2026 06 10 MOZAMBICO – ucciso il Vescovo padre Osório Citora Afonso, 54 anni
MOZAMBICO – ucciso il Vescovo padre Osório Citora Afonso, 54 anni.Aveva denunciato gli attacchi jihadisti in particolare contro i cristiani.
MYANMAR - I Vescovi del Myanmar: “La situazione che viviamo è davvero critica”
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MOZAMBICO – ucciso il Vescovo padre Osório Citora Afonso, 54 anni.
La situazione
Il Mozambico non solo è il secondo Stato più povero al mondo, secondi i dati della Banca Mondiale, ma attraversa anche un’instabilità politica e sociale, causata da attacchi jihadisti in particolare contro i cristiani. Nel 2024 sono state incendiate 18 chiese nel distretto settentrionale di Chiùre da parte dello Stato Islamico del Mozambico (Eim) in tre settimane; inoltre, i miliziani jihadisti hanno praticato una dura e accanita campagna contro i cristiani della zona, la più lunga da quanto è iniziata la rivolta jihadista nel 2017. A Cabo Delgado, provincia meridionale rispetto a Chiùre, sono morte più di 6.000 persone in seguito agli attacchi dei gruppi armati, che hanno generato circa 1 milione e 300mila sfollati.
Padre Osório, che ricopriva anche la carica di segretario generale della Cem, in una nota diffusa il 15 maggio ha denunciato l’orrore e ha espresso «profonda solidarietà con la diocesi di Pemba e tutti i cristiani che continuano a soffrire le dolorose conseguenze della violenza» chiedendo alle autorità di “prendere una decisione coraggiosa per porre immediatamente fine all’intolleranza religiosa, che oggi si manifesta sotto forma di odio verso i cristiani”.
La notizia
MOZAMBICO - Il vescovo di Quelimane è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco
di Luca Foschi, Pemba (Mozambico)
Monsignor Osório Citora Afonso è stato trovato morto questa mattina nella sua residenza episcopale a Quelimane, ucciso da colpi di arma da fuoco che lo hanno raggiunto al torace.
Il vescovo di Quelimane, in Mozambico, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco sabato 6 giugno.
Supino, il braccio sinistro ancora contratto come a voler disperatamente fermare l’aggressore. La larga catena nella caduta dal collo si è spostata sulle labbra, raccogliendosi a terra intorno alla croce. La camicia azzurra coperta dal sangue che ha continuato a scorrere, allargandosi sul pavimento. È stato scoperto all’alba di oggi il corpo esanime di padre Osório Citora Afonso, 54 anni, vescovo della diocesi di Quelimane e amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Beira, grande centro metropolitano nell’area centrale del Mozambico. Secondo Maximino Amílcar, portavoce del Sernic, il Servizio nazionale di investigazione criminale, un numero ancora imprecisato di individui avrebbe fatto irruzione nella residenza episcopale durante la notte. Gli agenti assicurano di aver già avviato le indagini necessarie per identificare i responsabili. Il vescovo, ha sottolineato Maximino Amílcar, è stato colpito «al petto, al cuore», «probabilmente da un solo proiettile». (…)
Ordinato sacerdote nel 2002, don Osório è stato nominato vescovo ausiliare della capitale Maputo da papa Francesco dopo aver trascorso un lungo periodo in Italia. La diocesi di Quelimane gli è stata affidata da Papa Leone XIV alla fine del 2025, mentre l’amministrazione apostolica dell’Arcidiocesi di Beira si è aggiunta nell’aprile di quest’anno in seguito alla rinuncia per motivi di salute di don Claudio della Zuanna. Quelimane è rimasta indenne dall’insurrezione jihadista del gruppo Ansar al-Sunna, che dal 2017 attanaglia la provincia settentrionale di Cabo Delgado, e ha causato la morte di oltre 6.500 persone e lo sfollamento di almeno 1,3 milioni di persone. La grande distanza geografica fra le regioni non ha impedito a padre Osório, che ricopriva anche la carica di segretario generale della Cem, di denunciare l’orrore e esprimere «profonda solidarietà con la diocesi di Pemba e tutti i cristiani che continuano a soffrire le dolorose conseguenze della violenza».
La nota, diffusa il 15 maggio, si rivolgeva al potere politico, chiedendogli di dissipare il silenzio e l’inazione che circondano il conflitto: «Ricordiamo che è dovere fondamentale del governo garantire la dignità umana, la sicurezza e il benessere di tutti, proteggendo la vita e il patrimonio nazionale, aspetti che sono seriamente minacciati a Cabo Delgado, con chiari segnali che indicano la diffusione del conflitto nel resto del Paese». «Chiediamo alle autorità competenti del Paese di prendere una decisione coraggiosa per porre immediatamente fine all’intolleranza religiosa, che oggi si manifesta sotto forma di odio verso i cristiani, aprendo così la strada a un precedente che potrebbe favorire altre forme pericolose di radicalismo», si legge nel testo. Un’emergenza ripresa pochi giorni fa da monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, secondo cui i fondamentalisti di Ansar al-Sunna, conosciuti localmente come “Shabaab”, «stanno cercando di instaurare un califfato. I segnali ci sono tutti, è questo che dicono quando rapiscono le vittime».
Cabo Delgado è la provincia più arretrata del Mozambico, a sua volta descritto dall’ultimo report della Banca Mondiale come il secondo paese più povero al mondo. I territori del nord, tuttavia, sono ricchi di risorse naturali. Alle miniere di grafite, oro e rubini si aggiungono i vasti giacimenti offshore di gas. L’Eni opera dal 2017 nel sito chiamato “Coral South”, e si appresta ad avviare l’estrazione a “Coral north”, distante appena una decina di chilometri. (Avvenire 6 giugno 2026)
Il dolore del Papa
Il dolore del Papa per l’uccisione del vescovo di Quelimane in Mozambico
Con un messaggio diffuso tramite il canale Telegram della Sala stampa della Santa Sede, il Papa comunica al mondo lo sgomento per l’omicidio di mons. Osório Citora Afonso, Vescovo di Quelimane e Amministratore Apostolico di Beira. Il Pontefice si unisce nella preghiera al popolo delle Diocesi e di tutta la nazione africana in quest’ora di smarrimento.
“Papa Leone XIV ha appreso con dolore del grave atto di violenza che ha causato la morte di Sua Eccellenza, Mons. Osório Citora Afonso, Vescovo di Quelimane e Amministratore Apostolico di Beira, e si unisce nella preghiera al popolo delle Diocesi e del Mozambico in quest’ora di smarrimento, perché il Signore doni loro consolazione, perché custodisca nel suo amore ogni uomo e ogni donna e fermi la mano dei violenti”. Così, tramite il canale Telegram della Sala stampa della Santa Sede, il direttore Matteo Bruni ha consegnato al mondo lo sgomento del Pontefice, impegnato nel suo viaggio apostolico in Spagna, per l’assassinio del presule trovato morto oggi nella nei locali della residenza episcopale di Quelimane.
(Vatican News 06 giugno 2026)
Le indagini
Proseguono le indagini per il barbaro omicidio di Dom Osório Afonso Citora
Proseguono le indagini per risalire al movente e ai responsabili del barbaro omicidio del vescovo di Quelimane, Osório Afonso Citora, IMC, ucciso sabato 6 giugno.
Secondo Maximino Amílcar, portavoce dell’Agenzia investigativa e di polizia scientifica del Mozambico (SERNIC) in Zambézia, un numero imprecisato di individui avrebbe fatto irruzione nella residenza del presule nelle prime ore del mattino, sparando i colpi letali. (…)
Fonti locali raggiunte dall’Agenzia Fides rimarcano la crudeltà di un crimine perpetrato senza alcuna possibile motivazione. (AP) (Agenzia Fides 8/6/2026)
L’ultimo appello, il giorno prima di essere ucciso
In un video divulgato dai Missionari della Consolata, ripreso durante l’ultima visita pastorale effettuata dal loro confratello vescovo il 5 giugno, in una delle comunità, si vede don Osório che toglie i sandali per dialogare seduto con i musulmani e si sofferma sull’ultima Nota Pastorale della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM) pubblicata il 13 maggio 2026 (vedi Agenzia Fides 15/5/2026), nella quale i vescovi chiedevano la fine delle violenze a Cabo Delgado, mettendo in guardia dall’estremismo e dalla violenza che affliggono la regione, in particolare contro le comunità cristiane. In quel suo ultimo appello il Vescovo Osório aveva detto esplicitamente rivolgendosi ai convenuti: “Ve lo chiedo: non possiamo mai accettare che la religione ci divida, ma che la religione ci unisca. Non è così? Allora voi pregate e anche noi preghiamo. Questo è il senso della mia visita. Ho detto così: i miei fratelli là vivono con i musulmani. Non c’è un mercato solo per i musulmani, il mercato è per cattolici, cristiani e musulmani. Non è così? L’ospedale è per tutti insieme. Allora ho detto: vado là a parlare con loro, a salutarli e a dire che voglio che preghino per me e che anch’io prego per loro. E tutti noi pregheremo per la pace in Mozambico, pregheremo per il benessere in Mozambico, pregheremo affinché ci sia giustizia in Mozambico. Togliendomi i sandali ho ricordato, quindi, che il nostro Dio ci chiede umiltà, ci chiede di riconoscere che siamo tutti fratelli”.
(AP) (Agenzia Fides 8/6/2026)
MYANMAR
I Vescovi del Myanmar, in Vaticano per la visita ad limina Apostolorum, incontrano Papa Leone e approfondiscono con il Pontefice le loro sofferenze e quelle del popolo birmano, pregando con lui per la pace e la riconciliazione.
MYANMAR - Cinque Vescovi costretti a lasciare la cattedrale: “La gente, stanca e traumatizzata per la violenza, prega con le lacrime agli occhi”, dice il Vescovo di Pekhon
A causa della guerra civile in corso dal 2021, cinque Vescovi del Myanmar, sulle 17 diocesi esistenti nel Paese, sono stati costretti ad abbandonare la loro sede vescovile e le rispettive cattedrali e vivono in parrocchie situate in zone più sicure, non interessate dagli scontri tra i ribelli e l’esercito. “Sono i Vescovi delle diocesi di Pekhon, Loikaw, Banmaw, Mindat e Lashio”, riferisce all’Agenzia Fides mons. Felice Ba Htoo, Vescovo di Pekhon, città nello Stato Shan, nel centro del Myanmar, raccontando la sofferenza dei Pastori del Myanmar che da cinque anni vedono la loro nazione sconvolta dalla guerra civile, con effetti pesanti sulla popolazione. “Anche noi, come Vescovi, siamo stati interessati e, con noi, le nostre parrocchie, molte delle quali sono state chiuse, perché colpite o danneggiate o perché rimaste senza fedeli”, racconta. I Vescovi del Myanmar, in questi giorni in Vaticano per la visita ad limina Apostolorum.
Dice il Vescovo Felice Ba Htoo a Fides: “Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Viviamo il presente confidando in Dio. La nostra missione oggi è stare vicini alla gente, agli sfollati interni dispersi nel territorio: alcuni nella giungla, altri nei campi profughi, altri ancora in villaggi meno interessati dalla violenza. Cerchiamo di incontrarli, consolarli, offrire una parola di speranza. Con i cattolici celebriamo i sacramenti. Li incoraggiamo, invitandoli a vivere uno spirito di amore reciproco, di collaborazione e di aiuto, in modo da poter superare questo tempo di precarietà e difficoltà. La gente è stanca e traumatizzata dal conflitto che continua da cinque anni. In questo quadro storico segnato da prove e sofferenze, viviamo il nostro pellegrinaggio della speranza”.
Preti, religiosi e catechisti sono vicini alla gente, predicando la pace e la riconciliazione, per far sì che l’odio non prevalga, riferisce. “Confidiamo in Dio e preghiamo che ci sia un tempo di luce per il nostro futuro”.
Il Vescovo descrive così la situazione locale: “La diocesi è stata raggiunta da almeno altri 40 mila sfollati, persone di diverse religioni che cercano zone non interessate dalla violenza, come la parte occidentale del territorio diocesano”. A orientare il flusso dei profughi è anche la ricerca di acqua: “Gli sfollati cercano di stabilirsi in luoghi dove c’è acqua, perché nella nostra zona l’acqua scarseggia. Per la sopravvivenza, negli anni scorsi la gente dei villaggi indigeni è stata molto ospitale e ha condiviso i frutti della terra e i terreni da coltivare. Ma ora, dopo cinque anni, diventa molto difficile: gli indigeni devono provvedere alla propria famiglia e non hanno più risorse da condividere con gli sfollati. La situazione umanitaria è peggiorata”. “Ora - prosegue - migliaia di sfollati vivono anche in oltre 30 campi profughi presenti nel nostro territorio. Altri vivono accampati dove capita, dove riescono a trovare un posto che consenta loro di sopravvivere”.
Sulla vita della Chiesa cattolica, segnata da questa precarietà, il Vescovo rimarca: “La vita della Chiesa è stata toccata dal conflitto. I combattimenti quotidiani mi hanno costretto a lasciare il centro pastorale di Pekhon e a trasferirmi in un villaggio, nella parrocchia della Beata Vergine Maria. Abbiamo dovuto chiudere circa sette parrocchie su 16. Dei circa 60mila cattolici della diocesi, molti hanno lasciato il territorio delle parrocchie e si sono spostati nelle zone rurali, vicino ai loro parenti”.
Inoltre, “alcune chiese e alcuni conventi sono stati distrutti. Proprio nel centro della diocesi, a Pekhon, vi era la popolazione cattolica più numerosa e vi si trovavano edifici e infrastrutture migliori, ma in tutte queste zone la gente non poteva rimanere e si sono progressivamente spopolate”, osserva.
“I sacerdoti diocesani - prosegue - vivono nei campi accanto ai profughi. Vivono lì con la gente. Incoraggiano le persone perché esse, per così dire, si affidano ai sacerdoti, si fidano di loro e si sentono anche un po’ protette.
Preti, religiosi, suore e catechisti si spendono per mostrare vicinanza ai fedeli e provvedere ai loro bisogni; cercano di fare in modo che possano partecipare alla Messa almeno la domenica, organizzano classi scolastiche per i bambini, cercano sempre di incoraggiare, consolare e accompagnare le famiglie sfollate”.
“Per noi, sacerdoti e suore, è fondamentale accompagnare le persone traumatizzate. Questa è la nostra principale preoccupazione: mostrare che il Signore le ama sempre. In una situazione così difficile, Dio ci riserva comunque qualcosa di buono: ci dà la possibilità di essere davvero vicini a queste persone vulnerabili e afflitte”, dice mons. Felice Ba Htoo.
“La situazione che viviamo - confessa con amarezza - è davvero critica. La violenza da cinque anni ci tormenta. La gente è esausta, ma prega con le lacrime agli occhi, con parole accorate, intense e profonde. I fedeli recitano il Rosario, vanno in chiesa o nelle cappelle improvvisate, fanno Adorazione eucaristica: c’è sempre tanta gente. Questo non è cosa da poco. Significa che la gente ha fede in Dio e non perde la speranza in un futuro migliore”.
Pekhon, nel sud dello Stato Shan, fa parte del fronte sudorientale della guerra civile, dove si registra una violenza episodica ma persistente. Il territorio è un’area strategicamente importante per le vie di comunicazione e vede contrapposte le forze della giunta militare e le Forze di Difesa Popolare locali. In una situazione complessa e frammentata, sono presenti anche milizie etniche filogovernative, come la Pa-O National Organisation.
L’area rimane contesa e fortemente instabile, con scontri tra l’esercito, che controlla alcune basi e le principali arterie stradali, e i gruppi della resistenza, assiepati nelle aree rurali e sulle colline circostanti.
(PA) (Agenzia Fides 5/6/2026)
TESTIMONIANZA
Siamo entrati nel campo di Ban Mai Nai Soi, dove 10mila profughi birmani aspettano una pace che non arriva mai
di Angela Napoletano, inviata a Ban Mai Nai Soi (Avvenire 31 maggio 2026)
Situato al confine nord della Thailandia, accoglie i disperati in fuga dalla guerra civile che dilania il Myanmar. Due chilometri più in là, si combatte
Siamo entrati nel campo di Ban Mai Nai Soi, dove 10mila profughi birmani aspettano una pace che non arriva mai
Case in bambù, palme intrecciate e foglie di fico fiancheggiano una strada sterrata che attraversa il campo profughi
La scritta blu che emerge dalla polvere di un cartello arrugginito ricorda che Ban Mai Nai Soi è un «rifugio temporaneo». Eppure, sta qui già da più di trent’anni, in un angolo della foresta tropicale al confine nord tra Thailandia e Myanmar, ad accogliere i birmani in fuga dalle folate della guerra civile che dilania il loro Paese. Siamo nell’anno 2.569 del calendario thai ma il tempo, all’interno del campo, è come sospeso nell’attesa perenne della pace. Cristallizzato dalla paura delle bombe che, solo due chilometri più in là, cadono giorno e notte e fanno tremare la terra fino a qui.
Ban Mai Nai Soi è un limbo con più di 10mila anime. Dalla Thailandia è raggiungibile solo attraverso un sentiero dissestato che squarcia un tratto della giunga della provincia di Mae Hong Son segnato dai pali nascosti tra le felci a offrire sacrifici agli spiriti della foresta. L’accesso si staglia al di là di un posto blocco allestito con un altarino buddista su un lato e un gabbiotto sull’altro. Gli agenti in mimetica registrano i nomi di chi entra e di chi esce su un banchetto che nasconde maldestramente la vista di un’amaca srotolata su due grossi caschi di banane.
La vita che pulsa oltre la barriera bianca e rossa è un via vai di motorini che si arrampicano sulle colline sfidando le ripide di terra rossa addolcite da una fitta trama di torrenti. La stagione delle piogge è appena cominciata: tra qualche giorno sarà di nuovo il tempo delle piene che inghiottono i ponticelli e che spingono la melma fin dentro gli alloggi.
Il caldo è asfissiante. A mezzogiorno, il termometro segna 37 gradi e umidità all’87 per cento. Si appannano gli occhiali. Due donne ci aspettano all’ombra di una tettoia sul retro di una chiesa con la facciata in palme intrecciate. I loro nomi, come tutti quelli delle persone che abbiamo incontrato, sono di fantasia. La guerra in Myanmar non può essere raccontata se non attraverso la testimonianza di chi è fuggito alla furia della giunta militare lasciandosi dietro amici o parenti. È per proteggere questi che si parla piano. La piovra delle spie a caccia di informazioni sulla resistenza ha tentacoli ovunque.
La maggior parte degli uomini, delle donne e dei bambini che vivono nel campo sono del Karenni, lo Stato semi autonomo del Myanmar, al confine nord della Thailandia, dove i cristiani sono più del 30%. Qui, l’offensiva dell’esercito è particolarmente spietata. L’aviazione bombarda pesantemente città e villaggi per piegarne la fiera resistenza. Elisabeth racconta di aver lasciato il suo villaggio tre anni fa, insieme ad altre undici persone, con due coperte e una piccola borsa come unico bagaglio. «Ho camminato per giorni e giorni nella foresta, il primo luogo in cui trova riparo chi scappa. Era agosto e pioveva tanto. Avevamo solo foglie di banano a proteggerci. Per arrivare al campo abbiamo dovuto attraversare un fiume in piena. Io non so nuotare e l’acqua mi arrivava fino al petto». Oggi sorride della paura che ha vissuto in quel momento: «Non avevo altra scelta, dovevo buttarmi». Parla ma non riesce a stare ferma: si sistema il fiorellino bianco incastrato nella coda in cui sono avvolti i capelli brizzolati, si sventola con un cappellino, sgomita scherzosa l’amica che le siede accanto: «Abbiamo la stessa età, ma lei ha denti migliori dei miei».
Emma è invece arrivata l’anno scorso. È malata. Soffre di diabete e ipertensione. Le sue condizioni non gli avrebbero mai permesso di affrontare un viaggio a piedi. «I miei otto figli hanno fatto una colletta per raccogliere il denaro con cui mi sono assicurata un posto in un furgone con altre diciotto persone. Siamo arrivati a destinazione, al confine, dopo 12 ore di strada». La somma versata per la fuga è di 300mila kyat (poco più di 120 euro) che equivalgono al costo di due sacchi di riso da 45 chili. Una fortuna per i birmani che soffrono in povertà le conseguenze della guerra. In Myanmar l’inflazione è talmente alta (oltre il 30 per cento) che l’invio di aiuti in contanti è problematico: pile di carta, troppo ingombranti. Chi si imbatte nell’impresa di attraversare clandestinamente il confine, via terra o via fiume, per portare conforto alla popolazione privilegia ormai solo il riso. I soldi non possono comprarlo perché non ce n’è.
Joanni ha lo sguardo stanco, rassegnato alla polvere della strada e alla bellezza delle bouganville che la costeggiano. È un generale dell’esercito del Karenni arrivato al campo per trascorrere con la sua famiglia qualche giorno di licenza. «Tra neppure un mese devo tornare alle armi – sottolinea – c’è una rivoluzione da combattere». Mentre parla si massaggia la coscia: «Mi fa male, ho un proiettile conficcato tra l’osso e il nervo». La guerra lo ha segnato non solo nel corpo. «Il ricordo delle atrocità di cui ho fatto esperienza mi toglie il sogno. L’immagine che proprio non riesco a togliermi dalla testa è quella di una donna incinta che ho visto morire in un villaggio che l’esercito della giunta aveva appena abbandonato. Non era ferita, è stata uccisa dalla fame. Lo ammetto, ho pianto».
Chi riesce ad arrivare al campo deve provvedere da sé all’alloggio. Si buttano giù gli alberi della giungla per fare posto a casette sopraelevate in bambù e foglie di fico violino. Il sistema antincendio è fatto di sacchetti di plastica pieni di acqua appesi all’esterno, sotto lo spiovente del tetto, da utilizzare in caso di necessità. Non c’è elettricità se non quella prodotta da qualche piccolo generatore. I negozi allestiti nelle baracche vendono bottigliette di vino di riso fatto in casa e bustine di noci, piselli secchi e bacche. A molti piace masticare kun-ya, “caramelle” in foglie di betel, ripiene di semi di palma, spezie e tabacco, che tingono bocca e denti di rosso. Si dice che siano un energizzante naturale e che aiutino a non sentire i morsi del digiuno. L’accesso al cibo non è scontato. Ogni giorno, le donne imbracciano le gerle e si spingono nella foresta per andare a raccogliere le erbette con cui arricchire il poco da mettere in tavola: prevalentemente pollo e brodo di durian cucinati sul carbone.
Un tempo qui c’era un presidio del governo americano che finanziava le Ong impegnate nella distribuzione degli aiuti. Il taglio dei fondi Usaid disposto dall’Amministrazione Trump ha paralizzato ogni tipo di attività. L’ufficio su cui svetta la scritta US Department è oggi un deposito di motorini.
(…)
