2026 05 27 Le guerre dimenticate

INDONESIA - Violenza in Papua, colpiti i cattolici in una chiesa; oltre 100mila i civili sfollati interni
NIGERIA - In tre mesi 9 morti e 25 rapiti in assalti in comunità parrocchiali nello Stato di Kaduna. Preoccupazione per gli insegnanti e gli alunni rapiti nello Stato di Oyo
INDIA - Punjab: morte nelle fogne di due operai cristiani specchio di diritti negati. Manipur, figlio del pastore Sitlhou perdona gli uccisori come segno di pace
MOZAMBICO - Continuano le violenze e gli attacchi nella provincia di Cabo Delgado
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
Vai a "Cristiani perseguitati. Memoria e preghiera"

Le guerre dimenticate: SUD SUDAN
Inferno Sud Sudan, senza cibo né medicine. «Se ti ammali, la morte è vicina»
In Slovacchia si celebra la memoria di Veronika Racková, la suora medico uccisa 10 anni fa in Sud Sudan

INDONESIA - Violenza in Papua, colpiti i cattolici in una chiesa; oltre 100mila i civili sfollati interni
L’episodio risale al 17 maggio scorso. Al termine della messa domenicale, un ordigno è esploso nel cortile della chiesa cattolica di San Paolo, nel villaggio di Mbamogo, nella reggenza di Intan Jaya. Quattro civili, tutti cattolici papuani indigeni, sono rimasti feriti. Sono oltre 105.000 gli sfollati interni registrati dall’inizio del 2026 nella Papua indonesiana

“Il recente bombardamento con droni contro una chiesa cattolica di Intan Jaya, ha provocato vittime civili e un profondo trauma nella comunità locale. Come frati minori della Commissione ‘Giustizia e pace’ esprimiamo grave preoccupazione per la crescente violenza che prende di mira i luoghi di culto e i residenti disarmati. Ribadiamo che la protezione della vita umana, la dignità delle comunità indigene e la sacralità degli spazi religiosi e devono essere tutelate senza eccezioni; e chiediamo un’indagine indipendente, nonché garanzie immediate di sicurezza e accesso umanitario per tutte le famiglie colpite”: lo dice all’Agenzia Fides p. Alexandro Rangga OFM, Direttore della Commissione “Giustizia e Pace” dei Frati Minori della Papua Indonesiana.
Il 17 maggio scorso, dopo la messa domenicale, un ordigno è esploso nel cortile della chiesa cattolica St. Paul nel villaggio di Mbamogo, nella reggenza di Intan Jaya, all’interno della provincia di Papua Centrale. L’esplosione ha ferito quattro civili (tutti indigeni papuani cattolici). mentre molti fedeli erano nel cortile della chiesa al momento dell’esplosione.
Secondo varie testimonianze locali, l’ordigno sarebbe stato lanciato da un drone. L’incidente ha provocato la fuga di centinaia di civili nei boschi e ha aumentato la tensione nella zona.
L’esercito indonesiano (TNI) ha negato ogni coinvolgimento, parlando di possibili “provocazione” per creare scompiglio e aumentare la tensione tra l’esercito e la popolazione.
La polizia di Papua centrale ha aperto un’indagine per chiarire dinamica e responsabili.
Padre Yanuarius Yance Yogi, parroco cattolico locale, ha coordinato l’evacuazione dei feriti e ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei fedeli, mentre Tino Mote, presidente della Gioventù cattolica di Papua centrale, chiedendo un’indagine trasparente, ha invitato il Presidente indonesiano Prabowo Subianto a intervenire “con serie politiche di pace”.
I fedeli nella comunità cattolica locale, nella diocesi di Timika, sono profondamente scioccati.
L’area è già segnata da decenni di conflitto tra forze di sicurezza indonesiane e gruppi separatisti papuani. A capo della Commissione “Giustizia e Pace”, p. Alexandro Rangga rileva con preoccupazione la situazione di violenza diffusa: “Sparatorie, operazioni di sicurezza che colpiscono i civili, morte di bambini, donne, studenti e indigeni, recenti esplosioni di bombe vicino a luoghi di culto, non solo hanno portato a un’ondata di rifugiati, ma hanno anche causato profonde ferite e dolore. Questa situazione dimostra che la Papua rimane intrappolata in un ciclo di sofferenza che non ha ancora trovato una via verso la vera pace”.
Aggiunge il frate: “Il conflitto in corso ha privato il popolo papuano del suo senso di sicurezza, del suo futuro e del suo diritto alla vita. Bambini e donne papuani sono il volto dell’umanità; sono un’immagine ferita di Dio stesso, che dovrebbero vivere e crescere in un ambiente pacifico, ricevere un’istruzione adeguata e vivere senza l’ombra della violenza e il rumore delle armi”.
I francescani rifiutano la militarizzazione negli spazi civili: “L’eccessiva presenza di forze armate nelle aree civili - rileva - ha finora creato traumi, paura, sfollamento e nuove vulnerabilità per le comunità. Chiediamo un’indagine indipendente su tutti gli incidenti che causano vittime civili, nel pieno rispetto dei principi di giustizia, e garantendo la responsabilità morale e materiale dei responsabili. Come affermato nell’Enciclica ‘Pacem in Terris’, la vera pace si fonda solo su verità, giustizia, amore e libertà. Senza giustizia, la pace diventa solo un silenzio imposto”.
Conclude il francescano: “Invitiamo tutto il popolo di Dio ad intensificare le preghiere per la pace in Papua; a creare uno spazio di solidarietà per le vittime; e diventare operatori di pace all’interno della comunità. Crediamo che la Papua non sia una terra maledetta, ma una terra di vita. La Papua non dev’essere un luogo di guerra senza fine. La Papua è la nostra casa comune”.
Attualmente nella Papua Indonesia (anche detta Itia Jaya) persiste un conflitto a bassa-media intensità, concentrato soprattutto negli altipiani centrali della regione. Le operazioni militari indonesiane sono aumentate negli ultimi anni, causando imponenti spostamenti di popolazione: sono oltre 105.000 gli sfollati interni registrati solo dall’inizio 2026, soprattutto indigeni papuani che fuggono nei boschi. Le popolazioni locali accusano l’esercito di uccidere i civili, incendiare villaggi, attaccare chiese e scuole, violare potentemente i diritti umani, mentre i militari negano, affermando di combattere solo i separatisti armati.
Mentre vi è la presenza attiva della formazione politica Organisasi Papua Merdeka (OPM), membri separatisti armati compiono attacchi o agguati contro forze di sicurezza, infrastrutture e talvolta contro minatori, considerati “invasori”. Le principali rivendicazioni della popolazione di Papua sono l’indipendenza, o almeno maggiore autonomia, nel quadro del riconoscimento dell’identità melanesiana distinta da quella indonesiana. L’Indonesia, dal canto suo, considera la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale e vede il movimento come una minaccia separatista e terrorista.
Un fattore chiave, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse naturali (rame, oro, legname, gas, ecc.) sfruttate da grandi multinazionali con concessioni date dal governo centrale indonesiano e nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni locali.
Altro fattore di conflitto è rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici, da decenni promossa dal governo centrale (la “transmigrasi”, ovvero di migrazione di persone da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.
In tale complessa situazione, vi sono accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace.
Parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, la Papua è stata una colonia olandese fino al 1962, per poi essere integrata nell’Indonesia nel 1969 tramite un referendum in cui solo circa 1.000 rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un voto popolare. Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica e le rivendicazioni delle popolazioni locali.
(PA) (Agenzia Fides 21/5/2026)

NIGERIA - In tre mesi 9 morti e 25 rapiti in assalti in comunità parrocchiali nello Stato di Kaduna
Sono almeno nove le persone uccise e altre 25 rapite negli ultimi tre mesi in attacchi separati alle comunità parrocchiali di Kurmin Dangana, nello Stato di Kaduna, nella Nigeria centro settentrionale.
Lo ha denunciato padre Christian Okewu Emmanuel, Cancelliere dell’arcidiocesi di Kaduna in una missiva inviata al Segretariato Generale Cattolico ad Abuja.
“Vi scrivo per informavi dei continui attacchi terroristici contro alcune comunità e stazioni pastorali sotto la cura pastorale della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo nel distretto di Kurmin Dangana, nella zona di governo locale di Kagarko, nello Stato di Kaduna” si legge nella missiva. “L’ultimo attacco è avvenuto giovedì 21 maggio nella stazione di Kurmin Bongo. I terroristi hanno colpito tra le 22 e l’una di notte, durante un forte temporale”. “Nonostante gli sforzi del gruppo di vigilanza – continua padre Emmanuel - cinque persone sono state uccise e altre dieci rapite, due delle quali sono state liberate grazie all’intervento del gruppo di vigilanza”.
Il Cancelliere dell’arcidiocesi di Kaduna riferisce che in precedenza, altri due attacchi si erano verificati nelle stazioni di Kasaru-B il 2 marzo e di Sabon Gari il 1° maggio. “Durante l’attacco a Kasaru-B, una persona è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco, un’altra ha riportato diverse ferite da arma da fuoco, mentre altre otto, sono state rapite. Sebbene in seguito abbiano riacquistato la libertà, due di loro sono stati uccisi nel covo dei terroristi”. “L’attacco alla stazione di Sabo Gari è avvenuto appena due settimane dopo il rilascio delle vittime di Kasaru-B: due persone hanno riportato ferite da arma da fuoco, mentre altre dieci sono state rapite. Una di queste è stata uccisa mentre si trovava ancora nel campo dei terroristi”. I ripetuti attacchi hanno causato lo sfollamento degli abitanti delle comunità colpite. (…)
Ricordiamo infine che sono ancora nelle mani dei loro rapitori i 37 fedeli catturati la domenica di Pasqua, 5 aprile, nella Comunità di Ariko dell’area del governo locale di Kachia (vedi Fides 8/4/2026). Per la loro liberazione i sequestratori hanno chiesto un miliardo di Naira (circa 628.000 euro) e 35 motociclette, minacciando di uccidere gli ostaggi se le richieste non verranno soddisfatte. (L.M.) (Agenzia Fides 26/5/2026)

NIGERIA - Preoccupazione per gli insegnanti e gli alunni rapiti nello Stato di Oyo

“Pregate per il rilascio delle persone rapite nelle scuole di Ogbomoso” ha chiesto ai fedeli Mons. Emmanuel Adetoyese Badejo, Vescovo di Oyo, nell’omonimo Stato nel sud-ovest della Nigeria, al confine con il Benin
“Alla luce del recente rapimento di insegnanti e studenti nelle scuole di Ogbomoso, chiedo con urgenza di pregare per la liberazione dei prigionieri in ogni Santa Messa così come in ogni sessione di preghiera di intercessione, compresa la Novena allo Spirito Santo” ha invitato Mons. Badejo. “Chiedo inoltre di pregare con fervore per il nostro governo, affinché Dio conceda ai nostri leader la saggezza, la perspicacia e il coraggio necessari per agire con prontezza e decisione a tutela del nostro popolo” conclude il Vescovo.
Il 15 maggio un commando di uomini armati a bordo di motociclette ha attaccato diverse scuole nella zona di Ahoro-Esinele del distretto di Oriire, vicino a Ogbomoso. Tra gli istituti scolastici presi di mira c’à la Baptist Nursery and Primary School di Yawota, la Community Grammar School di Esiele e la LA Primary School di Ogbomoso. (…)
(L.M.) (Agenzia Fides 20/5/2026)

INDIA - Punjab: morte nelle fogne di due operai cristiani specchio di diritti negati
di Shafique Khokhar
Shakeel e Sammer Masih, addetti alla pulizia della rete, ultimi casi di “morti bianche” fra i cristiani. Attivisti denunciano il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza. L’intervento del vescovo della Sahiwal Baptist Church e la promessa di una indagine approfondita delle autorità. A pesare è anche il mancato accesso all’istruzione per i cristiani, sfruttati in lavori pericolosi.

Il decesso di due addetti alla manutenzione delle fognature durante operazioni di pulizia della rete a Sahiwa, già nota come Montgomery fino al 1966 nella provincia del Punjab, ha riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. In particolare, sulle (presunte) negligenze degli appaltatori e lo sfruttamento della manodopera cristiana, minoranza nel Paese, in lavori potenzialmente pericolosi e teatro di incidenti mortali. (…)

Fonti locali riferiscono che Javed Iqbal ha denunciato (Fir n. 412/26) alla stazione di polizia di Sahiwal un appaltatore privato, sostenendo che dietro la morte dei lavoratori cristiani (Shakeel e Sammer Masih) vi siano negligenza e mancata applicazione delle misure di sicurezza. Egli aggiunge che i contratti per la pulizia delle condotte fognarie venivano sempre stipulati secondo termini e condizioni rigorose, che imponevano agli appaltatori di garantire la sicurezza dei lavoratori e di fornire dispositivi di protezione. In questo caso specifico, il 3 febbraio scorso era stato firmato un accordo scritto con Khalid Masih per la pulizia delle condotte fognarie.

In base all’accordo stesso, l’orario di lavoro era fissato tra le 10 e le 22, mentre non era consentito l’accesso alle condotte fognarie durante le ore vietate. Il contratto richiedeva all’appaltatore di fornire i dispositivi di sicurezza necessari tra cui giacche protettive, camicie, giubbotti e altri equipaggiamenti essenziali destinati a ridurre al minimo i rischi durante i lavori - considerati potenzialmente pericolosi - di pulizia delle condotte fognarie.

Tuttavia, secondo il denunciante Khalid Masih avrebbe violato l’accordo continuando le operazioni senza adottare le misure richieste. Secondo Iqbal l’appaltatore avrebbe permesso ai lavoratori di accedere alla rete sotterranea senza i dispositivi e senza seguire i protocolli, finendo per causare la morte di Shakeel Masih e Sammer Masih mentre lavoravano sotto la sua diretta supervisione.

La tragedia richiama una volta di più l’attenzione sulle condizioni di pericolo in cui versano gli addetti alla nettezza urbana in tutto il Pakistan, molti dei quali lavorano senza una formazione adeguata, senza dispositivi di protezione individuale e sistemi di pulizia meccanizzati. Le organizzazioni per i diritti umani hanno più volte criticato le modalità applicate nelle operazioni di pulizia manuale delle fognature, definendole come una grave violazione dei diritti dei lavoratori e della dignità umana.

L’attivista sociale e per i diritti umani Khalid Shahzad ha condannato con forza queste “morti bianche” e ha collegato la questione a quella che ha definito una “discriminazione sistematica” contro le minoranze religiose, in particolare i cristiani, nel settore del lavoro in Pakistan. Egli ricorda che la comunità cristiana, che storicamente ha svolto un ruolo economico significativo prima della Partizione, è stata sempre più spinta verso occupazioni a basso reddito e pericolose. Fra queste vi sono la pulizia delle reti fognarie, il lavoro nelle fornaci di mattoni e nelle aziende agricole delle zone rurali, soprattutto in quelle dove latinano i controlli. Oltretutto l’accesso limitato all’istruzione superiore e alle opportunità professionali ha lasciato molte famiglie cristiane intrappolate in cicli di povertà e segregazione occupazionale. (…) (Asia News 13/05/2026)

INDIA - Manipur, figlio del pastore Sitlhou perdona gli uccisori come segno di pace
di Nirmala Carvalho
L’appello ai funerali dei tre leader battisti uccisi nei giorni scorsi nei nuovi scontri tra i gruppi tribali dei Kuki-Zo e Naga: “Perdono quanti hanno ucciso mio padre nel nome del Signore e nella prospettiva del più ampio interesse della pace”. Il religioso ucciso si era speso per la riconciliazione tra i due gruppi. Preoccupazione per 6 persone ancora in ostaggio.

Haominlun Sitlhou, il figlio del rev. Vumthang Sitlhou - uno dei tre leader battisti uccisi nei giorni scorsi in un’imboscata in India nella tormentata regione del Manipur - ha pubblicamente perdonato i responsabili che hanno brutalmente assassinato suo padre.
La dichiarazione è stata fatta durante la cerimonia funebre dei tre leader religiosi freddati a colpi d’arma da fuoco il 13 maggio mentre tornavano da un incontro religioso a Churachandpur. (…)
Durante il funerale, Haominlun Sitlhou si è rivolto alla folla in lutto con parole che molti osservatori hanno definito straordinarie sia per il coraggio sia per la profonda convinzione spirituale. Ha dichiarato: “Perdono coloro che hanno ucciso mio padre nel nome del Signore e nella prospettiva del più ampio interesse della pace”.
Haominlun ha fatto appello alla riconciliazione tra le comunità colpite dalla violenza in corso nel Manipur. Ha invitato le persone a respingere l’odio e a continuare la missione di pace alla quale suo padre aveva dedicato la propria vita.

Il rev. Vumthang Sitlhou era una figura molto nota di collegamento tra le comunità cristiane tribali della regione. Secondo alcune fonti, aveva recentemente partecipato a consultazioni di pace che coinvolgevano leader cristiani Kuki-Zo e Naga e sosteneva il dialogo nel contesto delle crescenti tensioni etniche nel Manipur che oggi vedono scontrarsi tra loro i due gruppi tribali per il controllo delle colline, problema annoso di questa regione riacutizzato dai tre anni di forti tensioni con i Meitei, la popolazione a maggioranza indù che vive nelle pianure intorno a Imphal.

Durante il suo intervento, Haominlun ha rivolto un appello alle principali organizzazioni civili naga, tra cui lo United Naga Council (UNC), la Naga People’s Organisation (NPO) e la Senapati District Students’ Association (SDSA), chiedendo loro di contribuire a garantire il rilascio di sei ostaggi che sono ancora trattenuti in relazione ai disordini dei giorni scorsi. Ha descritto tali passi come necessari per ristabilire la pace e l’umanità nella regione.
(Asia News 18/05/2026)

MOZAMBICO - Continuano le violenze e gli attacchi nella provincia di Cabo Delgado: il vescovo di Quelimane invita tutti alla preghiera

Nella provincia di Cabo Delgado continua l’insurrezione islamista (ISM). I recenti attacchi in distretti come Nangade, Mocímboa da Praia e nelle aree meridionali hanno preso di mira civili, soldati, missionari e minatori, uccidendo persone, incendiando case e causando centinaia di nuovi sfollamenti. Un raid a Namacuili ha causato almeno quattro morti, mentre gruppi armati colpiscono i distretti di Ancuabe e Macomia. “La situazione sembra fuori controllo – dice all’Agenzia Fides il vescovo della diocesi di Quelimane, Osório Citora Afonso, IMC – gli attacchi continuano sempre nelle stesse aree e la popolazione è impaurita. Le donne in particolare vivono situazioni difficili. Oltre a quello che viene diffuso nei notiziari continua la distruzione, tanti vittime e cristiani sono rimasti uccisi. Invito tutti a pregare per noi” – conclude il missionario della Consolata che è anche Amministratore Apostolico dell’Arcidiocesi di Beira.

Complessivamente, oltre un milione di persone sono state sfollate a causa del conflitto. (…) In una nota diffusa dalle autorità locali si legge che il delegato dell’INGD a Cabo Delgado, Marques Naba, ha affermato che la risposta umanitaria deve essere adattata a “uno scenario complesso e simultaneo”. Naba ha dichiarato che durante l’attuale stagione delle piogge, sono state colpite 4.570 case, di cui 1.316 distrutte. Una nota positiva è il rientro nelle loro zone di origine di oltre 600mila persone che erano state precedentemente sfollate a causa del conflitto a Cabo Delgado. Il governo e le forze regionali (incluse le truppe ruandesi) sono attivamente impegnati, ma la situazione sta creando una crisi umanitaria sempre più grave.
(AP) (Agenzia Fides 12/5/2026)

Le guerre dimenticate: SUD SUDAN
Inferno Sud Sudan, senza cibo né medicine. «Se ti ammali, la morte è vicina»
di Paolo Lambruschi
La drammatica testimonianza di Nyaluat Tut, madre di due figli, che è riuscita a scappare dalla palude di Nyatim. «In tanti provano a fuggire». Medici senza frontiere: mancano ospedali e aiuti, il rischio di epidemie è alto

«Siamo esausti. Solo Dio può aiutarci. Non c’è cibo, da quando sono iniziati i combattimenti. Sopravviviamo mangiando radici e foglie. Raccogliamo ninfee nelle paludi. Ma se ti trovano lì, puoi essere ucciso. Se al pomeriggio qualcuno non è tornato, sappiamo che non tornerà mai più. Chi è sopravvissuto ai combattimenti a Pieri e Lankien sta morendo di fame e malattie». È la drammatica testimonianza di Nyaluat Tut, madre di due figli, che dall’inferno della palude di Nyatim, nello Stato di Jonglei in Sud Sudan, è riuscita a fuggire. Chi non riesce a scappare mangia foglie bollite, racconta. A lanciare l’allarme è Medici senza frontiere (Msf), rimasta a fronteggiare la catastrofe umanitaria.

Decine di migliaia di sfollati fuggiti dalle recenti violenze a Lankien e Pieri si trovano, da marzo, a Nyatim, nella contea di Nyirol. Si sono accampati vicino a una palude dove le autorità governative, denuncia Msf, impediscono alle organizzazioni umanitarie di entrare. La maggior parte degli sfollati sono donne, bambini, anziani e ammalati che non potrebbero affrontare il trasferimento in luoghi più sicuri. Oltre ad essere esposti al rischio di rapimenti da parte di bande armate, gli accampati sono privi di cibo e riparo adeguati, acqua potabile e medicinali. Almeno una dozzina di bambini sono morti per dissenteria e sospetta malaria.
«La gente sta cercando di scappare – testimonia Nyaluat, che è riuscita a raggiungere la località sicura di Chuil –, ma alcuni muoiono lungo il tragitto. È solo una questione di fortuna: se anche arrivi sano e salvo, sai che chi verrà dopo di te potrebbe non farcela. Quando gli adulti trovano il coraggio di partire, capita che i bambini muoiano davanti ai loro occhi. In questi casi, se la madre sopravvive arriva a destinazione. Ma se muore, i bambini restano indietro. È così che viviamo o moriamo». Secondo il personale di Medici Senza Frontiere, nelle ultime quattro settimane a Nyatim sono morte almeno 58 persone.
«Non c’è distinzione tra anziani e giovani – prosegue Nyaluat Tut –. Non ci sono ospedali nelle vicinanze. Quello di Lankien non esiste più e non ce ne sono altri. Se ti ammali, la morte si avvicina. In passato, chi aveva del cibo poteva sopravvivere alla malattia. Ora non è più così».

L’Ong Medici senza frontiere sollecita una risposta urgente, potenziata e coordinata. «Senza aiuti continuativi, c’è un alto rischio di epidemie e di ulteriori emergenze sanitarie, che fanno peggiorare una situazione già critica» afferma Zakaria Mwatia, capo missione di Msf in Sud Sudan.
In questa situazione di guerra civile ed emergenza umanitaria, il governo di Juba ha annunciato che a dicembre si terranno le prime elezioni dall’indipendenza della giovanissima nazione africana, staccatasi dal Sudan nel 2011. Dalla fine del 2025, le forze governative fedeli al presidente Salva Kiir e le milizie di opposizione del suo storico rivale Riek Machar si stanno scontrando in particolare nello Stato di Jonglei, dopo il fallimento di un accordo di condivisione del potere. Machar, accusato di crimini contro l’umanità, è stato privato della carica di vicepresidente e posto agli arresti domiciliari.
Dal 2023, la chiamata alle urne è stata rimandata e riprogrammata più volte. Tuttavia, molti analisti dubitano che le elezioni si possano tenere entro otto mesi perché il Sud Sudan, produttore di petrolio, è afflitto da corruzione diffusa e povertà estrema, aggravate dai significativi tagli agli aiuti internazionali nell’ultimo anno. (Avvenire 25 aprile 2026)

TESTIMONIANZA – RICORDO
SUD SUDAN

In Slovacchia si celebra la memoria di Veronika Racková, la suora medico uccisa 10 anni fa in Sud Sudan
di Bohumil Petrík

“Non posso lasciare il popolo del Sudan perché lo amo”: Così diceva di sé suor Veronika Racková, medico e missionaria, prima di essere colpita il 16 maggio 2016 da proiettili sparati da alcuni militari sud-sudanesi ad un posto di blocco (vedi Fides 21/5/2016).
A 10 anni dalla sua morte, avvenuta il 20 maggio 2016 in un ospedale di Nairobi, la memoria della sua testimonianza rimane viva soprattutto nella sua terra d’origine. E molti esprimono il desiderio che inizi presto il processo di canonizzazione della religiosa slovacca.

L’Arcivescovo Nicola Girasoli, Nunzio apostolico in Slovacchia, ha presieduto la liturgia eucaristica celebrata domenica 17 maggio a Bánov, villaggio natale di suor Veronika Racková, nel decimo anniversario del suo assassinio.

Veronika Racková era nata nel 1958 a Bánov, cittadina che all’epoca faceva parte della Cecoslovacchia. Era medico e apparteneva alla congregazione missionaria delle Serve dello Spirito Santo. Da missionaria e medico aveva operato prima nel Ghana e poi in Sudan, nella parte del Paese che proprio negli anni della sua missione avrebbe proclamato la sua indipendenza, dando vita al Sud Sudan.
La suora slovacca era responsabile del centro sanitario da lei diretto, il St Bakhita’s Medical Centre di Yei.
Secondo le notizie riportate allora dall’Agenzia Fides, intorno alla mezzanotte del 16 maggio Suor Veronika aveva ricevuto una chiamata di soccorso urgente per una donna che stava avendo un parto difficile. La religiosa aveva accompagnato con l’ambulanza la paziente all’Harvester’s Health Center, una struttura meglio attrezzata per assistere partorienti e nascituri. Sulla strada di ritorno, era stata raggiunta da colpi esplosi da alcuni uomini armati, soldati dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA, l’ex movimento di guerriglia che dopo l’indipendenza del Paese proclamata nel 2011 aveva preso il potere).
Subito soccorsa, suor Veronika era stata trasportata in un ospedale di Nairobi, dove era spirata dopo alcuni giorni di agonia.

Nella sua ultima intervista, suor Veronika aveva raccontato che prima della nascita dello Stato del Sud Sudan, erano state condivise preghiere ecumeniche per il buon esito del referendum sull’indipendenza nel Paese: “Non è stata coinvolta solo la Chiesa in Sudan e in Africa, ma anche in tutto il mondo. Le mie consorelle nel villaggio di Ivanka pri Dunaji in Slovacchia hanno tradotto la preghiera per il referendum in slovacco, quindi si pregava anche in lingua slovacca”.
Quando la situazione di sicurezza nel Paese era diventata più pericolosa, alla comunità di suore era stato chiesto se volevano fare rientro nella propria Patria.
“Abbiamo fatto il discernimento, ogni suora per sé, e poi in comunità”, spiegava Veronika nell’intervista “e abbiamo scelto di rimanere, perché sentivamo che stiamo nel posto e nel tempo giusto e che Dio è con noi. Questa gente aveva bisogno di noi non tanto per il nostro lavoro, ma per poter pregare e stare insieme”.

In virtù della sua esperienza missionaria, suor Veronika consigliava: “Rispetto ai Paesi del Terzo Mondo, non date niente per scontato. Prendetevi cura della vita e della famiglia. Siamo solidali con le persone bisognose.”
Nella commemorazione avvenuta in Sud Sudan cinque anni dopo la sua morte, l’allora Vescovo di Yei, Erkolano Lodu Tombe, aveva detto che la Chiesa “non può permettere che l’ingiustizia continui a distruggere il mondo e quindi il caso di suor Veronica, che è in corso, sta andando avanti troppo a lungo, ma le procedure legali sono così e dobbiamo seguire finché non avremo giustizia davanti al tribunale”.
Nel 2019, il presidente slovacco Andrej Kiska aveva conferito a suor Veronika post mortem l’onorificenza della Croce di Pribina della prima classe per i suoi “contributi straordinari allo sviluppo sociale della Repubblica Slovacca attraverso i servizi sanitari preventivi e l’attività missionaria.”
Alla cerimonia di domenica scorsa, il parroco di Bánov, Peter Cieško, ha ricordato che gli abitanti della città natale di suor Veronika sono giustamente orgogliosi della loro concittadina, e che guardare alla figura di Suor Veronika dona grande slancio affinché le persone non vivano solo per se stesse, ma siano pronte a offrire il proprio aiuto per gli altri. (Agenzia Fides 19/5/2026).