2026 05 20 INDIA - Uccisi in un agguato tre Pastori Battisti di etnia Kuki in Manipur

MANIPUR INDIA: l’uccisione di tre pastori battisti e il rapimento di due giovani salesiani riaccendono l’allarme nello Stato indiano nord-orientale.
NIGERIA - liberato padre Nathaniel Asuwaye. Risultano ancora nelle mani dei sequestratori almeno altri due sacerdoti cattolici. Oltre 100 morti, 98.000 sfollati, 217 chiese distrutte nella diocesi di Wukari. Almeno 50 studenti rapiti in tre diverse scuole nel nord-est.
ETIOPIA - L’eparca di Adigrat: appello per la misericordia e la sacralità della vita di 200 etiopi condannati a morte. Perché sono condannati.
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MANIPUR INDIA: l’uccisione di tre pastori battisti e il rapimento di due giovani salesiani riaccendono l’allarme nello Stato indiano nord-orientale.

INDIA - Uccisi in un agguato tre Pastori Battisti di etnia Kuki in Manipur

In un’imboscata tesa a un convoglio di cristiani battisti di etnia kuki, nello stato indiano di Manipur, sono stati brutalmente assassinati tre Pastori cristiani battisti e altri sono feriti. L’agguato, avvenuto il 13 maggio intorno alle 10 del mattino, si inscrive nella situazione di forte instabilità che si registra in Manipur, stato dell’India Nordorientale in cui è in corso un conflitto civile tra le comunità etniche Kuki e Meitei (i primi in maggioranza cristiana, i secondi di religione indù), ma che negli ultimi mesi ha coinvolto anche la terza etnia presente nello stato, il popolo Naga. (…)

Nel massacro sono stati uccisi il Pastore Vumthang Sitlhou, presidente della “Thadou Baptist Association (TBA); i pastori V. Kaigoulun; ; rev. Paogou. Tra i feriti gravi vi sono altri 4 Pastori, il reverendo S.M. Haopu, il reverendo il rev. Hekai Simte, rev. Paothang e i due autisti. (…)
Si legge in una nota dello UCFNEI.
“L’uccisione di pastori battisti appartenenti alla comunità Kuki non è semplicemente un attacco a individui o a una tribù, ma un assalto alla fede cristiana, alla sacralità della vita e al tessuto stesso di fratellanza e sorellanza nel nordest dell’India. Nessuna rivendicazione politica o etnica può mai giustificare l’omicidio di pastori e operatori ecclesiastici disarmati che viaggiavano su una strada pubblica”. (…) (PA) (Agenzia Fides 13/5/2026)

INDIA - Manipur, la spirale di violenza colpisce le comunità religiose

Il rapimento di due giovani religiosi salesiani in Manipur riporta in evidenza l’instabilità che da oltre due anni sconvolge lo Stato dell’India nordorientale. Albert Panmei Aching e Peter Poji Küvisie, due fratelli salesiani, sono stati sequestrati la sera del 13 maggio mentre viaggiavano dal complesso Don Bosco di Imphal, capitale del Manipur, verso il centro salesiano di Maram, a circa venti chilometri di distanza. Dopo una notte e una giornata di forte tensione, i due religiosi sono stati rilasciati il 14 maggio. Padre Suresh, della provincia salesiana di Dimapur, ha espresso “grande sollievo” per la loro liberazione, sottolineando come i due confratelli siano “sani e salvi”.

Un conflitto etnico che mina la convivenza
Il Manipur è teatro dal maggio 2023 di un violento conflitto che vede contrapposte soprattutto le comunità Kuki e Meitei. I primi sono in maggioranza cristiani, i secondi prevalentemente indù. Negli ultimi mesi la tensione ha coinvolto anche gruppi appartenenti all’etnia Naga, aggravando ulteriormente il quadro della sicurezza. Le conseguenze umanitarie sono pesantissime. Secondo la “All India Catholic Union”, oltre 250 persone hanno perso la vita dall’inizio della crisi, più di 60 mila sono state costrette a lasciare le proprie case e centinaia di villaggi e chiese sono stati distrutti. Migliaia di sfollati vivono ancora nei campi profughi, mentre il tessuto sociale appare sempre più lacerato. In questo contesto, anche le comunità religiose e i loro leader sono diventati bersagli della violenza. Il rapimento dei due salesiani rappresenta infatti non solo un episodio criminale, ma anche il segnale di un deterioramento generale della convivenza civile e della fiducia reciproca.

La condanna dei vescovi indiani
Di fronte a un tale aggravamento della situazione, la Conferenza episcopale cattolica dell’India (CBCI) ha diffuso una dura nota di condanna, esprimendo “profondo dolore e cordoglio” per le violenze che continuano a colpire il Manipur. I vescovi hanno definito gli attacchi “atti efferati” contro leader religiosi che, in questi anni di crisi, hanno rappresentato “una fonte vitale di speranza e forza”. Nel comunicato si sottolinea che “la violenza non fa che acuire le ferite, prolungare la sofferenza e indebolire i legami che uniscono le comunità”. (…)
(Vatican News 15 maggio 2026)

NIGERIA - liberato padre Nathaniel Asuwaye. Risultano ancora nelle mani dei sequestratori almeno altri due sacerdoti cattolici. Oltre 100 morti, 98.000 sfollati, 217 chiese distrutte nella diocesi di Wukari

NIGERIA - liberato padre Nathaniel Asuwaye
La diocesi di Kafanchan annuncia il rilascio del parroco sequestrato il 7 febbraio insieme a dieci fedeli. Restano ancora due sacerdoti nelle mani dei rapitori, mentre continuano violenze e attacchi contro le comunità cristiane nel nord della Nigeria

È stato liberato padre Nathaniel Asuwaye, sacerdote cattolico rapito il 7 febbraio 2026 nello Stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. L’annuncio è stato dato dalla diocesi di Kafanchan con un comunicato diffuso il 12 maggio, nel quale si esprime “profonda gratitudine a Dio” per il ritorno del parroco dopo tre mesi di prigionia. “Padre Nathaniel è ora al sicuro e sta ricevendo le cure necessarie. Le sue condizioni sono stabili, è di buon umore e vi ringrazia per le vostre preghiere e il vostro sostegno”, si legge nella nota firmata dal cancelliere diocesano, padre Jacob Shanet.

Una delle aree più instabili del Paese
Il sacerdote è parroco della chiesa della Santissima Trinità di Karku, nella zona di governo locale di Kaura, una delle aree più instabili dello Stato di Kaduna, regione frequentemente colpita da attacchi armati, sequestri e violenze contro civili e comunità religiose. Padre Asuwaye era stato rapito nelle prime ore del 7 febbraio da un gruppo di uomini armati che aveva fatto irruzione nella canonica, sequestrando anche dieci parrocchiani. Durante l’assalto almeno tre persone erano state uccise e altre erano rimaste ferite. (…)

Insicurezza per i cristiani
Con la liberazione di padre Asuwaye, risultano ancora nelle mani dei sequestratori almeno altri due sacerdoti cattolici: padre Joseph Igweagu, della diocesi di Aguleri nello Stato di Anambra, rapito il 12 ottobre 2022, e padre Emmanuel Ezema, della diocesi di Zaria nello Stato di Kaduna, sequestrato il 2 dicembre 2025. (Vatican News 13 maggio 2026)

NIGERIA - Oltre 100 morti, 98.000 sfollati, 217 chiese distrutte nella diocesi di Wukari

“Da settembre oltre 98.000 persone sono state costrette allo sfollamento, tra cui 16 sacerdoti, mentre 217 chiese sono state completamente distrutte” a causa delle violenze che imperversano nella parte meridionale dello Stato di Taraba (nel nord-est della Nigeria). Lo ha riferito Mons. Mark Maigida Nzukwein, Vescovo di Wukari in un comunicato pubblicato al termine della terza Assemblea Generale della diocesi. “Anche le abitazioni di otto sacerdoti sono state distrutte e si stima che oltre 100 persone siano state uccise” afferma la dichiarazione. Tra le ultime chiese assalite c’è la t. James the Great Catholic Church ad Adu, nel distretto di Takum (vedi Fides 25/3/2026), mentre un incendio accidentale ha gravemente danneggiato la Cattedrale di Santa Maria di Wukari il 4 marzo (vedi Fides 6/3/2026).
Le violenze colpiscono principalmente aree come il distretto di Chanchanji nell’area di governo locale di Takum in quelle di Ussa e Donga.
Si tratta di attacchi contro comunità di agricoltori molto probabilmente commesse da bande di pastori Fulani che prendono di mira villaggi prevalentemente cristiani. Dopo aver raso al suolo case, chiese e alte proprietà gli aggressori spesso occupano abusivamente i terreni lasciati dagli abitanti costretti alla fuga. Le incursioni dei pastori Fulani vanno ad aggiungersi al secolare conflitto fondiario tra le popolazioni Tiv e Jukun.
Il 12 febbraio di quest’anno il clero delle diocesi di Wukari e di Jalingo era sceso in strada per chiedere l’intervento immediato da parte del governo per fermare l’ondata di omicidi, rapimenti e distruzioni che colpisce le comunità agricole cristiane, in particolare la popolazione Tiv nel sud di Taraba (vedi Fides 13/2/2026). In quell’occasione la diocesi di Wukari riferiva che” finora più di 80 persone sono state uccise, molte altre sono rimaste ferite, mentre oltre 200 comunità e chiese sono state distrutte e oltre 90.000 cristiani sono stati costretti a lasciare le loro case”. A distanza di poco meno di tre mesi questi numeri sono aumentati, nonostante i pressanti appelli alle autorità perché ristabiliscano condizioni di sicurezza per le popolazioni delle aree colpite. (L.M.) (Agenzia Fides 11/5/2026)

NIGERIA - almeno 50 studenti rapiti in tre diverse scuole nel nord-est
L’attacco è avvenuto nello Stato del Borno da parte di uomini armati. Al momento nessuna rivendicazione. Secondo fonti governative ci sarebbero anche bambini tra i 2 e i 5 anni

La notizia viene rilanciata nella serata di sabato 16 maggio dai principali media internazionali, ma il fatto è accaduto ieri (15) nel nord-est della Nigeria, più precisamente nel villaggio di Mussa, epicentro di un’insurrezione jihadista. Circa 50 bambini e ragazzi, molti piccolissimi, di età compresa tra i 2 e i 5 anni, sono stati rapiti da militanti islamisti da tre diverse scuole del villaggio. Il copione è quello di sempre: l’irruzione negli edifici da parte di uomini armati e a volto coperto, l’aggressione e poi il rapimento di massa, probabilmente a scopo di estorsione.

Numeri contrastanti
Mohammed Ali Ndume, senatore dello Stato di Borno, ha dichiarato all’AFP che, secondo un conteggio effettuato dai responsabili locali di Mussa, sarebbero state rapite effettivamente 42 persone. Un abitante, Bukar Buba, ha invece dichiarato che i bambini rapiti sono 48. Ma alcuni risultano comunque dispersi, perché non erano in classe al momento dell’aggressione e forse sono riusciti a scappare nei boschi. L’attacco di venerdì è avvenuto poco dopo la partenza dal villaggio dei soldati dell’esercito nigeriano, ha spiegato Buba, la cui figlia e nipote figurano tra le persone rapite. Secondo lui, l’esercito ha trascorso la notte setacciando i dintorni alla ricerca degli studenti, senza riuscire a ritrovare “nemmeno un solo bambino”.

La matrice islamica
Nessuno ha rivendicato il rapimento, ma nella zona sono attivi i jihadisti di Boko Haram, il gruppo islamista che si contende il controllo della regione con la sua fazione rivale, lo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP). Da tempo gli Stati del nord della nazione più popolosa dell’Africa sono in preda a un’insicurezza cronica tra le bande armate, che saccheggiano i villaggi e rapiscono e terrorizzano gli abitanti, e la presenza di gruppi jihadisti, attivi principalmente nel nord-est. Alcuni testimoni, che hanno assistito agli attacchi ieri mattina a Mussa, affermano anche che i sospetti hanno usato i bambini come scudi umani mentre fuggivano in motocicletta, impedendo alle forze di sicurezza di aprire il fuoco. (Vatican News 17.05.2026)

ETIOPIA - L’eparca di Adigrat: appello per la misericordia e la sacralità della vita di 200 etiopi condannati a morte

“In qualità di Pastore dell’Eparchia Cattolica di Adigrat, alzo la mia voce non solo come leader religioso, ma anche come testimone del profondo valore di ogni anima umana, creata a immagine e somiglianza dell’Onnipotente”. È l’accorato appello che il vescovo dell’eparchia cattolica di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, rivolge a tutti gli organismi e agenzie umanitarie internazionali incaricati della salvaguardia della dignità umana, per duecento etiopi che attualmente rischiano la condanna a morte nel Regno dell’Arabia Saudita.

“La nostra fede ci insegna che la vita è un dono del Creatore: sacra, inviolabile e meritevole di protezione dal concepimento fino alla sua fine naturale – si legge nella nota inviata all’Agenzia Fides dall’eparca. Pur rispettando la sovranità delle nazioni e la necessità di difendere lo stato di diritto, crediamo che la giustizia sia più efficace quando è temperata dalla misericordia. L’esecuzione di queste 200 persone rappresenterebbe una perdita irreparabile di vite umane e un colpo straziante per le famiglie rimaste in Etiopia, molte delle quali già soffrono le difficoltà della povertà e dello sfollamento.”
“Non possiamo rimanere in silenzio mentre le vite di così tante persone sono in bilico. Chiediamo con fervore ai vostri organismi di avviare un dialogo urgente ad alto livello con le autorità del Regno dell’Arabia Saudita per ottenere la sospensione dell’esecuzione e la commutazione di queste condanne a morte. Garantire che a ciascuno di questi individui sia stato garantito il pieno rispetto del giusto processo, inclusa un’adeguata rappresentanza legale e la comprensione dei procedimenti a loro carico. Promuovere alternative alla pena capitale che consentano la riabilitazione, il pentimento e la possibilità di redenzione.”
“Il grido dei poveri e degli emarginati deve giungere alle orecchie della comunità internazionale – rimarca Medhin. Questi 200 etiopi non sono solo un numero; sono bambini, genitori e fratelli. Le loro vite hanno un valore intrinseco che trascende qualsiasi trasgressione. Preghiamo che i cuori di chi detiene il potere siano mossi dallo spirito di compassione. Insieme, lavoriamo affinché la ‘cultura della morte’ venga sostituita da una ‘civiltà dell’amore’ e della misericordia. In questo periodo di prova, restiamo saldi nella nostra speranza e nel nostro impegno per la sacralità della vita.”

Molti degli etiopi a rischio sono rifugiati fuggiti durante il conflitto nel Tigray (2020-2022). Il 21 aprile 2026, tre migranti etiopi sono stati giustiziati in Arabia Saudita. Decine di altri si trovano nel braccio della morte a Khamis Mushait. L’eparca di Adigrat conclude il suo appello invocando un intervento immediato e decisivo in questa grave questione.
(AP) (Agenzia Fides 5/5/2026)

Perché sono condannati:
A Riyadh oltre 200 migranti etiopi rischiano la pena di morte
Secondo Human Rights Watch (…) molti dei migranti condannati avevano lasciato la regione etiope del Tigray durante la guerra del 2020-2022, attraversando Yemen e Golfo di Aden nel tentativo di raggiungere il regno saudita per trovare lavoro. Alcuni hanno trasportato khat – una pianta stimolante diffusa e legalmente consumata in alcune aree dell’Etiopia e dello Yemen – senza sapere che in Arabia Saudita la sostanza è considerata illegale.
Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch descrivono processi sommari, spesso condotti in gruppo e senza interpreti o assistenza legale. Dai loro racconti emerge che hanno firmato documenti in arabo senza comprenderne il contenuto e, in alcuni casi, sono stati picchiati dalle forze di sicurezza. (…)
Secondo i dati citati dall’organizzazione, l’Arabia Saudita ha registrato un numero record di esecuzioni negli ultimi due anni: 345 nel 2024 e 356 nel 2025, di cui una parte significativa riguarda cittadini stranieri condannati per reati di droga non violenti.
(Asia News 09/05/2026)