2026 04 15 LEONE XIV – Accompagniamo il Viaggio in AFRICA terra di martiri

PAKISTAN - Un camion travolge la processione pasquale: la comunità di Lahore, sotto shock, chiede giustizia
SIRIA - Palme in ‘silenzio’ contro gli attacchi ai cristiani siriani. Mons. Mourad: ‘clima di ingiustizia’
INDONESIA - La Pasqua dei cristiani di Teluknaga che lottano per un posto dove pregare

APPROFONDIMENTO
LEONE XIV – Accompagniamo il Viaggio in AFRICA terra di martiri.
Il richiamo del Papa al LIBANO e al SUDAN
Articoli su NIGERIA e SUDAN
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PAKISTAN - Un camion travolge la processione pasquale: la comunità di Lahore, sotto shock, chiede giustizia

Nella settimana “in albis”, la comunità cattolica dell’arcidiocesi di Lahore è ancora sconvolta per l’incidente che ha funestato la Pasqua: il 5 aprile 2026, una solenne processione all’alba della domenica di Pasqua a Gujranwala, località nel Punjab, parte del territorio diocesano, è stata sconvolta da un atto di violenza che ha gettato la comunità cattolica locale nello sgomento. Mentre oltre 200 fedeli della chiesa cattolica di San Francesco d’Assisi a Klasske (retta dai frati minori) si dirigevano verso il santuario, con candele e palme in mano, cantando di inni di Resurrezione, un camion si è lanciato deliberatamente contro la folla ad alta velocità, ferendo 60 persone, molte delle quali sono tuttora in ospedale in condizioni critiche. Non si è trattato di un semplice incidente stradale, ma è stato un attacco mirato contro fedeli innocenti nel momento più sacro dell’anno. Il fatto che l’autista non si sia fermato né abbia prestato soccorso, continuando la folle corsa e fuggendo, sottolinea la natura malvagia di questo atto, rilevano i fedeli locali, ancora traumatizzati e scioccati. (…)
Padre Lazar Aslam OFM Cap, coordinatore della Commissione Giustizia, pace ed ecologia, lo definisce “un crimine d’odio, un atto di cristianofobia” e segnala l’urgenza di cure mediche complete per le famiglie indigenti più gravemente colpite da questa tragedia. “Il persistente silenzio delle autorità e anche il tentativo di minimizzare tali incidenti sono fatti dolorosi quanto la violenza stessa”, sottolinea
“Finché la vita dei cristiani non sarà trattata con pari dignità e i responsabili di tali violenze non saranno chiamati a risponderne, le parole di pace non saranno sufficienti a sanare le ferite della comunità”, nota, ricordando che “un autentico dialogo interreligioso non può esistere in un vuoto di verità e sicurezza”.
(PA) (Agenzia Fides 8/4/2026)

SIRIA - Palme in ‘silenzio’ contro gli attacchi ai cristiani siriani. Mons. Mourad: ‘clima di ingiustizia’
di Dario Salvi
Le celebrazioni di inizio Settimana Santa in tono minore, in risposta alle recenti violenze. A Suqaylabiyah gruppi estremisti colpiscono attività cristiane e offendono ragazze che camminano per strada. Arcivescovo di Homs: la situazione “ora è tranquilla”, ma i problemi restano irrisolti. Errato affidare armi e sicurezza solo ai sunniti. Un “circolo vizioso di vendetta” che si consuma “nel silenzio”.

“Adesso la situazione è tranquilla, ma non è ancora risolta” perché “gli animi non si sono ancora calmati” e permane un clima di “tremenda” tensione con “attacchi e violenze verbali” alla cui radice, soprattutto “nella zona di Homs” vi è il desiderio di “vendetta”. È quanto riferisce ad AsiaNews mons. Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, Hama e Dabek, commentando le violenze dei giorni scorsi in alcune zone della Siria, che hanno spinto ieri i vertici ecclesiastici di Damasco a celebrare una domenica delle Palme silenziosa e in tono minore. Assalti e abusi contro la comunità cristiana, prosegue il prelato, “avvengono in diverse aree del Paese” e sono “il frutto di una ingiustizia” legata alla decisione presa dai nuovi leader di “togliere le armi” ai gruppi minoritari, affidandole “ai sunniti” oggi responsabili della sicurezza. “Da qui - avverte - il desiderio di vendetta” di altre componenti, che finisce per alimentare le tensioni.

Tensioni confessionali, attacchi contro le minoranze (dal massacro degli alawiti nel marzo dello scorso anno alle violenze contro i cristiani, fra cui l’attacco suicida alla chiesa di Mar Elias a Damasco) e violenze diffuse segnano il faticoso cammino di rinascita della “nuova” Siria. Da oltre un anno il potere è nelle mani di Ahmed al-Sharaa e delle milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, Hts), che in poche settimane a cavallo fra fine novembre e dicembre 2024 hanno abbattuto il decennale regime di Bashar al-Assad.
L’ex dittatore è fuggito in esilio a Mosca, mentre il Paese arabo ha iniziato un lento e faticoso percorso di ritorno nel panorama politico, diplomatico ed economico internazionale. Tuttavia, le cancellazioni delle sanzioni occidentali e l’accoglienza riservata alla Casa Bianca da Donald Trump all’attuale presidente ad interim (che non ha mai rinnegato l’islamismo radicale) non sono bastate per garantire stabilità e sicurezza all’interno dei confini nazionali. Dagli alawiti ai curdi, passando per i cristiani e i drusi i fronti di scontro sono molteplici, e irrisolti, mentre bande legate alle milizie al potere commettono abusi e crimini spesso nella completa impunità.

L’ultimo episodio è avvenuto la scorsa settimana a Suqaylabiyah, centro nella valle dell’Oronte nel governatorato di Hama in cui vivono circa 250mila persone a maggioranza musulmana sunnita, ad eccezione della cittadina teatro delle violenze abitata in prevalenza da cristiani greco-ortodossi. Ad innescare lo scontro una disputa in un negozio di alcolici gestito da cristiani, in una nazione in cui di recente ne è stata vietata la vendita nella capitale (ad eccezione di aree ristrette). Del resto il tema delle bevande alcoliche - vietate dall’islam - oltre a rappresentare uno dei fronti di scontro è anche indice di quanto la componente musulmana radicale intenda dettare legge.
Tornando ai fatti, il diverbio nel negozio di alcolici ha attirato gruppi di giovani radicalizzati da altri villaggi della zona che, al loro passaggio, hanno compiuto devastazioni arrivando anche ad abbattere una statua della Madonna in una piazza. Una parte degli assalitori, provenienti dalla vicina località di Qalaat al-Madiq, ha anche tentato di aggredire un gruppo di ragazze cristiane, minacciando gli abitanti di nuovi - e ancor più gravi - raid. La mattina seguente, il 28 marzo, giovani cristiani sono scesi in piazza protestando contro i raid e invocando giustizia.
(…) “Non è la prima volta - ricorda il prelato - che giovani musulmani [a Suqaylabiyah] attaccano o usano parole offensive nei confronti delle ragazze che camminano liberamente per la strada, innescando la reazione dei loro coetanei cristiani, a volte anche violenta”.
Questa volta, prosegue il vescovo, gli assalitori “si sono presentati in gran numero, a bordo di motociclette e armati, iniziando a distruggere macchie e negozi, sparando colpi in aria e generando un clima di paura e terrore”. “I responsabili della sicurezza - racconta - non sono arrivati subito. Oltretutto, fra gli stessi assalitori vi erano membri della sicurezza e poliziotti, che hanno partecipato attivamente a questa persecuzione. Adesso la situazione è calma, ma non è ancora risolta”. “A Homs - conclude - quasi ogni giorno vi sono uccisioni” soprattutto fra gli alawiti, ma “nessuno dice nulla, nessuno sente il grido di sofferenza delle madri o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta, pochi hanno il coraggio di denunciare. Questa è un’ingiustizia”.

In risposta alle tensioni dei giorni scorsi, nel fine settimana le chiese di Damasco di rito occidentale che hanno iniziato la Settimana Santa hanno deciso di tenere funzioni “limitate” e in tono minore, senza riti solenni o eventi all’esterno per motivi di sicurezza. In una nota il patriarca greco-melkita Joseph Absi ha spiegato che “date le attuali circostanze scoraggianti, abbiamo deciso, in coordinamento e accordo con tutte le chiese, che le celebrazioni pasquali saranno limitate alle sole preghiere all’interno delle chiese”. Il provvedimento è una conferma ulteriore del clima di tensione che si respira nella capitale, dove da giorni monta il malumore fra la minoranza cristiana per alcuni provvedimenti controversi e discriminatori presi dalle autorità, non ultimo il bando all’alcol in nome della fede islamica.

Una fonte cattolica di AsiaNews, attiva in ambito ecclesiastico, racconta dietro anonimato: “Quando una persona crede, nel silenzio o apertamente, di essere l’unico custode della verità, di avere il diritto di giudicare gli altri, classificarli, escluderli o addirittura imporre loro uno stile di vita che ritiene giusto, il tema della fede si sposta da elemento di luce a questione di potere. Da fonte spirituale, a strumento di controllo” e questo “lo vediamo chiaramente intorno a noi oggi, nelle prese col pretesto di ‘organizzare la società’ ma che, in realtà, celano il tentativo di imporre un’unica immagine di Dio a tutti”. Questo, avverte, vale per gli alcolici e, nella “direzione opposta”, quando “la decisione di indossare il niqab è vista come ‘retrograda’. In entrambi i casi, vi è chi crede di possedere la verità e altri devono seguirla. Eppure, nonostante tutte le diverse immagini che abbiamo di Dio, la verità rimane semplice e più profonda: Dio ci ha creati diversi, non rivendicare la proprietà di Dio e - conclude - non parlare in suo nome”. (Asia News 30/03/2026)

INDONESIA - La Pasqua dei cristiani di Teluknaga che lottano per un posto dove pregare
di Mathias Hariyadi
Dopo essere stata per decenni costretta a spostarsi da un posto all’altro la Comunità Tesalonika nella provincia di Banten ha celebrato il Venerdì Santo nella sua casa di preghiera. Ma deve fare i conti con i sigilli apposti al luogo di culto perché le autorità non rilasciano i permessi anche per l’ostilità degli altri residenti. Una difficoltà spesso sperimentata dai gruppi minoritari in Indonesia.

Per una comunità cristiana dell’Indonesia la celebrazione dei riti pasquali è stata segnata in queste ore dalla prova delle difficoltà per il riconoscimento del diritto ad avere un proprio luogo di culto. Venerdì 3 aprile, le autorità sono intervenute per sigillare una casa di preghiera appartenente alla Congregazione Persekutuan Oikoumene Umat Kristen (POUK) Tesalonika a Teluknaga, nella reggenza di Tangerang, nella provincia di Banten, proprio nel cuore dei riti pasquali.
La situazione è degenerata nel giorno del Venerdì Santo: quando centinaia di residenti locali si sono radunati nei pressi del sito, chiedendo la chiusura permanente della casa di preghiera. Le forze di sicurezza, inclusi militari, polizia e personale dell’agenzia per l’ordine pubblico, sono state dispiegate per contenere le tensioni.

Al centro della controversia vi è una questione di lunga data affrontata da molte minoranze religiose in Indonesia: l’ottenimento dei permessi per i luoghi di culto.
Per decenni questa comunità non ha avuto un luogo di culto fisso. Fin dagli anni ‘90, i membri sono stati costretti a trasferirsi ripetutamente per poter continuare le loro attività religiose. Negli anni ‘90, tenevano le funzioni in un negozio affittato, pagando circa 35 milioni di rupie all’anno. Le difficoltà economiche li hanno infine costretti a interrompere il contratto. Nel 2007, la congregazione si è trasferita nella casa di uno dei membri, nel complesso residenziale Mutiara Garuda. Tuttavia, la soluzione è durata poco a causa delle proteste dei residenti locali.
Dal 2008 al 2023, hanno celebrato le funzioni in un ex edificio ecclesiastico vicino all’aeroporto. Ma la distanza da Teluknaga ha comportato notevoli difficoltà. I fedeli erano costretti a noleggiare mezzi di trasporto per partecipare alle funzioni, aumentando i loro oneri finanziari e logistici.
Di qui il trasferimento nell’attuale casa di preghiera al centro della controversia. Il signor Oktavianto Pardede, capo della fondazione POUK Tesalonika, ha insistito sul fatto che la congregazione ha adottato misure per mantenere l’armonia con la comunità circostante. “L’edificio si trova lontano da qualsiasi moschea, utilizziamo insonorizzazione e ci siamo coordinati con le autorità locali”, ha spiegato. Riferisce anche che la congregazione sta portando avanti dal 2023 la richiesta di un permesso edilizio, ma la domanda resta irrisolta a causa di ostacoli tecnici.
Nonostante questi sforzi, l’opposizione di alcuni residenti persiste. Sulla base di queste pressioni è stata formalizzata la chiusura ponendo i sigilli. (…)

L’Indonesia, il Paese con la più grande popolazione musulmana al mondo, riconosce ufficialmente più religioni e garantisce la libertà di culto. Tuttavia, nella pratica, i gruppi minoritari spesso affrontano difficoltà burocratiche e sociali nell’istituire luoghi di culto.
(Asia News 06/04/2026)

APPROFONDIMENTO

LEONE XIV – Accompagniamo il Viaggio in AFRICA terra di martiri.
Il richiamo del Papa al LIBANO e al SUDAN
Articoli su NIGERIA e SUDAN

“L’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Domani partirò per il Viaggio apostolico in Africa, e proprio alcuni Martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i Martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede. È lì che i nostri sforzi, pur limitati, per grazia di Dio si fondono come azioni delle membra di un unico corpo – il Corpo di Cristo – nella realizzazione di un unico grande progetto di salvezza che abbraccia tutto il genere umano. È attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano “mani del Risorto”, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità.” (Regina Caeli 2026 04 12)

Dopo il Regina Caeli
Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio. Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica.
Mercoledì prossimo si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano! Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino, senza precondizioni, un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida.

NIGERIA - In Nigeria non si placa il dolore per le stragi di Pasqua
Colloquio con monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo di Kontagora, diocesi delle zone colpite dalla furia dei banditi. Il Paese dell’Africa occidentale è in preda a violenze senza più limiti che stanno producendo migliaia di morti e decine di migliaia di sfollati

La dinamica delle stragi che a Pasqua hanno di nuovo insanguinato la Nigeria ora emerge nella sua più cruda nitidezza e drammaticità mettendo in evidenza quello che il mondo conosce ormai da molti anni e da molti anni sistematicamente ignora: il Paese dell’Africa occidentale è in preda a violenze senza più limiti che stanno producendo migliaia di morti e decine di migliaia di sfollati. Quello che è capitato a partire dallo scorso 4 aprile, Sabato Santo, ne è l’ennesima, tragica, prova.

La furia dei gruppi criminali
Lo ricostruisce con il dolore nel cuore monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo della diocesi di Kontagora che comprende gli Stati di Niger e di Kebbi. “I banditi hanno lasciato il loro nascondiglio nella riserva di caccia di Borgu, nello Stato del Niger, e nelle ore successive hanno percorso più di 100 km su oltre 50 motociclette fermandosi lungo il tragitto per dormire e rifocillarsi senza alcuna interferenza da parte delle forze di sicurezza nigeriane”.
Durante il loro macabro percorso hanno attaccato il villaggio di Debe e i vicini agglomerati urbani di Kelkemi, Binua e Kaura nell’area amministrativa locale di Shanga, nello Stato di Kebbi. Da notare che tutte le zone messe a ferro e fuoco fanno parte proprio della diocesi di Kontagora. “La chiesa cattolica e la casa del catechista a Debe — rivela il vescovo — sono state rase al suolo e il catechista, sua moglie e la sua famiglia sono riusciti a malapena a salvarsi mentre il pastore pentecostale della Redeemed Church, sempre a Debe, è stato massacrato». Anche una moschea è stata distrutta.
Difficile, racconta il presule, sapere quante siano state effettivamente le vittime perché «i banditi sono rimasti a Debe fino a due giorni fa rendendo impossibile seppellire i cadaveri. Tuttavia, a giudicare dai dispersi, i morti dovrebbero essere almeno 24. Intanto, ci sono ancora circa 500 persone nascoste nella parrocchia di Yauri, dall’altra parte del fiume Niger, e anche nel resto della diocesi”. La furia dei gruppi criminali ha colpito non solo i cristiani ma anche i musulmani e gli appartenenti alle religioni tradizionali. Dietro questi attacchi cruenti monsignor Dauwa Yohanna crede che ci sia l’azione dei pastori fulani che avrebbero l’obiettivo di impossessarsi dei terreni liberati con la violenza: “Da luglio 2025 tutto è cambiato in peggio nella diocesi di Kontagora. In tutta questa porzione di Chiesa, ma in particolare nel decanato di Borgu, a ovest del fiume Niger e al confine con la Repubblica del Benin, i banditi hanno preso il controllo di un’area di oltre 10.000 km². A parte la presenza di esercito e polizia nei villaggi di Babana, Papiri e Agwara, l’intera zona è sotto il dominio dei banditi non delle autorità nigeriane”.

Popolazione terrorizzata
Da tempo, ormai, la gente ha paura anche di andare in chiesa: il timore dei fedeli è quello di essere uccisi dai miliziani durante le celebrazioni o le preghiere. “Le cerimonie pasquali sono state fortemente ridotte e molti fedeli non hanno potuto partecipare. In quattro parrocchie del decanato diocesano non c’è alcun sacerdote residente a causa del timore di morte o di rapimento”. La posizione della Conferenza episcopale nigeriana continua ad essere quella più volte espressa pubblicamente negli ultimi anni: ferma condanna di ogni tipo di violenza e sollecitazione nei confronti del governo ad adottare misure adeguate per ripristinare la legge e l’ordine. Ma la Chiesa, ammette il vescovo di Kontagora, di più non può fare: “È in gran parte impotente nel portare la pace poiché i disordini sono orchestrati e perpetrati da banditi che garantiscono fedeltà a persone sconosciute. Non c’è nessuno con cui negoziare. La popolazione è completamente in balia di questi criminali senza cuore mentre le autorità si limitano a reagire a ciò che sta accadendo invece di agire in modo proattivo come dovrebbero”.

Le difficoltà della Nigeria
Monsignor Bulus Dauwa Yohanna chiede alla comunità internazionale di organizzare il più presto possibile delle missioni diplomatiche nelle zone colpite per permettere ai funzionari esteri di vedere con i propri occhi cosa sta realmente accadendo nel Paese. “In particolare, i media internazionali hanno un ruolo enorme da svolgere nel rendere pubbliche le atrocità che si verificano ogni ora. La Nigeria sta diventando una nazione fallita: chi può cerca di scappare via”. (Vatican News 10 aprile 2026 di Federico Piana)

SUDAN - le ferite di Khartoum a tre anni dall’inizio della guerra
Nel Paese africano prosegue quella che le Nazioni Unite hanno più volte definito “la crisi umanitaria più grave al mondo”. Il conflitto infuria nel Darfur e nel Kordofan, mentre nella capitale sudanese si prova a pensare alla ricostruzione. “Una delle sfide più grandi è posta dai residui bellici che non sono ancora stati ripuliti”, racconta ai media vaticani Francesca Matarazzi, operatrice umanitaria di Cesvi

Nelle strade di Khartoum tutto parla della disastrosa guerra che da tre anni lacera il Sudan e affligge il suo popolo. La capitale sudanese da un anno è tornata sotto il pieno controllo dell’esercito del generale Abdel Fattah al-Burhan. Circa il 75 per cento dei suoi abitanti sono rientrati in città e, mentre riaprono le sedi dei ministeri e gli uffici delle organizzazioni internazionali, si cerca di riprendere la quotidianità perduta il 15 aprile 2023, quando i primi colpi di mortaio su Khartoum sancirono la fine della transizione democratica e l’inizio di un sanguinoso scontro di potere tra l’esercito di Al-Burhan e le forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo.

I pericoli delle mine antiuomo
«Tutto il centro della città mostra grossi segni del conflitto: edifici incendiati, finestre rotte e strade inaccessibili», racconta ai media vaticani Francesca Matarazzi, operatrice umanitaria della onlus italiana Cesvi. «Cinque/sei grandi strade principali — spiega — sono state aperte per potersi muovere con la macchina, ma tutte le altre sono bloccate in quanto non sono ancora state liberate del tutto dagli ordigni esplosivi rimasti inesplosi e sono troppo pericolose». Khartoum, in ogni caso, ora non è più inaccessibile e sulla capitale sono stati riattivati i voli interni e quelli delle Nazioni Unite. Ma la guerra in Medio Oriente sta dando un nuovo colpo a questo Paese martoriato: a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz a Khartoum i prezzi del sorgo sono saliti del 300 per cento, mentre il Programma alimentare mondiale ha sospeso la distribuzione di aiuti nel Darfur per via della carenza di carburante. «Gli spostamenti in auto continuano a essere una grande sfida per il Sudan a causa delle enormi distanze», conferma l’operatrice di Cesvi.
I bisogni di ricostruzione sono enormi: «Dalle infrastrutture ai servizi essenziali, come i sistemi idrici e le strutture sanitarie, ma anche tutte le scuole che sono state danneggiate e non sono ancora riaperte». «Una delle sfide più grandi è posta dai residui bellici che non sono ancora stati ripuliti — sottolinea Francesca Matarazzi —. Anche nel centro città al momento i negozi sono chiusi, i servizi sono minimi e quei pochi che hanno riaperto non sono ancora capaci di poter far fronte al numero di persone che stanno tornando».

Gli sfollati e la guerra che continua
Gli sfollati che rientrano a Khartoum, per ora, sono soltanto gli stessi abitanti che avevano lasciato la capitale quando questa era epicentro del conflitto. Cesvi in questi mesi, come altre ong e come fatto tra l’altro anche dai missionari comboniani, sta ritornando ad operare in città, mentre dal 2024 lavora costantemente a Port Sudan. In questa città sulle coste del Mar Rosso vengono accolti tanti profughi di quella che l’Onu ha più volte definito “la più grave crisi umanitaria al mondo”: in Sudan si contano infatti 9 milioni e mezzo di sfollati interni e 4 milioni e mezzo di persone fuggite nei Paesi limitrofi, mentre il confitto continua a seminare panico e distruzione soprattutto nel Kordofan meridionale e nel Darfur. E mercoledì 31 marzo a Nyala, nel Darfur meridionale, l’ennesimo attacco ha colpito un ospedale: secondo Medici Senza Frontiere almeno una persona è morta e cinque sono state ferite.

I bisogni umanitari dei più vulnerabili
«Si stima — dichiara Matarazzi — che circa 33 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, più o meno due terzi della popolazione di tutto il Sudan, e più della metà sono donne o bambini». Proprio queste categorie “vulnerabili” sono al centro delle attività di Cesvi a Port Sudan. «Lavoriamo in spazi protetti per offrire servizi a misura di donne e bambini. Tra questi principalmente supporto psicologico, gestione dei casi di violenze, specialmente di genere, ma anche con assistenza materiale per poter dare loro elementi di base nelle loro case o supporto monetario in modo che possano fare fronte alle necessità più urgenti». Questo stesso approccio viene ora replicato da Cesvi a Khartoum, dove sono aperti 24 ore su 24 spazi sicuri in cui donne e ragazze possono chiedere aiuto per superare i traumi subiti. «Un’altra nostra attività in Sudan è volta a insegnare alle donne dei piccoli mestieri piuttosto che delle attività tradizionali per poi poter lasciare loro un kit con del materiale o dei piccoli contributi monetari. Lo scopo finale è che possano far partire la loro attività o avere un primo accesso al mercato per poi vendere i loro prodotti e autosostenersi». ( di Valerio Palombaro Vatican News 02 aprile 2026)

SUDAN - La generazione perduta nel deserto del Sudan
Otto milioni di bimbe e bimbi non vanno a scuola da più di 500 giorni, la metà di quelli divorati dalla guerra. Un istituto su tre è chiuso e un piccolo su due non frequenta le lezioni di maestri senza stipendio da due anni

Solo nella matematica ci sono numeri che sono “intoccabili” e otto milioni non sembra appartenere a questa lista di assolutezza. Eppure nel Sudan, devastato da più di mille giorni di guerra e spaccato ormai a metà, otto milioni di bambini sono per nulla intoccabili e per loro l’unica assolutezza è il fatto che ormai non vanno più a scuola dalla metà dei giorni divorati dalla guerra. New York, con la sua area metropolitana, ha poco più di otto milioni di abitanti, come Baghdad. Questo per dare una proporzione della vastità del dramma di un popolo. Bambini e bambine che hanno visto una scuola su tre chiusa dai militari per trasformarla in una caserma, quasi uno su due è diventato così testimone vivente di una generazione perduta.

Secondo le Ong questi ragazzini hanno trascorso ormai cinquecento giorni fuori dalle aule facendo superare loro un poco invidiabile record delle chiusure scolastiche mondiali: più lunga e devastante persino dei momenti peggiori del Covid. (…) Soprattutto per le bambine, costrette nelle realtà più estreme del gigantesco Paese africano, a sposarsi da piccole e a finire, nel migliore dei casi, come serve per sostenere la famiglia.
Come spesso accade, nella triste storia del Paese dall’occupazione coloniale, alle dittature che si sono succedute e ai golpe, la regione sempre più estrema è quella del Darfur. Nello Stato federale del Darfur settentrionale solo il 3 per cento delle sue 1.100 scuole primarie è ancora aperto; un po’ migliore la situazione è a sud e a ovest di El Fasher dove le scuole aperte raggiungono comunque a fatica la doppia cifra percentuale. (…)
(di Fabio Carminati 9 febbraio 2026 Avvenire)