2026 03 25 Il dramma dei cristiani
LIBANO – il dramma dei cristiani:- Tra le vittime dei bombardamenti israeliani in Libano anche un giovane volontario dell’Ordine di Malta
- ancora bombe Idf sul sud. Distrutti ponti sul fiume Litani
- la denuncia della Caritas di Bent Jbeil: villaggi distrutti e anime annientate
TESTIMONIANZA LIBANO - la famiglia cristiana rimasta nel suo villaggio nonostante bombe e paura
GIORNATA DEI MISSIONARI MARTIRI, 24 marzo: “Gente di primavera”
GUERRE DIMENTICATE: SUDAN L’appello dei comboniani perché il mondo rompa il silenzio sulla guerra civile in Sudan
SUDAN e SUD SUDAN - L’invito dei Vescovi dopo i recenti massacri: “Si eviti la cultura della vendetta mortale perché questa non è giustizia”
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LIBANO - Tra le vittime dei bombardamenti israeliani in Libano anche un giovane volontario dell’Ordine di Malta
Tra le vittime dei bombardamenti israeliani nel Libano meridionale c’è pure un giovane volontario dell’Ordine di Malta, Chadi Ammar.
Il ventenne è stato colpito è stato ucciso il 13 marzo da un raid aereo israeliano ad Aïn Ebel, nel sud del Libano. L’attacco ha colpito la città nelle prime ore del mattino, prendendo di mira un’area in cui erano presenti civili.
Chadi Ammar faceva parte della vasta rete di volontari e dipendenti che supportano le attività umanitarie dell’Ordine di Malta nella zona. Lavorava nel dipartimento agro-umanitario, concentrandosi sulla sicurezza alimentare nella regione meridionale di confine, attraverso il centro agricolo dell’Ordine ad Aïn Ebel. Al momento dell’attacco, Chadi si trovava sul tetto di un edificio insieme ad altri due giovani che avevano scelto di non lasciare il loro villaggio cristiano, impegnati a ripristinare la connessione internet per permettere a coloro che erano rimasti ad Aïn Ebel di rimanere in contatto tra loro e con chi era partito. Tutti e tre sono morti nell’esplosione dell’ordigno
“La morte del giovane Chadi Ammar ci addolora profondamente. Faceva parte della nostra grande famiglia, che ogni giorno si dedica con impegno e coraggio al servizio dei più vulnerabili. Il suo impegno e il suo spirito di servizio rimarranno per noi un esempio”, ha dichiarato il Gran Maestro Fra’ John Dunlap, esprimendo la sua sincera vicinanza alla famiglia e a tutti i membri dell’Ordine di Malta in Libano.
Nel Paese dei Cedri l’Ordine di Malta gestisce circa 60 programmi, tra cui 12 centri di assistenza sanitaria di base, 12 unità mediche mobili, 7 centri agro-umanitari, 3 cucine comunitarie mobili e diversi programmi sociali, oltre a strutture dedicate alle persone con disabilità. (L.M.)
(Agenzia Fides 20/3/2026)
LIBANO - ancora bombe Idf sul sud. Distrutti ponti sul fiume Litani
Una serie di pesanti bombardamenti israeliani ha distrutto diversi ponti sul fiume Litani, nel sud del Libano. Un’operazione per preparare l’invasione di terra, ha detto il presidente libanese Aoun. Intanto ancora raid dell’Idf sul sud e razzi Hezbollah verso Israele. Per la prima volta, un missile iraniano raggiunge il territorio del Paese dei cedri
L’esercito israeliano ha distrutto ieri una serie di ponti sul fiume Litani, nel sud del Libano. Tra quelli colpiti, l’Al-Qassam e il Qasmiyeh (quest’ultimo ha un’importanza strategica significativa perché collega Tiro e Sidone al resto del Paese), e stamattina quello di Jisr Qa’qayah. Secondo l’Idf tali infrastrutture sarebbero usate da Hezbollah per inviare rinforzi militari nella zona meridionale e l’attacco — ha dichiarato il ministro della Difesa di Tel Aviv, Israel Katz — avrebbe lo scopo di impedirlo, per evitare che il gruppo filo-iraniano continui a ricevere forniture per i lanci di missili verso Israele. (…)
Alcuni analisti, invece, evidenziano come questi ponti verrebbero usati ogni giorno dalla popolazione, e tale mossa avrebbe dunque l’obiettivo di isolare gli abitanti di queste zone dal resto del Paese, preludio di un’invasione di terra su larga scala. Una tesi sostenuta anche dal presidente, Joseph Aoun, che ha poi definito i raid “una pericolosa escalation e una flagrante violazione della sovranità del Libano”; e che sembra corroborata dall’annuncio del capo di Stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir: “L’operazione contro Hezbollah è appena iniziata, sarà un’operazione di lunga durata”.
Hezbollah, per parte sua, ha rivendicato 63 operazioni militari contro Israele nella sola giornata di domenica, con l’impiego di razzi, droni e sistemi d’artiglieria contro obiettivi in territorio israeliano e nello stesso sud del Libano. (…)
Inoltre, un missile balistico lanciato dall’Iran contro il nord di Israele poco dopo le 22 di ieri avrebbe colpito il territorio libanese. Da quanto risulta, si tratterebbe del primo ordigno di questo tipo a cadere sul Libano durante la guerra attuale.
Il bilancio delle vittime
Complessivamente, secondo dati delle autorità di Beirut, il bilancio delle vittime della guerra tra Hezbollah e Israele, scoppiata il 2 marzo, è salito a 1.029. Anche il numero dei feriti è aumentato, raggiungendo quota 2.786.
(di Roberto Paglialonga - Vatican News 23 marzo 2026)
LIBANO - la denuncia della Caritas di Bent Jbeil: villaggi distrutti e anime annientate
Nel distretto che si trova nel sud est del Paese dei cedri, i bombardamenti israeliani non accennano a diminuire. Boulos Hage, segretario della Caritas locale: “Siamo tagliati fuori dal Libano e dal resto del mondo. In altre parole, ci mancano cibo, internet, carburante. Gli ospedali più vicini sono vuoti e l’unica struttura sanitaria accessibile si trova a 90 km”. Migliaia le persone che fuggono abbandonando case e città
Camminare nel distretto libanese di Bent Jbeil è come attraversare l’inferno. «Alcuni villaggi della zona sono ormai deserti, in rovina, svuotati dei loro abitanti. Come Yaroun, Qaouzah, Safad Al Batikh, Baraachit e Tebnine...». A Bent Jbeil, che si trova nel sud est del Paese dei cedri e quindi al centro del ciclone della furia israeliana, Boulos Hage è il segretario della Caritas locale e non può cancellare dai suoi occhi e dalla sua mente quella che, in una conversazione con i media vaticani, definisce una vera e propria catastrofe: «I bombardamenti sono incessanti, non solo hanno distrutto case, chiese, automobili: hanno anche annientato le anime e mietuto vite innocenti come quelle di tre cristiani della cittadina di Ain Ebel». Stimare il numero esatto delle vittime è quasi impossibile perché tutte le strade sono bloccate ed i soccorsi, in alcuni casi, diventano un miraggio. Chissà quanti corpi ci sono ancora sotto le macerie.
Isolati e assediati
Boulos Hage parla con dolore e rabbia di quei villaggi isolati ed assediati: «Siamo tagliati fuori dal Libano e dal resto del mondo. In altre parole, ci mancano cibo, internet, carburante. L’elettricità viene generata grazie ai pannelli solari, gli ospedali più vicini sono vuoti e l’unica struttura sanitaria accessibile si trova a 90 km». Ma percorrere quella distanza vuol dire solo rischiare la vita.
Migliaia in fuga
Chi può scappare lo fa senza pensarci due volte, in migliaia hanno già abbandonato le proprie case ed i propri villaggi. «La maggior parte degli sfollati si dirige verso i propri parenti, centri di accoglienza o conventi. La loro situazione è difficile perché non hanno più alcun bene di prima necessità, comprese le coperte per ripararsi dal freddo».
Barlume di speranza
Il ricordo dello sguardo disperato di una vedova e delle sue due figlie disabili fuggite dal villaggio di Qaouzah emerge prepotente nel racconto del segretario della Caritas di Bent Jbeil: «Quando si sono rifugiate a Rmeich abbiamo potuto sostenerle fornendo loro cure mediche, aiuti alimentari quotidiani e mezzi di riscaldamento. Inoltre, abbiamo inserito questa famiglia in un recente progetto in cui la nostra organizzazione le dona 150 dollari al mese per i prossimi 11 mesi». Un barlume di speranza, solidarietà e fiducia che tutta la Chiesa locale sta offrendo alla popolazione stremata con una serie di azioni concrete unite ad una presenza spirituale costante.
La vicinanza della Chiesa
Ieri, questo interesse e questo amore, gli abitanti dei villaggi del distretto di Bent Jbeil li hanno potuti toccare con mano quando proprio Boulos Hage ha accompagnato il nunzio apostolico del Paese, l’arcivescovo Paolo Borgia, in una visita alla quale hanno preso parte anche monsignor Michel Aoun, vescovo di Jbeil dei Maroniti, l’arcivescovo di Tiro dei Maroniti, monsignor Charbel Abdallah, padre Jean Younes, segretario generale del Consiglio dei Patriarchi e il presidente di Caritas Libano, padre Samir Ghawi. «L’obiettivo — ha spiegato Boulos Hage — è stato quello di consegnare aiuti umanitari, donati da diverse organizzazioni, agli abitanti e agli sfollati dei villaggi di Rmeich, Debel e Ain Ebel. Ma al di là dell’aspetto materiale, questa visita ha rappresentato anche un sostegno morale e spirituale, una nuova fiducia per continuare la nostra resilienza e rafforzare la nostra unità».
Appello al mondo
Il segretario della Caritas che opera in quell’inferno che si sta allargando sempre di più si sente anche in dovere di lanciare un accorato appello alla comunità internazionale e al mondo intero affinché facciano presto ad andare a salvarli: «Devono esercitare pressioni per ottenere concreti cessate il fuoco e non accontentarsi di una diplomazia di facciata. E poi è indispensabile un vero patto di pace».
(Federico Piana - Città del Vaticano Vatican News 17 marzo 2026)
TESTIMONIANZA
LIBANO - la famiglia cristiana rimasta nel suo villaggio nonostante bombe e paura
Mario Abou Khalil, sua moglie e i suoi cinque figli, hanno scelto di rimanere nel villaggio di Ankoun, a pochi chilometri da Sidone, anche se i bombardamenti israeliani continuano incessantemente. La loro è l’ultima casa cristiana abitata di tutta la zona: migliaia le persone che hanno deciso di fuggire. La fede e la speranza contro ogni timore
Ad Ankoun la speranza ha trovato posto nell’ultima casa cristiana ancora abitata del villaggio libanese che dista undici chilometri da Sidone, capoluogo del governatorato del sud del Libano al centro dei bombardamenti israeliani, da settimane diventati una tragica routine. Mario Abou Khalil e la sua famiglia hanno scelto di non fare come gli altri abitanti che in migliaia hanno preferito abbandonare le proprie case per seguire il flusso degli sfollati che si stanno spostando verso nord nel tentativo di mettere in salvo la propria vita. Sua moglie, Reine Karam, e i suoi cinque figli — Christy di 18 anni, Chloé di 16, Michelle di 15, Pia di 13 e Raphaëlle di 12 — gli si sono stretti intorno per provare a continuare a fare la vita di sempre, nonostante le esplosioni dei missili e la paura che non danno tregua.
Il rumore della guerra
«Il rumore dei bombardamenti è diventato parte della nostra vita quotidiana. Cerchiamo di proteggerci il più possibile ma il peso psicologico è grande, specialmente per i bambini» racconta ai media vaticani Mario. Che è un ottimo insegnante di educazione fisica ma, visto che questa maledetta guerra ha svuotato il suo villaggio, per andare a lavorare e sfamare la sua famiglia è costretto, tre volte a settimana, a raggiungere rocambolescamente Beirut. Sotto le bombe. «Anche nel resto del sud ormai non c’è più alcun tipo di occupazione. I prezzi del carburante sono diventati molto alti, quasi il doppio. Anche il costo della vita è salito alle stelle e temiamo che le forniture essenziali possano presto essere interrotte». Da quando è iniziato il conflitto, i figli di Mario vivono in uno stato di stress continuo alleviato solo dal fatto che tutti i membri del nucleo familiare non si separano mai l’uno dall’altro. «Stiamo sempre tutti vicini. Proviamo incertezza riguardo al futuro e ci chiediamo cosa rimarrà della nostra presenza qui. Tre dei nostri ragazzi sono iscritti alla scuola Saint Elie, a Darb es-Sim, della quale è responsabile padre Eid Bou Rached. Nonostante la situazione molto difficile, la scuola continua a fornire loro l’istruzione online, garantendo la continuità dei loro studi». Un altro piccolo segno di speranza.
Cristiani in pericolo
Mario però non si nasconde una certezza: nel suo villaggio, come in tutto il sud, i cristiani sono sempre più in pericolo. Ma la sua fede e quella della sua famiglia rimangono incrollabili: fanno parte del Cammino Neocatecumenale e quando sentono cadere le bombe dal cielo si riuniscono per recitare il Rosario, tutti insieme. «Questo momento riflette la nostra realtà: paura e pericolo da un lato, fede e speranza dall’altro. Ogni giorno, oltre al Rosario, preghiamo le Lodi. Vogliamo rimanere uniti alla Chiesa e partecipiamo alle attività parrocchiali il più possibile. E poi, durante il giorno, aiutiamo il gruppo pastorale della nostra parrocchia distribuendo pasti alle famiglie sfollate». Tutta l’area di Sidone, rivela Mario, è in una situazione drammatica: i bombardamenti stanno provocando morti e distruzione. «Molte persone sono fuggite, specialmente i cristiani. Ora le scuole pubbliche sono piene di sfollati, per lo più provenienti da altre comunità. Tuttavia, in diversi villaggi dove i cristiani sono ancora presenti, molte famiglie, spesso povere, hanno scelto di non andarsene: preferiscono rimanere nei loro villaggi anche a rischio di morire lì». Il timore di questo giovane padre di famiglia e che la guerra stia innescando un cambiamento demografico che potrebbe portare alla scomparsa delle comunità cristiane nell’intera regione. «Per questo chiediamo alla Santa Sede di inviare un rappresentante per aiutare a garantire la nostra presenza. E alla comunità internazionale lanciamo un appello: non dimenticateci!».
(Federico Piana - Città del Vaticano Vatican News 22 marzo 2026)
GIORNATA DEI MISSIONARI MARTIRI, don Pizzoli: mantengono viva la speranza
Il direttore generale delle Pontificie opere missionarie (Pom), spiega il vero significato attuale del martirio che non va interpretato come un evento lontano o eccezionale, ma come una realtà che ancora oggi attraversa la vita di molte comunità cristiane nel mondo
La memoria dei missionari martiri, che ricorre ogni anno il 24 marzo, si conferma come un momento di profonda riflessione per la Chiesa universale. Non si tratta soltanto di un ricordo commemorativo, ma di un invito concreto a rinnovare l’impegno evangelico in contesti spesso segnati da violenza, ingiustizia e persecuzione. Con il titolo “Gente di primavera” si celebra quest’anno la trentaquattresima Giornata dei missionari martiri, promossa da Missio, organismo pastorale della Cei. La data della ricorrenza richiama simbolicamente il sacrificio di quanti, come l’arcivescovo di San Salvador, san Óscar Arnulfo Romero Galdámez, ucciso il 24 marzo del 1980, hanno donato la propria vita per il Vangelo, testimoniando fino all’estremo la fedeltà a Cristo e al servizio dei più poveri.
Capaci di vivere fino in fondo il Vangelo dell’amore
Guardando a questi testimoni, la Chiesa riscopre la propria identità più autentica. I missionari martiri non sono eroi isolati, ma segni vivi della vocazione di ogni cristiano: essere testimoni di speranza anche nelle contraddizioni della storia. In questo orizzonte si inseriscono le parole di don Giuseppe Pizzoli, direttore generale delle Pontificie opere missionarie (Pom), che ai media vaticani ha spiegato il vero significato attuale del martirio che non va interpretato come un evento lontano o eccezionale, ma come una realtà che ancora oggi attraversa la vita di molte comunità cristiane nel mondo. «I missionari martiri — ha detto — sono uomini e donne radicati nella quotidianità, capaci di vivere fino in fondo il Vangelo dell’amore».
“Gente di primavera”
Ma cosa vuol dire essere “gente di primavera”? Secondo don Pizzoli «vuol dire saper mantenere viva la speranza anche quando ci sono situazioni che oscurano l’orizzonte e ci impediscono di vedere con fiducia il futuro. Ecco, i missionari sono gente di primavera proprio per questo perché anche nelle situazioni, negli ambienti, nelle regioni dove maggiormente si fa fatica a pensare al futuro, si trovano in situazioni di povertà di ingiustizia di guerra. E in queste situazioni — ha aggiunto il sacerdote — i missionari mantengono viva la speranza, cioè la capacità di pensare a un futuro migliore e l’impegno a costruire quotidianamente le condizioni perché questo futuro migliore possa avvenire».
Segni di pace e di riconciliazione
Don Pizzoli ha richiamato l’attenzione sul fatto che la testimonianza missionaria non si misura soltanto nel sacrificio estremo, ma anche nella perseveranza silenziosa di chi opera in contesti difficili, condividendo le fatiche e le speranze delle popolazioni locali. In molti Paesi, infatti, i missionari continuano a essere segni di pace e di riconciliazione, spesso pagando un prezzo altissimo per la loro presenza accanto agli ultimi. Particolarmente significativa è l’attenzione che don Pizzoli pone sul legame tra missione e fraternità. Il martire — ha spiegato — è colui che non abbandona, che resta accanto al popolo anche nei momenti più difficili. «È una presenza che parla di Dio senza bisogno di molte parole». Una presenza che, proprio nella sua discrezione, diventa segno eloquente di speranza. In un tempo segnato da conflitti e divisioni, la testimonianza dei missionari martiri continua a indicare una via possibile: quella dell’amore che si dona senza riserve. Una via esigente, ma capace di generare vita anche nelle situazioni più oscure. È questa la speranza che la Chiesa rinnova ogni anno, affidando alla memoria di questi testimoni il desiderio di un mondo più giusto e fraterno.
(Francesco Ricupero e Lorenzo Grosso - Vatican News 24 marzo 2026)
GUERRE DIMENTICATE: SUDAN
L’appello dei comboniani perché il mondo rompa il silenzio sulla guerra civile in Sudan
Dopo quasi tre anni di un conflitto dimenticato che ha provocato la più grande crisi umanitaria del pianeta
Dopo tre anni non riesce a spiegarsi il silenzio mediatico sulla guerra civile in Sudan che ha provocato la più grande crisi umanitaria globale. Padre Diego Dalle Carbonare, 43 anni, superiore provinciale dei Comboniani per Egitto e Sudan, in questi giorni è arrivato in Italia da Port Sudan per provare a bucare il silenzio su un conflitto con tratti genocidari che tra un mese giungerà al terzo anno.
«I numeri sono enormi – spiega il missionario citando i dati delle organizzazioni internazionali –, in 14 milioni di persone hanno lasciato le loro case, di cui almeno quattro sono sfollati fuori dal Sudan.
E 25 milioni di persone non stanno mangiando tutti i giorni». Il religioso, che per anni ha lavorato nelle scuole, è preoccupato anche dal dato sugli istituti scolastici distrutti.
«Sette milioni di bambini non stanno andando a scuola da tre anni, una generazione perduta. Tutto questo sta avvenendo nella totale indifferenza mediatica e soprattutto politica. Si parla di Gaza, di Ucraina, ora della guerra in Iran e forse in Libano. Giusto, ma mi chiedo perché a nessuno interessi la sorte di milioni di sudanesi e se c’è chi vuole che non se ne parli».
La guerra è iniziata come una lotta per il potere tra esercito nazionale, che controlla la parte orientale, il nord e la capitale Khartoum, e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) che controllano la parte occidentale e metà del sud. Poi è proseguita con il sostegno di potenze regionali come gli Emirati Arabi ai paramilitari delle Rsf, mentre con l’esercito stanno Arabia Saudita, Egitto e Turchia. A tutti interessano oro, petrolio e le rotte del mar Rosso Il conflitto in Iran avrà ripercussioni perché Teheran vendeva droni all’esercito e gli Emirati potrebbero aver ancor più bisogno dell’oro del Darfur.
«Il Sudan – aggiunge padre Diego – oggi è diviso in due. Soprattutto nella parte occidentale e meridionale c’è il caos, con distruzioni, combattimenti e purtroppo droni e missili che colpiscono i civili nelle scuole, negli ospedali, al mercato. L’altra metà del paese, con la capitale Khartum e Port Sudan, al momento è più stabile».
Che aiuto offre la Chiesa alla popolazione? «Con l’aiuto di tanti benefattori riusciamo in qualche modo a rispondere a chi si presenta nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole. Però i bisogni sono immani. Tre comboniani sono tornati a Khartum e stanno riattivando alcune delle 13 parrocchie della capitale con due preti diocesani. Anche il vescovo Michael è rientrato e siamo in dialogo con altre realtà religiose, ci incoraggiamo a vicenda».
Come prosegue la campagna Italy for Sudan avviata dal governo in risposta alla sollecitazione dei comboniani? «Il primo cargo di aiuti è arrivato la mattina di Natale, il grosso dovrebbe sbarcare via nave verso Pasqua. Gli aiuti verranno distribuiti a migliaia di sfollati a Port Sudan. È un impegno importante da parte della Farnesina. Però l’Italia da sola non può lenire i bisogni del paese. L’aiuto va accompagnato da uno sforzo diplomatico della comunità internazionale per raggiungere una tregua». Ma sulle speranze di dialogo pesano le dichiarazioni degli Usa sui fratelli musulmani sudanesi, alleati dell’esercito, definiti un’organizzazione terrorista, e che sono sembrate una scelta di campo. Nel caos resiste la società civile. «Ad esempio – conclude il comboniano – è stata importante per sopravvivere a Khartum l’esperienza solidale delle cucine popolari di quartiere».
Esperienza di un popolo stremato che chiede, inascoltato, una tregua.
(Avvenire di Paolo Lambruschi 17 marzo 2026)
Sudan, oltre 30 morti in attacchi con droni su due mercati del Kordofan
Ad essere colpite due città controllate dai paramilitari, Abu Zabad e Wad Banda. Soltanto nei giorni scorsi la coordinatrice umanitaria dell’Onu in Sudan, Louise Brown, aveva denunciato come i civili siano drammaticamente “intrappolati” nei combattimenti tra esercito di Khartoum e milizie Rsf
È ancora la regione del Kordofan, nel Sudan centrale, ad essere teatro dei combattimenti tra esercito di Khartoum e paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), in guerra da quasi tre anni. Attacchi con droni hanno colpito ieri due città controllate dai paramilitari nel Kordofan occidentale, uccidendo 33 persone e ferendone una sessantina. Ad essere presi di mira i mercati di Abu Zabad e Wad Banda. Lo hanno riferito stamani fonti mediche locali.
Dall’inizio degli scontri, il 15 aprile 2023, entrambe le parti in conflitto sono state accusate dalla comunità internazionale di crimini di guerra, in particolare di aver preso di mira civili e bombardato zone residenziali. Denunciati, anche con prove raccolte da missioni delle Nazioni Unite, atti di genocidio, uccisioni di massa, stupri sistematici e uso della fame come arma di guerra.
L’Onu: civili intrappolati
Soltanto giovedì scorso altre 50 vittime erano state segnalate per colpi di artiglieria e attacchi con droni nella parte meridionale del Kordofan, diventato l’epicentro delle operazioni belliche dopo che nell’ottobre 2025 i paramilitari avevano conquistato El Fasher, capitale del Nord Darfur, dopo un assedio di 18 mesi. Aerei senza pilota avevano inoltre colpito in settimana anche una centrale elettrica di El-Obeid, nel Kordofan settentrionale, causando una prolungata interruzione di corrente.
In missione ai primi di marzo a Dilling, nel Sud Kordofan, Louise Brown, coordinatrice umanitaria dell’Onu in Sudan, aveva riferito di «combattimenti importanti» nella zona, con i «civili intrappolati» dalle violenze. «Questa guerra è una follia», aveva detto in un video diffuso dalle Nazioni Unite.
Decine di migliaia di morti
La guerra in Sudan ha causato decine di migliaia di morti - secondo alcune fonti almeno 150.000, in un bilancio difficile da verificare per la profonda insicurezza sul terreno - e oltre 14 milioni di sfollati e profughi, alimentando quella che le Nazioni Unite ha definito la peggiore crisi umanitaria al mondo, aggravata da carestia ed epidemie. (Giada Aquilino – Vatican News 08 marzo 2026)
SUDAN e SUD SUDAN - L’invito dei Vescovi dopo i recenti massacri: “Si eviti la cultura della vendetta mortale perché questa non è giustizia”
“Una nuova discesa nell’abisso della depravazione umana, dove la sacralità della vita, dono sacro di Dio, viene calpestata con allarmante impunità”. Così i Vescovi di Sudan e Sud Sudan qualificano il massacro di civili e militari avvenuti nella contea di Abiemnhom, nell’Area amministrativa di Ruweng, in Sud Sudan, domenica 1° marzo (vedi Fides 3/3/2026) e nella contea di Ayod nello Stato di Jonglei State, dove 25 persone sono state barbaramente uccise il 22 febbraio.
I vescovi cattolici del Sudan e del Sud Sudan hanno rilasciato una dichiarazione in cui condannano le violenze, affermando che i loro cuori sono “oppressi da un profondo dolore e da uno spirito profondamente allarmato dalla persistente crudeltà della violenza”.
Descrivendo gli attacchi come “brutali” e diretti contro i civili, i religiosi hanno condannato con la massima fermezza le “uccisioni atroci e insensate”.
“Non può esserci alcuna giustificazione per l’omicidio di civili”, si legge nella dichiarazione firmata da 10 vescovi, tra cui il cardinale Stephen Ameyu Martin Mulla di Juba, presidente della Conferenza episcopale del Sudan e del Sud Sudan.
“Questi atti rappresentano non solo una tragica perdita di vite umane, ma una nuova discesa nell’abisso della depravazione umana, dove la sacralità della vita, dono sacro di Dio, viene calpestata con allarmante impunità.”
«Il sangue dei nostri fratelli e sorelle, madri e padri, figli e figlie, versato non su un campo di battaglia ma all’interno delle proprie comunità, grida al Cielo», hanno aggiunto. «Siamo profondamente turbati, non solo dall’entità della sofferenza, ma anche dallo sfacciato disprezzo per la dignità umana che tali atti rappresentano».
I religiosi hanno espresso profondo dolore e allarme per la crescente violenza nel Paese più giovane del mondo, e hanno manifestato solidarietà pastorale alle popolazioni colpite, che ancora una volta sono state travolte da “lutto, paura e sfollamento”.
“Alle famiglie devastate da questa tragedia, alle madri che hanno perso figli e figlie, ai bambini che hanno perso i genitori, alle comunità che seppelliscono i loro vicini, porgiamo le nostre più sentite condoglianze”, hanno dichiarato i vescovi.
«Non possiamo comprendere appieno la profondità della vostra sofferenza, ma vi assicuriamo: non siete soli. La Chiesa è la vostra famiglia. Piangiamo con voi. Preghiamo con voi.»
Andando oltre la semplice condanna degli omicidi, i membri della Conferenza episcopale cattolica del Sud Sudan (SSS-CBC) hanno anche affrontato una cultura profondamente radicata di violenza rappresaglia che perpetua il conflitto nella regione.
Dopo aver espresso la loro solidarietà alla popolazione colpita dalla violenza, i Vescovi lanciano un appello perché si rinunci alla “cultura della vendetta mortale”. “Con onestà pastorale, dobbiamo affrontare una dolorosa verità: la cultura della vendetta mortale ha messo radici profonde in alcune parti della nostra società” sottolineano. “Cicli di ritorsione, alimentati dalla rabbia, dalla colpa collettiva e dai torti storici, continuano a distruggere famiglie, indebolire comunità e privare i nostri figli del loro futuro. La vendetta non è giustizia”
Nel messaggio la SSSCBC rivolge “un appello urgente alle autorità” perché si indaghi “in modo approfondito e indipendente” per identificare e portare di fronte alla giustizia i responsabili dei massacri di Ayod e Abiemnhom. Questo perché “l’impunità alimenta la ripetizione dei crimini”. “La giustizia invece ripristina la fiducia nella popolazione”.
I Vescovi concludono rivolgendosi alle vittime e alle loro famiglie: “La Chiesa è la vostra famiglia. Piangiamo con voi. Preghiamo con voi. Vi portiamo nei nostri cuori. Preghiamo per il riposo sereno delle anime dei defunti. Che gli angeli li guidino in Paradiso”. (L.M.) (Agenzia Fides 4/3/2026)
