2026 04 01 MERCOLEDÌ santo - Tradire Gesù per cambiare il mondo?
Perché il tradimento di Giuda, “uno dei Dodici”?Solo un amico può tradire. “Amico per questo sei qui”.
Gesù aveva provocato in Giuda una speranza.
Tutto poteva cambiare, poteva nascere un mondo nuovo: giustizia, libertà e benessere.
Ma Gesù non agiva.
Forse Giuda voleva spingerlo allo scontro, alla lotta, a mostrare la forza.
L’Inviato di Dio è forte e vincerà, forse pensava.
Anche Pietro lo pensava quando Gesù preannunciava le sue sofferenze: “questo non ti accadrà mai!”.
“Pensi secondo gli uomini” gli risponde Gesù e “Va dietro a me satana”, aggiunge.
La speranza è il suo messaggio, non Lui.
Non Lui in Croce.
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Perché il tradimento di Giuda, “uno dei Dodici”?
Solo un amico può tradire. “Amico per questo sei qui”.
Gesù aveva provocato in Giuda una speranza.
Tutto poteva cambiare, poteva nascere un mondo nuovo: giustizia, libertà e benessere.
Ma Gesù non agiva.
Forse Giuda voleva spingerlo allo scontro, alla lotta, a mostrare la forza.
L’Inviato di Dio è forte e vincerà, forse pensava.
Anche Pietro lo pensava quando Gesù preannunciava le sue sofferenze: “questo non ti accadrà mai!”.
“Pensi secondo gli uomini” gli risponde Gesù e “Va dietro a me satana”, aggiunge.
La speranza è il suo messaggio, non Lui.
Non Lui in Croce.
Anche noi oggi possiamo seguire solo il suo messaggio e voler cambiare il mondo, o essere il Suo Corpo crocifisso che salva il mondo.
Nel primo caso saremo inevitabilmente suggestionati dalle strategie di cambiamenti o di resistenza ad ogni cambiamento che vanno di moda.
Nel secondo caso saremo capaci di un giudizio di verità, quindi misericordioso, sul male e la menzogna che sono l’origine di tutta la malvagità e l’ingiustizia personale e perciò sociale.
Oggi riportiamo alcune testimonianze di questa Speranza che è Cristo presente nella vita del mondo. Sono legate dal voler “RESTARE”.
Come hanno pregato i discepoli di Emmaus: “Resta con noi”. E il Vangelo continua: “Egli entrò per rimanere con loro” è la sintesi dell’agire di Dio. Lui rimane dove sono le nostre croci e noi scopriamo che tutte le nostre croci sono partecipazione alla Sua Croce, l’unica che salva il mondo.
Le testimonianze sono precedute dal ricordo dell’unico sacerdote presente e rimasto a El Fasher (in Sudan), morto per i bombardamenti durante l’assedio. La città di El Fasher, capitale del Nord Darfur in Sudan, è caduta sotto il controllo delle Forze di Supporto Rapido (RSF) il 26 ottobre 2025, a conclusione di un assedio durato circa 18 mesi che ha causato una catastrofe umanitaria e migliaia di vittime.
Dopo oltre 500 giorni di assedio, la città è stata travolta dalle RSF, che hanno cacciato le Forze armate sudanesi (SAF). La presa della città è stata descritta come un massacro, con segnalazioni di esecuzioni di massa casa per casa e quartieri bruciati.
Le testimonianze e le immagini satellitari hanno mostrato cumuli di cadaveri per le strade e violenze diffuse, inclusi stupri di donne e ragazze, rapimenti e uccisioni mirate. Molti corpi sono stati visti ammassati nei pressi di ospedali e vie di fuga.
Sano massacri da parte di uomini arabi islamici contro etnie islamiche africane, che vogliono distruggere per “arabizzare” il Darfur. L’ONU parla di genocidio. Da noi non se ne parla, neanche una piccola manifestazione. Il Papa implora. Nessuno ascolta?
RICORDO
2025 06 18 SUDAN - Ucciso da una scheggia di un proiettile di artiglieria il parroco di El Fasher, città assediata
È stato ucciso da una scheggia di proiettile don Luka Jomo, parroco nella città assediata di El Fasher, in Sudan. Lo ha reso noto in un comunicato la diocesi di El Obeid del 13 giugno. “Cari padri, sorelle e fedeli tutti. È con grande dolore che vi scrivo per informarvi del ritorno alla Casa del Padre di don Luka Jomo questa mattina (13 giugno) alle 3 del mattino a El Fasher. La causa della morte è una scheggia che ha ucciso lui e altri due giovani. Uniamoci in preghiera e chiediamo a Dio Padre che le loro anime riposino in pace”.
Dopo l’Angelus di domenica 15 giugno, Papa Leone XIV ha rivolto il suo pensiero “alla Repubblica del Sudan, da oltre due anni devastata dalle violenze”. Mi è giunta la triste notizia della morte del Rev.do Luke Jumu, parroco di El Fasher, vittima di un bombardamento” ha poi aggiunto il Pontefice. “Mentre assicuro le mie preghiere per lui e per tutte le vittime, rinnovo l’appello ai combattenti affinché si fermino, proteggano i civili e intraprendano un dialogo per la pace. Esorto la comunità internazionale a intensificare gli sforzi per fornire almeno l’assistenza essenziale alla popolazione, duramente colpita dalla grave crisi umanitaria.”
(Agenzia Fides 16/6/2025)
TESTIMONIANZE
LIBANO - Beirut, redentoristi indiani: perché restiamo tra i dimenticati della guerra
Mentre Israele ha iniziato una “operazione di terra” nel sud del Libano, p. Shinto e p. Binoy raccontano ad AsiaNews la presenza insieme alle Missionarie della Carità accanto alla gente più colpita dal conflitto. Nel silenzio davanti al Santissimo Sacramento “il rumore” del conflitto “svanisce” per una pace “che solo Cristo può dare”. La testimonianza su un aiuto concreto a un uomo in difficoltà.
“Molti ci chiedono perché restiamo, visto che è pericoloso. La risposta è semplice: la nostra presenza è la nostra missione”. È quanto scrive in una testimonianza inviata ad AsiaNews p. Shinto Moongathottathil C.Ss.R., religioso della Congregazione del Santissimo Redentore (CSsR, noti anche come Redentoristi o Liguorini), raccontato dalla prospettiva libanese l’escalation del conflitto fra Hezbollah e Israele. “In quell’ora di silenzio davanti al Santissimo Sacramento, il rumore della guerra svanisce - aggiunge - e troviamo la pace che solo Cristo può dare”. (…)
Dopo i bombardamenti sulla capitale e alla frontiera sud dei giorni scorsi, in queste ore l’esercito con la stella di David ha avviato una “operazione di terra” [invasione, ndr] nel Libano meridionale. Una deriva destinata ad ampliare lo spargimento di sangue che preoccupa, come sottolinea il superiore dei Liguorini del Kerala p. Poly Kannampuzha, che “nella festa di san Clemente, invita tutti alla preghiera per i nostri confratelli in Libano e in Arabia Saudita [p. Binoy, Lijo, Shinto, Wilson e Johnson] colpiti dalla guerra”. “La situazione in Libano - prosegue il superiore - è particolarmente allarmante. “Gran parte degli attacchi aerei si stanno verificando nella capitale, Beirut, e i nostri confratelli non sono lontani” dall’area in cui si concentrano i bombardamenti. I religiosi, aggiunge, “non sono in preda al panico, ma - conclude - sosteniamoli con le nostre preghiere e la solidarietà”. Un’opera essenziale, come emerge da una testimonianza del superiore dei redentoristi p. Binoy Uppumackal, che ripercorre il soccorso avvenuto due settimane fa di un uomo in condizioni di “inimmaginabile sofferenza”.
Di seguito, il racconto integrale di p. Shinto e p. Binoy ad AsiaNews:
Una missione di presenza, camminare insieme al popolo libanese:
La situazione attuale in Libano è molto grave. Ogni giorno sentiamo i rumori della guerra e vediamo la paura negli occhi di chi ci circonda. Migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, portando con sé solo ciò che potevano trasportare. Le scuole e le strade sono affollate di persone che non hanno altro posto in cui andare.
In mezzo a questa paura, noi tre missionari redentoristi (p. Binoy, p. Shinto e p. Lijo) abbiamo fatto una scelta chiara. Restiamo! Non stiamo semplicemente osservando questa guerra da lontano; la stiamo vivendo insieme alla gente. Molti ci chiedono perché restiamo, visto che è pericoloso. La risposta è semplice: la nostra presenza è la nostra missione.
Una parte molto importante della nostra missione qui è la nostra fratellanza con le Missionarie della Carità (Suore MC). Celebriamo la Santa Messa con loro. In tempo di guerra, l’Eucaristia è la nostra più grande forza. Aiutiamo anche le suore nel loro bellissimo servizio ai poveri. Conduciamo giornate di ritiro e ascoltiamo le confessioni, fornendo sostegno spirituale a chi è stanco. In questo periodo di difficoltà organizziamo un momento speciale di Adorazione per i detenuti e per coloro che vivono sotto la cura delle suore. In quell’ora di silenzio davanti al Santissimo Sacramento, il rumore della guerra svanisce e troviamo la pace che solo Cristo può dare.
La nostra missione ci porta anche nel cuore del nostro quartiere. Anche in piena guerra, usciamo per visitare le famiglie della nostra zona, specialmente quelle anziane o troppo malate per uscire di casa. Durante una guerra, queste persone spesso si sentono le più dimenticate. Quando andiamo a trovarle e portiamo loro la Santa Comunione, non offriamo loro solo un sacramento, ma il conforto della Chiesa. Ci sediamo con loro, ascoltiamo le loro preoccupazioni e preghiamo insieme. Queste visite ricordano loro che, anche quando il mondo sembra andare in pezzi, Dio continua a camminare al loro fianco.
A volte, la gente pensa che i missionari debbano sempre “fare” grandi cose. Ma abbiamo capito che il semplice fatto di restare è la cosa più potente che possiamo fare. Quando le persone vedono che non siamo fuggiti, questo dà loro coraggio. È come dire loro: “Non siete soli. Dio non vi ha dimenticati”.
Come Redentoristi, seguiamo il cammino di Sant’Alfonso rimanendo vicini a coloro che sono più abbandonati. Vi chiediamo gentilmente di ricordare il Libano e il Medio oriente nelle vostre preghiere. La distruzione intorno a noi è grande, ma la grazia di Dio è più grande. Non sappiamo quando finirà questa guerra, ma sappiamo dove è il nostro posto. Il nostro posto è qui, con chi ha il cuore spezzato, a continuare la missione della redenzione abbondante. La nostra presenza è un piccolo segno dell’amore di Dio e, finché ce ne sarà bisogno, resteremo.
Il superiore dei redentorisi in Libano, p. Binoy Mandapathil, racconta un episodio recente di cura e dedizione verso le fasce più deboli della popolazione:
Due settimane fa, abbiamo incontrato un uomo in uno stato di sofferenza inimmaginabile. Si era rifugiato in un bagno stretto, troppo spaventato per uscire, terrorizzato dalla polizia e troppo debole per muoversi. Il suo corpo era coperto di ferite, attaccato da topi, e l’odore acre di decomposizione lo circondava. La sua pelle si stava staccando e non era in grado di emettere un suono.
Quando l’abbiamo trovato, la vista era sconvolgente. Il lezzo era così forte che riuscivo a malapena a sopportarlo. Eppure, con coraggio e compassione, siamo riusciti a sollevarlo e riporlo in un’ambulanza. Tuttavia, la nostra lotta non è finita lì. All’ospedale, gli è stata negata l’ammissione. I medici temevano che la sua condizione fosse contagiosa, etichettandola come “malattia secondaria” e lo hanno allontanato.
Ed è stato in quel momento che la vera forza della comunità e della fede ha saputo risplendere. Con il sostegno di molte persone di buon cuore e la determinazione delle Sorelle Missionarie, abbiamo combattuto per lui per ricevere le cure di cui aveva disperatamente bisogno. Alla fine, è stato operato e, dopo l’intervento, è stato accolto nella Casa della Pace, la casa delle Sorelle MC.
Oggi [16 marzo] l’ho visitato di nuovo. La trasformazione è notevole. Non è più l’uomo distrutto che abbiamo trovato in quel bagno. Può sedersi correttamente, sorride e, soprattutto, è profondamente grato. La sua gratitudine non è solo per le cure mediche, ma per l’amore e la dignità che gli sono stati restaurati.
Questa storia è una testimonianza vivente della misericordia di Dio che lavora attraverso le mani dell’uomo. Dove gli ospedali vedevano il pericolo, la compassione vedeva un fratello bisognoso. Dove la società si allontanava, la fede abbracciava. E dove regnava la disperazione, la speranza rinasceva. Grazie a Dio per il coraggio delle sorelle MC, per la forza di coloro che stavano insieme e per la guarigione che ora permette a quest’uomo di vivere con dignità ancora una volta.
(di p. Shinto e p. Binoy, ha collaborato Nirmala Carvalho Asia News 16/03/2026)
MYANMAR - ‘La mia missione oltre i confini della disperazione in Myanmar’
Da Mitykina a testimonianza di p. Kurt Pala, sacerdote filippino dei Missionari di San Colombano, che svolge il suo ministero nel Paese da più di cinque anni sfigurato dalla guerra. “Qui sia i poveri sia la terra urlano un grido di dolore. Ma con loro ho imparato a pregare mentre si attende la pace, a confidare in Dio in ogni momento della vita, a condividere l’ultima tazza di riso con un vicino e a trovare gioia nelle piccole cose”.
Le notizie di queste ultime ore ci parlano di nuove guerre che allargano ancora di più le ferite del Medio Oriente e dell’Asia Meridionale. In questo contesto vogliamo pubblicare oggi una testimonianza che i Missionari di San Colombano hanno pubblicato in questi giorni sui loro siti internet. Arriva dal Myanmar, un altro Paese da più di cinque anni sfregiato da una durissima guerra di cui ben pochi ormai parlano. A scriverla è un giovane missionario filippino, p. Kurt Pala, che racconta che cosa voglia dire oggi vivere il proprio ministero in un contesto come questo. Proponiamo qui sotto integralmente la sua riflessione.
Quando le persone mi chiedono: “Com’è la missione in Myanmar?”, spesso faccio una pausa.
La missione qui è difficile e bellissima. È spezzata, eppure piena di speranza. È camminare con cautela lungo un sentiero stretto — tra il suono dei canti e delle campane buddiste e l’eco dei razzi lanciati da Myitkyina verso i villaggi circostanti.
Missione in una Terra di lacrime
Il Myanmar è stato a lungo conosciuto come la Terra d’oro, ma oggi è diventato un Paese devastato dalla guerra — una Terra d’oro di lacrime.
Molte famiglie vivono nella paura, nei campi per sfollati o in villaggi che possono scomparire da un giorno all’altro. I giovani che un tempo portavano sogni ora portano armi da fuoco e traumi profondi. I genitori si preoccupano non solo per il futuro dei loro figli, ma anche per il pasto di domani. I genitori restano indietro mentre i giovani lasciano il Paese per sfuggire alla coscrizione militare e alla povertà.
Come sacerdote, ho amministrato l’unzione degli infermi a giovani feriti durante le proteste e ad altri che sono morti troppo presto - vittime della tossicodipendenza. Ho ascoltato madri che si sono spostate da un campo all’altro e che non hanno più un luogo dove andare. Ho ascoltato molti giovani parlare di smarrimento e scoraggiamento. Ho celebrato la Messa con comunità sfollate dalla guerra, stanche, eppure ancora capaci di cantare i salmi della speranza.
La mia prima lotta nella missione è stata accettare la verità che non posso “aggiustare” il Myanmar. Non posso fermare la guerra. Non posso togliere tutta la sofferenza né alleviare ogni preoccupazione e dolore. Ma posso essere presente. Posso ascoltare.
Nella Laudato Si’, Papa Francesco ci ricorda di ascoltare il grido dei poveri e il grido della terra. Ma in Myanmar, sia i poveri sia la terra non solo gridano - urlano di dolore.
Lentamente ho imparato che la missione non riguarda anzitutto il fare qualcosa per le persone; riguarda lo stare con loro.
Imparare dal popolo Kachin
Il popolo Kachin e le molte altre comunità del Myanmar mi hanno evangelizzato più di quanto io abbia evangelizzato loro. Mi hanno insegnato a pregare mentre si attende la pace, a confidare in Dio in ogni momento della vita, a condividere l’ultima tazza di riso con un vicino e a trovare gioia nelle piccole cose, anche quando per settimane non c’è elettricità né internet. Ho imparato a ringraziare di più e a lamentarmi di meno.
Ricordo di aver preparato un’omelia e poi di averla condivisa, dubitando di me stesso mentre dicevo che Dio è buono e si prende cura di tutti noi. Ricordo di aver chiesto: “Dov’è Dio in tutta questa sofferenza?”. Eppure, quando celebro l’Eucaristia - in un campo per sfollati, tra i giovani o con alcolisti in recupero e persone che lottano contro la dipendenza - cantano più forte e con più dolcezza di qualsiasi coro abbia mai sentito.
In quel momento ho compreso: l’Emmanuele - Dio è in mezzo a noi. La Chiesa è più forte quando è più povera. Hanno perso tutto - case, villaggi e molti figli e figlie nella guerra - ma non la fede.
Le lotte di un missionario
Nulla ti prepara alla missione. Nei miei primi mesi in Myanmar ero entusiasta e avevo tante idee per i ministeri che intendevo avviare. Presto invece ho capito che la mia missione non è mia, la missione è di Dio.
Ho lottato con l’impotenza quando i giovani mi chiedevano un lavoro che non potevo offrire, o domande alle quali non avevo risposte. Ho lottato con l’ansia quando pianificavo con cura e le cose non andavano come volevo. Ho lottato con la paura ogni volta che incontravo soldati ai posti di blocco. Ho lottato ogni volta che un giovane si arrendeva.
Ci sono stati giorni in cui ho chiesto a Dio: “Che cosa ci faccio qui in Myanmar?”. La missione qui mi ha spogliato dell’illusione che un missionario sia un eroe. Ho scoperto di essere semplicemente un compagno di cammino, spesso debole, spesso confuso come le persone a cui presto servizio, eppure chiamato a rimanere.
Il mio amico Ashin Nandasara, un monaco buddhista che ora studia in Thailandia, una volta mi ha portato nel suo villaggio e nel monastero della sua infanzia a Shwe Bo. Lo visitavo spesso prima che iniziasse il colpo di stato. Durante il mese in cui sono rimasto nel monastero, i suoi genitori preparavano la mia cena ogni sera, perché i monaci non mangiano la sera.
La produzione di ceramiche in Myanmar è dominata da vasi di argilla fatti a mano nel suo villaggio. La città è famosa per la sua argilla naturale e per l’abilità dei suoi artigiani e artigiane, che realizzano grandi giare per l’acqua e altri usi. Questi vasi vengono poi caricati sulle barche e spediti in tutto il Paese. Ora il suo villaggio è un campo di battaglia tra l’esercito birmano e i giovani che si chiamano “Forze di difesa del popolo”.
Le giare di argilla mi ricordano le parole di San Paolo: “Portiamo questo tesoro in vasi di argilla” (2Cor 4,7). Ogni giorno sento le crepe di quel vaso di argilla.
Le gioie che mi tengono vivo
Eppure le gioie superano le fatiche. Vedo gioia quando un giovane diventa sicuro di sé e capace di tracciare il proprio cammino nella vita; quando i giovani si organizzano per aiutare i poveri; quando giovani di fedi diverse celebrano insieme le rispettive feste; e quando buddhisti, battisti, cattolici e musulmani si proteggono a vicenda nei momenti di pericolo.
Ma la mia gioia più grande è testimoniare la fede. Ho dato la Prima Comunione a giovani adulti sordi e a bambini con bisogni speciali che avevano atteso anni per ricevere l’Eucaristia. La loro gioia e i loro sorrisi dopo aver ricevuto Gesù mi hanno ricordato perché sono diventato sacerdote.
Ho ascoltato confessioni sotto strutture improvvisate e cappelle di fortuna, ho celebrato il Natale con gli sfollati - proprio come Gesù, Giuseppe e Maria - e ho sentito che Cristo era più reale lì che altrove. Dio non è più soltanto l’Emmanuele. La missione mi ha dato un nuovo nome per Lui: Dio-con-il-popolo-sofferente.
Che cosa significa oggi la missione
La missione in Myanmar oggi significa:
- accompagnare un popolo crocifisso: gli sfollati e i giovani;
- formare giovani perché diventino leader sicuri e resilienti che credono ancora che la pace sia possibile;
- promuovere la cura del creato quando foreste e terre vengono distrutte dall’estrazione mineraria e dal conflitto.
Non si tratta di costruire grandi progetti. Si tratta di costruire piccole comunità di speranza.
Come missionari di San Colombano diciamo che attraversiamo i confini. In Myanmar i confini sono molti - etnici, religiosi, politici e persino i confini della disperazione. Attraversarli richiede pazienza, ascolto e, talvolta, più silenzio che parole.
La mia preghiera
Quando celebro l’Eucaristia, spesso prego: “Signore, non permettere che io sia solo un visitatore del dolore del tuo popolo. Rendimi un vicino. Insegnami a spezzare il pane della speranza anche quando le mie mani sono vuote”.
In Myanmar l’Eucaristia prende vita nelle vite della gente.
Allora, com’è la missione in Myanmar? È il Venerdì Santo e la mattina di Pasqua che abitano nella stessa casa. È camminare con un popolo che si rifiuta di rinunciare a Dio, anche quando il mondo sembra aver rinunciato a loro.
A Messa ricordiamo il centurione romano che chiese a Gesù di guarire il suo servo dicendo: “Signore, non sono degno di accoglierti sotto il mio tetto!”. Anche noi riconosciamo la misericordia di Gesù e il suo potere di guarire e di entrare nelle nostre vite, specialmente durante questo tempo di Quaresima.
Continuo a tornare in Myanmar - e rimango qui - perché il Vangelo è più vivo tra coloro che soffrono e sono feriti. E perché il popolo del Myanmar mi ha insegnato che la missione non è il luogo dove portiamo Cristo - è un luogo dove Cristo ci sta già aspettando.
Grazie per il vostro cammino con noi nella preghiera e nella solidarietà.
Continuate a pregare per noi. Non dimenticateci!
(di p. Kurt Pala, missionario di San Colombano in Myanmar, Asia News 01/03/2026)
