2026 04 29 PAKISTAN - Adil Masih: io, cristiano incatenato e affamato. Schiavo moderno in una fornace

PAKISTAN - Adil Masih: io, cristiano incatenato e affamato. Schiavo moderno in una fornace
PAKISTAN - Profanato un cimitero cristiano a Lahore
PAKISTAN - Il caso di Maria e i matrimoni forzati: la comunità cristiana chiede il rispetto delle leggi sulla protezione dei minori
IL PAPA IN AFRICA: Papa Leone ascolta le strazianti storie delle vittime di guerra del Camerun.
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PAKISTAN - Adil Masih: io, cristiano incatenato e affamato. Schiavo moderno in una fornace
Ad AsiaNews la straziante storia di sopravvivenza e lotta per la libertà di un giovane padre di due figli. Per mesi il proprietario della fabbrica lo ha tenuto in condizioni di schiavitù per sfruttarne il lavoro senza versare lo stipendio. Libero grazie all’intervento di una ong e alla sentenza di un giudice. Azhar Saeed: non è una tragedia isolata, ma parte di un’ingiustizia molto più ampia.

Per mesi in Pakistan una famiglia cristiana povera e di umili origini ha vissuto un dolore che nessun genitore dovrebbe mai sopportare: non sapere se il proprio figlio fosse vivo, morto o se stesse ancora soffrendo in silenzio da qualche parte. Quel figlio era Adil Masih, un operaio di 22 anni che otto mesi fa era andato a lavorare in una fornace di mattoni per guadagnarsi da vivere onestamente e mantenere la propria famiglia. Tuttavia, il giovane cristiano è rimasto intrappolato in quella che può essere descritta come una forma di “schiavitù moderna”. Adil è padre di due figli, una bambina di quattro anni e un bambino di sole due settimane nato mentre si trovava ancora nelle mani dei suoi aguzzini.

Adil aveva lavorato per sei mesi caricando mattoni nella fornace di Khalid Gujjar a Raiwind, Lahore, ma il proprietario non gli aveva mai pagato lo stipendio. Quando ha infine chiesto i soldi per poter comprare da mangiare per la sua famiglia, è stato convocato dal proprietario e intrappolato con un inganno. Invece di ricevere la sua paga, è stato rinchiuso. “Sono stato portato e tenuto in una stanza simile a una prigione”, ha raccontato ad AsiaNews dopo il suo rilascio. “Non c’era luce, né ventilatore, né aria adeguata, e nemmeno una lampadina. Sono stato tenuto lì per quattro mesi”.
Il giovane ha proseguito dicendo che gli veniva dato da mangiare solo una volta al giorno: un pezzo di pane, peperoncino tritato e acqua. A volte non gli veniva nemmeno dato da bere in modo adeguato. E quando ne chiedeva, gliela gettavano per terra invece di porgergliela in un bicchiere. La stanza non era solo un luogo di reclusione, ma anche di umiliazione e sofferenza. Vi erano pure altre persone, tutte intrappolate in una miseria simile. Ogni mattina, Adil e gli altri venivano condotti all’esterno sotto sorveglianza e costretti a lavorare in modo che non potessero scappare. Ha raccontato che non era loro permesso di parlare con nessuno. Di notte, gli venivano apposte delle catene alle mani e ai piedi. “I segni - ha confessato - delle catene sono ancora visibili sul corpo”.
La sua sofferenza era aggravata dalla sua salute cagionevole, perché Adil ha un solo rene funzionante. In tali condizioni, senza cibo, acqua o cure mediche adeguate, ogni giorno che passava metteva la sua vita in pericolo. Ciononostante, la sofferenza fisica non era l’unico dolore che doveva sopportare. Adil ha raccontato che quando cercava di pregare o di farsi il segno della croce, veniva picchiato e maltrattato. La sua fede cristiana veniva insultata e derisa. Eppure, anche in quell’oscurità, continuava a pregare.

Suo padre, Ashraf, ha raccontato che la famiglia era ormai disperata. Sono poveri, vivono in un alloggio in affitto e ai loro figli è stata negata l’istruzione. Gli altri figli della famiglia lavorano come manovali solo per contribuire al sostentamento della famiglia. Poi è arrivato un altro colpo crudele: il proprietario della fornace avrebbe chiesto 350mila rupie (circa 1.070 euro) per il rilascio di Adil, una somma impossibile da versare per una famiglia cristiana in difficoltà, già intrappolata nella povertà. Ashraf ha raccontato che era arrivato un momento in cui aveva quasi perso la speranza. Ed il dolore della famiglia era stato aggravato da una realtà straziante: mentre il figlio era in condizioni di prigionia, era nato un nuovo bambino in famiglia.

Tutto ha cominciato a cambiare quando la famiglia si è rivolta alla Fondazione The Edge e al suo team di avvocati per chiedere aiuto. Dopo le azioni legali e l’intervento della polizia, Adil è stato finalmente ritrovato la scorsa settimana e portato in tribunale. Il giudice ha quindi ordinato che fosse riconsegnato a suo padre. Quel momento non è stato solo un successo legale: è stato il ritorno di una vita, di un figlio e della speranza di un padre. Dopo il suo rilascio, il giovane e suo padre hanno visitato l’ufficio per esprimere la loro gratitudine. Il loro sollievo era misto a dolore, shock e incredulità per ciò che avevano dovuto sopportare.

Adil non parla con amarezza, ma con una dignità straordinaria. “Perdono chi mi ha fatto del male” ha sottolineato. “Prego affinché Dio - ha aggiunto - li guidi e che cose del genere non accadano mai più a nessuno”. Egli ha inoltre rivolto un accorato appello alle persone presenti. “In futuro non lavorerò mai più in una fornace di mattoni. Anche se dovessi mangiare solo mezzo roti (pane), non lavorare - ha proseguito, rivolgendosi agli astanti - mai in una fornace di mattoni. È una forma edulcorata di schiavitù”. Ora libero, Adil desidera qualcosa di semplice ma profondo: un futuro diverso. Vuole stare lontano dal lavoro in fornace, ricostruirsi una vita, istruire i suoi figli e guadagnarsi da vivere con dignità. In qualità di meccanico di motociclette semi-qualificato, vi è la speranza che, col giusto sostegno, possa ricominciare da capo.

Commentando il caso Malik Azhar Saeed, co-presidente della Edge Foundation, ha affermato che la storia di Adil non è una tragedia isolata, ma parte di un’ingiustizia molto più ampia. “Il caso di Adil Masih - sottolinea ad AsiaNews - è un doloroso promemoria del fatto che la schiavitù moderna esiste ancora in Pakistan”. “Dietro le mura di molte fornaci di mattoni - ha proseguito - si nascondono storie di fame, catene, paura e sfruttamento. I più deboli sono intrappolati a causa della povertà, dell’impotenza e dell’influenza dei proprietari. Molte delle vittime provengono dalla comunità cristiana, che rimane particolarmente vulnerabile in questo sistema di sfruttamento”. La libertà di Adil è un momento di gioia, ma è anche un atto d’accusa. Mette a nudo un sistema in cui i lavoratori cristiani poveri possono ancora scomparire dietro le mura delle fornaci, dove i salari non pagati si trasformano in prigionia e dove la povertà viene sfruttata con crudeltà.
(di Shafique Khokhar Asia News 22/04/2026)

PAKISTAN - Profanato un cimitero cristiano a Lahore
Un cimitero cristiano è stato profanato e alcuni fedeli, uomini e donne, sono stati brutalmente aggrediti a Lahore.

Come comunica all’Agenzia Fides l’avvocato Aneeqa Maria Anthony, dell’organizzazione “The Voice Society”, intervenuta sul posto, l’episodio è avvenuto il 18 aprile, e ha incluso anche l’aggressione e le percosse su giovani donne e uomini cristiani che andavano a visitare i cari defunti. Grazie a The Voice, che fornisce assistenza legale e assistenza medica ai feriti, il giorno successivo ai fatti una denuncia formale è stata presentata a Lahore contro nove uomini per tentato omicidio, aggressione alle donne con l’intento di oltraggiarne il pudore, vandalismo in luoghi di culto.
L’aggressione è avvenuta quando il giovane cristiano Pervez Masih è intervenuto per difendere alcune ragazze cristiane che venivano offese e molestate da giovani musulmani. Il padre di Pervez Masih è il custode del cimitero e la sua famiglia si prende cura del cimitero cristiano di Asif Town a Lahore. Quel cimitero è un luogo sacro, dove i cittadini cristiani di Lahore si recano quotidianamente a onorare e pregare per i propri defunti. Lì accanto vi è una chiesa dove si tengono celebrazioni, messe funebri e momenti di preghiera. Secondo le testimonianze raccolte, i visitatori, soprattutto le ragazze, subiscono continue molestie da giovani musulmani del quartiere vicino. Il 18 aprile la situazione è degenerata in violenza di gruppo e almeno 9 giovani sono entrati nel cimitero, vandalizzando tombe e croci, hanno colpito ripetutamente con arma da taglio Pervez Masih e hanno abusato delle donne cristiane, percuotendole e denudandole.
I volontari di The Voice Society si stanno battendo perché gli aggressori siano chiamati a rispondere delle proprie azioni e la comunità cristiana ottenga giustizia. L’attacco, afferma l’avvocato Anthony, “costituisce una profanazione di un luogo sacro, un crimine d’odio a sfondo religioso che richiede la piena applicazione della legge”. La polizia ha arrestato quattro degli accusati e le indagini sono tuttora in corso.
(PA) (Agenzia Fides 22/4/2026)

PAKISTAN - Il caso di Maria e i matrimoni forzati: la comunità cristiana chiede il rispetto delle leggi sulla protezione dei minori

“Urge applicare le leggi sulla protezione dei minori ed è necessaria un’immediata revisione delle lacune legislative evidenziate dal recente caso della ragazza cristiana Maria Shahbaz. Esistono ambiguità presenti nelle leggi vigenti sui matrimoni precoci che vengono sfruttate, consentendo ad alcuni uomini di ottenere l’affidamento di ragazze minorenni, con il pretesto di presunti diritti matrimoniali”, dice all’Agenzia Fides Anthony Naveed, politico pakistano cattolico, vice presidente del parlamento della provincia del Sindh
Nell’aprile 2026, la Corte Costituzionale Federale ha emesso una controversa sentenza nel caso della tredicenne cristiana Maria Shahbaz, rapita nell’area di Lahore nel 2025. Nonostante la sua famiglia abbia fornito prove della sua età e della mancanza di consenso, denunciando il rapimento e il matrimonio islamico forzato, la Corte ha permesso che Maria restasse con il suo rapitore, citando la sua “raggiunta pubertà”.
In Pakistan, nazione a maggioranza islamica, molti giocano sulle differenze tra quanto prevede la legge civile e quanto prevede la legge islamica, che non indica un’età minima fissa per il matrimonio e lo consente quando i contraenti raggiungono la pubertà fisica. Tuttavia Naveed nota che “le leggi che vietano i matrimoni precoci in tutto il Pakistan sono state emanate per proteggere i minori e garantire i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Queste leggi - ricorda - sono già state dichiarate conformi ai precetti islamici dalla Corte Federale della Sharia nelle sue sentenze, rafforzando la necessità di una loro rigorosa applicazione”.
La sentenza della Corte costituzionale federale sul caso di Maria, rileva, “ha messo in luce gravi carenze nell’applicazione delle leggi a tutela dei minori”. Naveed nota che “mentre le leggi sui matrimoni precoci criminalizzano l’atto, prevedendo pene per chi sposa una minorenne, ma anche per chi celebra, o fa da testimone a un matrimonio infantile, esse non incidono sulla validità legale di nozze che coinvolgono un minore. Dunque quel matrimonio, di fatto, non viene invalidato”.
Naveed informa che “la famiglia, con il team di avvocati a sostegno, si rivolge ora alla Corte Suprema per ottenere la revisione di questa decisione”.
In tale scenario padre Lazar Aslam, OFM Cap, direttore della Commissione “Giustizia, pace ed ecologia” dei padri Cappuccini, rileva “una allarmante escalation di rapimenti, conversioni forzate e matrimoni forzati di ragazze cristiane minorenni in Pakistan”, osservando che quella sentenza della Corte potrebbe ulteriormente incoraggiare e legittimare il fenomeno. “Respingiamo categoricamente i recenti precedenti giurisprudenziali che sfruttano il diritto religioso per legittimare il rapimento di minori. Questi sviluppi rappresentano una ingiustizia sistemica che lascia soprattutto le comunità le minoritarie in uno stato di paura costante e pervasiva”.
Il frate segnala a Fides “un recente straziante tragedia”: due sorelle cristiane – Zarish, di otto anni, e Muqaddas, di quattordici – sono state rapite a Sadiqabad e portate a Karachi, strappate alla loro casa e alla loro innocenza. La violenza è stata confermata dal loro ritrovamento, grazie alla polizia, nel quartiere di Shirin Jinnah Colony.
Muqaddas, la sorella maggiore, trasferita in un reparto di terapia intensiva dopo aver subito orrori che nessun essere umano dovrebbe mai conoscere, è salita al cielo. Una ragazzina di quattordici anni, una vita spezzata. Il Signore la tenga tra le sue braccia, in un luogo dove nessuno potrà più farle del male, dove ogni lacrima si asciugherà e ogni ferita guarirà”, dice.
La Commissione “Giustizia, pace ed ecologia” segnala all’Agenzia Fides un elenco degli ultimi casi che hanno riguardato la comunità cristiana. Il 24 marzo, la diciassettenne cristiana Niya è scomparsa dalla sua casa a Kot Radha Kishan, e la famiglia ha confermato che era stata rapita e sottoposta a una conversione forzata. Nonostante la denuncia formale (First Information Report) che identifica il principale imputato, non vi sono passi avanti nel caso, e si nota la scarsa collaborazione delle forze dell’ordine locali, mentre i responsabili continuano a minacciare la famiglia.
Il 6 aprile, la ventenne cristiana Laiba Javaid ha ricevuto una minaccia di morte scritta, in cui le di intimava di rinunciare alla sua fede cristiana e di sposare un uomo musulmano. In caso contrario, si leggeva nella minaccia, sarebbe stata giustiziata.
L’8 aprile, Waziya Zahid, 14enne cristiana, è stata rapita a Toba Tek Singh. I suoi genitori, addolorati, dicono che è stata rapita con lo scopo di convertirla forzatamente all’Islam e costringerla a sposare un uomo musulmano.
Nota p. Aslam: “In molti casi, pur ricevendo in forma privata il sostegno da alcuni religiosi musulmani, vi è riluttanza a partecipare alle manifestazioni pubbliche, e così sono le istituzioni cristiane, come ha fatto Mons. Khalid Rehmat, il nuovo Arcivescovo di Lahore, a sollevare la questione e difendere le famiglie che vedono calpestati impunemente i loro diritti e si vedono sottrarre le loro figlie”.
In piena solidarietà con le famiglie delle vittime, la Commissione chiede al governo del Pakistan di garantire “l’immediato e sicuro ritorno delle ragazze rapite alle loro famiglie di origine” e “il serio perseguimento penale di quanti usano la conversione forzata per mascherare il reato di rapimento”.
(PA) (Agenzia Fides 21/4/2026)

IL PAPA IN AFRICA

Papa Leone ascolta le strazianti storie delle vittime di guerra del Camerun.
Il calore con cui il Papa è stato accolto a Bamenda, epicentro della violenza separatista in Camerun, era palpabile, sebbene fosse impossibile ignorare il trauma latente della regione.

L’arcivescovo Andrew Nkea ha dato il benvenuto al Pontefice con immagini bibliche, paragonando la visita alla Visitazione di Maria a Elisabetta.
«Oggi ci sentiamo come Elisabetta, quando Maria, la Madre di Cristo, andò a farle visita ed esclamò: “Chi sono io per ricevere l’onore di una visita dalla madre del mio Signore?”»
«Abitanti di Bamenda, chi siamo noi perché il Vicario di Cristo scenda a visitarci nella nostra umiltà?», ha chiesto Nkea.

Dieci anni di guerra e morte
L’arcivescovo ha ripercorso gli orrori degli ultimi dieci anni: migliaia di sfollati interni, bambini usati come “esca politica” e privati dell’istruzione per quattro anni, e sacerdoti, religiosi e vescovi molestati, rapiti o uccisi.
“Molte donne sono rimaste vedove, molti bambini sono rimasti orfani e molte persone hanno perso la casa a causa di questa crisi”, ha affermato l’arcivescovo Nkea.
Dieci anni di combattimenti hanno causato la morte di almeno 6.500 persone e lo sfollamento di oltre un milione, con più di 1,8 milioni di persone che ora necessitano di assistenza umanitaria.
Si tratta di una crisi dovuta a decenni di ingiustizia ed emarginazione, con le popolazioni anglofone delle regioni nord-occidentali e sud-occidentali del Camerun che lamentano di essere sempre state considerate dall’amministrazione di Yaoundé, a maggioranza francofona, come cittadini di seconda classe.
La frustrazione repressa esplose nel 2016, quando insegnanti e avvocati delle due regioni scesero in piazza in proteste pacifiche contro l’uso del francese nelle scuole e nei tribunali anglofoni. Il governo adottò una linea dura, provocando la crescita di un gruppo separatista che prese le armi per combattere per l’indipendenza delle due regioni e la formazione di un nuovo paese chiamato Ambazonia.
Dietro le statistiche su rapimenti, sequestri e omicidi, tuttavia, ci sono persone reali le cui testimonianze Papa Leone ha ascoltato con pazienza mentre condividevano le loro storie.

Le voci delle vittime
La vera essenza del conflitto nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali del Camerun è emersa attraverso le voci di due testimoni: una suora che aveva fissato l’abisso della boscaglia in cui era stata condotta, e un padre di tre figli che aveva perso tutto tranne la dignità.

La prima a prendere la parola è stata suor Carine Tangiri Mangu, membro delle Suore di Sant’Anna.

«Santissimo Padre», iniziò, con voce ferma ma tesa, «le donne consacrate della provincia ecclesiastica di Bamenda sono liete di averla tra noi. Questa è una grande consolazione per noi che lavoriamo tra i poveri».
Suor Carine ha parlato della loro missione quotidiana di lavorare “tra i poveri e i bisognosi delle nostre comunità”.
Questo lavoro, ha spiegato, comprende la gestione di ospedali e scuole, lo svolgimento di attività di assistenza sociale e l’offerta di sostegno “alle persone traumatizzate”.
Ha poi spostato l’attenzione sull’orrore e sul trauma che i religiosi come lei affrontano quotidianamente nello svolgimento dei loro doveri.
«Dall’inizio di questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con molta paura e grande insicurezza», ha confessato. Ha raccontato il terrore specifico del 14 novembre 2025, un giorno il cui ricordo è rimasto impresso nella sua mente.
Lei e una consorella, Mediatrix, stavano tornando da Bamenda a Elak-Oku, dove insegnano in una scuola elementare cattolica. Il loro viaggio fu interrotto nei pressi del villaggio di Babugo.
«Siamo state rapite da alcuni uomini armati… portate nella boscaglia dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti», ha raccontato al Papa.
I dettagli della loro prigionia dipingevano un quadro agghiacciante di tormento psicologico. Non avevano cibo, né sonno, né dignità. Venivano invece trasportate incessantemente in motocicletta nel cuore della notte, a volte fino all’una, spostate da un nascondiglio all’altro per sfuggire alla cattura. I loro rapitori vedevano in loro solo profitto, chiedendo numeri di telefono per il riscatto e riducendo donne dedite al servizio dei poveri a semplici merci da scambiare.
«Abbiamo iniziato uno sciopero della fame», ricorda suor Carine, con una scintilla di sfida nel suo racconto. «Abbiamo spiegato ai nostri carcerieri che stavamo solo facendo il nostro lavoro per i poveri».
In quei tre giorni disperati, circondati da uomini armati, non furono i negoziati a tenerli in vita, bensì la preghiera.
«Ciò che ci ha tenuti viva la speranza è stato il rosario, che abbiamo recitato ininterrottamente in quei giorni», ha detto. Sono stati rilasciati solo dopo le trattative, ma l’ombra della boscaglia rimane a lungo dopo la loro liberazione fisica.
«Alcune hanno vissuto esperienze più drammatiche e traumatiche», ha ammesso, pensando alle tante altre donne religiose che vivono in questa zona di guerra.
«Ma continuiamo a confidare nell’aiuto di Dio».

Dopo suor Carine, il microfono è passato al signor Dennis Salo. Era lì con la moglie e i tre figli, un ritratto vivente dello sradicamento.

«Si dice che ogni nuvola nera abbia un lato positivo», iniziò Dennis, con un tono che mescolava incredulità e gratitudine.
“Non avrei mai potuto immaginare che un giorno, nella mia vita, avrei parlato con il Santo Padre.”
Dennis ha rievocato la vita che conduceva prima che la guerra sconvolgesse tutto. Proviene da Mbiame, nella diocesi di Kumbo, una zona considerata un focolaio del conflitto separatista. Un tempo imprenditore di successo, il suo mondo è andato in frantumi quando la violenza è scoppiata nel 2017.
La violenza, disse, era intima e brutale.
«Cinque dei miei vicini sono stati uccisi, e anche uno dei miei amici più cari è stato ucciso», ha raccontato.
«Sono fuggito da Mbiame con la mia famiglia, abbandonando tutto ciò che possedevo.»
«I miei figli hanno dovuto abbandonare la scuola», ha detto, e nella sua voce traspariva il dolore di un padre privato del futuro dei propri figli.
«Ora vivo in una piccola casa in affitto con tutta la mia famiglia», ha detto Dennis al Papa. L’imprenditore all’ingrosso è ora costretto a svolgere due lavori umili per sopravvivere: come portiere all’ospedale di Maria Soledad e come giardiniere nella parrocchia dell’Immacolata Concezione a Ngomgham.
«Grazie, Santo Padre, per essere venuto a consolarci», disse.

Il messaggio di speranza di Papa Leone

«Cari fratelli e sorelle in Cristo», ha esordito il Papa, con voce calda e risonante.

“Come pellegrino di pace e unità, è una gioia per me visitare la vostra regione e, soprattutto, condividere il vostro cammino, le vostre lotte e le vostre speranze.”
Descrivendo la brutalità della realtà vissuta dagli abitanti di Bamenda, Leone ha recitato il Salmo che dice: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato e salva chi ha lo spirito affranto”.
«Fratelli e sorelle, nella vita ci sono molte situazioni che ci spezzano il cuore e ci gettano nella tristezza.»
Ha catalogato le ferite del paese: la povertà dilagante esacerbata da una crisi alimentare, la “corruzione morale, sociale e politica” che corrodeva la gestione della ricchezza e il collasso delle istituzioni destinate all’istruzione e alla guarigione.
“Constatiamo inoltre i gravi problemi che affliggono i sistemi di istruzione e sanità, nonché la migrazione su larga scala verso paesi stranieri, in particolare di giovani”, ha affermato.
La voce del Papa si fece più aspra, assumendo un tono di giusta indignazione.
“A questi problemi interni… si aggiunge il danno causato dall’esterno da coloro che, in nome del profitto, continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.”
«Tutto ciò può farci sentire impotenti e minare la nostra fiducia», ha riconosciuto Papa Leone. «Eppure questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese».
Sottolineando l’urgenza del momento, Papa Leone ha affermato che è giunto il momento “di ristabilire il mosaico dell’unità, unendo la diversità e le ricchezze del Paese e del continente”.
Ha messo in guardia dalla tentazione di accettare la violenza e la povertà come “normale corso degli eventi”.
«Dio è novità», ha detto, «Dio crea cose nuove. Dio ci rende persone coraggiose che, affrontando il male, edificano il bene».
Ha esortato la popolazione a obbedire a Dio piuttosto che all’autorità umana, spiegando che la vera libertà si trova nell’“obbedienza della fede”.
«Obbedire a Dio non è un atto di sottomissione che ci opprime», ha spiegato. «Al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi perché significa affidargli la nostra vita e permettere alla Sua Parola di ispirare il nostro modo di pensare e di agire».
(18 aprile 2026 Ngala Killian Chimtom The Catholic World REPORT)