2026 03 18 Signore, pietà!
PAKISTAN - Sargodha: bracciante cristiano torturato e ucciso. Pressioni per non denunciare ETIOPIA - Appello dei vescovi del Paese: “Esortiamo tutti gli etiopi a resistere all’odio”, in seguito all’uccisione di cristiani ortodossi.LIBANO - i cristiani nel dramma: andarsene (e non poter tornare) o restare (e morire?)
C’è un tentativo di “convincere i cristiani ad andarsene?
APPROFONDIMENTO
HAITI - Ucciso da un drone un giovane aspirante sacerdote; preoccupazione per la sorte un sacerdote impegnato nella pastorale carceraria a un mese dal rapimento
TESTIMONIANZA HAITI - Oltre le violenze e la crisi umanitaria: fatiche e attese di una comunità che trova forza e speranza solo in Dio
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PAKISTAN - Sargodha: bracciante cristiano torturato e ucciso. Pressioni per non denunciare
Il 21enne Marcus Masih è deceduto il 4 marzo scorso nell’azienda dove lavorava. I proprietari hanno parlato di “suicidio”, ma sul corpo sono presenti segni chiari di violenze. La comunità scende in piazza e chiede giustizia, ma la polizia denuncia per intralcio alla circolazione. La famiglia sotto pressione per evitare il processo e la prigione ai sospettati.
La morte di un giovane bracciante agricolo cristiano nel distretto di Sargodha, nella provincia del Punjab, ha scatenato le proteste dei membri della comunità locale, secondo i quali sarebbe stato torturato a morte in maniera brutale dai suoi datori di lavoro. Polizia e familiari raccontano che il 21enne Marcus Masih (nella foto), morto il 4 marzo scorso a Chak No. 36 South, lavorava da diversi anni in un allevamento di bestiame di proprietà di due imprenditori terrieri locali. Avvisando i familiari, in un primo momento i datori di lavoro hanno parlato di suicidio avvenuto per impiccagione all’interno della stalla. Tuttavia, quando il corpo è stato consegnato alla famiglia dopo l’autopsia, i parenti hanno affermato che presentava lesioni visibili, tra cui lividi e ustioni, sollevando il sospetto che fosse stato sottoposto a tortura prima del decesso.
La vicenda ha sollevato le proteste da parte dei membri della comunità cristiana, che hanno posto il corpo su una strada e bloccato il traffico chiedendo giustizia e l’arresto dei responsabili. I manifestanti hanno invocato un’indagine trasparente e l’assunzione di responsabilità. A seguito delle dimostrazioni di piazza, la polizia ha registrato una denuncia preliminare (Fir) ai sensi della sezione 302 del Codice penale pakistano contro i due proprietari dell’azienda agricola, i principali sospettati per la morte del giovane bracciante.
Le autorità hanno dichiarato che è in corso un’inchiesta e saranno intraprese ulteriori azioni sulla base dei risultati delle analisi forensi e dell’autopsia. Ciononostante, i parenti della vittima hanno espresso insoddisfazione per il ritmo e la direzione dei lavori degli organi inquirenti. Parlando con i media, un membro della famiglia ha affermato di temere che il caso non venga perseguito adeguatamente a causa dell’influenza dell’imputato. “Non siamo soddisfatti delle indagini condotte finora. Marcus era il nostro unico figlio e ha lavorato onestamente per anni. Chiediamo un’indagine equa e trasparente - afferma - e una punizione severa per i responsabili della sua morte”.
Nel frattempo, la polizia ha anche registrato una denuncia separata contro diversi manifestanti, accusandoli di aver bloccato una strada pubblica e di aver interrotto il traffico durante la protesta tenutasi dopo la morte di Masih. (…)
Interpellato da AsiaNews Dilshad Masih, fratello di Marcus, ha affermato che la famiglia sta subendo pressioni affinché raggiunga un compromesso con gli accusati. “Siamo sottoposti - denuncia - a pressioni continue affinché risolviamo la questione e accettiamo un accordo con i colpevoli. Ci sentiamo insicuri a causa di queste pressioni”. “Chiediamo anche alla gente di evitare di diffondere notizie false sui social media riguardo al nostro accordo con i colpevoli; stiamo già subendo minacce dalla parte accusata. È un peccato - prosegue Dilshad - che coloro che hanno ucciso nostro fratello stiano inviando diverse persone della comunità per raggiungere un compromesso, ma, d’altra parte, la nostra gente sta subendo denunce penali per aver protestato e chiesto giustizia”. Il fratello spiega che la famiglia sta cercando giustizia e ha rifiutato qualsiasi offerta di risarcimento finanziario. “Non vogliamo il prezzo del sangue. Vogliamo giustizia - conclude - per questo brutale atto di violenza commesso contro Marcus”.
(di Shafique Khokhar Asia News 10/03/2026)
ETIOPIA - Appello dei vescovi del Paese: “Esortiamo tutti gli etiopi a resistere all’odio”, in seguito all’uccisione di cristiani ortodossi.
“Qualsiasi atto di violenza contro persone indifese non può essere giustificata da alcun insegnamento religioso, culturale o politico” dicono i vescovi della Conferenza episcopale cattolica etiope (CBCE) condannando gli atti di violenza e le atrocità commesse contro i civili in varie parti del Paese, in particolare i recenti massacri nella zona di Arsi, in Oromia.
La CBCE è “profondamente addolorata per le efferate e disumane uccisioni e distruzioni di proprietà che prendono di mira persone innocenti in diverse aree del nostro Paese, e in particolare per la ricorrente brutalità nella zona di Arsi” cita la dichiarazione, firmata dal Cardinale Berhaneyesus, C.M., Arcivescovo Metropolita e Presidente della CBCE, pubblicata il 9 marzo 2026.
Sottolineando la posizione della Chiesa, i presuli affermano: “la nostra Chiesa condanna fermamente questo atto disumano. Pertanto, al fine di garantire la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, esortiamo il governo ad adottare tutte le misure necessarie per mantenere lo stato di diritto”.
La stampa locale riporta che i massacri di Arsi rappresentano una tragica escalation di violenza, dove le violazioni dei diritti umani hanno raggiunto livelli catastrofici. Distretti come Shirka, Merti, Guna e Holonto sono diventati epicentri di brutalità, con civili che rischiano esecuzioni, feriti, distruzioni di proprietà su larga scala e sfollamenti forzati. Nel suo rapporto del marzo 2026 la Commissione etiope per i diritti umani (EHRC) ha documentato queste atrocità, rivelando una serie di attacchi sistematici che richiedono un intervento immediato da parte delle autorità federali e regionali. Il bilancio delle vittime ne sottolinea la gravità: 34 cristiani ortodossi uccisi di recente, di cui 26 a Shirka e 4 a Merti, portando a 164 vittime nella sola Shirka quest’anno, a cui si aggiungono 8 vittime ricoverate in ospedale, 8 persone scomparse e 2 rapimenti. Testimoni oculari dipingono un quadro di terrore incessante, le famiglie fuggono dalle loro case, la crisi umanitaria si aggrava, con migliaia di sfollati e le economie locali paralizzate dalla paura e dalla distruzione. Questa ondata di disordini si aggiunge ai conflitti in Oromia iniziati nel 2025, che hanno superato le 1.244 vittime civili, prevalentemente nelle zone di Arsi e Arsi Occidentale.
Con uno spirito di solidarietà ecumenica, la CBCE menziona in particolare i cristiani ortodossi che sono stati bersaglio di diversi attacchi alla fine di febbraio. Nello specifico il 26 febbraio un gruppo di estremisti hanno preso d’assalto un mercato nella zona orientale di Arsi, zona storicamente pacifica dove convivono musulmani e cristiani ortodossi, aprendo il fuoco sui cittadini. Venti cristiani ortodossi sono stati uccisi, una guardia musulmana, mentre alcuni sono scomparsi, probabilmente rapiti. Fonti locali riferiscono che un sacerdote era tra le vittime quando gli aggressori sono entrati in una chiesa intonando canti religiosi prima di sparare ai presenti. Gli aggressori hanno poi appiccato il fuoco alle case e ai raccolti, diffondendo il panico e costringendo molti residenti a fuggire nelle città vicine per cercare rifugio. L’assalto non è stato isolato: due giorni dopo, il 28 febbraio, altri aggressori hanno nuovamente colpito la comunità, uccidendo sette persone all’interno di una chiesa.
I vescovi hanno ribadito la loro condanna di qualsiasi forma di violenza contro innocenti, collaborando con la Chiesa ortodossa etiope, Tewahedo, il Consiglio supremo per gli affari islamici etiope e tutte le persone di buona volontà. “Esortiamo tutti gli etiopi a resistere all’odio, a non seguire questi tragici eventi e a respingere qualsiasi tentativo di creare divisione nella nostra società”.
(AP) (Agenzia Fides 11/3/2026)
LIBANO - i cristiani nel dramma: andarsene (e non poter tornare) o restare (e morire?)
C’è un tentativo di “convincere i cristiani ad andarsene?
LIBANO - P. Pierre ucciso nella guerra in Libano per non aver voluto lasciare la parrocchia
Aveva scelto di restare con la sua comunità nonostante l’ordine di evacuazione, mentre si intensificano le azioni militari sul fronte del conflitto tra lo Stato ebraico e Hezbollah.
(Abbiamo dato la notizia la settimana scorsa)
Un sacerdote cristiano è stato ucciso oggi nel sud del Libano durante un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha colpito il villaggio di Qlayaa, villaggio maronita di circa 8mila abitanti nel distretto di Marjeyoun, a pochi chilometri dalla frontiera israeliana. (…)
Nei giorni scorsi un drone israeliano ha ucciso anche Sami Ghafari, 70 anni, mentre si trovava nel giardino di casa sua. Era il fratello di p. Maroun Ghafari, parroco di Alma Shaab, un altro religioso che si è rifiutato di evacuare per difendere la neutralità del villaggio cristiano nel conflitto tra Israele e Hezbollah.
Anche secondo Hanna Daher non vi erano gruppi armati nella casa colpita. “Si dice che nella casa ci fossero dei combattenti, ma è falso. Sono menzogne”, ha affermato. “All’interno c’erano soltanto gli abitanti della casa e persone del villaggio venute ad aiutare i feriti”.
Il sindaco ha inoltre ribadito che la popolazione locale non intende lasciare il villaggio nonostante il crescente clima di tensione. “Siamo persone pacifiche e non facciamo male a nessuno. Il nostro villaggio è sicuro. Tutto ciò che chiediamo è di poter restare nelle nostre case in pace”, ha detto. “Non sappiamo se esista un piano per costringerci a lasciare le nostre terre, ma noi resteremo qui e non ce ne andremo”.
La situazione nel sud del Libano si è nuovamente deteriorata in seguito alla decisione di Hezbollah di prendere parte alla guerra che Israele e Stati Uniti hanno lanciato contro l’Iran. Negli ultimi giorni c’è stato un aumento dei bombardamenti israeliani che, secondo fonti locali, colpiscono sempre più spesso anche abitazioni civili, mentre centinaia di migliaia di persone sono già sfollate.
(Asia News 09/03/2026)
APPROFONDIMENTO: Le lacrime e la paura tra i cristiani del Sud del Libano
Nonostante i crescenti timori, le persone si rifiutano di lasciare le loro case come chiesto dallo Stato ebraico. Vescovo di Batroun critica (senza menzionarlo) Hezbollah che “attira” di proposito i colpi israeliani su case e campi ora a rischio di invasione. Critiche anche al governo di Beirut per un atteggiamento troppo servile e passivo. Attivista ad AsiaNews: “Se ce ne andiamo, il Sud è perduto”.
Analizzando i dodici giorni di guerra già trascorsi tra Israele e Hezbollah, il generale Khalil Gemayel, ufficiale in pensione dell’esercito libanese, spiega ad AsiaNews: “Anche se, apparentemente, finora assistiamo a una serie di incursioni, si tratta della prima fase di un’invasione. Nella dottrina militare, quando si chiede alle popolazioni di interi villaggi di evacuare una zona, significa che è in programma un’operazione militare [di terra] di grande portata”. Tuttavia, prosegue l’alto ufficiale, “nonostante la paura molti abitanti dei villaggi cristiani di confine si rifiutano di lasciare le loro case” come richiesto dall’esercito israeliano, convinti che una partenza potrebbe significare “non tornare mai più sulle loro terre”.
In questi giorni si è tenuta una conferenza stampa presso il Centro cattolico di informazione (Cci) alla presenza di Fouad Abounader, ex capo delle Forze libanesi, di una ventina di amministratori e sindaci dei villaggi interessati, e del vescovo maronita di Batroun, mons. Mounir Khairallah. Il prelato, che è anche presidente della commissione episcopale per l’informazione dell’Apecl (Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano), ha spiegato che queste richieste di evacuazione sono state causate indirettamente dalla guerra tra Hezbollah e le forze israeliane. Pur senza nominare direttamente il partito filo-iraniano, le cui attività militari e di sicurezza sono state dichiarate illegali, mons. Khairallah ha rimproverato ai combattenti sciiti di utilizzare indiscriminatamente case e campi, attirando così sui villaggi cristiani i colpi di rappresaglia.
Situazione ambigua
È stata proprio questa “situazione ambigua” a costare la vita al sacerdote di Qley’a, p. Pierre el-Rahi, e al fratello del parroco di Alma el-Chaab, Sami Ghafari, ha precisato il vescovo. Il quale, ha proseguito, teme che la loro persecuzione provochi “la fuga di tutti i cristiani” dai dodici villaggi al confine con il Libano meridionale, dopo aver già causato lo sfollamento forzato della popolazione dei due villaggi di Kaouzah e Alma el-Chaab.
Popolati da cristiani in maggioranza maroniti, questi villaggi la cui popolazione totale è stimata durante la bella stagione (in estate) a 75mila abitanti, hanno resistito a tutte le guerre combattute in queste regioni. “E questo dal 1948” assicura il vice del presidente del comune di Rmeich, Hanna Amil, durante la conferenza stampa tenuta al Cci. “Lasciamo le nostre case affidandole alla Provvidenza e all’intercessione della Vergine Maria e dei santi, che veglieranno su di esse in attesa del nostro sicuro ritorno” ha aggiunto il capo del comune di Alma el-Chaab, Chadi Sayah. Egli è dovuto partire, assieme ai concittadini, in un convoglio scortato dalla missione Unifil.
Tre morti ad Aïn Ebel
Con il cuore spezzato Fouad Abounader ci confida al telefono che tre uomini di Aïn Ebel, tra cui un parente stretto dell’ex patriarca maronita Antoine Khoreiche, sono stati uccisi ieri in un attacco con droni mentre stavano installando un’antenna parabolica sul tetto della loro casa. “È stato necessario contattare urgentemente i soccorsi per poterli recuperare. Li abbiamo trovati immersi in una pozza di sangue. La notizia ha sconvolto il villaggio e seminato dubbi e timori nei cuori di tutti coloro che contavano su uno status di relativa neutralità, in particolare rispetto a Hezbollah, per non dover abbandonare i loro villaggi” ha proseguito Abounader. A parlare è un ex signore della guerra, riconvertitosi al lavoro umanitario e sociale attraverso una Ong, Nawraj, il cui obiettivo principale è quello di frenare l’esodo rurale dai villaggi cristiani periferici .
Durante la conferenza stampa presso il Cci è intervenuto un altro degli amministratori dei villaggi del sud, il quale ha sottolineato che “gli stessi israeliani mostrano di non sapere cosa vogliano in realtà”. Infatti, sebbene il loro ministro della Difesa Israel Katz abbia annunciato ieri che il governo ha chiesto all’esercito di “ampliare il suo dispiegamento all’interno del territorio libanese”, non sembra essere stata ancora fissata alcuna data. Al contempo, l’alto funzionario israeliano ha messo in guardia contro l’inerzia del potere libanese assicurando che, in caso contrario, il suo Paese “intende appropriarsi” di parti del territorio libanese. (…)
Paura di un intervento militare
Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, sembra che l’intervento militare temuto dalla popolazione civile libanese non sia imminente e sono in molti a sperarlo. A sostegno di questa impressione, si cita il lancio di un centinaio di razzi da parte di Hezbollah, coordinato con un lancio di missili iraniani. Questi lanci hanno saturato le capacità del sistema Iron Dome, consentendo ai razzi iraniani di colpire il nord dello Stato ebraico in una operazione di apparente “successo” in risposta alla quale l’esercito israeliano ha giurato vendetta.
Per molti osservatori, questo spiega lo scatenarsi degli eventi nella notte tra l’11 e il 12 marzo e nella giornata di ieri, con l’ampliamento del raggio d’azione dei raid e degli attacchi con droni a Beirut. Ieri, un drone lanciato sul campus dell’Università libanese, vicino a Leylaki, un quartiere della periferia sud, ha ucciso il decano della Facoltà di Informazione Hussein Bazzi e il suo assistente. Lo stesso giorno, un drone ha causato 12 morti su una spiaggia sabbiosa di Beirut, Ramlet el-Beida, dove avevano trovato rifugio famiglie in fuga dalla periferia.
E ancora, un attacco su Aramoun ha decimato una famiglia di cinque persone. Inoltre, due edifici dei quartieri a maggioranza musulmana di Beirut, Bachoura e Zokak el-Blatt, sono stati bombardati, uno dei quali ospitava nel seminterrato i caveau della banca di Hezbollah, al-Qard al-Hassan. “Che volete, è guerra, non ci sono zone neutre” commenta ad AsiaNews una fonte ecclesiastica che chiede di restare anonima. Per mons. Elie Haddad, vescovo greco-cattolico di Tiro, intervistato da Télé-Lumière, “in questo momento bisogna essere più serpenti che colombe”.
Ira e amarezza
Alla sofferenza di dover comunque abbandonare le loro case, si aggiunge nei cuori degli abitanti l’amarezza e l’ira contro la “passività” dello Stato libanese. “Al funerale di p. Raï, l’esercito si è schierato a Kley’a. Perché non dovrebbe farlo tutti i giorni?”, si chiede il capo del suo comune, Hanna Daher, che si interroga anche sul motivo per cui i militari si sono ritirati da alcuni punti verso i quali avanzava l’esercito israeliano.
Fouad Abounader, dal canto suo, chiede una stazione di gendarmeria in ogni villaggio e una via di rifornimento sicura. Il responsabile indica anche la partenza anticipata della missione Onu (Unifil) alla fine del 2026, a sostegno delle sue richieste. Per un amministratore di Rmeich l’ora è fatidica: “Se ce ne andiamo, se il Sud è perduto, sarà tutto il Libano - ci racconta - a essere perduto!”. In realtà questi toni appaiono sin troppo foschi per il nunzio apostolico mons. Paolo Borgia, che oggi, insieme a Fouad Abounader, sta effettuando un giro nel Libano meridionale. Il prelato visiterà sei agglomerati urbani, tra cui Marjeyoun, di nuovo Kley’a, nonché Deir Mimas, Ebl el Saki, Kawkaba e Rachaya el-Foukhar, per verificare la situazione e la situazione della popolazione.
(di Fady Noun Asia News 13/03/2026)
HAITI - Ucciso da un drone un giovane aspirante sacerdote; preoccupazione per la sorte un sacerdote impegnato nella pastorale carceraria a un mese dal rapimento
Ucciso da un drone kamikaze utilizzato dalla polizia un giovane che aveva avviato il percorso per diventare sacerdote.
Secondo quanto riferisce il quotidiano haitiano PouSiOupaTKonnen, Jamesly Jean-Louis, è stato colpito da un drone il 7 marzo nel centro di Port-au-Prince, vicino al cimitero principale. Secondo quanto riporta il giornale il giovane mentre era a bordo di una motocicletta è incappato in un’operazione che la polizia stava conducendo nelle vicinanze. Forse per non perdere tempo nel ritornare a casa, il giovane ha fatto delle manovre che hanno insospettito gli agenti e un drone kamikaze lo ha colpito. Le immagini mostrano un corpo umano schiacciato dall’esplosione, senza arti inferiori e con uno zaino sul petto.
Dal 2017, Jamesly era membro della Sacra Famiglia di Santa Bernadette a Martissant. Profondamente devoto e desideroso di servire Cristo, aveva aderito ad altri gruppi, tra cui il Comitato Liturgico e il gruppo Kiro della parrocchia di Notre-Dame de la Caridad. Aspirante sacerdote, aveva già iniziato il percorso per entrare negli ordini religiosi, ma il mancato superamento degli esami finali ufficiali per gli studi classici (NSIV) nel luglio 2025 ne aveva rallentato il percorso verso il sacerdozio.
Dal 2025, una task force speciale di polizia ad Haiti, coadiuvata da contractor militari privati, utilizza piccoli droni commerciali armati di esplosivi in decine di attacchi contro le bande che imperversano nel Paese. Diverse centinaia di persone state uccise negli attacchi dei droni, peraltro utilizzati anche dalle bande criminali sia contro la polizia sia nei loro scontri interni. A farne le spese però vi sono anche comuni cittadini.
Nonostante le attività di polizia le bande criminali rimangono attive sul fronte dei sequestri di persona. Tra le persone rapite c’è pure padre Jean Robert Louis sequestrato il 5 febbraio. In un comunicato pubblicato il 5 marzo l’Arcidiocesi di Port-au-Prince esprime profonda preoccupazione per la salute di Padre Jean Robert, affetto da diabete grave.
“Da un mese, il reverendo padre Jean Robert Louis, sacerdote cattolico impegnato nella pastorale con detenuti e prigionieri, è stato rapito e sottratto alla sua missione” afferma il comunicato dell’Arcidiocesi che rivolge “un appello urgente a coloro che lo tengono in ostaggio e speriamo sinceramente che questo appello trovi la loro attenzione e che nostro fratello venga rilasciato al più presto affinché possa riprendere la sua missione pastorale”.
“Padre Jean Robert Louis ha dedicato una parte significativa del suo ministero all’accompagnamento dei prigionieri, ai quali rende testimonianza della misericordia di Dio” sottolinea l’Arcidiocesi. Il comunicato ricorda che “ogni essere umano possiede una dignità inviolabile che non può essere svenduta o sfruttata. Privare qualcuno della propria libertà e usarlo come oggetto di pressione o profitto è un’offesa diretta alla sua dignità fondamentale e un grave peccato contro la fratellanza umana”. “Dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per guarire e nutrire la nostra società, ferita da questi atti” conclude. (L.M.) (Agenzia Fides 9/3/2026)
TESTIMONIANZA
HAITI - Oltre le violenze e la crisi umanitaria: fatiche e attese di una comunità che trova forza e speranza solo in Dio
“L’anno 2026 dovrebbe essere un anno di svolta per Haiti, con le elezioni programmate per quest’anno e l’insediamento del nuovo Presidente con il Parlamento nel febbraio 2027. Ma tutto rimane ancora molto vago e molto molto incerto.” Lo dice all’Agenzia Fides padre Massimo Miraglio, missionario Camilliano, parroco della Chiesa di Nostra Signora del Soccorso, nella località montana di Pourcine Pic Makaya, che ha condiviso alcuni aggiornamenti dall’isola caraibica travolta ormai da anni da una grave crisi umanitaria oltre che socioeconomica.
“Attualmente il Paese è gestito da un primo ministro plenipotenziario che ha in mano il Paese insieme al suo gruppo di ministri e che in realtà dovrebbe solamente organizzare queste elezioni che ormai si aspettano da più di dieci anni” prosegue il missionario. “La situazione economica è drammatica, l’inflazione e il costo della vita sono altissimi. Ci sono enormi difficoltà di approvvigionamenti a causa delle strade interrotte. Anche a Jérémie, 300km dalla capitale Port au Prince, le cose arrivano ma dopo viaggi funambolici, in parte via mare e in parte via terra. Tutto ciò che arriva ha dei costi spaventosi a fronte di un Paese che è fermo, dove non c’è lavoro, e dove la gente fatica quotidianamente a mettere insieme il necessario per poter vivere. Si vive alla giornata e anche la speranza sta cominciando a venir meno, visto che non si intravedono all’orizzonte cambiamenti sostanziali per rimontare questa china spaventosa nella quale il Paese è precipitato. C’è un vuoto istituzionale spaventoso che ha portato questa situazione, un deriva veramente tragica, dove milioni di persone soffrono, sono costrette a vivere all’ombra nella paura più totale a causa delle gang che continuano a controllare la capitale Port au Prince.”
“Personalmente continuo a portare avanti il mio impegno per tenere viva la comunità, soprattutto attraverso le attività parrocchiali, con i giovani, con gli anziani, le attività religiose. La celebrazione delle feste religiose e civili sono appuntamenti importanti che è necessario rimettere al centro della vita comunitaria perché la comunità possa effettivamente vivere questi momenti come dei momenti di crescita comunitaria, di solidarietà, momenti in cui si mette insieme ciò che più è importante ossia la fede in Dio Misericordioso, che ci dà speranza e forza per attraversare tutti i problemi che la vita ci mette davanti.”
“Nella nostra parrocchia, anche se siamo tra le montagne, anche noi non possiamo non risentire di questa situazione drammatica che ci porta a lavorare in condizioni di emergenza e di questo malfunzionamento dello Stato. Malgrado ciò proviamo ad andare avanti con progetti che abbiamo avviato da 3 anni, soprattutto la scuola materna e elementare con i suoi oltre 200 alunni e la scuola pomeridiana per l’alfabetizzazione degli adulti (vedi Fides 10/10/2025). Andiamo avanti anche con i programmi dell’agricoltura, grazie all’appoggio di una ong che ci aiuta ad incrementare la produzione locale, principale fonte di ricchezza della popolazione. Tra marzo e aprile ricominceremo con un programma di pulizia dei sentieri e delle mulattiere. Si tratta di un programma essenziale per noi per permetterci di mantenere le vie di comunicazione pulite e sicure e per permettere il passaggio dei muli e quindi dei prodotti della terra che la gente produce e poi porta nei mercati circostanti. Le difficoltà rimangono enormi perché queste mulattiere si trovano su percorsi molto impervi e spesso anche la manutenzione che facciamo è una manutenzione temporanea perché non abbiamo mezzi per poter fare delle cose più strutturate. Ciò che rimane una priorità della parrocchia è quello di mantenere la gente unita, cercare di creare attività che facilitano la coesione sociale e il lavoro comunitario. Che facilitano una visione comune e un desiderio di andare avanti malgrado la situazione sia difficile e malgrado spesso le notizie che vengono da Port au Prince, o da Jeremie siano veramente molto scoraggianti.”
Padre Miraglio rimarca inoltre le criticità del settore sanitario. “Uno dei settori in difficoltà è sicuramente quello sanitario. A Jèremiè la situazione è drammatica, i pazienti che ogni giorno arrivano non trovano risposte adeguate alle loro necessità e problemi. Ci sono solo piccoli ambulatori privati, ma che spesso non hanno la capacità di rispondere a emergenze o rispondere a casi più complessi. Di conseguenza la situazione per la stragrande maggioranza dei malati è veramente drammatica. Spesso poi vengono inviati in altri ospedali della zona che spesso sono nelle stesse condizioni e, soprattutto se si tratta di ospedali privati, sono estremamente costosi e quindi riservati solamente una piccola fascia della popolazione. Anche per noi a Pourcine è diventata un’urgenza la costruzione di un piccolo ambulatorio in grado di gestire le emergenze (vedi Fides 3/12/2025). Siamo isolati, lontani dall’ospedale, i materiali da costruzione sono molto distanti ed è molto faticoso portare la sabbia in loco. Per ovviare stiamo studiando delle alternative per vedere come riuscire a costruire un piccolo ambulatorio che potrà arrivare a servire 3000/3500 persone, a cui potranno affluire anche le altre località limitrofe per le prime urgenze. Un dispensario che non soltanto permetterà alle persone di avere possibilità di incontrare un infermiere, un medico, ma soprattutto avviare un lavoro di prevenzione e formazione sanitaria anche per tutti. Per noi che siamo così lontani è fondamentale prevenire perché spesso quando si deve curare è già troppo tardi. Cercheremo inoltre di mettere in piedi un sistema anche semplice per trasportare i malati nel fondovalle, per far sì che i casi più gravi arrivino rapidamente a Jérémie nell’ospedale”.
“Nei mesi di febbraio e marzo la gente è molto occupata nei lavori della terra che sono molto faticosi e spesso anche in campi e in zone molto lontane dalle loro abitazioni. Uno sforzo che fanno con grande generosità e con tanta speranza perché la produzione di questo periodo può garantire delle entrate che permettono loro di affrontare le spese indispensabili di una famiglia per poter andare avanti. Nei prossimi mesi vedremo come rafforzare la produzione di banane locali. Purtroppo con il passaggio dell’uragano nel mese di ottobre Melissa (vedi Fides 5/11/2025) gran parte dei bananeti, fonte di reddito e soprattutto fonte di alimentazione, sono andati persi. La grande sfida è quella di passare da un agricoltura primitiva, che ha una scarsa produttività, a un’agricoltura più comunitaria, con una maggiore produttività e anche con una maggiore capacità di gestire tutta una serie di eventi che talvolta rendono complicato il lavoro dei campi.”
“Siamo entrati nel periodo della Quaresima – conclude il missionario Camilliano -, la comunità è impegnata con le celebrazioni domenicali, la recita del Rosario, la Via Crucis, momenti importantissimi per ravvivare la fede e la speranza, per mantenerci uniti e solidali. L’auspicio è che questo periodo possa diventare per la comunità di Pourcine un momento di riflessione e di preghiera, in cui si prende coscienza anche degli errori fatti e dei nostri limiti. Con l’obiettivo di creare una bella comunità cristiana, abitata dallo Spirito, una comunità che vuole vivere quotidianamente i valori del Vangelo. Una comunità che ha il Signore al centro della sua vita e che vuole avanzare verso una vita dignitosa, dove tutti possono avere il minimo indispensabile per progredire.”
(AP) (Agenzia Fides 14/3/2026)
