro famiglie, impegnandosi nella lotta contro il traffico di droga e la prostituzione.

Come ritorsione per la sua attività pastorale, la sera dell’11 febbraio 2001 due uomini incappucciati fecero irruzione nella sua abitazione. Uno di loro sparò un colpo alla nuca del sacerdote, colpendo la quarta vertebra cervicale. Padre Nazareno Lanciotti morì il 22 febbraio, all’età di 61 anni, non prima però di aver perdonato i suoi assassini. Un segno di una vita totalmente offerta a Dio, sull’esempio della Vergine Maria.

“Il segreto della santità di padre Nazareno fu la Madonna - afferma Piva - che lo condusse ad adorare Gesù e a rivivere Gesù sul Calvario. Questo fu il suo segreto. Si consacrò alla Madonna, e la Madonna prese pieno possesso di lui, facendo di lui un nuovo Gesù: eucaristico, mistico, adoratore e, infine, martire. In altre parole, diede la vita. Come Gesù ha dato la sua vita, così anche lui ha dato la propria”.
(Victor Hugo Barros – Vatican News 13 giugno 2026)