2026 05 06 MOZAMBICO - CHIESA INCENDIATA DAI JIHADISTI
ISRAELE - Suora aggredita a Gerusalemme, arrestato il presunto assalitoreNIGERIA - assalto ad un villaggio: almeno 29 morti. Decine di bambini rapiti - la guerra affama 6 milioni di bambini
LE GUERRE DIMENTICATE: SUDAN
Italy for Sudan. L’impegno umanitario dell’Italia
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MOZAMBICO - CHIESA INCENDIATA DAI JIHADISTI. Il vescovo di pemba: sotto choc
Ennesimo attacco contro una parrocchia nel Paese dell’Africa australe, nella provincia di Cabo Delgado. Il racconto ad Avvenire della comboniana suor Malnati: “Hanno dato alle fiamme il villaggio di Meza”. Monsignor Juliasse Ferreira Sandramo chiede “solidarietà internazionale: da nove anni chiese e cappelle distrutte e incendiate”
Una chiesa data alle fiamme, presi d’assalto anche la casa dei padri scolopi e l’asilo. Ancora violenza jihadista a Cabo Delgado, in Mozambico, dove da oltre otto anni è in corso una guerra che finora ha provocato oltre 6.200 vittime e più di 1,3 milioni di sfollati. Nella sostanziale indifferenza del mondo. A dare testimonianza ad “Avvenire” dell’ennesima aggressione è suor Laura Malnati, provinciale delle suore missionarie comboniane nel Paese.
La testimonianza della comboniana suor Malnati
Stando al suo racconto, il pomeriggio di giovedì 30 aprile i miliziani di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a - gruppo locale affiliato alla galassia fondamentalista del sedicente Stato islamico (Is) e attivo dal 2017 - hanno attaccato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, provincia settentrionale di Cabo Delgado. “Hanno dato alle fiamme le strutture del villaggio”, ha raccontato, ancora scossa, la suora. “Per fortuna i padri sono stati avvisati per tempo, e sono riusciti ad abbandonare Meza prima che arrivassero i terroristi”, ha aggiunto. Questi hanno distrutto anche diverse abitazioni, oltre a incendiare alcune strutture della parrocchia. Questa, intitolata a San Luigi de Monfort e costruita nel 1946, è considerata il simbolo della presenza cattolica nella regione.
Il vescovo di Pemba: la comunità è sotto choc
In un messaggio ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor António Juliasse Ferreira Sandramo, vescovo di Pemba, capoluogo di Cabo Delgado, ha spiegato che i miliziani sono arrivati intorno alle 16 e sono entrati nella chiesa, di fatto radendola al suolo e dandola alle fiamme. “Una scena di autentico terrore. Tutto è stato ridotto in macerie. Durante l’attacco i civili sono stati catturati e utilizzati come uditorio per messaggi d’odio. I missionari sono al sicuro, ma la comunità è sotto choc”. Anche se, ha poi affermato, “la fede di questo popolo non sarà mai distrutta”.
L’appello alla solidarietà internazionale
Il vescovo ha dunque lanciato un appello alla solidarietà internazionale per le vittime della violenza jihadista nella regione. “Chiediamo attenzione e solidarietà – ha affermato – da quasi nove anni cappelle e chiese vengono attaccate, distrutte, date alle fiamme nella diocesi”.
Un Paese povero, ma ricco di minerali
Cabo Delgado è una delle provincie più povere del Mozambico, a sua volta al penultimo posto nella classifica della Banca mondiale. Nel nord il Paese è tuttavia ricco di miniere e riserve di gas naturale, e numerose sono le compagnie occidentali impegnate nell’estrazione di risorse del sottosuolo. A causa delle violenze, secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, oltre 110.000 persone sono già state costrette a fuggire dalle loro case nel 2025.
(Roberto Paglialonga - Vatican News 02 maggio 2026)
ISRAELE - Suora aggredita a Gerusalemme, arrestato il presunto assalitore
Una religiosa, ricercatrice della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica, ha subito un’aggressione nell’area del Monte Sion. Un episodio condannato dal ministero degli Esteri israeliano e per cui è stato arrestato un 36enne, che si inserisce però in un preoccupante contesto di violenze
“La piaga dell’odio è una sfida comune”: con queste parole padre Olivier Poquillon, direttore della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica di Gerusalemme, ha commentato ieri su X l’aggressione a danno di una suora avvenuta martedì vicino all’area della Tomba di Re Davide sul Monte Sion. La religiosa francese di 48 anni, ricercatrice nella Scuola francese di ricerca biblica e archeologica di Gerusalemme, è stata rincorsa per strada da un uomo che l’ha spinta a terra colpendola poi con alcuni calci. Un filmato diffuso dalla polizia mostra anche i lividi sul lato destro del volto della suora.
Le violenze contro i membri del clero
La polizia israeliana ha annunciato mercoledì l’arresto di un uomo di 36 anni sospettato di aver aggredito la suora, aggiungendo che le forze dell’ordine considerano con “estrema serietà” qualsiasi atto di violenza “motivato da potenziali intenti razzisti e diretto contro membri del clero”. In attesa degli sviluppi giudiziari dell’aggressione, padre Poquillon ha ringraziato “le persone venute in aiuto durante l’attacco, i diplomatici, gli accademici e tutti coloro che hanno offerto sostegno”.
Salvaguardare la libertà di culto
Già nei giorni scorsi, il direttore della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica aveva denunciato “un’aggressione gratuita” nei confronti della suora condannando “con forza” quanto avvenuto. Il ministero degli Esteri israeliano, in un post su X, ha parlato di “atto vergognoso” assicurando che Israele rimane impegnato “a salvaguardare la libertà di religione e la libertà di culto per tutte le fedi”. L’uomo fermato per l’aggressione “rimane in custodia”, ha precisato il ministero israeliano sottolineando “la ferma politica contro la violenza e la determinazione a perseguire rapidamente i colpevoli”. “La violenza contro individui innocenti, e in particolare contro membri di comunità religiose, non ha posto nella nostra società”, sottolinea la nota.
Ostilità in aumento
Anche la Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università ebraica di Gerusalemme ha espresso in una dichiarazione “profondo shock e condanna” per l’attacco. “Non si tratta di un episodio isolato, ma di parte di un preoccupante schema di crescente ostilità verso la comunità cristiana e i suoi simboli”, ha dichiarato la Facoltà. All’inizio di aprile, l’esercito israeliano ha sollevato dall’incarico due soldati dopo che questi avevano vandalizzato una statua di Gesù nel villaggio di Debl, nel Libano meridionale, un atto che ha suscitato un’ampia condanna. (Vatican News 01 maggio 2026)
NIGERIA - assalto ad un villaggio: almeno 29 morti. Decine di bambini rapiti
Nello Stato di Adamawa gruppi armati del cosiddetto Stato islamico hanno attaccato il centro abitato dell’aerea di Gombi provocando almeno 29 morti e decine di feriti. A rivendicare la strage è stato lo stesso gruppo armato. L’ennesimo episodio di violenza si è consumato nello stesso giorno nel quale alcuni uomini armati hanno dato l’assalto ad un orfanotrofio a Lokoja sequestrando decine di alunni (vd notizia seguente)
In Nigeria continua a scorrere il sangue. Nella tarda serata di domenica scorsa, un gruppo appartenente al cosiddetto Stato islamico ha attaccato il villaggio di Guyaku, situato nell’area del governo locale di Gombi, nello Stato di Adamawa, nel nord-est della nazione africana. Il bilancio delle vittime, secondo quanto riferito ieri dalle autorità locali, è di almeno 29 morti e decine di feriti. A rivendicare la strage è stato lo stesso gruppo armato con un post diffuso sull’app di messaggistica Telegram. (…)
La sfida della sicurezza
I rapimenti di studenti sono diventati un fenomeno emblematico dell’insicurezza dei nigeriani perché le bande armate considerano scuole ed alunni obiettivi strategici soprattutto per attirare l’attenzione. La Nigeria si trova ad affrontare una miriade di sfide in materia di sicurezza, soprattutto nel nord dove un’insurrezione cova sotto la cenere da oltre due decenni. Nello scorso febbraio, gli Stati Uniti hanno inviato truppe di supporto per fornire consulenza all’esercito locale con l’obiettivo di rafforzare il contrasto alle bande criminali e ai gruppi di jihadisti.
(Vatican News 28 aprile 2026)
NIGERIA - Rapiti 23 bambini da un orfanotrofio nella struttura di Dahallukitab Group of Schools di Lokoja
Attacco ad un orfanotrofio nigeriano nel quale un gruppo di uomini armati ha rapito 23 bambini. I criminali hanno fatto irruzione e prelevato i minori nella tarda serata di domenica 26 aprile da una struttura non registrata chiamata Dahallukitab Group of Schools, situata in una zona isolata nella capitale dello Stato di Kogi, Lokoja. Lo ha dichiarato il Commissario per l’Informazione di Kogi, Kingsley Fanwo, lunedì in un comunicato divulgato dalle autorità nigeriane. Il Commissario ha affermato anche che la “pronta e coordinata risposta” delle forze dell’ordine ha portato al salvataggio di 15 bambini, ma otto risultano ancora dispersi. Anche la moglie del proprietario dell’orfanotrofio è stata rapita, secondo quanto riportato nel comunicato. “Sono in corso intense operazioni per garantire il ritorno in sicurezza delle restanti otto vittime e per arrestare i responsabili”, ha dichiarato il funzionario, il quale ha aggiunto che l’orfanotrofio pare operasse ‘illegalmente’ in una località remota all’insaputa delle autorità e delle forze di sicurezza competenti. (sulla situazione dei bambini in Nigeria e quindi sull’illegalità (!!!) vd notizia seguente)
La zona centro-settentrionale della Nigeria, dove si trova lo stato di Kogi, è stata già teatro di violenti attacchi, tra cui incursioni nelle scuole, negli ultimi mesi, alcuni dei quali attribuiti a gruppi armati. Tra i precedenti vanno ricordati il rapimento di ventiquattro ragazze il 17 novembre 2025 nel dormitorio di una scuola secondaria nello stato di Kebbi, nel nordovest della Nigeria (vedi Agenzia Fides 17/11/2025) e centinaia di studenti e insegnanti di una scuola primaria e secondaria cattolica St. Mary nella comunità di Papiri, nello Stato del Niger, nella Nigeria centro-settentrionale (vedi Agenzia Fides 21/11/2025).
A gennaio 2026, il fenomeno dei rapimenti rimane una delle principali minacce alla sicurezza nel nord e nel centro del Paese, mettendo a rischio il diritto all’istruzione di un’intera generazione. Infatti, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, la paura dei sequestri ha portato alla chiusura di numerose scuole, lasciando milioni di bambini senza accesso all’istruzione in una regione già vulnerabile. (AP) (Agenzia Fides 28/4/2026)
NIGERIA - la guerra affama 6 milioni di bambini
La Croce Rossa Internazionale lancia l’allarme per la grave emergenza umanitaria nel Paese africano. Sono quasi sei milioni e mezzo i bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione acuta.
Quindici anni di guerra nel nord-est della Nigeria hanno avuto conseguenze devastanti sull’infanzia. Alla base dei conflitti ci sono le atrocità compiute dal terrorismo fondamentalista di Boko Haram: saccheggi, massacri, stupri e rapimenti di massa rendono, da anni, il Paese uno dei più pericolosi al mondo. Secondo le stime dell’ICRC (International Committee of the Red cross), nelle regioni settentrionali l’emergenza umanitaria peggiora costantemente, a causa delle continue violenze sui civili e la mancanza di fondi per arginare l’insicurezza alimentare. “Trattiamo in media più di 1.000 bambini sotto i cinque anni all’anno”, ha spiegato Bob Wonder Panama, esperto di nutrizione dell’ICRC a Biu.
L’impatto della guerra sui bambini
Le testimonianze raccolte dall’ICRC nelle zone di conflitto tracciano un quadro sconfortante. “Pensavo che l’avrei perso”, ha raccontato Zainab, madre di Umar, un bambino di neanche 2 anni giunto in condizioni critiche al centro di stabilizzazione nutrizionale dell’ICRC a Damaturu, nello Stato di Yobe, dove è stato salvato. Il gonfiore del viso e dei piedi del bambino “era un segno di edema nutrizionale, una grave forma di malnutrizione acuta causata da una prolungata mancanza di nutrienti essenziali nel corpo” ha spiegato Samira Hassan, infermiera nel centro di Damaturu. Senza nutrimento terapeutico e cure immediate, raramente i bambini sopravvivono. Nel 2025, più di 300.000 persone, tra cui oltre 16.000 bambini sotto i cinque anni e più di 19.000 donne incinte e in allattamento, hanno ricevuto cure per malnutrizione acuta grave nei centri dell’ICRC.
Il legame tra sfollamento e malnutrizione
La storia di Umar è la stessa di milioni di bambini sfollati. Nella città di Biu, a sud dello Stato di Borno, un’altra madre, Fatima, si è trovata a dover provvedere a ben 13 bambini, senza avere quasi nulla per nutrirli. “Quando siamo stati sfollati, abbiamo perso la nostra fonte di sostentamento”, ha spiegato. “Per mangiare dipendevamo dai vicini e da lavori saltuari”. E senza accesso a terreni coltivabili o un reddito stabile, il legame tra sfollamento e malnutrizione si salda, soprattutto nelle zone di guerra, dove gli sfollati sono milioni, esposti agli attacchi incessanti delle forze paramilitari islamiste. Particolarmente grave è poi la situazione per le bambine, spesso oggetto di violenza sessuale da parte dei miliziani.
La risposta globale dell’ICRC
Nel 2025 l’intervento dell’ICRC non si è limitato all’assistenza clinica, ma ha riguardato anche il sostegno ai mezzi di sussistenza per la popolazione: iniziative alimentari per i bambini in oltre 100 comunità, miglioramento dell’accesso all’acqua potabile, supporto all’igiene per ben 26.000 persone e assistenza stagionale per i momenti dell’anno difficili per la produzione di cibo. L’assistenza dell’ICRC ha coinvolto oltre 17.000 famiglie vulnerabili, e ha compreso, nella stagione delle piogge, pacchi con semi di varia natura, per una dieta bilanciata, e denaro per fronteggiare la stagione di magra. Le comunità pastorali hanno ricevuto sostegno per la salute degli animali, con vaccinazioni e operatori sanitari dedicati. Una strategia composita, che ha contribuito a salvare molti bambini. “Abbiamo raccolto abbastanza mais, riso e verdure per nutrire i bambini tre volte al giorno” ha raccontato Fatima, confermando l’importanza dell’azione dell’ICRC. Quest’ultima necessita però, affermano gli operatori, di maggior sostegno finanziario: i tagli ai finanziamenti internazionali per il settore umanitario potrebbero ulteriormente ridurre la capacità della Croce rossa di far fronte a una crisi in continuo aggravamento come quella nigeriana.
(Lorenzo Frillici - Vatican News 16 marzo 2026)
LE GUERRE DIMENTICATE: SUDAN
Italy for Sudan. L’impegno umanitario dell’Italia
“Italy for Sudan” è l’iniziativa del Governo italiano volta a fornire una risposta concreta e coordinata alla grave crisi umanitaria in Sudan, aggravata dal conflitto in corso e dall’elevato numero di sfollati interni. L’azione italiana si concentra sul sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione, con particolare attenzione a bambini, studenti e famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.
L’iniziativa è stata lanciata dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, come parte di una mobilitazione straordinaria della Cooperazione italiana a favore della popolazione sudanese.
https://www.esteri.it/it/temi/cooperaz_sviluppo/italy-for-sudan-limpegno-umanitario-dellitalia/
SUDAN - Riprendono i bombardamenti degli aerei sudanesi sul Kordofan
L’aviazione sudanese è tornata a bombardare il Kordofan impiegando aerei pilotati dopo mesi di sospensione. Il 22 aprile per la prima volta dopo mesi, i velivoli militari sudanesi sono tornati a sorvolare il Kordofan, bombardando obiettivi delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces RSF) nei pressi della città di Dilling, nello stato del Kordofan Meridionale.
L’aeronautica delle Sudan Armed Forces (SAF) aveva sospeso le operazioni aeree sulle regioni del Kordofan e del Darfur, dopo che la difesa aerea delle RSF aveva abbattuto diversi caccia e aerei da trasporto, l’ultimo dei quali perso a Babanusa, nel Kordofan Occidentale. Le perdite di velivoli pilotati aveva costretto le SAF, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, di ricorrere all’impiego di droni, velivoli non pilotati che hanno però delle limitazioni nel carico bellico trasportato. Negli scorsi mesi i droni delle SAF avevano più volte preso di mira le RSF e il loro alleato, il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (Sudan People’s Liberation Movement-North, SPLM-N), a Dilling e nelle città vicine, tra cui Abu Zabad, Al-Fula, Al-Mujlad e Lagawa, causando numerose vittime.
Il 22 aprile i cacciabombardieri di fabbricazione russa hanno colpito pesantemente alcuni obiettivi delle RSF e del SPLM-N nei pressi di Dilling, la seconda città del Sud Kordofan, da mesi assediata e sottoposta a bombardamenti dalla coalizione RSF-SPLM-N.
La rinnovata operatività degli aerei pilotati sudanesi è stata preceduta da attacchi mirati nei mesi precedenti contro le difese aeree delle RSF. In particolare a febbraio era stata colpita una batteria missilistica di fabbricazione cinese probabilmente fornita alle RSF dagli Emirati Arabi Uniti.
(L.M.) (Agenzia Fides 23/4/2026)
SUDAN - Oltre 150.000 morti, 14 milioni di sfollati: il tragico bilancio di 3 anni di guerra civile
Sono tre anni di guerra in Sudan e non sembra che via sia una via di uscita. Il conflitto scoppiato il 16 aprile 2023 (vedi Fides 17/4/2023) rimane in una situazione di stallo con continui cambiamenti nel controllo territoriale. Al momento i militari dell’esercito (SAF- Sudan Armed Forces) hanno riconquistato gran parte di Khartoum (incluse Omdurman e Bahri) e parti del Sudan centrale e orientale, stabilendo la propria base a Port Sudan.
I loro avversari, i miliziani delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces -RSF) hanno consolidato il controllo sulla maggior parte della regione occidentale del Darfur dopo aver conquistato El Fasher (capitale del Darfur settentrionale) nell’ottobre 2025, a seguito di un lungo assedio (vedi Fides 28/10/2025). Le RSF hanno conquistato alcune zone del Kordofan e di altre regioni, sebbene le forze SAF abbiano respinto le truppe in aree come il Kordofan meridionale (ad esempio, Kadugli e Dilling).
Le vittime di tre anni di guerra sono almeno 150.000, la maggior parte civili. Il conflitto ha causato lo sfollamento di circa 14 milioni di persone in totale: circa 9-10 milioni di sfollati interni dislocati in altre regioni del Sudan mentre sono circa 4,4 milioni i rifugiati e i richiedenti asilo nei Paesi limitrofi (Ciad, Egitto, Sud Sudan e altri).
Quella originata dalla guerra civile sudanese rimane la più grande crisi di sfollamento al mondo. Molti sfollati interni vivono in condizioni precarie, e quello che sono riusciti a ritornare in aree devastate (ad esempio Khartoum) sono a rischio per la presenza di ordigni inesplosi e per l’assenza di servizi essenziali, come quelli sanitari. Donne e ragazze costituiscono una parte significativa degli sfollati e corrono i rischi maggiori.
Mons. Paul Swarbrick, Vescovo di Lancaster e Vescovo delegato per l’Africa della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, in un suo messaggio per ricordare i tre anni di guerra in Sudan ha esortato “i cattolici in Inghilterra e Galles a pregare per la pace e chiede al governo del Regno Unito di non perdere di vista questa crisi”. “Sono consapevole, grazie ai miei legami con la Chiesa in Sudan e con le organizzazioni caritative cattoliche che operano nella regione, del timore che il conflitto rischi di essere trascurato dalla comunità internazionale”. Ha poi proseguito: “Il Regno Unito è ‘referente’ per il Sudan presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e spero che utilizzi tale posizione per promuovere un impegno diplomatico continuo e per sostenere una risoluzione pacifica di questo conflitto”. (L.M.) (Agenzia Fides 16/4/2026)
