2026 02 25 NIGERIA

NIGERIA:
- Nigeria nel sangue, assalto a sette villaggi.
- Marcia del clero per sollecitare l’attenzione sulle violenze nelle Stato di Taraba.
- Leah Sharibu è ancora prigioniera dopo otto anni
- I cattolici tornano “a migliaia, non a centinaia”, affermano i vescovi

INDIA - Nei cimiteri pubblici, spazio per i defunti di tutte le comunità religiose: la conferma della Corte Suprema, la gioia dei cristiani

GUERRE DIMENTICATE: SUDAN E SUD SUDAN
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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NIGERIA -Nigeria nel sangue, assalto a sette villaggi. Chiesa in prima linea per pace e carità
Almeno 30 i civili rimasti uccisi in un nuovo attacco nel nord-ovest del Paese africano da parte di alcuni gruppi jihadisti. In aumento anche i rapimenti e le rapine delle bande criminali. Monsignor Anselm Pendo Lawani, vescovo della diocesi di Ilorin: “I responsabili agiscono nell’impunità a causa della lenta risposta del governo


Il dolore senza fine della Nigeria è tornato a materializzarsi nella giornata di ieri (19 febbraio) in sette villaggi dello Stato di Kebbi, a nord-ovest del Paese africano. Un gruppo armato di jihadisti ha preso d’assalto gli abitanti di Mamunu, Awasaka, Tungan Tsoho, Makangara, Kanzo, Gorun Naidal e Dan Mai Ago che avevano provato ad opporsi agli aggressori: è stata una carneficina. Almeno 30 i civili uccisi, ma tra i soccorritori c’è chi giura che i corpi da recuperare siano ancora molti.

Drammatica situazione
Una drammatica sequenza di sangue che fa parte di un copione di morte già visto anche in altre parti della nazione, alle prese, come se non bastasse, anche con l’impennata dei sequestri e degli omicidi delle bande criminali che si contendono i terreni e le risorse naturali. «La situazione attuale dei rapimenti e delle violenze sta peggiorando ed i responsabili agiscono nell’impunità a causa della lenta risposta del governo» ammonisce monsignor Anselm Pendo Lawani, vescovo della diocesi di Ilorin, che comprende la maggior parte dello Stato occidentale del Kwara

Zone più colpite
A guardare sulla cartina della Nigeria le zone più colpite si ha l’impressione che non ci sia neppure una città che si salvi: il nord-ovest ed il nord-est; il centro-nord; il sud-est ed il sud-ovest. E poi, ci tiene a precisare il vescovo in un colloquio con i media vaticani «il territorio della capitale federale, ed altri luoghi come Benue, Oyo, Ogun ed Ekiti». Nell’elenco c’è anche il nome della sua diocesi, forse una di quelle più insanguinate. «Lo scorso 3 febbraio alcuni gruppi armati hanno attaccato i villaggi rurali di Woro e Nuku uccidendo 200 persone. Hanno anche dato fuoco a case e negozi e la popolazione, per la paura, è fuggita nella boscaglia circostante. È stato l’assalto più mortale mai registrato in Nigeria».

Cause diverse
Le cause delle violenze sono diverse, sfaccettate. Monsignor Lawani prova a metterne in luce alcune, quelle fondamentali. Da una parte «ci sono diversi gruppi militanti di estremisti islamici, come Boko Haram e lo Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap), che hanno acquisito una presenza importante nel nord del Paese, a maggioranza musulmana». Dall’altra, nel centro della nazione, dove a prevalere ci sono ampie aree cristiane e per lo più cattoliche, «esistono membri radicalizzati ed armati del gruppo etnico Fulani che stanno generando caos». Un caos fatto anche di rapimenti a scopo di estorsione ed assalti compiuti con l’intento di rapinare le vittime, azioni criminali che spesso finiscono in tragedia.

Diocesi coinvolta
Il vescovo Lawani racconta che la sua diocesi è in prima linea per affrontare questa situazione che appare disperata: «Cerchiamo di aiutare le persone colpite dando loro un alloggio, se lo hanno perso, cibo e vestiti. Ad esempio, un gruppo composto da musulmani e cristiani è stato accolto in una nostra parrocchia dopo che era fuggito per salvarsi la vita».

Popolazione spaventata
Ma la recrudescenza degli attacchi e dei rapimenti spaventa al punto tale che molti fedeli, la domenica, rinunciano anche ad andare a messa: «Preferiscono rimanere in casa con la propria famiglia per motivi di sicurezza. Mentre molte altre famiglie hanno preferito addirittura abbandonare la diocesi. Così stiamo assistendo non solo alla diminuzione della partecipazione alle celebrazioni eucaristiche ma anche alle altre attività ecclesiali».

Impegno alla carità
Tutta la Chiesa nigeriana è impegnata a promuovere la pace ed il dialogo attraverso progetti che puntano a ridurre i conflitti tra cristiani e musulmani. «Nella diocesi di Ilorin — spiega monsignor Lawani — incoraggiamo i parrocchiani a partecipare alle attività della Christian association of Nigeria (Can), un organismo che riunisce i cristiani e li mette in contatto con altri fedeli di altre confessioni cristiane e con coloro che praticano ancora la religione tradizionale. Tuttavia, questi sforzi devono affrontare diverse sfide: l’esclusivismo dottrinale, le rivalità interne alle denominazioni e, in alcuni casi, l’uso strumentale dei sentimenti religiosi da parte dei politici».
(Federico Piana - Vatican News 19 febbraio 2026)

NIGERIA - Marcia del clero delle diocesi di Wukari e di Jalingo per sollecitare l’attenzione sulle violenze nelle Stato di Taraba

“Più di 80 persone sono state uccise finora, molte altre sono rimaste ferite, mentre oltre 200 comunità e chiese sono state distrutte e oltre 90.000 cristiani sono stati costretti a lasciare le loro case” ha denunciato padre James Yaro, Vicario Apostolico di Wukari che ha guidato la marcia di protesta del clero delle diocesi di Wukari e di Jalingo tenutasi il 12 febbraio a Jalingo, capitale dello Stato di Taraba, nell’est della Nigeria.
La marcia è stata indetta per chiedere un intervento immediato da parte del governo per fermare l’ondata di omicidi, rapimenti e distruzioni che colpisce le comunità agricole cristiane, in particolare la popolazione Tiv nel sud di Taraba, dove secondo padre Yaro è in atto “un genocidio nei confronti dei cristiani”.
Secondo gli organizzatori della protesta gli attacchi sono concentrati nelle aree governative locali di Takum, Donga e Ussa. Gli attacchi sono perpetrati da milizie Fulani, che di solito colpiscono di notte, uccidendo chiunque capiti loro a tiro, saccheggiando e dando fuoco case e chiese.
In questo modo, secondo padre Yaro, “le milizie Fulani sono riuscite a prendere il controllo di intere fattorie appartenenti a famiglie cristiane ed ora hanno ora iniziato a raccogliere i prodotti agricoli delle comunità sfollate e a darli in pasto ai loro animali”. “Hanno inoltre commesso innumerevoli atrocità, come stupri, e a volte bloccano le strade e uccidono innocui agricoltori” riferisce il Vicario apostolico.
Padre Yaro chiede “che un adeguato numero di personale di sicurezza venga mobilitato e dispiegato con urgenza nell’entroterra, dove questa carneficina si sta consumando senza sosta”. “Il governo a tutti i livelli deve impegnarsi a garantire la sicurezza e a portare davanti alla giustizia i complici e gli autori di questi crimini efferati contro l’umanità, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica, politica e religiosa”.
Il Vicario apostolico di Wukari si sofferma inoltre sulla difficile situazione degli sfollati interni che “richiede un intervento immediato da parte del governo, delle agenzie umanitarie, delle ONG, dei filantropi e delle persone di buona volontà”.
“Le urgenti necessità degli sfollati includono, tra le altre cose, generi alimentari, biancheria da letto, articoli per l’igiene personale, assistenza medica e tende temporanee, al fine di evitare un grave disastro umanitario”.
Padre Yaro conclude rivolgendo un appello al dialogo per porre fine alle violenze. “È opportuno – afferma- che i principali attori chiave, quali i governanti tradizionali, i leader religiosi, le agenzie di sicurezza, i presidenti dei governi locali e i leader politici della zona interessata, si incontrino e si impegnino sinceramente in un dialogo costruttivo volto a promuovere una pace e una stabilità durature nella regione meridionale di Taraba”. (L.M.) (Agenzia Fides 13/2/2026)

MEMORIA E PREGHIERA

NIGERIA - Leah Sharibu è ancora prigioniera dopo otto anni
Leah Sharibu è stata rapita da Boko Haram otto anni fa e si trova ancora prigioniera in Nigeria. Un’altra giovane donna che ha vissuto la stessa esperienza condivide la sua testimonianza.

“Dio ci ha liberati. Vi libererà”. Queste sono le parole su un cartello esposto da una giovane donna in Nigeria. Altre due donne accanto a lei tengono cartelli fatti in casa simili, con la scritta: “Leah, preghiamo per te!!!” e “Non sei dimenticata”.

Queste donne pregano per Leah Sharibu, rapita da militanti islamisti il 19 febbraio 2018, quando aveva 14 anni. Più di cento altre studentesse furono rapite nello stesso momento, ma Leah fu l’unica a rimanere prigioniera, perché si rifiutò di rinnegare Gesù.

Molti di voi hanno pregato fedelmente per Leah negli ultimi otto anni, e queste preghiere stanno sostenendo la sua famiglia in attesa. Ma queste tre giovani donne hanno un motivo speciale per pregare. Ognuna di loro ha vissuto ciò che Leah sta vivendo.

Rapimento e aggressione
Presso il centro di assistenza traumatologica, organizzato e finanziato dai partner locali di Open Doors, una delle donne ha raccontato la sua storia.
“Vivevo una vita felice “, racconta Alheri (nome cambiato per motivi di sicurezza).
“Poi, nel settembre 2014, Boko Haram ha invaso la nostra città”. Aveva solo 12 anni.
“Quando arrivarono, l’intera città fu piena di spari”, continua. “Uccisero alcune persone; quelle che riuscirono a scappare, scapparono. Quelle che riuscirono a catturare, le catturarono.”
Alheri era una delle ragazze e delle donne rapite e condotte nella boscaglia. Alla fine, è stata costretta a sposare un militante di Boko Haram. Ha subito continue aggressioni sessuali e altre violenze, e ha avuto due aborti spontanei. In quanto cristiana, era vulnerabile ai peggiori abusi fisici.
“Ci picchiavano. Sono stata picchiata da diverse persone”, racconta. “Ci hanno persino minacciato con le loro pistole, dicendo che dovevamo diventare musulmane e accogliere le loro dottrine, altrimenti ci avrebbero uccise”. Nonostante fosse così giovane e vulnerabile, Alheri – come Leah – è rimasta ferma. “Non ho rinunciato alla mia fede”, racconta.

Sei anni di prigionia
A un certo punto, l’uomo, il cosiddetto “marito” di Alheri, fu ucciso, ma lei fu tenuta prigioniera. Per sei anni, Alheri continuò a implorare Dio per la sua libertà: “Mentre stavo con loro, pensavo: ‘O Dio, ti prego, non lasciarmi con queste persone malvagie. Dio, ti prego, salvami, portami via da qui, o mio Dio lassù’“.
Dopo sei anni, le sue preghiere furono esaudite. Alheri e altre tre ragazze colsero l’occasione e corsero via. “Abbiamo sentito il raglio di un asino e abbiamo seguito il suono: abbiamo trovato dei Fulani”, ricorda. “Abbiamo chiesto loro la via d’uscita e ci hanno mostrato come raggiungere la strada. Abbiamo continuato a camminare finché non mi sono trovata vicino alla città. Poi sono arrivata a casa”.

Calvario continuo
Sebbene Alheri sia grata per essere riuscita a salvarsi, la sua vita ha continuato a essere dura. Sua madre è morta di infarto, un evento purtroppo comune tra coloro che aspettano la liberazione dei propri cari. Molti genitori sviluppano ipertensione o diabete a causa dello stress estremo. “Credo che sia stato perché sono stata rapita che ha avuto un infarto ed è morta”, dice Alheri.
Oltre a ciò, alcuni membri della comunità di Alheri l’hanno schernita e insultata fin dal suo ritorno: “Alcuni dicevano ‘la sposa di Boko Haram, la moglie di Boko Haram’... Alcuni sono disgustati da noi”.

“Durante i giorni che ho trascorso qui, la mia vita è cambiata.”
L’assistenza post-traumatica offerta dai partner locali di Open Doors sta contribuendo a ripristinare il senso di identità di Alheri. Le stanno dimostrando amore e conforto. “Sono venuta a conoscere le persone che lavorano qui e non ci hanno disgustate”, racconta. “Non ci hanno trascurate, anzi, ci hanno accolte. Le cose che non ci aspettavamo di ottenere nella vita, le abbiamo ottenute qui. Le cose che provavo prima, come il mal di stomaco o il battito cardiaco accelerato, non le provo più. Onestamente, nei giorni che ho trascorso qui, la mia vita è cambiata”.

La speranza di Alheri per Leah
Alheri e altre giovani donne continuano a pregare con fervore per Leah e tutti gli altri prigionieri. “Il Dio che ha salvato me dovrebbe anche liberarli da quel roveto”, prega. “Dio dovrebbe liberarli dalle loro sofferenze e riportarli a casa, proprio come ha fatto con noi. Non solo Leah, ma molti cristiani là fuori stanno attraversando momenti di sofferenza”.

Continuate a pregare per Leah Sharibu, per la sua famiglia e per tutti coloro che sono tenuti prigionieri. Le vostre preghiere oggi possono aiutare a sostenere nostra sorella.
(Open Doors 18 febbraio 2026)

SPERANZA
NIGERIA - I cattolici tornano “a migliaia, non a centinaia”, affermano i vescovi
Migliaia di cattolici nel nord-est della Nigeria sono tornati in chiesa sfidando le loro paure dopo oltre 15 anni di violente insurrezioni.

Il vescovo John Bakeni e il vescovo Oliver Doeme, della diocesi di Maiduguri, nello stato di Borno, hanno dichiarato all’organizzazione benefica cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) che i fedeli stavano tornando “a migliaia, non a centinaia”.
Maiduguri è la culla di Boko Haram, un gruppo islamista che ha scatenato una brutale insurrezione nella zona dal 2009, uccidendo circa 20.000 persone e costringendone allo sfollamento oltre due milioni. Negli ultimi anni, i jihadisti si sono espansi in altre aree, costringendo molti sfollati a fare ritorno.

Il vescovo Doeme ha affermato che la situazione a Maiduguri è “migliorata” rispetto ad altre parti della Nigeria. Ha aggiunto: “La fede della nostra gente è incrollabile. Il numero di cattolici nella nostra diocesi ora è superiore a quello che avevamo prima della crisi di Boko Haram. Si celebrano molti matrimoni, il numero di bambini che ricevono la Santa Comunione è aumentato vertiginosamente, il numero di bambini battezzati è salito a 1.000. La differenza è di migliaia, non di centinaia”.
Il vescovo Doeme ha dichiarato ad ACS: “Quando la crisi è iniziata nel 2009, soprattutto fino al 2014, abbiamo subito attacchi violenti e organizzati contro le nostre diverse comunità cristiane, che hanno portato allo sfollamento di massa della nostra popolazione”. Ha aggiunto che più di 90.000 cattolici sono stati sfollati e più di 1.000 cattolici sono stati uccisi. Delle 279 persone, compresi i bambini, rapite, 100 non sono tornate.

Anni di persecuzione non hanno fatto altro che rafforzare la fede dei cattolici nel nord della Nigeria
Ha aggiunto: “I giovani sono stati arruolati con la forza nell’esercito di Boko Haram. Alcuni sono tornati, ma altri sono ancora con loro”. Ha aggiunto che sono state distrutte più di 200 chiese e 10 parrocchie, oltre a proprietà residenziali e cliniche.

Durante l’insurrezione, i vescovi non hanno smesso di recarsi al servizio della popolazione. Hanno continuato a recarsi nei villaggi e nelle zone rurali e a impartire loro i sacramenti.
Il vescovo Doeme ha aggiunto: “La situazione non ha fatto altro che rafforzare la fede del nostro popolo. Nel momento in cui la Chiesa affronta la persecuzione, le persone diventano più vive, la loro fede più attiva, questa è la nostra esperienza.
Nonostante gli spari, nonostante gli attentati dinamitardi, nonostante la serie di attentati, la gente ha dimostrato una fede incrollabile. Li troverete a messa per ricevere i sacramenti. I sacerdoti sono stati molto forti nella fede e coraggiosi”.

Uno sforzo concertato per combattere Boko Haram ha portato a un periodo di relativa stabilità
Il vescovo Bakeni ha dichiarato ad ACS: “Stiamo vivendo un po’ di pace nella nostra diocesi, ma in molte parti della Nigeria la situazione è instabile e dormiamo con gli occhi aperti”. Ha aggiunto che “una nube di paura, ansia e insicurezza aleggia sul nostro Paese”. Ha aggiunto: “Ogni giorno i nigeriani vengono uccisi, rapiti o rapiti. Questa è diventata una realtà. Questo sottolinea la situazione attuale della nostra nazione”.
Il vescovo ha ringraziato i benefattori di ACS per il sostegno che nel corso degli anni ha aiutato le persone a ricostruire le proprie vite. Il vescovo Bakeni ha aggiunto: “Come diocesi, vi siamo ancora in debito perché senza ACS la storia di Maiduguri sarebbe stata molto diversa”.
(ACS Notizie dalla Nigeria 18 febbraio 2026)

INDIA - Nei cimiteri pubblici, spazio per i defunti di tutte le comunità religiose: la conferma della Corte Suprema, la gioia dei cristiani

“Questo verdetto rappresenta un progresso fondamentale nella tutela della dignità dei defunti, nel rispetto dei diritti religiosi e culturali delle comunità cristiane”: con queste parole lo “United Christian Forum (UCF)”, forum ecumenico dei fedeli cristiani indiani, accoglie la sentenza della Corte Suprema che pone fine alla pratica dell’esumazione illegale – ovvero il disseppellimento dei defunti dalle loro tombe – in Chhattisgarh, stato dell’India centrorientale. La Corte ha stabilito che tutti i cittadini, di qualsiasi etnia e religione, hanno pieno diritto a seppellire i propri defunti nei cimiteri pubblici comunali, rimarcando le conseguenze penali per chi vi si oppone. La pratica della esumazione illegale era condotta da persone che si opponevano alla diffusione fede cristiana in alcuni villaggi nel Sud dello stato e che non ammettevano la presenza dei defunti cristiani.
A dicembre del 2025 un tribunale aveva emesso un’ordinanza provvisoria di sospensione immediata delle esumazioni di corpi sepolti in Chhattisgarh, dopo una denuncia presentata da avvocati e medici locali.
Il ricorso narrava le terribili circostanze affrontate dalle famiglie cristiane nei villaggi tribali, dove i loro parenti defunti vengono rimossi con la forza dai luoghi di sepoltura comunitari. I cimiteri, tradizionalmente a disposizione di tutti gli abitanti dei villaggi, venivano informalmente riservati a determinati gruppi religiosi, escludendo di fatto i cristiani, costretti a seppellire i propri defunti anche a oltre 50 chilometri di distanza dalle loro case.
La denuncia ha rilevato anche che la polizia locale le autorità non sono riuscita a proteggere le famiglie cristiane da tale discriminazione, e ha chiesto allo stato di intervenire per garantire che i cimiteri fossero comuni, in modo da tutelare l’armonia sociale e religiosa.
“Ora la sentenza della Corte è chiara e il Governo del Chhattisgarh dovrà farla rispettare, per prevenire ulteriori traumi alle famiglie in lutto e difendere i diritti costituzionali”, osserva in un messaggio inviato all’Agenzia Fides Michael Williams, Presidente nazionale dell’UCF,
L’UCF ha registrato 23 incidenti relativi alle sepolture nel 2025, notando “un modello sistematico di intimidazione, violenza e discriminazione contro i cristiani tribali”.
(PA) (Agenzia Fides 21/2/2026)

GUERRE DIMENTICATE: SUDAN E SUD SUDAN
SUDAN
La guerra in Sudan è scoppiata nell’aprile 2023 tra le Forze armate rivoluzionarie (RAF) e l’esercito regolare e da allora ha causato la morte di decine di migliaia di persone e lo sfollamento interno ed esterno di oltre 13 milioni di persone, oltre a devastare il Paese e a trasformarlo nel teatro della peggiore crisi umanitaria del pianeta. Con più di 15 milioni di individui costretti ad abbandonare le proprie case, il Sudan è inoltre, attualmente, la Nazione con più sfollati al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023, le vittime sarebbero almeno 150mila.
Il Paese detiene il primato globale della fame estrema. La denuncia di Azione contro la Fame: oltre 375.000 persone sono a rischio immediato di morte, mentre la risposta umanitaria resta gravemente sottofinanziata e ostacolata dal conflitto
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Secondo gli ultimi dati dell’Ipc (Integrated food security phase classification), la carestia è stata ufficialmente dichiarata in due nuove aree del Darfur settentrionale: Um Baru e Kernoi, entrambe a nord di El Fasher. “Dobbiamo ricordare che carestia non è un termine generico per indicare una mancanza di cibo”, spiega Simone Garroni, Direttore generale di Azione Contro la Fame – Italia. “È una definizione tecnica che si utilizza solo quando si verificano condizioni precise: almeno il 30% dei bambini in stato di malnutrizione acuta e almeno due morti al giorno ogni 10.000 persone. Sono dati che descrivono una situazione incredibilmente difficile”.

Sudan, il silenzio assordante attorno al conflitto
Si calcola in 14 milioni il numero di persone costrette a lasciare la propria casa e in 150 mila le vittime della violenza che scuote il Paese africano, dimenticato dalla comunità internazionale. La denuncia è arrivata nel corso di un webinar di 18 organizzazioni della società civile

Silenzio assordante: un ossimoro per spiegare cosa accade in Sudan e attorno al Sudan, un Paese nel cuore dell’Africa fatto a pezzi, quasi mai però sulle prime pagine dei giornali o al centro dell’agenda internazionale. Dalle rive del Mar Rosso sino alla regione del Darfur al confine con il Ciad, a est e a ovest del Nilo, è ferito dai bombardamenti dei droni e dai raid delle milizie, che uccidono civili e calpestano il diritto umanitario, colpendo scuole, mercati, ospedali. L’ossimoro è il titolo di un webinar, “Guerra in Sudan: un silenzio assordante”. L’obiettivo dell’incontro è informare e, allo stesso tempo, invitare all’azione. A promuoverlo, ieri, 18 organizzazioni della società civile, di area cattolica e non, in prima fila sia nel chiedere un impegno politico per la pace anche da parte dell’Italia e dell’Europa sia nel sostenere le vittime: 14 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, senza contare chi ha bisogno di tutto né i morti, almeno 150.000, secondo stime delle Nazioni Unite, e forse di più.

La testimonianza
Online si parte dalle notizie. «Qui a Khartoum stanno tutti ricostruendo, è come un unico grande cantiere», riferisce Duaa Tariq, attivista dei comitati di quartiere sentita dai media vaticani a margine del webinar. Non è una testimone tra tanti. È rimasta nella capitale sudanese per tutti i mille e più giorni di conflitto: quando erano avanzati i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) guidati dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, e quando sono rientrati i reparti dell’esercito fedeli a un altro generale, riconosciuto dall’Onu come presidente, Abdel Fattah Al Burhan.

I bisogni medici
A segnare Khartoum, più ancora dei cantieri, sono i bisogni. Ce ne parla Rossella Miccio, presidente dell’organizzazione italiana Emergency, appena rientrata da una missione nella capitale. «Il nostro ospedale di cardiochirurgia Salam Center continua ad accogliere pazienti», riferisce, «e la buona notizia è la riapertura della struttura pediatrica nello slum di Mayo, che eravamo stati costretti a chiudere dopo l’inizio dei combattimenti nell’aprile 2023». Khartoum è una città che cerca di ripartire, nonostante le devastazioni. La presidente di Emergency sottolinea che per molte persone «la casa non c’è più» e che attraversare in automobile il centro della città è come «un pugno nello stomaco». Non solo. «Ancora oggi in molti quartieri manca l’elettricità», continua Miccio. «Il Salam Center riesce a funzionare perché le autorità hanno accordato la priorità alle infrastrutture ospedaliere e sanitarie, essenziali perché le persone possano rientrare». Di cure si occupa anche un’altra ong italiana, Ovci - La nostra famiglia, socia della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv). I suoi dottori e fisioterapisti hanno dovuto lasciare due centri nell’area di Khartoum, ma non hanno abbandonato il Sudan. Stanno continuando il loro lavoro nella regione di Kassala, sotto il controllo dell’esercito, più a est. «Cura e impegno nella fisioterapia pediatrica e riabilitativa sono anzitutto per le mamme e i bambini», sottolinea Mohammed Alsadig, rappresentante di Ovci nel Paese, una delle voci del webinar.

Le aree di combattimento
Molti dei combattimenti si concentrano oggi nella regione del Sud Kordofan, sulla strada che dalla capitale presidiata dall’esercito porta verso il Darfur sotto il controllo dei paramilitari. Ne parla Adambosh Nor, rappresentante della comunità di rifugiati sudanesi in Italia. «Nei giorni scorsi», riferisce durante il webinar, «è stata confermata la rottura dell’assedio della città di Dilling, che per due anni era stata tagliata fuori dai rifornimenti di beni essenziali». Come in Darfur e nei campi profughi in Ciad, però, anche in Sud Kordofan c’è un divario tra necessità e risorse disponibili. «I mercati sono ormai vuoti e i civili intrappolati non hanno accesso né al cibo, né ai servizi di base», ha denunciato ieri l’organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council. È per questo che chi può fugge. Lo sottolinea suor Elena Balatti, missionaria comboniana, direttrice della Caritas a Malakal, in Sud Sudan. Sul lato meridionale della frontiera, dopo anni di conflitto interno seguiti all’indipendenza da Khartoum, i flussi migratori si sono invertiti. «Con dolore» testimonia la missionaria, «abbiamo visto tornare tanti sud-sudanesi che avevano già una fuga alle spalle e che dopo essersi ricostruiti una vita dignitosa in Sudan sono stati costretti a ripartire ancora».

Il ruolo dell’informazione
Ci sono poi altre voci dall’Italia. Alfio Nicotra, dell’associazione delle Ong Aoi, preannuncia due giorni di mobilitazione per la pace, con un appuntamento anche al Parlamento europeo. Chiude Ivana Borsotto, presidente di Focsiv. È convinta che il ruolo dell’informazione sia fondamentale, proprio come l’unità della società civile, chiamata a interrogare e sollecitare la politica. «Perché — scandisce denunciando i profitti del traffico internazionale di armi — «siamo al di sotto delle nostre capacità come diplomazia per costruire la pace». Il messaggio è: ora basta silenzio. Per il Sudan bisogna fare rumore. (di Vincenzo Giardina, Vatican News 03 febbraio 2026)

SUD SUDAN

A 15 anni dall’indipendenza non c’è tregua per gli oltre 12 milioni di abitanti del paese più giovane del mondo. Decenni di conflitto e isolamento, dovuti dapprima alla guerra tra il 1955 e il 2005, hanno causato una crisi umanitaria devastante che continua a trascinare l’intera popolazione. Raggiunta l’indipendenza dal Sudan nel 2011, tra il 2013 e il 2018 nel Paese è scoppiato un nuovo conflitto interno a causa di contrasti tra le principali cariche istituzionali della neonata Repubblica. Lo scontro politico è tra il presidente Salva Kiir e l’allora vicepresidente Riek Machar. Nonostante l’accordo di pace del 2018 e la formazione di un governo di unità nazionale, le tensioni e scontri armati tra le forze governative Sspdf e l’Spla-Io stanno progressivamente ma inesorabilmente riaccendendosi. Il conflitto è ufficialmente terminato a settembre 2018 con la firma tra le parti del Revitalized Agreement on the Resolution of the Conflict in the Republic of South Sudan (R-ARCSS) (vedi Fides 20/9/2018).
Tuttavia la situazione rimane difficile e l’accordo di pace rimane a rischio (vedi Fides 5/3/2025).
È di queste ultime settimane un’escalation di violenze tra esercito e forze di opposizione. Secondo un recente rapporto dell’Unicef, dalla fine di dicembre 2025 si sono intensificate le violenze in particolare nelle regioni settentrionali e centrali del Paese. Nello Stato di Jonglei, almeno 280mila persone sono state sfollate tra questi, la maggior parte sono donne e bambini che rischiano di essere uccisi, mutilati o essere reclutati dai gruppi armati. Crescono malnutrizione e carestia, il sistema sanitario è al collasso, dilagano colera e malaria.

Il Sud Sudan e la pace fragile, oltre 825 mila bambini a rischio malnutrizione
L’escalation degli scontri nelle regioni del centro e del nord sta causando una nuova crisi umanitaria nel “giovane” Paese africano. Solo nello stato di Jonglei si contano quasi 300 mila sfollati. La Chiesa e la comunità internazionale richiamano all’urgenza del dialogo

La devastante escalation di violenza delle ultime settimane negli stati di Jonglei, Unità ed Equatoria ha spinto oltre 825.000 bambini sud sudanesi nel baratro della malnutrizione acuta. A lanciare l’ultimo allarme sul grave deterioramento della situazione umanitaria e di sicurezza nel Sud Sudan è stata l’Unicef. Ma negli ultimi giorni, seppure nell’oblio generalizzato del panorama mediatico, anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso «grave preoccupazione» per l’intensificarsi degli scontri negli stati di Jonglei e dell’Equatoria orientale, oltre che in altre aree del centro e del nord del Paese, invitando tutte le parti coinvolte a ridurre immediatamente le tensioni e a cessare le ostilità. (…) (di Valerio Palombaro - Vatican News 15 febbraio 2026)

Nel Sud Sudan senza pace vengono bombardati anche gli ospedali
La denuncia di Medici senza frontiere: «Qui le cure dipendono per l’80% dalle Ong». Oltre 400mila pazienti senza farmaci salvavita

Una crisi umanitaria dimenticata, una violenza che ha raggiunto picchi mai visti dal 2018, anno dell’accordo di pace che aveva fermato la guerra civile in Sud Sudan. Medici Senza Frontiere ha denunciato ieri la situazione drammatica del più giovane paese del mondo a 15 anni dall’indipendenza. Con la tensione politica alle stelle, gli attacchi delle forze armate alle strutture mediche e il collasso del sistema sanitario che ha lasciato oltre 400.000 persone senza accesso alle cure salvavita mentre la malnutrizione sta mettendo a rischio più di 800 mila bambini. Il Sud Sudan è alle prese con crisi multiple e da quasi tre anni ormai, la guerra nel vicino Sudan ha scatenato un’altra emergenza, costringendo un milione di persone a fuggire oltre confine in un Paese impreparato ad accoglierli. E dove l’assistenza sanitaria già precaria viene distrutta dalle bombe. «Solo 10 giorni fa – spiega Zakaria Mwatia, capomissione di Msf in Sud Sudan – siamo finiti nel mirino delle forze armate governative del presidente Salva Kiir. A Lankien, nello stato di Jonglei, hanno bombardato le nostre strutture mettendo a rischio l’assistenza sanitaria per 250mila persone».
Un attacco che ha messo in fuga 300mila persone, stima l’Unicef, per la maggior parte donne e bambini che rappresentano il 53% degli sfollati (…)
Ma perché le strutture di Msf sono nel mirino del governo? «In certe zone siamo gli unici presenti – risponde Sabrina Sharmin, viceresponsabile dei programmi in Sud Sudan –, il governo di Juba ci ha colpito perché stiamo fornendo assistenza sanitaria in tutte le aree del paese. Attacchi inaccettabili. Da dicembre il governo sta impedendo l’accesso agli operatori sanitari in aree controllate dall’opposizione e questa è una violazione del diritto internazionale. La popolazione sta morendo per malattie curabili come malaria e colera. Dobbiamo avere libero accesso a tutta la popolazione e poter fare il nostro lavoro ovunque ci sia bisogno. Chiediamo rispetto e protezione per gli operatori umanitari». (…)
(18 02 2026 Avvenire, di Paolo Lambruschi)