2026 04 22 TESTIMONIANZA: La Chiesa a Cuba, segno di carità e consolazione
CUBA - il vescovo monsignor Manuel de Jesus Rodriguez chiede aiuti urgentiTESTIMONIANZA: La Chiesa a Cuba, segno di carità e consolazione
IL PAPA IN AFRICA:
Un sacerdote sudanese in Angola: “Andate, visitate, parlate del Sudan, perché è una delle situazioni che viene messa a tacere. Poche persone parlano del Sudan”. PERSECUZIONE IN AFRICA: un duro articolo di Giulio Meotti (brani)
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CUBA - il vescovo monsignor Manuel de Jesus Rodriguez chiede aiuti urgenti
Tornato dalla presa di possesso di un vescovo a Cuba, monsignor Manuel de Jesus Rodriguez ha scritto ai fedeli della sua diocesi in Florida per descrivere la grave crisi umanitaria che attanaglia l’isola caraibica. “Le nostre preghiere devono tradursi in azione” ha sollecitato
Un crescente e soffocante senso di disperazione che “si percepisce nelle strade, nelle conversazioni, negli occhi della gente”; la stanchezza di un popolo “che ha sopportato troppo a lungo”; la silenziosa angoscia di coloro “che non vedono una chiara via d’uscita”. In estrema sintesi, “l’erosione della speranza”. Tornato da Cuba dove si è recato per la cerimonia di presa di possesso di Osmany Massó Cuesta come vescovo di Santísimo Salvador de Bayamo y Manzanillo, monsignor Manuel de Jesus Rodriguez, vescovo di Palm Beach, ha preso carta e penna e ha scritto una lettera ai fedeli della Florida per descrivere “l’aspetto più sconvolgente” notato sull’isola caraibica e cioè l’atmosfera di estrema tristezza che la pervade. “Ciò che ho incontrato non è stata semplicemente difficoltà” ma “una crescente crisi umanitaria, cruda, visibile e profondamente umana. È impressa nella vita quotidiana di un intero popolo”, afferma nel testo intitolato Cuba urgently needs us.
Malnutrizione visibile e malati senza cure
De Jesus Rodriguez, originario della Repubblica Dominicana, spiega che oggi a Cuba “procurarsi il cibo non è una routine ma una lotta quotidiana. Le famiglie si alzano ogni mattina senza la certezza di poter sfamare i propri figli. I beni di prima necessità scarseggiano. Lunghe file si snodano per ore sotto il sole, spesso con esiti deludenti. La malnutrizione non è più un fenomeno nascosto: è visibile nei volti dei bambini, nella fragilità degli anziani, nella silenziosa stanchezza dei genitori che non hanno più nulla da dare”. Altrettanto allarmante è la situazione nel settore sanitario: “Ospedali e cliniche faticano a reperire anche le forniture più elementari. Mancano i medicinali. Le cure vengono ritardate o sono semplicemente impossibili. La malattia, che altrove potrebbe essere facilmente gestita, a Cuba diventa un fardello pesante e talvolta insopportabile. I malati soffrono in silenzio e troppo spesso senza cure adeguate”, scrive il presule.
No all’indifferenza
Non si tratta di una tragedia lontana, non è una crisi che riguarda altri: “Qui nel sud della Florida, nella nostra diocesi di Palm Beach, vivono innumerevoli cubano-americani e immigrati cubani i cui cuori rimangono indissolubilmente legati a quella terra sofferente. Per loro questa crisi è una realtà vissuta, la voce tremante di una madre al telefono, l’angoscia per un padre malato che non riesce a procurarsi le medicine, è il dolore di sapere che i propri cari soffrono la fame”. Di fronte a tutto ciò “non possiamo rimanere indifferenti”, osserva monsignor de Jesus Rodriguez, “farlo sarebbe un fallimento non solo della carità ma anche della coscienza. La vicinanza di Cuba, così prossima a noi in ogni senso, ci impone una grave responsabilità morale. Non siamo spettatori, siamo vicini, e siamo fratelli e sorelle”. Il vescovo fa appello ai fedeli e alle persone di buona volontà affinché mostrino solidarietà con il popolo cubano in questo momento critico e preghino intensamente e incessantemente. Ma la preghiera “deve tradursi in azione”. La diocesi di Palm Beach, in stretta collaborazione con i vescovi cattolici a Cuba, continuerà “a cercare ogni possibile via per fornire un aiuto concreto”. (Giovanni Zavatta - Vatican News 30 marzo 2026)
TESTIMONIANZA - APPROFONDIMENTO
La Chiesa a Cuba, segno di carità e consolazione: il popolo aspira alla dignità
“La situazione attuale è francamente difficile” ammette da L’Avana padre Ariel Suárez Jáuregui, descrivendo la realtà del proprio popolo e indicando l’azione pastorale quale segno di speranza
La popolazione cubana continua a vivere le conseguenze della crisi energetica, che aggrava i diversi problemi che affliggono la società. “Siamo qui. E non a braccia conserte” dice ai media vaticani il sacerdote Ariel Suárez Jáuregui, segretario aggiunto della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba e parroco del Santuario Diocesano e Basilica Minore di Nostra Signora della Carità del Cobre a L’Avana.
Una Chiesa povera per i poveri
“Aumentano i prezzi degli alimenti. Scarseggiano i medicinali, i servizi medici risultano ridotti e gli interventi chirurgici sono destinati unicamente alle persone in pericolo di vita. Aumentano anche le difficoltà per accedere all’acqua potabile, perché ci sono molte persone che dipendono dalle autobotti per averne e, senza carburante, queste ultime non riescono ad arrivare”, spiega padre Suárez. Questa situazione pone la Chiesa povera in mezzo ai poveri per offrire una pastorale della carità e della consolazione. “È nell’ambito della carità che forse ci stiamo rinnovando e crescendo continuamente, nella misura in cui vediamo aumentare i bisogni e sperimentiamo la richiesta del Signore di assisterlo nei poveri”, sottolinea, ricordando alcune delle molte opere di assistenza che con grande difficoltà vengono realizzate in favore dei più vulnerabili.
La vicinanza di Leone XIV
La Chiesa a Cuba è grata per la vicinanza paterna di Papa Leone XIV durante questo tempo, la speranza era di poterlo incontrare in occasione della visita ad limina che ha dovuto poi essere rinviata: “Siamo molto grati per l’affetto che il Papa ha manifestato per questo popolo e per questa Chiesa. La voce del Santo Padre ha amplificato per il mondo la voce, addolorata e speranzosa, del popolo cubano”. Il parroco del Santuario Diocesano e Basilica Minore di Nostra Signora della Carità del Cobre all’Avana auspica che in questa Quaresima, in mezzo a tutte le diversità, il popolo cubano guardi a Gesù con speranza: “Che il dolore del mio popolo, che è anche il mio dolore, non ci renda risentiti, violenti o feriti. Che possiamo sempre amare, proclamare la vittoria dell’amore e testimoniare l’amore del Signore”.
(…) Proprio perché la Chiesa vive della fiducia nelle promesse di Cristo, là dove è possibile, continuiamo ad annunciare il Vangelo, a celebrare i Sacramenti, a fare catechesi ai bambini, a visitare i malati e i carcerati, a preparare adolescenti, giovani e adulti nel catecumenato o in diversi ambiti formativi. Le coppie proseguono corsi di preparazione alla vita matrimoniale. I nostri Centri di formazione continuano ad operare. Si moltiplicano le iniziative caritative nelle parrocchie e nelle comunità. (…) Nelle zone rurali o in quelle più lontane dal centro parrocchiale, certamente ci sono state variazioni nelle attività abituali, perché molti sacerdoti o catechisti non riescono a raggiungere quelle zone remote, non avendo carburante per spostarsi. Non tutti sono giovani e forti per muoversi in bicicletta e percorrere chilometri sotto il sole dei Tropici. Alcune strade, inoltre, sono impraticabili. E tornare di notte senza elettricità è anche pericoloso. Facciamo quello che possiamo. Ma siamo qui. E non con le braccia conserte.
In un recente messaggio del gennaio 2026, i vescovi mettevano in guardia dal rischio di un caos sociale e dalla violenza a causa delle limitazioni alle importazioni di petrolio nel Paese.
Qual è la situazione attuale e quali sono le preoccupazioni del popolo cubano?
La situazione attuale è francamente difficile. Vediamo diminuire il trasporto pubblico e privato nelle strade e sulle autostrade. Paesi e città sembrano deserti dopo il calare del sole. La spazzatura trabocca nelle strade de L’ Avana e intralcia il passaggio ai pedoni e ai pochi veicoli che riescono a circolare. Cresce il numero di persone povere, senzatetto, anziani soli e abbandonati. Vediamo anche adolescenti e giovani che si avvicinano alla droga. Si riducono orari e giorni di lavoro e di studio. Le persone che lavorano nel settore del turismo hanno il timore reale di perdere il lavoro. Aumentano i prezzi degli alimenti. Scarseggiano i medicinali, i servizi medici risultano ridotti e gli interventi chirurgici sono destinati unicamente alle persone la cui vita è in pericolo. Aumentano le difficoltà per accedere all’acqua potabile, perché molte persone dipendono dalle autobotti per avere l’acqua e, senza carburante, non riescono ad arrivare. Chi ha maggiori risorse sta rapidamente installando fonti di energia rinnovabile nelle proprie abitazioni e attività. O acquistando veicoli e altri mezzi di trasporto che non dipendono dal carburante. Il popolo cubano vive questa situazione con dolore e tristezza. Sente di aver già sofferto troppo negli ultimi decenni e aspira a qualcosa di diverso, a una vita dignitosa e felice su questa terra. C’è chi diventa violento e lascia emergere tutta l’avidità, l’egoismo e l’ambizione che porta dentro. Altri, al contrario, stanno offrendo una testimonianza bella e luminosa di generosità, fraternità e altruismo, in tutti gli ambiti della vita della nazione. Allo stesso tempo, c’è il sentimento diffuso che “qualcosa deve accadere, perché così non si può vivere”.
Quali sono le principali azioni pastorali e sociali nelle diocesi e nelle parrocchie?
Le azioni pastorali sono quelle che abitualmente la Chiesa realizza in tutto il mondo. In questo momento, per noi queste azioni acquistano una sfumatura speciale. La nostra Chiesa, attraverso i suoi operatori pastorali, sta dedicando tempo e risorse, al ministero della consolazione, ascoltando molto, visitando, accompagnando. È forse proprio nell’ambito della carità che ci stiamo rinnovando e crescendo continuamente, nella misura in cui vediamo bisogni crescenti e sperimentiamo la richiesta del Signore ad assisterlo nei poveri. In molte parrocchie si stanno organizzando mense per anziani o persone vulnerabili. In altre, si cucina e si porta il cibo nelle case. Si distribuisce anche cibo già preparato a persone che vivono nelle strade, nei parchi o nelle piazze. Questo è fatto anche da movimenti come quello parrocchiale Giovanni XXIII, come la Comunità di Sant’Egidio o la fraternità di Comunione e Liberazione. Fratelli e Caritas di altri Paesi aiutano in non pochi casi a mantenere e realizzare queste opere. Una menzione particolare merita il servizio eroico, silenzioso ed estremamente generoso, dei religiosi e delle religiose che gestiscono case per anziani o per malati mentali, che devono affrontare tutte le difficoltà presenti nel Paese, spesso senza l’aiuto di dipendenti, che non riescono a raggiungere il posto di lavoro per mancanza di trasporti.
Può dirci alcune delle opere che vengono realizzate nel lavoro di assistenza ai più poveri nonostante le difficoltà generali?
Nella parrocchia dove servo come parroco da 11 anni abbiamo alcuni servizi per i fratelli più bisognosi: ogni mercoledì prepariamo il pranzo per circa 150 anziani. Ogni giovedì pomeriggio si porta latte o cioccolata con avena e un panino e qualcosa di proteico a 100 senzatetto. Inoltre, due sabati al mese, si cucina e si porta il pranzo ai vulnerabili. Voglio sottolineare la gioia e l’amore con cui i volontari prestano il loro servizio. I volontari hanno problemi e necessità come gli altri. Ma offrono al Signore e ai loro fratelli il proprio tempo, la propria energia, e condividono i propri beni. E lo fanno con un sorriso, trattando con molto rispetto i loro fratelli più poveri. Parlo di questa parrocchia perché è quella che conosco meglio. Ma sottolineo che cose come queste si fanno in molte parrocchie di tutta Cuba. E ci sono anche iniziative molto belle in alcune comunità cristiane non cattoliche. Ringraziamo Dio per tutto ciò che ha suscitato in noi in questi tempi così duri. Che il Signore ci aiuti a non stancarci di fare il bene.
Qual è il suo messaggio di fronte alla realtà che sta vivendo Cuba, la sua preghiera nel cammino verso la Pasqua?
In Quaresima ci poniamo sempre davanti alla sfida di un Dio che ha scelto di dare tutto, di donare sé stesso fino alla fine, di amarci fino alla fine. Fermarci al perché della croce, della sofferenza e del dolore è una tentazione ricorrente. Ma Gesù ci ha insegnato non il ‘perché’, ma il ‘per che cosa’. Anche quando guardiamo alla sofferenza prolungata del popolo cubano e di tanti popoli della terra, dobbiamo guardare al Signore. Gesù ci ha insegnato ad amare, a donare la vita e così ha dato senso al dolore e ha camminato verso il mattino luminoso della Pasqua. Che il dolore del mio popolo, che è anche il mio dolore, non ci renda risentiti, violenti, feriti. Che possiamo amare sempre, proclamare la vittoria dell’amore, rendere testimonianza all’amore del Signore. Come ha detto Papa Leone XIV nella sua prima benedizione apostolica Urbi et Orbi, l’8 maggio 2025: il Risorto ha mostrato che “il male non prevarrà”. Questa è la ragione del nostro amore e della nostra speranza.
(Johan Pacheco – Vatican News 27 febbraio 2026)
IL PAPA IN AFRICA
Molto profondi i richiami che Papa Leone XIV ha fatto nel suo viaggio apostolico in Africa.
La sua presenza ha dato speranza e conforto alla Chiesa.
Tra tante testimonianze desideriamo riproporre quella di un sacerdote originario del Sudan perché la tragedia di questi milioni di esseri umani sembra davvero non importare a nessuno.
Un sacerdote sudanese in Angola: si ascolti l’appello di pace del Papa, il Sudan soffre
Don Samir Alrafayne, originario del Sudan ma da tredici anni a Luanda, racconta le difficoltà della Chiesa in Angola tra le minacce delle sette e le fratture che provoca in poveri e famiglie: “La visita di Leone XIV ci aiuta ad andare avanti”. Esprime poi la speranza che gli appelli di pace del Pontefice si estendano a tutto il mondo e soprattutto al suo Paese: “In questo momento condizioni durissime. Il Sudan ha davvero bisogno dell’attenzione di tutti”
“Qui, per gente come noi, la visita del Papa è un momento di grazia di cui avevamo bisogno”. Don Samir Alrafayne ascolta con le braccia conserte e il capo chino le parole che Papa Leone XIV pronuncia al clero dell’Angola nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Luanda, incontrato nel pomeriggio di oggi, 20 aprile, quale ultimo appuntamento pubblico nel Paese africano. Sembra che davvero voglia far sedimentare le indicazioni pratiche e spirituali che il Pontefice lascia a vescovi, sacerdoti, suore, religiosi e religiosi angolani. Originario del Sudan, da 13 anni a Luanda, quattro anni fa ordinato sacerdote e incardinato nell’Arcidiocesi di Luanda, don Samir si è formato presso il Redemptoris Mater di Luanda, seminario missionario del Cammino Neocatecumenale. “Abbiamo bisogno del Santo Padre come Pietro per confermarci nella fede”, dice ai media vaticani, lanciando un appello per il suo Paese: “Il Sudan soffre, abbiamo bisogno dell’aiuto e delle preghiere di tutti”.
Quale significato ha la visita di Leone XIV in Angola?
Questa visita porta anche tanta grazia per la gente. Come vedete, in questi giorni la gente è scesa in strada, è andata ovunque il Papa sia passato per salutarlo, per mostrargli la gioia che viene con lui. Abbiamo molte difficoltà, molti ostacoli tradizionali che provengono dalla cultura antica.
Quali sono i principali ostacoli all’evangelizzazione per la Chiesa in Angola?
Abbiamo alcuni problemi con l’esistenza di nuove chiese che sorgono e di sette che causano problemi e fratture nelle famiglie e anche tra i poveri. Quindi abbiamo bisogno dell’iniziazione cristiana. Dobbiamo tornare al vecchio modello, al modello apostolico, in modo da poter aiutare queste persone ad una vera iniziazione cristiana. Oltre a questo, la gente vive in Angola delle ingiustizie sociali. Quindi la visita del Papa può aiutarci ad essere forti, ad andare avanti, a trovare la pace tra di noi. L’Angola ha alle spalle una storia di guerra, lo ha ricordato ieri pure il Papa durante la Messa, e ora abbiamo sempre più bisogno di questo spirito di fratellanza, di questo spirito cristiano.
Ritiene che il messaggio di pace lanciato in questi giorni da Papa Leone XIV possa essere applicato anche ad altri Paesi africani, ad esempio il Sudan da cui proviene e che è anch’esso teatro di conflitti da molti anni?
Il Papa ha dedicato molto tempo a parlare di pace. Ha ripetuto questa frase: “No alla guerra, basta guerra”, ed è proprio ciò di cui abbiamo bisogno in Sudan. Il Sudan ha sofferto a causa delle guerre per molto tempo, molto tempo, e ora, in questi ultimi tre anni, più di 15 milioni di persone sono rifugiate all’interno o all’esterno del Sudan. Persone di cui non si parla, ma che stanno soffrendo, stanno morendo in condizioni durissime e altre vivono in una situazione molto difficile. Il Sudan ha davvero bisogno dell’attenzione di tutti, ha davvero bisogno di aiuto e anche delle preghiere di tutti voi. E ciò per cui il Papa prega sempre è la pace. Quindi sicuramente questo messaggio aiuterà anche il Sudan in modo positivo. Ma abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo bisogno di preghiere. Andate, visitate, parlate del Sudan, perché è una delle situazioni che viene messa a tacere. Poche persone parlano del Sudan. E in questo momento c’è molta tensione nel mondo.
(Vatican News di Claudia Torres e Salvatore Cernuzio – Inviati a Luanda, 20 aprile 2026)
PERSECUZIONE IN AFRICA: un duro articolo di Giulio Meotti
ECCE HORROR: L’URLO MUTO DEI CRISTIANI DECAPITATI
(…)
Il nostro silenzio sui cristiani trucidati in odium fidei puzza di viltà ideologica e di calcolo geopolitico.
Savane congolesi e pianure nigeriane. Stesse scene. Stessi numeri. Stesso genocidio.
Il 2 aprile, l’Allied Democratic Forces (ADF), gruppo jihadista affiliato all’ISIS, ha massacrato 43 cristiani nel villaggio di Bafwakao, Repubblica Democratica del Congo. Li hanno sorpresi nel sonno, crivellati di proiettili, decapitati con machete, bruciati vivi dentro le loro case. Il capo villaggio è stato sgozzato come un agnello pasquale. Le immagini, ha detto un testimone anonimo, “sono insopportabili”.
Le donne e i bambini rapiti, le case ridotte in cenere. Tutto nel giorno in cui la Chiesa commemorava l’Ultima Cena.
Pochi giorni dopo, l’International Society for Civil Liberties and Rule of Law (Intersociety) ha diffuso due rapporti devastanti. Nel primo, relativo ai 96 giorni tra il 1 gennaio e il 6 aprile, documenta l’uccisione di 1.402 cristiani in Nigeria: 1.050 tra gennaio e il 19 marzo, altri 350 solo tra marzo e Pasqua.
Nel secondo, focalizzato sulla sola settimana pasquale, conta 136 cristiani massacrati e decine rapiti in Borno meridionale, Kaduna meridionale, Plateau, Nasarawa e Benue.
Il 29 marzo, a Kukyer e Kahir, 13 invitati a un matrimonio cristiani sono stati falciati; a Angwa Rubuka e Eto Baba, nel Plateau, 40 massacrati in un solo assalto.
Il Sabato Santo, 5 fratelli cristiani, tra cui un bimbo di due anni, rapiti a Kachia.
La Domenica di Pasqua, mentre si celebrava la Resurrezione, 17 fedeli sono stati trucidati durante la messa a Mbalom, nel Benue; a Ariko e Kajuru, altri 15 uccisi e 31 rapiti.
(…)
Chiese date alle fiamme, villaggi rasi al suolo. I carnefici? Boko Haram, ISWAP, i “killer herders” fulani: diverse sigle, tutti islamisti che non nascondono la matrice religiosa del loro odio. Tre notizie, un solo genocidio in atto. Non “conflitti etnici”, non “dispute per il bestiame”, non “violenza generica” né problemi climatici. È jihad demografica: pastori musulmani armati fino ai denti che avanzano sulle terre dei contadini cristiani, uccidendo, stuprando, islamizzando per forza o eliminando. L’ADF in Congo, i fulani e i boko haram in Nigeria non sono bande di criminali comuni: sono avanguardie di un Islam radicale che vede nel cristiano il nemico assoluto, il kafir da sottomettere o cancellare. Lo sanno gli stessi sopravvissuti, lo sanno gli analisti di Intersociety, lo sanno i vescovi che da anni gridano invano. Ma la narrazione occidentale ha deciso che questa verità è scomoda, quindi inesistente.
(…)
E qui entra in scena il silenzio. Il silenzio assordante, ipocrita, osceno dell’Occidente “illuminato”. Dove sono i titoli a tutta pagina del New York Times, della BBC, di Le Monde, di Repubblica?
(…)
Ecco come i paesi a maggioranza musulmana trattano le popolazioni cristiane:
SOMALIA
Non esistono chiese. I convertiti dall’Islam affrontano la morte. Al-Shabaab è impegnata a sradicare il cristianesimo.
YEMEN
I cristiani possono essere imprigionati, torturati o uccisi. Possedere una Bibbia nelle aree controllate dagli Houthi è pericoloso. Non esiste protezione legale per i cristiani.
SUDAN
I cristiani sono stati rapiti e uccisi. Gli estremisti islamisti operano con impunità.
SIRIA
Ora largamente controllata da HTS, un gruppo estremista islamico con radici in Al-Qaeda. La popolazione cristiana è crollata da 1,5 milioni a 300.000.
NIGERIA
Più cristiani sono uccisi per la loro fede in Nigeria che in qualsiasi altro posto al mondo. Il governo è complice.
PAKISTAN
I linciaggi di cristiani sono comuni. Interi quartieri cristiani sono stati incendiati. Le ragazze cristiane vengono rapite, convertite forzatamente e date in sposa. I tribunali spesso appoggiano i responsabili.
LIBIA
I cristiani stranieri sono rapiti e uccisi da gruppi islamisti. Non esistono protezioni legali.
IRAN
Le chiese domestiche vengono perquisite. I convertiti sono accusati di spionaggio e “inimicizia contro Allah”. L’apostasia è punibile con la morte. Obiettivo dichiarato del governo: sradicare la Chiesa di lingua persiana.
AFGHANISTAN
I cristiani affrontano la morte. Non esistono comunità cristiane pubbliche. I talebani stanno lavorando per cancellare qualsiasi presenza cristiana.
ARABIA SAUDITA
Nessuna chiesa consentita. Nessun culto cristiano pubblico. Apostasia e proselitismo sono reati capitali. Le Bibbie vengono confiscate. Anche il culto privato da parte di espatriati può portare ad arresto e deportazione.
BURKINA FASO
Pastori giustiziati, chiese date alle fiamme, villaggi massacrati. I governi hanno perso il controllo di vaste aree territoriali a favore di gruppi jihadisti.
IRAQ
La popolazione cristiana è crollata da 1,2 milioni a soli 120.000 nel 2024. I cristiani sono descritti come “vicini all’estinzione”.
ALGERIA
Tutte e 47 le chiese evangeliche protestanti del paese sono state chiuse. Convertire musulmani è un reato.
MAURITANIA
L’apostasia è punibile con la morte. Non esistono chiese per i cittadini mauritani.
MAROCCO
Nessun culto cristiano pubblico. Convertirsi dall’Islam può portare a procedimenti giudiziari. I missionari stranieri sono espulsi.
QATAR
Apostasia: pena di morte secondo la sharia. Proselitismo verso un musulmano: 5 anni di prigione. Portare materiali cristiani nel paese: 2 anni di prigione.
TURCHIA
Nessuna formazione legale del clero consentita. Lo storico Seminario di Halki rimane chiuso. La popolazione cristiana è crollata dal 20% allo 0,2% nel corso dell’ultimo secolo. (…)
I cristiani africani sono macellati come agnelli, ma le giungle congolesi e le pianure nigeriane non sono lontane: sono il laboratorio del nostro stesso choc di civiltà. La domanda è se l’Occidente avrà il coraggio di leggere i risultati prima che il sangue in quella quantità arrivi alle nostre porte.
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