2026 05 13 LIBANO – i villaggi al sud del Libano, quelli al confine con Israele, sfiancati da missili e bombardamenti
LIBANO – i villaggi al sud del Libano, quelli al confine con Israele, sfiancati da missili e bombardamentiISRAELE – Abate Dormizione: odio contro i cristiani a lungo tollerato ai vertici in Israele
IRAN – arresto di tre cristiani
SPECIALE HAITI – la speranza di un popolo nella Resurrezione nonostante la guerra delle gang
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LIBANO – i villaggi al sud del Libano, quelli al confine con Israele, sfiancati da missili e bombardamenti
Il Papa videochiama i sacerdoti del sud del Libano: vi sono vicino
Durante l’udienza di oggi al nunzio a Beirut, l’arcivescovo Paolo Borgia, Leone XIV ha videochiamato una decina di preti delle regioni meridionali del Paese per dare il suo saluto e il suo incoraggiamento e assicurare le sue preghiere, nella speranza della pace. Un sacerdote: “Un sospiro di speranza e di fiducia”
Pochi minuti, saluti e sorrisi dettati dallo stupore (anche se qualcuno aveva intuito), una decina di caselle con i volti dei sacerdoti dei villaggi al sud del Libano, quelli al confine con Israele, sfiancati da missili e bombardamenti, e al centro il Papa, che ha ribadito il suo “incoraggiamento” ai preti “per quello che stanno facendo”, ha assicurato “le sue preghiere” e impartito la benedizione apostolica. Una bella sorpresa quella avvenuta intorno alle 9.45 di questa mattina, 6 maggio, per il gruppo di parroci del sud del Paese dei Cedri, sulla Blue Line, che hanno ricevuto una video call da parte di Leone XIV.
Incoraggiamento e vicinanza
Come riferito dagli stessi sacerdoti coinvolti, la chiamata è avvenuta durante l’udienza di questa mattina, nel Palazzo Apostolico vaticano, al nunzio Paolo Borgia, da mesi impegnato proprio in quelle zone di confine per portare, insieme ad organizzazioni caritative, aiuti alimentari, beni di prima necessità e anche una parola di conforto e la vicinanza della Chiesa e del Papa. E questa vicinanza si è resa ancora più concreta – seppur virtuale – oggi con la chiamata video di Leone, che nel dicembre 2025 aveva visitato il Libano nel suo primo viaggio internazionale e che segue attentamente la situazione nel martoriato Paese attraverso la comunicazione con rappresentanti civili ed ecclesiali, garantendo il sostegno da parte della Santa Sede.
Un sospiro di speranza
Ieri ai preti il nunzio aveva chiesto di creare un gruppo, “Sacerdoti del Sud”, e di essere disponibili intorno alle 9.30-9.45 del giorno successivo per un suo saluto – cioè dello stesso Borgia – da Roma. Presenti pure il vescovo greco-cattolico di Tiro e il vicario generale.
Qualcuno tra i presbiteri aveva intuito la possibile sorpresa, come padre Toni Elias, parroco a Rmeish, il villaggio diviso da Israele solo da una foresta. “È stato bellissimo”, racconta ai media vaticani, “il Papa ci ha incoraggiato, ci ha detto che prega per noi, che ci sostiene e ha dato la sua benedizione, nella speranza di una pace che venga presto raggiunta”. Il collegamento è durato pochi minuti, però, assicura padre Toni, “è stato un sospiro di speranza e di fiducia che ci voleva”.
(Salvatore Cernuzio – Vatican News 06 maggio 2026)
LIBANO – profondo dolore per la distruzione della scuola cristiana di Yaroun
Dopo la demolizione dell’istituto scolastico gestito dalle suore di Nostra Signora dell’Annunciazione, la superiora, madre Gladis Sabbagh, esprime tristezza per quello che definisce un gesto che non ha colpito solo un edificio ma soprattutto un simbolo profondamente radicato nella vita della gente. “C’è stato un senso di perdita collettiva: la scuola era il ricordo dell’infanzia, di una generazione”.
Lo shock è stato improvviso e violento. «Non si trattava solo di una scuola ma di un simbolo profondamente radicato nella vita della gente. Le suore hanno sentito che non era crollato solo un edificio ma anche parte della loro missione». Madre Gladis Sabbagh, superiora generale della congregazione delle suore basiliane salvatoriane di Nostra Signora dell’Annunciazione, nel suo telefonino conserva una foto un po’ sfocata che ritrae in lontananza una sagoma che sembra essere una ruspa israeliana impegnata nella demolizione di una struttura già parzialmente diroccata: «È la nostra scuola cristiana del villaggio di Yaroun. L’istantanea me l’ha inviata un abitante della vicina Rmeich, una delle tre cittadine cristiane ancora non del tutto sfollate...».
Identità comune
La scuola di Yaroun si chiamava Saint-George, era stata fondata nel 1972 proprio dalle suore salvatoriane e con i suoi 500 alunni era diventata un vero e proprio punto di riferimento in tutto il distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. «Ha svolto un ruolo nel rafforzamento dell’istruzione di base, in una regione spesso priva di risorse, costruendo un’identità comune tra gli abitanti e rendendola un centro di attività sociali e culturali» ricorda la religiosa ai media vaticani.
Grande insicurezza
Nel tempo, però, l’insicurezza che aveva iniziato ad investire tutta la regione aveva spinto la popolazione a fuggire verso luoghi più sicuri e nel 2010 la scuola era stata chiusa. Ma nessuno degli abitanti di Yaroun si sarebbe mai immaginato di vederla tirare giù definitivamente dagli israeliani a colpi di pala meccanica. «C’è stato un senso di perdita collettiva: la scuola era il ricordo dell’infanzia, di una generazione. Il nostro sentimento non è stato solo quello del dolore per la perdita di un edificio ma per il significato, l’identità e il ruolo che quella scuola ricopriva nella vita delle persone». (…)
Villaggio fantasma
Yaroun, ormai, è diventato un villaggio fantasma: a muoversi tra le sue vie, deserte e spettrali, sembrano esserci solo le ruspe, come raccontano alcuni testimoni di Rmeich che, a volte, ne sentono perfino il rumore. I danni dei missili israeliani, dice suor Sabbagh, non hanno però riguardato solo la scuola cristiana: «Hanno interessato abitazioni, infrastrutture pubbliche come strade, reti idriche ed elettriche, completamente distrutte. E poi edifici religiosi e sociali che sono stati danneggiati, come chiese, sale parrocchiali, santuari, moschee».
Sud sotto attacco
La stessa sorte è toccata anche a molti altri villaggi del sud («Penso, ad esempio, ad Aïtaroun, Maroun el-Ras, Blida», elenca la suora) dai quali la popolazione è continuata a fuggire per raggiungere mete non ancora nel mirino dei raid: il nord di Beirut, Saida e Tiro, in testa. «Una parte di questa povera gente ha trovato accoglienza presso i propri parenti o in strutture messe a disposizione dallo Stato».
Istruzione in pericolo
Madre Gladis Sabbagh, nelle immagini della sua scuola rasa al suolo, ci legge una profonda metafora della guerra che colpisce — senza che questo faccia notizia — anche l’istruzione: «I conflitti non coinvolgono solo il presente ma trasformano il futuro di un’intera generazione. Proteggere l’istruzione in tempo di guerra non è un lusso, è un imperativo umanitario fondamentale per garantire che i bambini non paghino per ciò che assolutamente non li riguarda».
(Federico Piana Vatican News 08 maggio 2026)
LIBANO – Medio Oriente, dalla Chiesa altri aiuti umanitari per il Libano
L’iniziativa portata avanti dal nunzio, l’arcivescovo Paolo Borgia, nel sud del Paese. “Abbiamo trovato una popolazione stanca, fragile, ma sorprendentemente ancora in piedi”, ci racconta padre Hany Tawk, sacerdote maronita
Non si fermano gli attacchi israeliani sul Libano nonostante il cessate-il-fuoco siglato a Washington tra Tel Aviv e Hezbollah.
Nella sua piccolezza Hajjeh riflette però molte delle fragilità che attraversano i tanti piccoli centri del Libano: spopolamento, vulnerabilità economica, invecchiamento causato ...
È in questa complessa situazione che procede però incessante lo sforzo della Chiesa locale. Questa settimana il nunzio apostolico in Libano, arcivescovo Paolo Borgia, è riuscito a visitare le località di Debel, Rmeish e Ain Ebel. Situate nel sud del Paese, a neanche cinque chilometri dal confine con Israele, a causa del conflitto esse sono state isolate per almeno tre settimane. Il nunzio ha consegnato oltre 40 tonnellate di generi alimentari, frutta e verdure, in collaborazione con Caritas Libano, rappresentata da padre Samir Ghawi, con la Œuvre d’Orient, rappresentata da Vincent Gelot, con la Fondazione patriarcale per lo sviluppo, rappresentata da Patricia Safir, e con il gruppo “Chiesa per il Libano”, rappresentato da padre Hany Tawk.
«Abbiamo trovato una popolazione stanca, fragile, ma sorprendentemente ancora in piedi», ci racconta padre Hany Tawk, sacerdote maronita, «ciò che colpisce non è soltanto la mancanza di medicinali, carburante o cibo, ma soprattutto l’intensità umana degli incontri. Gli abitanti ci hanno parlato di notti cariche di tensione, di una paura costante, ma anche di un attaccamento viscerale alla loro terra. Molti rifiutano di partire, non per incoscienza, ma perché sentono che andarsene significherebbe perdere una parte di sé».
Una vicinanza concreta
E quando gli chiediamo di raccontarci come la Chiesa riesce a portare la sua presenza sul terreno in un momento simile, padre Hany ci spiega che «con la nunziatura apostolica cerchiamo di agire in modo molto concreto: coordinamento di convogli umanitari, distribuzione di viveri e medicinali, sostegno alle strutture locali e, soprattutto, presenza sul territorio. A volte, esserci vale quanto ciò che si porta. Si tratta anche di mantenere un legame, di ricordare alle persone che non sono dimenticate». Ed è così che, nonostante tutte le tensioni che si potrebbero temere in un Paese come il Libano, «osserviamo gesti molto belli di solidarietà tra comunità. In diversi casi, famiglie di confessioni diverse si aiutano, condividono le proprie risorse, aprono le loro case. Questo tessuto umano, spesso invisibile, è forse una delle più grandi forze del Paese».
Padre Hany lo vede quotidianamente perché è il fondatore, insieme alla moglie Dounia, della Cuisine de Mariam, un progetto caritativo nato col semplice obiettivo di cucinare ogni giorno per poveri, sfollati, rifugiati, vittime di guerra. «Oggi distribuiamo tra i 5.500 e i 6000 pasti caldi al giorno. Allo stesso tempo sono impegnato in missioni regolari verso il sud. Il mio ruolo è pastorale e umanitario: accompagnare, ascoltare, sostenere e cercare di fare, per quanto mi è possibile, da ponte tra i bisogni del territorio e i mezzi disponibili». Perché, conclude padre Hany Tawk, «è così che si presentano la fede e la speranza: come scelte quotidiane. Si nutrono di gesti semplici: una preghiera condivisa, una liturgia celebrata anche in condizioni precarie, un sorriso, un aiuto. Sono queste piccole fedeltà che mantengono viva l’idea di comunità».
(Guglielmo Gallone – Vatican News 25 aprile 2026)
LIBANO – il sud devastato, la Karbala di Hezbollah e lo scontro sui colloqui con Israele
di Fady Noun
La zona meridionale del Paese dei cedri è ormai un campo di battaglia dove un esercito regolare dotato di carri armati e aviazione e guerriglieri armati di razzi e droni si danno la caccia senza curarsi delle sofferenze della popolazione locale. La Cité sportive di Beirut è oggi un immenso dormitorio per i profughi.
“Vivono in un altro mondo. È la loro Karbala”. È questa l’opinione dell’80% dei libanesi riguardo ai combattimenti ingaggiati dai miliziani sciiti nel Sud del Libano. Karbala è quella battaglia in cui nell’anno 680 Hussein ibn Ali cadde insieme ai suoi compagni sotto la spada degli uomini di Yazid I, il secondo califfo degli Omayyadi, al quale si era rifiutato di prestare giuramento di fedeltà. Per gli sciiti è un evento fondamentale: incarna il sacrificio per la giustizia, alla base della loro esistenza storica.
“È forse con questo spirito che Hezbollah combatte nel sud del Libano” spiega il deputato Pierre Abou Assi, delle Forze Libanesi, “ma non lo fa nel deserto. Combatte – prosegue – in una terra fertile e felice, alla quale la sua popolazione è fortemente legata; una terra amata che ha visto, immobile, passare molti imperi nel corso di 1400 anni di storia, ma dalla quale la popolazione viene oggi cacciata per l’azione militare intrapresa dall’Iran contro Israele”. Il deputato rimprovera al partito filo-iraniano il suo “autismo politico”.
Un conflitto combattuto in un Paese, e contro un nemico, che ai carri armati fa seguire le compagnie di demolizione private, i cui bulldozer si occupano di radere al suolo i villaggi di cui il suo esercito prende il controllo. Ieri è stata la volta del convento delle suore del Santo Salvatore della Chiesa greco-cattolica a Yaroun, e della sua scuola, crollati sotto i colpi di escavatori senza scrupoli. “Si ha l’impressione che ogni giorno scompaia un villaggio, stando a sentire gli ordini di evacuazione” dei militari israeliani, commenta Zeina Y abitante della capitale che dice solo l’iniziale del cognome.
La zona meridionale del Paese dei cedri è ormai un campo di battaglia dove due nemici si danno la caccia: un esercito regolare dotato di carri armati e aviazione contro guerriglieri armati di razzi e droni che, a prescindere dal costo in termini di vite umane, hanno il compito di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. Un fattore, quello delle vittime militari, particolarmente sensibile nell’ambito dei combattimenti, dovendo i vertici militari tenere in considerazione l’opinione pubblica e i familiari delle vittime.
Questa battaglia ha costretto diverse centinaia di migliaia di abitanti (fino a 1,3 milioni secondo alcune stime) ad abbandonare le proprie case, finendo per essere ospitati in centri di accoglienza provvisori, il cui emblema è senza dubbio la Cité sportive di Beirut. Questo complesso, considerato un tempo il fiore all’occhiello della capitale, è diventato un immenso dormitorio. Il suo prato centrale è stato coperto da tettoie metalliche modulari sotto le quali sono state montate delle tende e installate latrine mobili. “Il sito è destinato a lunghi mesi di occupazione” stima la ministra libanese degli Affari sociali Hanine Sayyed, “almeno finché durerà la guerra e finché non si saprà se gli israeliani se ne ritireranno o ne faranno una zona cuscinetto. Da Israele – prosegue – giungono dichiarazioni contraddittorie al riguardo, ma il proseguimento delle demolizioni parla da sé”.
(…) (Asia News 06/05/2026)
ISRAELE – Abate Dormizione: odio contro i cristiani a lungo tollerato ai vertici in Israele
L’aggressione alla suora, gli sputi alla porta della cattedrale armena, le profanazioni dei simboli della fede. L’abate Schnabel ad AsiaNews: alcune zone come il Monte Sion più a rischio perché in un’area che estremisti e radicali considerano “propria ed esclusiva”. “L’avvocato che difendeva i piromani nell’incendio della chiesa di Tabga era Itamar Ben-Gvir. Ora è responsabile della mia sicurezza”.
La situazione è “difficile”, la comunità cristiana è “sotto pressione” e l’elemento più preoccupante arriva dai vertici, dall’attuale leadership israeliana perché “per la prima volta” ai vertici del potere si trovano anche persone “che odiano i cristiani” e questo è “un fatto risaputo”. È quanto racconta ad AsiaNews l’abate Nikodemus Schnabel, benedettino di origine tedesca alla guida della basilica della Dormizione sul monte Sion a Gerusalemme, in una fase di crescenti attacchi verso la minoranza da parte del mondo ebraico: dai militari nel sud del Libano, agli ortodossi e i coloni in Israele, soprattutto nell’area di Gerusalemme. In passato il religioso era stato oggetto di assalti, di sputi “da parte di estremisti ebraici”. Oggi, tuttavia, le persone “che mi hanno sputato addosso fanno parte del governo israeliano”, in particolare al ministero della Sicurezza nazionale: “Nel 2015 – ricorda – abbiamo subito un terribile incendio doloso a Tabga. L’avvocato che difendeva i piromani era Itamar Ben-Gvir”.
“Quest’uomo che odia i cristiani, che odia davvero il cristianesimo, ora è responsabile della mia sicurezza, e questo è davvero orribile e incredibile” spiega il religioso. “Vi sono poi – prosegue – le crescenti violenze dei coloni, come accade in Cisgiordania. Un esempio su tutti il villaggio cristiano di Taybeh, che è da tempo minacciato”. Il problema attuale, spiega, non è collegato solo al razzismo, ma è frutto di una ideologia “kahanista”, legata al movimento estremista religioso ebraico ispirato al sionismo di destra e religioso. “Stiamo assistendo – confessa allarmato – a una rinascita di questo estremismo ebraico, di questa ideologia del terrorismo” che non lascia spazi o diritto di esistere ad altre realtà, compresa quella cristiana.
Nelle ultime settimane diversi episodi di intolleranza, se non violenza, a sfondo confessionale hanno visto protagonisti coloni ebraici, israeliani ultra-ortodossi e militari dell’esercito operativi oltre-confine in Libano. Il 19 aprile nel villaggio di Debel, nel sud del Libano teatro da tempo di operazioni militari, un soldato ha dissacrato una croce di Gesù colpendola con una mazza. Alcuni giorni più tardi, il 28 aprile, il caso forse più preoccupante: un uomo riconducibile alla galassia dell’estremismo ebraico, poi arrestato, ha aggredito una suora francese a Gerusalemme, nei pressi del Cenacolo. La religiosa è stata colpita alle spalle mentre camminava nell’area del Monte Sion, poi spinta a terra e presa a calci. Una scena ripresa dalle telecamere di sicurezza e diventata virale, che conferma la gratuità del gesto che ha portato al fermo del 36enne Yonah Shreiber, incriminato ufficialmente oggi dalla procura. Egli avrebbe attaccato la religiosa dopo aver visto che indossava abiti e oggetti che riflettevano la sua fede per un assalto dettato da “odio confessionale”.
Nei giorni scorsi, invece, un colono ebraico è stato ripreso mentre sputava – un gesto tutt’altro che raro nei confronti dei cristiani nella città santa – davanti alla porta di ingresso della cattedrale armena di San Giacomo, sempre a Gerusalemme. Dopo aver compiuto il gesto, l’uomo si è rivolto alle telecamere con aria di sfida e ha utilizzato il dito medio per formare una croce. Infine il piccolo villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano, dove un soldato israeliano ha infilato una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria. La vicenda risalirebbe a diverse settimane fa, ma è emersa solo di recente. Una escalation di attacchi certificata anche dai numeri, che mostrano una crescita del 63% nel 2025 di atti ostili contro i cristiani in Israele: i più numerosi riguardano sputi (oltre il 50%), seguiti da insulti, urla o minacce (18%), attacchi a simboli religiosi (15%), violenza fisica (5%) e profanazione di luoghi sacri (3%).
Nato nel dicembre 1978 a Stoccarda, in Germania, il benedettino vive da tempo in Terra Santa ed è fra i massimi esperti della Chiesa orientale. Già amministratore della Dormizione e vicario patriarcale dei migranti per il Patriarcato latino di Gerusalemme dal 2021 al 2023, il 28 maggio 2023 viene intronizzato come abate della basilica. Un luogo di culto situato in una zona che, anche in passato, ha conosciuto momenti di tensione e non è estranea a episodi di violenza confessionale o di attacchi da parte di gruppi estremisti ebraici. Lo stesso abate Nikodemus è stato bersaglio di sputi e le autorità israeliane in un episodio controverso gli hanno chiesto di togliersi la croce mentre si trovava nei pressi del Muro del Pianto.
Vi sono alcune zone più sensibili della città santa, spiega il religioso, in cui episodi di violenza e intolleranza accadono più di frequente. Fra questi la Via Dolorosa e il Monte Sion, il luogo dell’Ultima Cena, la basilica della Dormizione che sorge nei pressi della Tomba di Davide con i gruppi nazionalisti e radicali che rivendicano l’area come propria ed esclusiva. “Queste persone – sottolinea l’abate Nikodemus Schnabel – dicono che la nostra chiesa deve essere distrutta e le chiese rimosse. Elementi tipici di questa ideologia kahanista” secondo cui “Gerusalemme è solo per gli ebrei. Oltretutto l’abbazia è ben visibile nello skyline della città vecchia, è molto difficile non vederla e per questo vogliono distruggerla. Vogliono spazzare via la presenza cristiana da Gerusalemme – aggiunge – questo è il punto. Quando mi urlano di andarmene a casa, di andarmene a Roma in Italia, anche se sono tedesco, non lo fanno a causa della mia nazionalità, ma perché sono un abate, perché sono cristiano”.
La sensazione di molti cristiani “è che non ci sia più posto per noi”, che “non siamo più i benvenuti e questo è un grande cambiamento”. Chi ha casa a Cipro o in Grecia come i cristiani di Nazareth o Haifa, aggiunge, sta pensando davvero di andarsene via. “In passato – ricorda – le stesse autorità di Israele ‘usavano’ i cristiani per farsi pubblicità, per alimentare il turismo religioso invitando a visitare i luoghi santi e la stessa abbazia della Dormizione. Ricordo che nel 2003 sono entrato a far parte della vita monastica e le persone erano orgogliose del fatto che Israele ospitasse i luoghi santi, che fosse la patria del cristianesimo, dell’islam, dell’ebraismo, dei drusi, dei baha’i. Era – ricorda – un luogo aperto a tutti”. La realtà oggi è cambiata e prevale la visione secondo cui “Israele è per gli ebrei e le minoranze, quand’anche sono tollerate, devono però restare in silenzio, non dovrebbero essere visibili”. Con i social media che amplificano i sentimenti di intolleranza e odio: “Anche quando ho subito io stesso gli attacchi – afferma – guardando ai commenti mi veniva rimproverato il fatto di camminare in modo ‘provocatorio’ per Gerusalemme, città sacra per gli ebrei, per questo non dovrei apparire in abiti monacali, mostrare la croce al petto, essere visibile”. Un atteggiamento che non riguarda l’intera popolazione, perché “molti miei amici ebrei israeliani sono tristi e infelici per quanto sta accadendo e loro stessi sono impauriti dallo sviluppo preso dalla società”.
Il timore, oggi che i pellegrinaggi sono interrotti a causa della guerra nel Golfo, è che emerga con ulteriore evidenza quanto ormai i cristiani in Terra Santa siano solo una sparuta minoranza, che fatica a sopravvivere. “Ho paura – afferma il religioso – che si venga a creare quella che chiamo una ‘Disneyland cristiana’, in cui vi sono i benedettini tedeschi, i francescani italiani, i domenicani francesi ma a sparire sono proprio i cristiani locali”. La sensazione, prosegue, è “che non vi sia più posto per noi cristiani” e questo atteggiamento è cresciuto ed è legato alle guerre che si combattono nella regione, prima a Gaza e ora contro l’Iran (e il Libano). “Il focus del mondo – afferma – è ora rivolto al conflitto e a nessuno importa di cosa stiano facendo i coloni. All’ombra della guerra le persone si mostrano più aperte e meno timorose nel manifestare il loro odio, mentre la guerra risulta sempre essere un modo per disumanizzare il nemico”. “Abbiamo politici di estrema destra – conclude – che sono dei criminali, ma abbiamo anche persone meravigliose, grandi esempi dalla società civile come il Rossing Center for Education and Dialogue che si occupano, e si preoccupano, davvero della presenza cristiana. Vi è una profonda differenza fra una società civile solidale e un Israele ufficiale che non fa abbastanza contro il fenomeno del terrorismo ebraico”.
(di Dario Salvi Asia News 07/05/2026)
IRAN – arresto di tre cristiani
La Repubblica islamica dell’Iran afferma di aver arrestato tre leader di “una rete evangelistica cristiana” nella provincia centrale di Yazd.
Oggi i media statali hanno riportato le dichiarazioni del procuratore di Yazd, Mehdi Hassanpour, secondo cui tre dei “principali elementi” della “setta” sarebbero stati “identificati e arrestati”.
Secondo il pubblico ministero, il trio, di cui non è stato rivelato il nome, aveva “creato una chiesa domestica e convertito un numero significativo di familiari e amici al cristianesimo ‘sionista’”.
(…)
In seguito alla guerra di 12 giorni con Israele dello scorso anno, il Ministero dell’Intelligence ha ammesso di aver arrestato oltre 50 cristiani, etichettandoli però come “mercenari del Mossad”.
Un mese dopo, i media statali hanno accusato gli arrestati di spionaggio, in quello che il direttore di Article18, Mansour Borji, ha definito un “chiaro esempio di incitamento all’odio”. (…)
Il nostro rapporto annuale del 2026 era intitolato “Capri espiatori” per evidenziare la persecuzione dei cristiani in seguito alla guerra dei dodici giorni, periodo in cui anche altre minoranze religiose, come i bahá’í, segnalarono un aumento di attacchi e arresti.
(da Article18 citato da Asia News 07/05/2026)
SPECIALE HAITI
La Santa Sede all’Osa: vicini agli haitiani, va promossa la stabilità del Paese
L’intervento dell’osservatore permanente presso l’Organizzazione degli Stati Americani, monsignor Juan Antonio Cruz Serrano, pone l’attenzione sulla crisi in cui versa Haiti: necessario un “approccio veramente incentrato sulla persona umana” nel rispetto della dignità di ogni persona così da favorire “soluzioni durature”
La Santa Sede sottolinea l’importanza che ogni risposta alla crisi ad Haiti continui a promuovere “un approccio veramente incentrato sulla persona umana, rispettando la dignità di ogni haitiano e favorendo soluzioni durature”. È quanto ha detto monsignor Juan Antonio Cruz Serrano, osservatore permanente presso l’Organizzazione degli Stati Americani, durante l’ultima sessione del Consiglio permanente.
Lo sviluppo integrale del Paese
Nell’occasione sono state presentate informazioni aggiornate sulle attività in relazione ad Haiti. “Allo stesso modo — ha sottolineato monsignor Serrano — la Santa Sede incoraggia gli sforzi volti a migliorare le condizioni di sicurezza e a consolidare un contesto che consenta lo sviluppo integrale del Paese, riconoscendo che la stabilità istituzionale e democratica, la pace sociale e il rafforzamento dello Stato di diritto sono elementi inscindibili dal benessere della popolazione”. L’osservatore permanente presso l’Osa ha aggiunto che: «A tal fine, ritiene essenziale continuare a lavorare insieme per venire incontro alle necessità del popolo haitiano, promuovendo il dialogo, la riconciliazione e il bene comune. La Santa Sede ribadisce la propria vicinanza al popolo haitiano e riafferma il proprio costante sostegno agli sforzi volti a promuovere la stabilità e la pace».
Una crisi protratta
Haiti sta affrontando, dal 2021, una crisi senza precedenti legata alla violenza delle bande criminali. Nel 2025 l’economia si è contratta per il settimo anno consecutivo, con un calo del Pil reale del 2,7% registrato in tutti i settori, secondo i dati della Banca Mondiale. L’inflazione si è attestata in media al 28,3%, in peggioramento rispetto al 25,8% dell’anno precedente. Il quadro sociale è altrettanto allarmante. Si stima che il 49% della popolazione viva con meno di tre euro al giorno. Sono 1,4 milioni le persone sfollate a causa della violenza delle bande criminali che da anni devastano il Paese. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nel solo 2025 oltre 5.500 persone sono state uccise e più di 2.600 ferite. (Vatican News 07 maggio 2026)
HAITI – la speranza di un popolo nella Resurrezione nonostante la guerra delle gang
Nel Paese caraibico insanguinato dalla ferocia dei gruppi armati che controllano gran parte di villaggi e città, il desiderio dei fedeli di partecipare alle celebrazioni pasquali non è mai venuto meno. Padre Massimo Miraglio, missionario camilliano: “Per la fede popolare il Venerdì santo, il momento in cui Gesù muore sulla Croce, è l’apice perché rappresenta anche l’esperienza del dolore che il popolo sta vivendo ogni giorno”
Haiti sta vivendo una Pasqua di dolore e di speranza. E la sua capitale, Port-au-Prince, ne è la rappresentazione plastica. Molte parrocchie della parte storica della città più popolosa della nazione caraibica sono ormai chiuse da tempo, non esistono più. La sanguinosa e interminabile guerra delle gang ha costretto i sacerdoti a spostarsi e a sospendere ogni attività sacramentale e pastorale. In altre zone più periferiche, invece, le parrocchie ancora continuano tutte le attività ma con un alto rischio sia per i preti che per i fedeli. Perché i membri delle gang non hanno certo rispetto per la Chiesa: quando capita uccidono e rapiscono anche chi porta una talare o chi va in una cappella per pregare.
Dolore continuo
«Com’è accaduto ad un sacerdote, prima sequestrato dalle gang e poi rilasciato non più di una settimana fa. Ma i fedeli non si lasciano intimorire: anche se non come in passato, quando possono partecipano alle attività ecclesiali». Padre Massimo Miraglio, missionario camilliano, parroco della parrocchia intitolata alla Madonna del perpetuo soccorso di Pourcine Pic-Makaya, zona montuosa del dipartimento di Grand’Anse, racconta al nostro giornale che, in fondo, ciò che sta accadendo a Port-au-Prince non è altro che un ossimoro valido per tutto il Paese. «Possiamo dire che, come la capitale, Haiti è divisa in due. In quello che viene denominato il Grande sud — i dipartimenti di Jérémie, di Les Cayes, di Jacmel e di Miragoâne — non ci sono grandi problemi: le attività ecclesiali continuano nella normalità. Mentre nel nord e nel centro, dove le gang sono più attive, la situazione è estremamente pericolosa anche per la Chiesa».
Sofferenza come passaggio
Un esempio è ciò che è capitato la scorsa settimana in alcune aree abitate del dipartimento dell’Artibonite, nel centro-nord. Due delle gang più sanguinarie e potenti hanno ucciso a sangue freddo almeno una settantina di persone e dato alle fiamme decine di case. «Ma in quelle zone — spiega padre Miraglio — le violenze sono quotidiane. Le gang fanno ciò che vogliono delle persone». Anche in questa Pasqua, il popolo haitiano ha trovato nella fede la forza per andare avanti e non ha messo da parte il profondo desiderio di partecipare alle celebrazioni nonostante i pericoli. «La gente confida in Dio, nel quale ripone tutta la propria speranza. Per la fede popolare gioca un ruolo fondamentale soprattutto il Venerdì santo, il momento in cui Gesù muore sulla Croce: è l’apice perché rappresenta anche l’esperienza del dolore che il popolo sta vivendo ogni giorno.
Lacrime e preoccupazioni
E con le loro preoccupazioni e le loro lacrime gli haitiani accompagnano il Signore lungo il Calvario. In qualche modo la loro sofferenza diventa anche un passaggio necessario per sperare nella resurrezione». E per loro, la rinascita consisterebbe nel poter tornare alla vita normale, alle semplici attività quotidiane perché ormai hanno imparato ad accontentarsi. Ciò che li umilia, ammette padre Miraglio, è sentirsi abbandonati da tutti, anche dalla comunità internazionale: «Si sentono presi in giro da chi non ha veramente intenzione di fare uscire Haiti dall’incubo in cui è piombato. La solitudine è la sensazione peggiore. Quindi la Pasqua diventa anche l’occasione per ricordarsi che Dio non si dimentica di loro. Possono farlo la comunità internazionale e gli Stati Uniti ma Dio no».
Non solo le città
Le gang che stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese non colpiscono solo gli ambienti urbani. Ad essere coinvolte sono anche le aree rurali che costituiscono le provincie più profonde della nazione. Il missionario camilliano rivela che il numero dei soldati che si affiliano a questi gruppi armati sta crescendo esponenzialmente sempre di più. E le nuove reclute, in maggioranza, sono giovani. «Le loro azioni criminali stanno portando la sofferenza anche in provincia obbligando la gente ad abbandonare quel poco che ha, i campi che lavorano, per trasferirsi in contesti maggiormente precari». Si formano, così, gruppi di migliaia di sfollati che si spostano incessantemente da nord verso sud in cerca di ambienti più sicuri. «Nei campi profughi dove spesso trovano alloggio non c’è una vera e propria assistenza. Vivono in delle baraccopoli che nascono in zone un po’ più tranquille ma dove manca davvero tutto».
Controllo capillare
Padre Miraglio assicura che ormai le gang sono riuscite ad avere il controllo di oltre l’80 per cento di Port-au-Prince. «Sono loro che in alcuni quartieri della capitale dettano legge ed organizzano la vita sociale. A danno di tutte le istituzioni, come le scuole, gli uffici pubblici e persino le chiese». Senza contare gli ospedali: in questi casi il loro funzionamento è messo a rischio dal fatto che gli approvvigionamenti sanitari, dei quali avrebbero bisogno frequentemente, in una situazione così precaria e pericolosa non sono affatto garantiti.
Tenuta democratica
Ma le gang stanno mettendo in seria difficoltà anche la tenuta democratica nazionale. Entro il 2026 dovrebbero svolgersi le elezioni generali: in due distinti turni, dovrebbe essere rinnovato il Presidente della repubblica, eletti tutti i membri del Senato e della Camera e scelti i nuovi responsabili dei comuni e delle istituzioni locali. «In lizza — dice padre Miraglio — ci sono 320 partiti. E già questo restituisce l’immagine di una nazione politicamente confusa. E poi c’è il problema della sicurezza: svolgere delle consultazioni mentre le gang controllano quasi tutto credo che provochi una mancanza di democrazia e metta in crisi la legittimità visto che molta gente non potrebbe andare a votare. Ma Haiti ha bisogno delle elezioni, ha bisogno di riconquistare la sua dimensione democratica». Senza la riaffermazione del primato della politica difficilmente si potranno affrontare le problematiche che da molto tempo stanno generando dolore e sangue. E difficilmente il popolo potrà assistere alla resurrezione nazionale nella quale continua lo stesso a sperare.
(Federico Piana – Vatican News 05 aprile 2026)
HAITI – Esecuzioni, abusi, gang armate, il contesto di violenza non scoraggia la piccola comunità cattolica di Pourcine Pic-Makaya
Un milione e 400 mila persone costrette ad abbandonare le proprie case oggi vivono da sfollati interni e oltre 5.500 sono morte solo nel 2025. Sono i dati allarmanti diffusi in un recente Rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) nel quale si conferma la violenza che dilaga ormai da anni nell’isola caraibica da parte di gruppi armati che hanno consolidato il proprio potere su importanti rotte marittime e stradali. Secondo quanto emerge dal Rapporto pervenuto all’Agenzia Fides, la violenza coinvolge bande criminali, forze di sicurezza, società di sicurezza private e gruppi di autodifesa.
Secondo i dati verificati dall’Ufficio, tra il 1° marzo 2025 e il 15 gennaio 2026, almeno 5.519 persone sono state uccise ad Haiti e 2.608 ferite. Negli ultimi 12 mesi, le bande criminali si sono espanse oltre la capitale Port-au-Prince, penetrando nelle sue periferie e spostandosi a nord nei dipartimenti di Artibonite e Centro, afferma il rapporto. Continuano a terrorizzare la popolazione, uccidono, rapiscono, trafficano minori, derubano ai posti di blocco illegali, estorcono denaro alle attività commerciali, distruggono e saccheggiano proprietà pubbliche e private. I criminali hanno preso di mira individui percepiti come collaborativi con la polizia o che sfidavano la sua autorità. Alcune vittime sono state giustiziate, i loro corpi spesso cosparsi di benzina e bruciati. Altre sono state sottoposte a ‘processi’ organizzati dalle bande, tenute prigioniere arbitrariamente e talvolta costrette a pagare per ottenere la liberazione. “Le bande hanno continuato a usare la violenza sessuale per seminare il terrore, sottomettere e punire la popolazione”, aggiunge il rapporto, descrivendo in dettaglio abusi gravissimi. Nel periodo preso in esame dalle Nazioni Unite, almeno 1.571 donne e ragazze sono state vittime di violenza sessuale, per lo più stupri di gruppo. Altre, tra cui minori, sono state costrette a intraprendere le cosiddette ‘relazioni sentimentali’ con membri di bande criminali e sottoposte a prolungato sfruttamento e abuso sessuale. Il rapporto documenta anche casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia segnalando 247 casi contro presunti membri di bande criminali o individui ritenuti sostenitori di bande. Da marzo 2025, una compagnia militare privata, presumibilmente ingaggiata dal governo haitiano, ha partecipato a operazioni di sicurezza, tra cui attacchi con droni. Nel Rapporto non mancano riferimenti alla violenza perpetrata da gruppi di autodifesa e folle impegnate nella cosiddetta ‘giustizia popolare’. Armati di pietre, machete e di armi da fuoco di grosso calibro, questi gruppi hanno linciato individui sospettati di appartenenza a bande criminali, così come altri ritenuti colpevoli di reati.
In questo contesto di distruzione e violenza che coinvolge il territorio haitiano, la piccola comunità cattolica di Pourcine Pic-Makaya, 300km da Jéremié, risponde con spirito di unione fraterna, rimanendo fiducioso e in cammino verso la Pasqua. “La gente, di tutte le età, ama partecipare attivamente, da protagonisti, alle varie iniziative siano esse religiose, culturali, in ambito scolastico, in occasione di feste civili... se incoraggiati sanno ben organizzarsi in gruppi che sanno dare risalto a queste attività, importanti per aumentare la coesione sociale e per costruire la Comunità locale” scrive a Fides padre Massimo Miraglio, missionario Camilliano, parroco della Chiesa di Nostra Signora del Soccorso a Pourcine. “In questi giorni –prosegue – con l ‘aiuto di una Ong stiamo riabilitando alcune piantagioni familiari di banane e platano distrutte dall’uragano Melissa (vedi Fides 5/11/2025). Centocinquanta famiglie delle diverse località di Pourcine-Pic Makaya uniranno le loro forze per rilanciare la produzione locale. In piccoli gruppi, a turno, lavoreranno nelle diverse piantagioni e al termine della giornata di lavoro comunitario riceveranno un pasto... molto apprezzato”, sottolinea padre Massimo. “Terminato il lavoro nei bananeti, affiancati ed aiutati da 4 giovani agronomi, ognuno si occuperà della propria piantagione chiedendo di tanto in tanto una mano, per sveltire i lavori con un piccolo fondo in denaro a disposizione. Rilanciare la produzione delle banane e platani è importante per sfamare, nei prossimi mesi, la popolazione.... Lavorare insieme rinforza la vita comunitaria!”
(AP) (Agenzia Fides 30/3/2026)
