2026 04 08 NIGERIA – Pasqua di sangue
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - 50 persone uccise e 31.600 sfollatiLIBANO-ISRAELE - La Via Crucis dei cristiani libanesi ‘inchiodati’ alla croce della guerra
NICARAGUA - Pasqua in Nicaragua, Settimana Santa blindata
TESTIMONIANZA
SUD SUDAN - l’esplosione della violenza fa sospendere tutti i riti della Pasqua
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NIGERIA - La strage di Pasqua: sette fedeli uccisi nelle chiese
A essere preso di mira è stato il villaggio di Ariko nello Stato di Kaduna, uno dei più funestati da questo fenomeno che vede implicati gruppi criminali e miliziani jihadisti. Durante le celebrazioni della Pasqua sono attaccate una chiesa cattolica e una evangelica. Numerosi i fedeli rapiti
Neppure le feste di Pasqua sono state risparmiate dall’ondata di attacchi e rapimenti nelle chiese della Nigeria. A essere preso di mira è stato, in particolare, il villaggio di Ariko nello Stato di Kaduna, uno dei più funestati da questo fenomeno che vede implicati gruppi criminali e miliziani jihadisti. Secondo quanto affermato da Caleb Maaji, presidente della Christian Association of Nigeria per lo Stato di Kaduna, durante le celebrazioni della Pasqua sono attaccate una chiesa cattolica e una evangelica, con un bilancio di sette morti e numerosi fedeli rapiti. In questo caso l’esercito è intervenuto tempestivamente ed è riuscito a liberarne 31, dopo uno scontro a fuoco con i rapitori. Tuttavia, il «massiccio dispiegamento di forze di sicurezza», ordinato per proteggere i luoghi di culto, non è riuscito a prevenire l’ennesimo rapimento di massa.
NIGERIA - oltre 20 morti in attacchi nel nord del Paese durante il periodo pasquale
Sarebbero circa 26 le vittime a causa di attacchi verificatisi nel nord della Nigeria nei giorni di Pasqua, secondo quanto riportato da alcune agenzie di stampa internazionali.
Almeno 26 persone sono state uccise in tre distinti attacchi avvenuti nel nord della Nigeria durante il periodo pasquale, secondo quanto riferito dall’esercito nigeriano e da funzionari locali, ripresi da diverse fonti stampa, come le agenzie Associated Press, Efe e Afp.
Gli attacchi nella Nigeria centro-settentrionale
Almeno 17 di queste sono state uccise sabato quando uomini armati hanno attaccato la comunità di Mbalom, nella zona di Gwer West, nello stato di Benue, nella Nigeria centro-settentrionale. Il governatore dello stato di Benue, Hyacinth Alia, ha confermato gli attacchi domenica, ma non ha specificato il numero esatto delle vittime. I residenti hanno indicato la cifra di 17. Attacchi come questi si inseriscono in un lungo ciclo di violenza nella Nigeria centro-settentrionale, dove le dispute per la terra e il pascolo tra pastori Fulani, per lo più musulmani, e comunità agricole prevalentemente cristiane, sfociano spesso in scontri mortali. Nella zona sono poi attive anche altre bande criminali. (Vatican News 06 aprile 2026)
NIGERIA - strage durante la Domenica delle Palme
Il 29 marzo scorso, diverse persone sono rimaste uccise a Jos, nello Stato di Plateau, quando uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco sulla popolazione nella Local Government Area (LGA) di Jos North.
I partner locali di Porte Aperte riferiscono che la comunità colpita è a maggioranza cristiana e che la strada dove è avvenuto l’attacco – molto buia e affollata – è un luogo di ritrovo molto frequentato.
Il numero delle vittime non è ancora confermato. Tuttavia, contatti locali hanno riferito che 27 corpi sono stati restituiti alle famiglie: 14 persone morte sul posto – tra cui cristiani che rincasavano dalla funzione serale della Domenica delle Palme – e 13 sono decedute in ospedale.
Il governo dello Stato di Plateau ha ordinato un coprifuoco di 48 ore “a seguito del tragico incidente” – dalla mezzanotte del 29 marzo fino al 1° aprile.
Secondo quanto dichiarato dal governatore Caleb Manasseh Mutfwang, il governo “condanna con forza questo attacco barbaro e ingiustificato contro cittadini innocenti e assicura che tutte le misure necessarie verranno adottate per arrestare i responsabili e per portarli davanti alla giustizia”.
Al momento, nessuno ha rivendicato la responsabilità dell’attacco.
I partner locali di Porte Aperte stanno ancora raccogliendo informazioni. Ci sono molte speculazioni su chi possa essere il responsabile e, fino a quando non avremo chiarezza, non aggiungeremo ulteriori supposizioni.
La Nigeria è il paese in cui ogni anno vengono uccisi più cristiani – dati World Watch List 2026. Chiediamo quindi di pregare affinché la comunità cristiana in Nigeria rimanga salda nella fede e che Dio consoli le famiglie delle vittime.
(Open Doors 31 Marzo 2026)
COMMENTO
A Messa col terrore di essere uccisi: la Pasqua “blindata” dei cristiani della Nigeria
di Paolo Lambruschi
Sfilza di attacchi durante la Settimana Santa negli Stati centrali, dove i battezzati sono la maggioranza. Strage nella domenica delle Palme a Jos: quaranta gli uccisi
Presi di mira soprattutto durante la Quaresima e la Settimana Santa. I cristiani di alcune regioni della Nigeria come il Plateau State, al centro tra sud cristiano e nord islamico, quando hanno potuto, hanno celebrato i riti pasquali al massimo di pomeriggio per paura di venire uccisi dai terroristi. Il Paese africano più popoloso e insicuro, secondo il rapporto Open doors è uno dei più pericolosi per i cristiani. Papa Leone parla di persecuzione, alcuni vescovi di genocidio, tesi ripresa da Donald Trump che il 25 dicembre scorso fece bombardare alcune basi di terroristi nello stato settentrionale del Borno. I cristiani sono particolarmente esposti ad attacchi mirati da parte di militanti islamisti come i combattenti Fulani, Boko Haram e Iswap. Durante la Settimana Santa dell’anno scorso, nella diocesi di Pankshin, i terroristi Fulani attaccarono diversi villaggi cristiani uccidendo 126 persone tra uomini, donne e bambini e provocando circa 7mila sfollati in 20 giorni. Il vescovo Michael Gokum ricorda che i giorni dell’orrore si sono ripetuti la notte della domenica delle Palme. «La mia diocesi – denuncia – è nello Stato di Plateau, al centro della Nigeria, a maggioranza cristiana. A Jos, la diocesi limitrofa, quaranta persone sono state uccise in un attacco armato». L’assalto, dicono i testimoni, è avvenuto vicino all’Università. Un gruppo di motociclisti armati in abiti mimetici hanno attaccato sia zone residenziali che spazi pubblici, lasciando sul terreno decine di vittime. Tra cui donne, bambini e studenti universitari. «Ho detto ai sacerdoti e alle comunità – prosegue Gokum – che i riti pasquali per precauzione andavano celebrati al pomeriggio dove era possibile. Nelle parrocchie dei villaggi rurali assaltati negli anni scorsi i Fulani non hanno consentito ai sacerdoti di accedere alle chiese, molte comunità sono sfollate e distrutte. Il massacro della domenica delle Palme evidenzia il fallimento delle misure di prevenzione e la persecuzione dei cristiani. Le comunità del Plateau chiedono una presenza statale costante che garantisca il diritto fondamentale di vivere e professare la propria fede. Siamo vicini alle elezioni e i politici fanno solo promesse e passerelle». Scetticismo condiviso anche dal vescovo dello Stato sudorientale di Ondo, a maggioranza cristiana, Jude Ayodeji Arogundade, che descrive il genocidio.
«La nostra città, Akure, è invasa. Stanno arrivando persone sconosciute, da dove vengono? E il governo dice di non sapere nulla», ha affermato nell’omelia della domenica delle Palme all’indomani del rapimento di tre persone avvenuto sabato 28 marzo presso un centro di salute integrata. A causa di questo nuovo episodio di violenza, i servizi sanitari statali rischiano di essere interrotti per la minaccia di boicottaggio dei turni notturni di infermieri e ostetriche. Arogundade ha rivolto un appello alle autorità statali e federali per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata da “strani individui” che «si stanno impadronendo di posizioni strategiche sotto gli occhi di tutti che guardano impotenti fino a che non iniziano a colpire e ad uccidere». Senza nominarlo, il vescovo di Ondo ha criticato il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Olufemi Oluyede, che aveva definito i criminali che operano in Nigeria “figliol prodighi” sperando così nel loro pentimento. «Ma il figliol prodigo della Bibbia non uccise il padre né il fratello per impossessarsi dei beni», ha sottolineato Arogundade, che ha concluso invitando i fedeli alla preghiera. «Allo stesso tempo il governo deve assumersi le proprie responsabilità. Anch’io una volta dubitavo che si trattasse di un genocidio. Sta succedendo invece e si sta diffondendo a macchia d’olio».
E un nuovo allarme per possibili, ulteriori assalti di pastori Fulani nel nord-est della Nigeria è stato lanciato dalla diocesi di Wakuri deve è stata assalita la St. James the Great Catholic Church ad Adu. La diocesi sottolinea che l’insicurezza causata dai terroristi Fulani sta aggravando le condizioni delle popolazioni dell’area, dove gli assalti hanno provocato oltre ottanta morti, numerosi feriti, oltre duecento comunità e chiese distrutte e più di 90mila cattolici sfollati. «Non cediamo all’odio - conclude Gokum -, ma chiedo ai nostri fratelli e sorelle di non dimenticarci in questa Pasqua». (Avvenire 2026 04 05)
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - 50 persone uccise e 31.600 sfollati
Nelle ultime settimane gli attacchi dei miliziani dell’Allied Democratic Forces (ADF), affiliati allo Stato Islamico, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno lasciato dietro di sé decine di vittime, villaggi incendiati e migliaia di sfollati.
Dalle comunità cristiane della provincia dell’Ituri arrivano testimonianze che parlano di terrore, distruzione e fede messa alla prova in modi difficili persino da immaginare.
I leader cristiani locali raccontano di circa 50 civili uccisi negli attacchi contro Muchacha e Babesua. Le conferme ufficiali parlano di 35 morti a Muchacha e 15 a Babesua. In entrambi i villaggi, le chiese sono state svuotate o chiuse, le scuole e i centri sanitari hanno interrotto ogni attività. L’intera area situata all’interno della riserva di Okapi è stata sconvolta.
Nel pieno della notte tra l’11 e il 12 marzo, gli estremisti hanno preso d’assalto Muchacha, uccidendo civili, saccheggiando beni, appiccando incendi e prendendo ostaggi. Un leader cristiano locale racconta di aver perso due membri della sua comunità durante l’attacco a Muchacha e di un figlio di 17 anni sequestrato mentre lavorava in una miniera d’oro cinese: “quando le ADF sono arrivate, lo hanno preso insieme agli altri, costringendoli per giorni a lavare la sabbia per estrarre l’oro. Dio ha fatto un miracolo: quando le forze governative hanno trovato i rapitori, mio figlio è riuscito a scappare”.
Nelle ore successive agli attacchi, gran parte della popolazione ha cercato rifugio a Nia-Nia e Bafwasende, mentre altri hanno percorso a piedi chilometri nella foresta per sfuggire alla violenza.
Il giorno seguente, il 16 marzo, le ADF hanno colpito Babesua, a 12 km da Badengaido, uccidendo altre dieci persone, distruggendo abitazioni e rubando ciò che restava. Le comunità cristiane della zona hanno chiuso le loro chiese e i loro centri, mentre molti fedeli sono ancora in fuga, dispersi o senza notizie dei propri familiari.
Secondo Reliefweb, oltre 31.600 persone sono sfollate negli ultimi attacchi, andando ad aggiungersi alle decine di migliaia già costrette a lasciare le loro case dall’inizio dell’anno.
Kitika, cristiano locale, racconta che la sua chiesa sta ospitando diversi bambini scappati da Mangurejipa, attaccata qualche settimana prima: “questi piccoli sono arrivati a piedi, stremati. Alcuni dei loro genitori sono ancora in viaggio. Preghiamo che arrivino sani e salvi”.
Negli ultimi mesi, la violenza contro le comunità cristiane è stata incessante. Dall’inizio del nuovo anno si contano decine di morti, chiese bruciate, case distrutte, famiglie disperse. I leader locali parlano di una persecuzione crescente e di un territorio dove lo Stato fatica a garantire protezione e sicurezza.
Eppure, nel mezzo dell’oscurità, la Chiesa resiste. “Come Corpo di Cristo” afferma il Kitika, “chiediamo le preghiere dei fratelli e delle sorelle di tutto il mondo, affinché il Signore rafforzi la sua Chiesa e riporti la pace, così da poter continuare a condividere la Buona Notizia di Gesù Cristo”.
Chiediamo di pregare affinché i cristiani della Repubblica Democratica del Congo – e con loro l’intera popolazione – trovino protezione, consolazione e speranza in Cristo. (Open Doors 1 Aprile 2026)
LIBANO-ISRAELE - La Via Crucis dei cristiani libanesi ‘inchiodati’ alla croce della guerra
di Fady Noun
I fedeli vivono i riti della Settimana Santa divisi fra il tradizionale fervore e il peso di un contesto regionale esplosivo e imprevedibile. La sensazione di essere “occupati dall’interno” da Hezbollah e il “costo umano” già considerevole del conflitto con Israele. Nelle zone risparmiate dai bombardamenti chiese gremite per il Venerdì Santo. Il peso delle divisioni fra i capi cristiani.
I cristiani libanesi vivono quest’anno la Settimana Santa tanto col tradizionale fervore, quanto sotto il peso di un contesto regionale esplosivo e imprevedibile. “Il Libano lotta per non scomparire, credo che sia così che vive quest’anno la sua Settimana Santa” afferma Robert F., uno psicoterapeuta armeno che preferisce mantenere riservata l’identità. AsiaNews lo ha incontrato e ha raccolto questa sua riflessione il primo aprile, durante una riunione di preghiera di un piccolo gruppo organizzato, parte di una associazione di fedeli che opera per la pace nel Paese dei cedri.
Proseguendo nella riflessione, egli aggiunge: “Il Libano è minacciato di morte, Hezbollah ha sacrificato il Libano per l’Iran. È proprio ciò che ci assicura [l’ex ministro francese degli Esteri] Jean-Yves Le Drian. Di fatto, per quanto possa essere resiliente, il Libano non è né indistruttibile, né eterno. Oggi sta affrontando una delle prove più dure della sua breve esistenza [sono 83 anni, se facciamo riferimento alla festa dell’Indipendenza del 1943, ndr]. È invaso dall’interno e dall’esterno ed è minacciato di implosione”.
L’uomo, un ottantenne che ha vissuto tutti gli anni di guerra in Libano, dal 1975, esprime senza riserve ciò che molti libanesi, cristiani o musulmani, pensano e temono. “Occupati dall’interno”: è proprio così che le comunità cristiana, sunnita e drusa vivono l’avventurismo di Hezbollah sciita. Il partito di Dio filo-Teheran, infatti, ha trascinato il Paese dei cedri in una guerra che il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, assistiti dalla Francia di Emmanuel Macron, dall’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi e dal Qatar, hanno fatto di tutto per evitare, senza riuscirci.
“È la presenza in Libano di un ramo delle Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran, l’esercito ideologico del potere iraniano, denominato in Libano “resistenza islamica”, che oggi è la rovina del Libano” scrive l’editorialista Michel Touma. Secondo le autorità di Beirut, questa resistenza sarebbe guidata e comandata da iraniani entrati nel Paese senza autorizzazione.
Dal 2 marzo, in seguito a una provocazione di Hezbollah, che ha lanciato razzi contro Israele, l’Iran è passato all’offensiva militare contro lo Stato ebraico cosa che non era riuscita né con la repressione genocida dei palestinesi a Gaza, né con l’assassinio del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel settembre 2024. In questa “guerra santa”, l’esistenza di una patria chiamata Libano, la sua integrità territoriale, le comunità, i villaggi, la vita di centinaia di migliaia di libanesi cacciati dalle loro case sono polvere rispetto alla necessità di lavare l’affronto e alla volontà di cancellare Israele dalla mappa del Medio oriente.
Costo umano considerevole
Il costo umano di questo primo mese di guerra rimane considerevole. Ad oggi, il ministero libanese della Sanità riporta 1.318 morti, tra cui 125 bambini e 88 donne, oltre a 3.935 feriti, di cui 423 bambini e 473 donne. Il bilancio include anche diversi membri del personale medico, oltre a giornalisti. Sono queste vittime “collaterali” a costare di più ai libanesi. Oltre a figure amate dalla popolazione che vanno progressivamente scomparendo. I dati sulle vittime tra le parti in conflitto, invece, rimangono inaffidabili, a causa del blackout che li circondano.
“È una guerra asimmetrica. Il rapporto di forza è nettamente a favore di Israele. La strategia di Hezbollah è quella di fare in modo, grazie in parte ai missili anticarro, che il costo umano della guerra in territorio libanese sia il più alto possibile per Israele. Questa è una delle armi più dissuasive nei confronti di Israele; probabilmente è costosa in termini di vite umane, ma è l’unica che potrebbe rivelarsi vincente” affermano gli esperti di questioni militari.
Secondo fonti interne citate da L’Orient-Le Jour (LOJ), sarebbero stati uccisi più di 400 membri di Hezbollah, mentre Israele avanza una cifra nettamente superiore, parlando di almeno 700 combattenti “eliminati”. Del resto, le perdite non si limitano ai belligeranti diretti e l’esercito israeliano sembra operare senza scrupoli. La Forza provvisoria delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha pagato un tributo senza precedenti, con tre caschi blu indonesiani uccisi il 30 e il 31 marzo scorso e diversi feriti in incidenti legati ai bombardamenti. Tra le vittime figurano anche soldati libanesi, oltre a cinque uomini dei villaggi cristiani di confine di Rmeich e Aïn Ebel, uccisi senza spiegazioni, né scuse da parte dei vertici politici e militari dello Stato ebraico.
Chiese gremite
Nonostante la crisi, le chiese sono piene anche oggi per le celebrazioni del Venerdì Santo nella parte del Paese risparmiata dai bombardamenti sebbene il cuore alberghi altrove. Di certo, questo è un momento cruciale dell’anno per i cristiani libanesi. Al di là della liturgia, vi è tutto un aspetto culturale molto vivace: le cerimonie della lavanda dei piedi, la preparazione dell’olio santo, i programmi televisivi speciali, la Via Crucis, i canti bizantini regali della Chiesa greco-cattolica che contrastano così fortemente con quelli della tradizione siro-maronita; e ancora, i “maamoul” fatti in casa e la colorazione delle uova, le visite alle sette chiese, ecc. (…)
Dietro le linee israeliane
Dietro le linee delle forze israeliane, che cercano di avanzare su diversi fronti nella regione meridionale, gli abitanti dei villaggi maroniti restano aggrappati alle loro terre e alle loro case. Nelle chiese maronite, le offerte raccolte il Mercoledì Santo sono destinate proprio a loro. Per paura di essere involontariamente circondato dai combattimenti tra Israele e Hezbollah, l’esercito si è ritirato da alcuni villaggi cristiani, in particolare dalla cittadina di Rmeich, mantenendovi tuttavia piccole unità di volontari. Il grido di questi villaggi, che si sentono abbandonati, risuona in tutto il Paese nel giorno in cui si celebra la morte di Cristo. Tuttavia, grazie agli sforzi instancabili della Santa Sede, e su richiesta del patriarca maronita, un corridoio umanitario è stato autorizzato per i villaggi di confine per questa domenica di Pasqua. Intermediario efficiente e sorridente, il nunzio apostolico mons. Paolo Borgia, che in questi mesi è diventato molto popolare fra gli abitanti della zona.
(…) “Il Libano sta vivendo il suo Getsemani, la sua Passione. È inchiodato alla croce e i suoi nemici si spartiscono le sue vesti” conclude Elie M., un docente di lettere che vive in Francia, con il cuore rivolto al Libano e ai suoi familiari rimasti a Rayak, nella pianura della Bekaa. Riesaminando la situazione, constata che Teheran sfida la legalità libanese e rifiuta di richiamare il proprio ambasciatore; che i raid continuano giorno e notte; che centinaia di migliaia di libanesi vivono lontani dalle loro case e che i cittadini sono divisi tra quanti attribuiscono le loro disgrazie a Israele e quelli che incolpano l’Iran.
Tuttavia il vescovo maronita di Batroun, mons. Mounir Khairallah, deplora un’altra sventura: quella della divisione dei leader cristiani che si contendono la loro parte del Libano, mentre la sua unità va in frantumi sotto i loro stessi occhi. Molti, infatti, temono disordini interni e l’esercito è da tempo in allerta. Non è escluso un colpo di forza ispirato dall’Iran. Infatti, la nuova Guida Suprema - Mojtaba Khamenei, sempre invisibile - ha inviato un messaggio di congratulazioni al segretario generale di Hezbollah, Naïm Qassem, per la sua “fedeltà” agli ideali della Repubblica islamica.
(Asia News 03/04/2026)
NICARAGUA - Pasqua in Nicaragua, Settimana Santa blindata
Nel Paese centro americano restano in vigore le dure limitazioni alla libertà religiosa: vietati i riti in strada e le processioni. Dura condanna dagli Usa per la grave violazione del diritto a manifestare e professare la fede. Unica eccezione nella capitale dove il rito della Via Crucis è stato celebrato regolarmente dal cardinale Leopoldo Brenes
Chiese e giardini stanno ospitando in questi giorni i riti della Settimana Santa a Managua, dopo il divieto da parte del governo delle processioni in strada. Le autorità hanno intensificato le richieste ai sacerdoti su partecipazione, durata e contenuti delle celebrazioni. Dura la risposta degli Stati Uniti che hanno definito le restrizioni come “violazione della libertà religiosa”.
Limitazioni alla libertà religiosa
Martedì scorso il sottosegretario di Stato americano Christopher Landau aveva accusato su X i leader del Nicaragua di “privare il popolo del diritto di professare la propria fede”. Non si è fatta attendere la replica della vicepresidente Rosario Murillo che ha definito sacerdoti e oppositori in esilio “serpenti velenosi”, “sciocchi” e “venduti”, accusandoli di servire “gli imperi” e diffondere odio. I dati parlano di un netto inasprimento delle misure adottate dal Governo: tra il 2019 e il luglio 2025 sono state vietate oltre 16.500 processioni e attività religiose.
Vescovi in esilio
Dal 2018, almeno 400 delle 3.500 organizzazioni soppresse erano legate alla Chiesa cattolica. Oltre 200 tra sacerdoti, vescovi e suore sono stati espulsi o arrestati. Vietato, inoltre, l’ingresso nel paese di Bibbie, libri, riviste e giornali stampati. Nelle diocesi del nord, a Matagalpa, Estelí, Jinotega e Siuna, non è stata celebrata la messa del Crisma del Giovedì Santo perché i rispettivi vescovi sono ancora in esilio.
Una fede che resiste
Diversa la situazione nella capitale dove il rito è stato celebrato regolarmente dal cardinale Leopoldo Brenes. Fin dalle prime ore del mattino, i fedeli hanno raggiunto la Cattedrale per rivivere le stazioni della Via Crucis. La processione è partita da uno dei lati dell’edificio e si è svolta all’interno e nell’atrio del complesso. La celebrazione si è conclusa nel sagrato della chiesa e non davanti all’immagine del Sangue di Cristo, come era tradizione prima dell’incendio avvenuto il 31 luglio 2020 nella cappella della cattedrale. Questa immagine, portata dal Guatemala nel 1638 e realizzata in legno policromo, è stata per secoli uno dei simboli di maggiore devozione in Nicaragua. (04 aprile 2026 Vatican News)
TESTIMONIANZA
SUD SUDAN - l’esplosione della violenza fa sospendere tutti i riti della Pasqua
L’esercito ha chiuso le strade nello Stato del Wester Bar El Ghazal, a causa dell’infuriare dei combattimenti. Il missionario Federico Gandolfi: i poveri subiscono le conseguenze di tutto, però “il Risorto è presente nella vita delle persone che, nonostante tutto, mostrano sorrisi e carità, e che aiutandosi rappresentano un esempio di resilienza e di fede”
Quattro ore di cammino, per andare e poi ritornare, separano le loro case dalla chiesa, un tempo che si dilata nella stagione delle piogge, quando la piena dei fiumi, gli allagamenti e il fango ritardano, o addirittura impediscono, qualunque spostamento. Ma a fermare il cammino verso la messa di Pasqua, oggi ci sono anche i combattimenti scoppiati negli ultimi giorni: l’esercito ha chiuso le strade che portano in città, le celebrazioni pubbliche sono state tutte sospese, “e noi siamo isolati, per fortuna abbiamo il pozzo e un po’ di cibo”.
La gente della foresta
Padre Federico Gandolfi, missionario dei frati minori, da 11 anni vive in Sud Sudan. Per celebrare il Triduo Pasquale si è spostato dalla capitale Juba nello Stato del Wester Bar El Ghazal, a Ngodakala, a circa un’ora di macchina dal capoluogo Wau, dove con i suoi confratelli, qualche mese fa, ha aperto una nuova missione per i Balanda, “la popolazione che abita nella zona e che è una tribù non troppo numerosa, generalmente pacifica, che vive di caccia e di coltivazione”. Non un villaggio, bensì un agglomerato di capanne sparse in una vasta zona della boscaglia. Ma per la “gente della foresta” quest’anno non vi è la messa pasquale, tradizionalmente l’unica celebrazione che vede la partecipazione di molti, perché “per loro è il ricordo di ciò che Dio ha fatto per noi”.
Una fede semplice
“Tutta la popolazione – spiega Gandolfi – si definisce cattolica, però abbiamo visto come l’influenza dei riti tradizionali si faccia sentire ancora, e in maniera molto dominante, soprattutto per quello che riguarda i riti funebri. Il Triduo Pasquale è poco conosciuto da questa tribù, che è ancora un po’ isolata. Ci sono stati lunghi anni di evangelizzazione e questo tipo di servizio da parte nostra, durante questo anno che è stato il primo per noi di cura pastorale di questa zona del Sud Sudan, è stato molto importante”. Per queste persone ciò che più conta è che “Dio c’è, è un Dio vivo, un Dio vero. Non è un’ideologia, né il frutto di uno studio, né un ragionamento filosofico, ma è un Dio presente nella loro vita. Questa è una cosa veramente molto molto bella della fede semplice di questa gente. Frequentano spesso la messa anche se durante la stagione delle piogge, che è cominciata con largo anticipo, non sempre riescono ad essere presenti”. I fortissimi temporali che per ore si abbattono sul Paese creano allagamenti sia nella capitale che nei villaggi, facendo soprattutto crollare le capanne dove le persone vivono anche in città. “Le richieste di aiuto per ricostruire o riparare alla bene e meglio le proprie case sono interminabili in questi giorni e non andrà meglio perché le piogge continueranno poi fino a novembre-dicembre se siamo fortunati”.
Il ritorno alla violenza
Ad aver fermato “la gente della foresta” nel loro percorso verso le celebrazioni pasquali, però, ad oggi è la violenza che sta esplodendo di nuovo, in modo drammatico e premonitore di una possibile nuova guerra civile, come quella che dal 2013 al 2018 ha dilaniato questo Paese, il più giovane del mondo e tra i più poveri e instabili, stretto da una crisi umanitaria grave, con ripercussioni economiche e sanitarie. Il Sud Sudan sta vivendo fortissime tensioni ormai da diversi mesi per vari combattimenti che sono scoppiati in diverse aree. Negli ultimi giorni, decine di persone, in maggioranza minatori, sarebbero state uccise nello Stato dell’Equatoria da uomini armati non identificati. Le vittime erano parrocchiani di Gandolfi che racconta come, dopo la recente scoperta dalla miniera d’oro all’interno del suo territorio parrocchiale, “in meno di un anno la zona prima quasi deserta, si sia ritrovata con più di 10000 persone provenienti da altre zone del Sud Sudan”. Un’area molto ricca dunque, che ha generato interesse anche in diversi generali dell’esercito regolare, che, secondo le forze di opposizione, sarebbero i mandanti della strage.
L’estrema povertà
A impedire il cammino verso la parrocchia, oltre alla pioggia, è anche la paura di venire trucidati. “La settimana scorsa – spiega Gandolfi – lungo la strada principale sono avvenuti dei combattimenti, purtroppo sono morte otto persone, tutti civili, e quindi ora stiamo monitorando costantemente il percorso che collega la città di Wau, e anche le zone circostanti, alla nostra parrocchia”. Il Sud Sudan inoltre sta facendo i conti con le conseguenze del blocco dei fondi allo sviluppo delle Nazioni Unite e di numerose ong che sono sempre state presenti nel Paese. “I tagli causati dalle politiche estere di grandi potenze mondiali – continua Gandolfi – hanno ripercussioni proprio sui poveri. Sono sempre loro a subire le conseguenze delle decisioni anche di altri Paesi, basta considerare che l’accesso alle medicine è divenuto quasi impossibile, così anche il cibo nel mercato ha avuto un incremento del 40%, un costo enorme per la popolazione”. Tutto ciò “crea malcontento, aumentano le tensioni, aumenta la criminalità”.
Resilienza e fede
Di fronte a tutto questo la speranza però non recede, perché “il Risorto c’è – conclude il missionario – è presente nella vita della gente che comunque veramente, nonostante tutto, mostra sorrisi, mostra carità, le persone si aiutano a vicenda, rappresentando ancora oggi un esempio di resilienza e di fede”.
(05 aprile 2026 Francesca Sabatinelli – Vatican News)
