2026 02 18 HONG KONG - Jimmy Lai condannato a 20 anni.
HONG KONG - Jimmy Lai condannato a 20 anni.SIRIA - Cristiano ucciso da commando jihadista. Ancora minoranze nel mirino in Siria
TESTIMONIANZE
Vincent Gelot: ‘Una Giornata internazionale per il futuro dei cristiani d’Oriente’
Card. Zenari: i miei 17 anni da nunzio in Siria fra guerra e sete di unità
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HONG KONG - Jimmy Lai condannato a 20 anni.
Il martirio di Jimmy Lai, «condannato a morte a Hong Kong»
«Se questa sentenza verrà implementata, mio padre morirà come un martire dietro le sbarre». Così Claire, una dei figli di Jimmy Lai, ha commentato la durissima sentenza inflitta ieri mattina al padre dall’Alta Corte di Hong Kong. Vent’anni di carcere per violazione della legge sulla sicurezza nazionale per un uomo di 78 anni, per di più innocente, che ha già passato in una cella in isolamento 1.868 giorni in virtù di quattro condanne in altrettanti ridicoli processi farsa, equivale a una condanna a morte.
L’unica “colpa” di Jimmy Lai
Jimmy Lai ha una sola colpa: essersi battuto per la piena democrazia a Hong Kong, quella democrazia che il regime comunista di Pechino promise ufficialmente alla regione amministrative speciale nel 2014 con una decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo e che poi si rimangiò clamorosamente con l’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020 dopo le proteste oceaniche del 2019.
Jimmy Lai non è mai stato «colluso con forze straniere», come recita il verdetto dei giudici scelti ad hoc per distruggerlo, e le uniche “prove” contro di lui sono state estorte a un testimone con la tortura.
Il miliardario e magnate dell’editoria ha semplicemente deciso di non piegarsi e di denunciare chiaramente e a voce alta i crimini del regime.
Lo ha fatto per la prima volta, in un modo che non gli è mai stato perdonato, nel luglio 1994, quando scrisse un editoriale contro Li Peng, detto il “macellaio di Pechino” per il ruolo che ebbe nel massacro di Piazza Tiananmen. Mentre però tutti i responsabili di quella strage vengono innalzati dal governo cinese come eroi della patria, Jimmy Lai riceve 20 anni di carcere.
Sono tutti avvertiti a Hong Kong
Una condanna così severa, così ingiustificata, così disumana non serve solo a colpire Jimmy Lai. È un avvertimento per tutti coloro che intendono ancora battersi per la democrazia a Hong Kong. (…)
(Leggi tutto l’articolo da TEMPI di Leone Grotti, 10 Febbraio 2026)
HONG KONG - Jimmy Lai condannato a 20 anni. P. Mella: ‘Ma la gente di Hong Kong è con lui’
Dopo cinque anni la quantificazione della pena ha chiuso il processo simbolo intentato in base alla Legge sulla sicurezza nazionale. Il fondatore dell’Apple Daily alla sbarra per cospirazione e sedizione. Il governatore Lee plaude per una sentenza “severa” che è di “sollievo per tutti”. In aula, con la moglie, anche il card. Zen. Condanne anche per altri otto imputati. Ora l’attenzione si sposta sul processo a Chow Hang-tung, Lee Cheuk-yan e Albert Ho.
Il magnate dei media Jimmy Lai, fra le voci più critiche verso la Cina a Hong Kong, è stato condannato oggi a 20 anni di carcere, scrivendo la parola fine al processo più significativo - non solo a livello simbolico - intentato in base alla Legge sulla sicurezza nazionale (Nsl) pro-Pechino. Un verdetto per l’attivista cattolico con cittadinanza britannica criticato duramente da ong, movimenti pro-diritti e governi occidentali (fra i quali Londra), mentre è esaltato dalla leadership locale. Il governatore John Lee plaude alla sentenza, che chiude un processo durato quasi cinque anni e promosso in base a due capi di accusa: cospirazione con forze straniere e pubblicazione di materiale sedizioso. “[Jimmy Lai] ha commesso numerosi crimini atroci - ha detto Jonh Lee commentando la scelta dei giudici - e le sue azioni malvagie sono state smisurate”, ecco perché la “severa” sentenza è di “grande sollievo a tutti”.
La sua condanna a 20 anni rientra nella fascia di pena più dura per reati di “grave natura”, hanno spiegato i tre magistrati del collegio giudicante al momento della lettura. Oltre a Lai, sei ex dirigenti dell’Apple Daily, un attivista e un assistente legale sono stati condannati a pene detentive comprese tra i sei e i dieci anni. Il figlio di Lai, Sebastien, ha affermato che la sentenza “è devastante per la nostra famiglia e mette a rischio la vita di mio padre” e segna la “distruzione totale” del sistema giuridico di Hong Kong. Decine di sostenitori di Lai hanno fatto la fila per diversi giorni per assicurarsi un posto in aula, con decine di agenti di polizia, cani antidroga e veicoli della polizia - tra cui un camion blindato e un furgone per lo smaltimento di bombe - dispiegati nella zona. Al momento dell’ingresso in aula per la lettura della Corte ha rivolto un sorriso e un saluto alla moglie Teresa e, accanto a lei, al vescovo emerito di Hong Kong card. Joseph Zen, fra le voci più critiche contro le violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina.
Interpellato da AsiaNews p. Franco Mella, missionario del Pime noto difensore dei diritti umani che pochi giorni fa aveva rinnovato con un sit-in l’attenzione sul tema dei prigionieri politici, sottolinea come la sentenza colpisca non solo Jimmy Lai ma un blocco consistente dell’Apple Daily con “nove persone in prigione” appartenenti al giornale. La popolazione di Hong Kong, racconta, “ha il morale basso” per la condanna, ma non ha mancato di garantire “sostegno morale nei suoi confronti e degli altri imputati. Durante il processo - prosegue - tanti facevano la fila per poter presenziale al processo e “dargli sostegno in modo visibile” anche “restando fuori dal tribunale per due o tre giorni e tre notti per poter entrare”.
Il verdetto, avverte, non può segnare la parola fine: “abbiamo il dovere di continuare a parlare e testimoniare” anche in previsione dei nuovi processi e a fronte di un silenzio colpevole di alcune istituzioni. Un tema che per p. Mella chiama in causa anche i cristiani di Hong Kong: "Non vi sono state espressioni di sostegno a Jimmy Lai ed è un qualcosa che ci lascia perplessi, ma non per questo dobbiamo fermarci. Al contrario, come base popolare dobbiamo continuare a insistere: io, ad esempio, nelle messe di queste settimane ho spesso parlato di questa situazione”.
Contro il verdetto si sono espressi in queste ore anche gli attivisti del Chrd (China Human Rights Defenders), che invocano il rilascio del 78enne leader cattolico e fondatore dell’Apple Daily, in prigione a causa della famigerata Nsl. “Considerata la sua età - scrivono in una nota - e la durata della sentenza, Lai rischia di morire in prigione”. In realtà, egli “non ha commesso alcun crimine e andrebbe liberato immediatamente” osserva Angeli Datt, ricercatore dell’ong internazionale.
A 78 anni compiuti l’8 dicembre scorso in carcere - dove si trova ininterrottamente dal 18 dicembre 2020 - l’imprenditore cattolico con il suo quotidiano Apple Daily è divenuto il simbolo della battaglia per la democrazia a Hong Kong. La polizia lo ha arrestato la prima volta nel febbraio 2020, per poi rilasciarlo dietro cauzione, revocando infine lo status nel dicembre dello stesso anno e accusandolo in base alla Nsl e altri crimini. Nell’aprile e dicembre 2021 è stato condannato, in violazione dei diritti umani, per diverse accuse derivanti dalla sua partecipazione a proteste pacifiche di critica verso il governo. Per questo è stato condannato a 17 mesi di carcere, cui è seguita nel dicembre 2022 un’altra a 69 mesi per accuse (pretestuose) di frode.
La detenzione ingiusta di Lai, denuncia il Chrd, è “aggravata” da un deterioramento della sua salute e da una prolungata detenzione solitaria. Soffre di diabete, ipertensione, cataratta e problemi cardiaci e ha trascorso più di 1.800 giorni in isolamento. Secondo la figlia, le condizioni sono peggiorate durante gli anni di carcere e la famiglia non è mai stata informata delle cure mediche ricevute. Al riguardo, gli attivisti ricordano la morte in custodia di diversi difensori dei diritti umani in Cina, cui sono state negate cure adeguate. Fra gli altri il Nobel per la pace Liu Xiaobo, il venerato monaco tibetano Tenzin Delek Rinpoche e Cao Shunli e nessuno ha dovuto rispondere alla giustizia fra vertici e responsabili cinesi per queste morti.
Oltre al magnate cattolico e cittadino britannico sono stati condannati altri otto imputati, fra i quali figurano anche sei ex dirigenti dell’Apple Daily, oltre a due attivisti. Il direttore Cheung Kim-hung dovrà scontare sei anni e nove mesi di reclusione, il co-direttore Chan Pui-man sette anni e l’editorialista Yeung Ching-kee sette anni e tre mesi. Al contempo, il caporedattore Ryan Law, il direttore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Fung Wai-kong sono stati tutti condannati a 10 anni di reclusione. In passato Cheung, Chan e Yeung hanno testimoniato contro Lai in cambio di pene più brevi. Anche due ex attivisti legati al gruppo di pressione internazionale Stand with Hong Kong, che avevano testimoniato - (secondo alcune fonti anche sotto tortura) - contro Lai, sono stati incarcerati: Wayland Chan dovrà scontare sei anni e tre mesi di reclusione, mentre Andy Li sette anni e tre mesi. Lai e gli altri coimputati sono apparsi impassibili mentre i giudici pronunciavano le sentenze.
Infine, è attesa per le prossime settimane la sentenza a carico di altri tre attivisti: Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), anch’essi alla sbarra con l’accusa di aver “tramato” per “sovvertire il potere statale” in base alla Nsl. In fase dibattimentale Ho si è dichiarato colpevole, mentre gli altri due si sono detti non colpevoli. Il trio era parte del disciolto movimento pro-democrazia Hong Kong Alliance, che ha cessato nel 2021 l’attività dopo aver organizzato a lungo la veglia annuale per le vittime del massacro di Piazza Tienanmen del 1989 a Pechino. In prigione dal 2021, essi rischiano fino a 10 anni di carcere. “L’importante - riprende p. Mella - è non far calare il silenzio su queste vicende, sui processi”, anche se sul verdetto non vi è grande ottimismo ed è assai probabile una condanna. Continuando ad esercitare pressione e insistendo a parlare della vicenda, sottolinea, si potrebbe giungere a un provvedimento di amnistia o di liberazione per buona condotta. Una “formula accettabile” anche per i vertici di Hong Kong (e Pechino) per mantenere valida la condanna e il quadro normativo della Legge sulla sicurezza nazionale, ma concedendo al tempo stesso la libertà ai carcerati. “Noi insistiamo per questo - conclude - e, a mio avviso, anche la Chiesa dovrebbe far sentire la propria voce. Più persone ne parleranno, maggiore sarà la speranza”.
(Asia News 09/02/2026)
‘Chiese un bombardamento nucleare’. La menzogna (con la condanna) su Jimmy Lai
In tutti i racconti dei media ufficiali di Pechino sulla sentenza a 20 anni di carcere pronunciata il 9 febbraio per l’imprenditore di Hong Kong viene volontariamente travisata un’intervista pubblica del 2019. Per giustificare la pena durissima con parole che il fondatore dell’Apple Daily non ha mai detto. Tacendo invece quanto quel giorno disse sul legame tra la sua fede cristiana e la battaglia per la libertà e la giustizia.
Da tutto il mondo negli ultimi due giorni si sono levate tante voci per esprimere sdegno per i 20 anni di carcere comminati il 9 febbraio a Jimmy Lai - l’imprenditore cattolico di Hong Kong 78enne, fondatore del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, fatto chiudere nel 2021 ai sensi della Legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Repubblica popolare cinese. Ma anche Pechino in queste ore non è stata affatto in silenzio. Fin dai giorni precedenti all’annunciata sentenza i media di Stato cinesi nella loro narrazione della vicenda hanno puntato su un’affermazione ben precisa, che si ritrova ovunque oggi anche sui profili pro-Pechino sui social network: Jimmy Lai non sarebbe un semplice attivista pro-democrazia, ma una minaccia alla sicurezza nazionale “perché ha invocato persino un bombardamento nucleare sulla Cina”.
Così – ad esempio – si legge nell’articolo di commento che il sito di CGTN, il canale di lingua inglese della tv di Stato cinese, ha dedicato alla condanna di Jimmy Lai: “Nel luglio 2019, durante un forum ospitato dalla Foundation for Defense of Democracies, un think tank statunitense, ha pubblicamente esortato gli Stati Uniti a usare armi nucleari contro la Cina, il suo stesso Paese. Perfino il moderatore americano è stato costretto a interrompere il suo intervento a causa della sua natura estremamente radicale. Invitare apertamente gli Stati Uniti a lanciare un attacco nucleare contro la Cina va oltre il tradimento. Dal punto di vista del diritto internazionale, costituisce un crimine contro l’umanità, dato il totale disprezzo di Lai per l’annientamento catastrofico che una guerra nucleare provocherebbe”.
Il senso è chiaro: a un’estremista del genere non vi sembra giusto comminare 20 anni di carcere?
Ma proprio quest’operazione mediatica riassume in una sola battuta tutta la costruzione grottesca che sta dietro a questo processo “esemplare” voluto da Pechino. Com’è facile immaginare, infatti, un uomo come Jimmy Lai, nato nel Guandong e che si è costantemente battuto nella sua vita per la difesa dei diritti umani nella Repubblica popolare cinese oltre che ad Hong Kong, non hai mai chiesto alcun bombardamento nucleare sulla Cina. E chiunque può rendersene conto: del forum citato tenutosi in inglese a Washington nel luglio 2019 esiste il video e anche la trascrizione integrale di quanto venne detto.
Al direttore della Foundation for Defense of Democracies Jonhatan Schanzer che gli chiedeva quale tipo di sostegno invocasse dai politici degli Stati Uniti, Jimmy Lai rispose così:
“È come quando Kennedy andò a Berlino e disse: ‘Ich bin ein Berliner’ (‘Sono un berlinese’ ndr). Quanta fiducia e speranza diede ai berlinesi per affrontare la minaccia dell’Unione Sovietica in quel momento. Abbiamo bisogno della stessa cosa. Abbiamo bisogno di sostegno. Abbiamo bisogno di fiducia. Abbiamo bisogno di speranza. Dobbiamo sapere che l’America è al nostro fianco. Sostenendoci, l’America rafforza anche la propria autorità morale, perché siamo l’unico luogo in Cina, una piccola isola in Cina, che condivide i vostri valori, che combatte la stessa vostra guerra con la Cina”.
“Se pensiamo che oggi stiamo iniziando una guerra fredda con la Cina - continuava Jimmy Lai -, una guerra fredda che è una guerra di valori contrapposti, e che noi siamo dalla vostra parte sacrificando la nostra vita, la nostra libertà, tutto ciò che abbiamo, combattendo questa guerra in prima linea per voi, non dovreste sostenerci? Questo è qualcosa che l’America deve capire: non solo sostenerci, ma usare la propria autorità morale in questa guerra fredda per vincerla fin dall’inizio, perché loro non hanno nulla. È come se loro andassero in battaglia senza alcuna arma, mentre voi avete l’arma nucleare. Potete finirli in un minuto”.
Si può ovviamente discutere su questa visione dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina e sull’adeguatezza dell’iperbole utilizzata da Jimmy Lai. Ma servirsi di queste parole per dire che “voleva un bombardamento atomico sulla Cina” è un evidente travisamento. Dal video, poi, si vede chiaramente che non ci fu nessuna interruzione dell’intervento, perché tutti avevano capito che cosa intendeva.
Jimmy Lai stesso poi - il 5 marzo 2025, durante un interrogatorio nel corso del processo – alla domanda su che cosa intendesse in quell’intervista con l’espressione “Potete finirli in un minuto”, rispose che riteneva che gli Stati Uniti potessero sconfiggerli usando l’“autorità morale”, che ha descritto come un’“arma vitale” di cui la Cina non disponeva. E aggiunse che anche l’affermazione per cui Hong Kong stava “combattendo in prima linea” in una nuova guerra fredda con la Cina, era un’“esagerazione” e “un modo di costruire una narrazione”.
Quello che invece Pechino non racconterà mai è un altro passaggio di quell’intervista del luglio 2019. Quello in cui in Jimmy Lai raccontava il ruolo della sua fede nella battaglia per la democrazia: “Vengo da una famiglia molto devota - spiegava -. Sono diventato cattolico semplicemente per l’influenza della mia famiglia. E in quel periodo non ci avevo riflettuto molto chiaramente, ma istintivamente sentivo di aver bisogno della forza della fede, perché tutti mi dicevano che se avessero arrestato dieci persone, io sarei stato una di quelle. Così pensavo che, se fossi finito in prigione e avessi avuto una fede, forse avrei potuto resistere più a lungo; ma comunque non era esattamente questo ciò che stavo pensando. Credo però di essere diventato cattolico in modo naturale, e penso che la fede mi abbia dato un senso ancora più forte di giustizia per combattere. Non devo preoccuparmi. Se ho davvero un Dio in cui credo, una fede alla quale posso affidare tutta la mia vita, tutto ciò che devo fare è semplicemente fare la cosa giusta”.
(Asia News 11/02/2026)
SIRIA - Cristiano ucciso da commando jihadista. Ancora minoranze nel mirino in Siria
L’accordo fra Damasco e milizie curde non basta ad arginare le violenze nel Paese. Il 21enne Eliah Simon Tekla colpito a morte nella sua auto parcheggiata davanti a casa. Dalla caduta di Assad oltre 70 cristiani uccisi per la loro fede. Ministra cristiana: “Vedo la sofferenza delle persone... e mi sento responsabile del loro dolore”.
Nelle stesse ore in cui Damasco e Forze Democratiche Siriane (Sdf) raggiungono un accordo per fermare gli scontri e arginare le violenze nel nord-est, integrando le istituzioni militari e civili curde nello Stato, i cristiani continuano a morire. Gruppi social e movimenti attivisti stanno rilanciando un filmato che mostra una vera e propria esecuzione di un giovane di soli 21 anni, ucciso il pomeriggio del 31 gennaio scorso all’interno della propria automobile da un commando jihadista a Muhradah, nell’ovest del Paese. La vittima si chiamava Eliah Simon Tekla ed è solo l’ultimo di una lunga striscia di sangue e violenze contro la minoranza religiosa dalla cacciata di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere del presidente Ahmed al-Sharaa e dei miliziani di Hayat Tahrir al-Sham (Ht).
Nel video rilanciate dall’ong Assyro-chaldéens, l’histoire continue si vede l’auto parcheggiata ai bordi della strada e la vittima che apre lo sportello per scendere e dirigersi verso la propria abitazione quando, all’improvviso, sopraggiunge un’altra vettura che gli si affianca. Un uomo armato si dirige verso il lato del guidatore aprendo più volte il fuoco contro Eliah, mentre un secondo assalitore apre lo sportello posteriore per accertarsi che non vi siano altre persone a bordo.
L’attacco dura pochi secondo, poi la vettura si allontana in tutta fretta lasciando la vittima riversa all’interno della propria automobile. Secondo alcune fonti, il commando - legato all’estremismo islamico - avrebbe individuato un rosario sul parabrezza della macchina e, per questo, hanno aperto il fuoco e ucciso la persona al suo interno.
La nuova uccisione - in realtà una vera e propria esecuzione, come denunciano gruppi attivisti - è solo l’ultima di una lunga striscia di sangue e violenza contro i cristiani dall’ascesa al potere degli (ex) jihadisti di Hts e del suo leader al-Sharaa. Il quale ha promesso di pacificare il Paese e negozia con gli Stati Uniti la fine delle sanzioni, ma non è ancora riuscito ad arginare una deriva violenta interna caratterizzata da scenari di conflitto nelle aree curde e di attacchi mirati ai danni delle minoranze, sempre più perseguitate.
Nell’ultimo anno sono almeno 71 i cristiani uccisi dai jihadisti, ma il dato è relativo alle vittime confermate mentre il numero delle uccisioni - secondo fonti attiviste locali - potrebbe essere di gran lunga superiore. Agli omicidi si uniscono anche attentati contro attività o negozi, rapimenti, persecuzioni morali e fisiche. Di queste vittime, 27 sono collegate all’attentato contro la chiesa di Saint-Élie a Damasco mentre altri 44 sono stati uccisi separatamente in attacchi mirati.
L’escalation di violenze è confermata anche dal recente rapporto di Open Doors in cui la Siria sale di ben 12 posizioni, collocandosi al sesto posto nella World Watch List 2025, il report annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo curato dalla ong. “Nell’ultimo anno la situazione in Siria per i cristiani - sottolineano gli autori - è diventata sempre più grave”. “Dal cambio del regime, la diffusa instabilità - prosegue lo studio - ha generato scontri mortali che hanno coinvolto anche altre minoranze religiose, come quelle druse e alawite, mentre i cristiani restano intrappolati nel fuoco incrociato”. Le donne appartenenti alle minoranze religiose, incluse quelle cristiane, rischiano rapimenti, molestie sessuali e stupri; di contro, gli uomini disoccupati hanno enormi difficoltà ad ottenere un lavoro, mentre chi ne ha uno fa fatica a fare carriera. Nel Paese, conclude il documento, “si registra oggi il più alto livello di pericolo per i cristiani dai tempi in cui lo Stato Islamico (ex Isis) occupava ampia parte del territorio nazionale”.
Violenze che non hanno risparmiato nemmeno la metropoli di Aleppo, nel nord della Siria, un tempo cuore economico e commerciale del Paese. Come scrive il parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi p. Bahjat Karakach, il popolo “è esausto a causa della guerra, del sangue versato, dei traumi ripetuti e delle crisi senza fine”. Per l’analista politico assiro Namrood Shiba la situazione in tema di sicurezza nel nord ha raggiunto una “fase critica”. In un’analisi pubblicata su Aina lo studioso ricorda come “sia in Iraq che in Siria, gli assiri [cristiani] hanno sopportato un modello ricorrente di espropriazione: villaggi distrutti o appropriati, chiese e siti archeologici profanati, leader della comunità minacciati e famiglie costrette a fuggire sotto la pressione delle forze armate”. In particolare, in Siria “hanno subito lo stesso destino dei loro omologhi in Iraq”. La distruzione del patrimonio cristiano, avverte, “non è semplicemente una violazione dei diritti delle minoranze; costituisce un assalto all’eredità storica condivisa della regione” equivalendo a una “pulizia culturale, vietata dal diritto umanitario internazionale e dalle convenzioni Unesco”.
(Asia News 02/02/2026)
TESTIMONIANZE
Vincent Gelot: ‘Una Giornata internazionale per il futuro dei cristiani d’Oriente’
di Fady Noun
Nel silenzio generale la regione culla del cristianesimo si sta svuotando della popolazione cristiana.
Le comunità sono ormai ultra-minoritarie. Vincent Gelot, rappresentante in Libano, in Siria e in Giordania dell’ong, lancia una campagna per radicare i fedeli alla terra dei loro antenati. La loro scomparsa una perdita anche per l’Occidente e per il mosaico confessionale di cui sono parte.
“Il destino dell’Oriente si sta decidendo in questo momento sul piano civile: le sue comunità cristiane originarie, prime testimoni della Resurrezione, lo stanno abbandonando per vari motivi, economici e di altro tipo. Se non cambierà nulla, tra 10 o 15 anni i cristiani della Siria potrebbero essere scomparsi. Bisogna immaginare che in 14 anni di guerra (2011-2025) abbiamo perso l’80% della comunità cristiana della Siria. Si tratta di un declino brutale, paragonabile solo a episodi di genocidio o pulizia etnica. È molto raro che una comunità autoctona locale, in questo caso cristiana, scompaia in così poco tempo e in modo così brutale!”.
A lanciare l’allarme ad AsiaNews è Vincent Gelot, responsabile della regione per conto di L’Œuvre d’Orient, associazione apolitica legata alla Chiesa di Francia che rappresenta in Libano, Siria e Giordania. Stabilitosi in Libano con la moglie, padre di quattro figli, questo francese di 37 anni dirige un migliaio di progetti che alimentano il tessuto sociale dell’intera regione e non è arrivato in Medio oriente in giacca e cravatta. “A 23 anni, con pochi spiccioli in tasca, sono salito - ricorda ancora - su una 4L [un’automobile], da solo, alla scoperta di un mondo cristiano in via di estinzione”. Dalla pianura di Ninive ai confini dell’Afghanistan, il suo viaggio è durato due anni. “Questa avventura è stata come un cammino di conversione” scrive la giornalista Guyonne de Montjou, che gli ha dedicato un ritratto sul sito Aleteia.
Da quel primo momento ha compiuto numerosi progressi a livello personale e professionale, tanto che oggi dall’interno de L’Œuvre d’Orient, distribuisce ogni anno circa 18 milioni di euro nella regione di cui è responsabile. Un denaro utilizzato per mantenere in funzione ospedali, scuole, dispensari, centri di accoglienza per rifugiati, gruppi di discussione, asili nido per studenti. Tuttavia, egli è convinto che “questi fondi siano largamente insufficienti per mantenere i cristiani nella loro terra natale e consentire loro di assumere l’ammirevole vocazione di lievito culturale e umano”.
Sfida esistenziale
“Trovo che in ciò che sta accadendo nel Vicino e Medio oriente sia in gioco qualcosa di esistenziale, soprattutto pensando ai cristiani di Siria”, afferma questo avventuriero nel campo dell’attivismo umanitario. “Sono d’accordo, questa comunità ha subito la guerra come tutti i siriani, il suo esodo è dovuto a cause economiche. Ma è stata anche presa di mira dall’Isis [Stato islamico]. È una minoranza che non ha mai beneficiato di alcun sostegno, né confessionale né di altro tipo. Va anche ricordato - prosegue - che la comunità cristiana siriana era una delle poche a non essere armata in modo strutturale. È stata abbandonata, questo spiega perché se ne sia andata in modo così brutale”.
“Ci battiamo, insieme alle altre organizzazioni cristiane cattoliche riunite nella Roaco [Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali, che comprende fra gli altri Acs, Miséreor, Mission pontificale] per cercare di mantenerla in Siria. Ma dipendiamo interamente, per i nostri fondi, dai nostri donatori, principalmente occidentali, e riteniamo che, nel complesso, data la gravità di quanto sta accadendo, ciò che viene fatto sia largamente insufficiente. Abbiamo bisogno - afferma Vincent Gelot - di finanziamenti istituzionali, delle Nazioni Unite, europei, americani o di altro tipo”.
“Affinché queste comunità cristiane possano incarnarsi, devono essere sul posto” continua l’attivista. “Inoltre, sono testimoni insostituibili del cristianesimo delle origini. I Luoghi Santi sono qui, nel Vicino e Medio Oriente, e questo non è un dettaglio insignificante. Gesù e i suoi apostoli hanno percorso la regione. Tiro e Sidone, oggi in Libano, sono citate nei Vangeli, San Paolo si è convertito sulla via di Damasco, San Pietro si è recato ad Antiochia, la Giordania ospita il luogo dove Gesù è stato battezzato da Giovanni il precursore. Eppure vediamo le comunità cristiane di queste regioni fare i bagagli e andarsene, il che è inaccettabile. Trovo che, in un certo senso, questa lacerazione sia quasi teologica. Certo, la partenza dei cristiani - prosegue nella riflessione - non mette in discussione la Resurrezione di Cristo, ma non è forse una lacerazione per queste comunità non avere accesso ai loro Luoghi Santi?”.
Perdita per tutti
“La scomparsa di queste comunità” aggiunge Vincent Gelot, “non è solo una perdita per loro, ma anche per noi occidentali, perché una parte delle nostre radici, della nostra civiltà, delle nostre radici culturali, civili e religiose proviene da qui”. “Lo è - avverte - anche per i musulmani. Dobbiamo aiutare i paesi del Medio oriente a mantenere il loro mosaico. È questo che oggi è compromesso, in particolare in Siria, ma anche altrove. Non vogliamo perdere questo tesoro, ma condividerlo”.
“Alla Roaco - sottolinea il responsabile dell’Oeuvre d’Orient - cerchiamo di portare queste considerazioni all’attenzione del dicastero delle Chiese orientali e del papa, al fine di istituire una Giornata mondiale per i cristiani d’Oriente. Vorremmo che fosse una giornata di preghiera, di sensibilizzazione, ma anche di raccolta fondi”.
“Queste missioni - scuole, ospedali, dispensari, associazioni - servono tutta la popolazione” sostiene Gelot, che tiene a sottolineare che gli aiuti non andranno solo ai cristiani. “In Libano - sottolinea - basta andare nelle scuole cristiane per vedere che, al di là del loro ruolo educativo essenziale [circa 200mila alunni vi sono iscritti ogni anno], queste scuole svolgono un ruolo fondamentale di dialogo, socializzazione e avvicinamento inter-comunitario”. In alcune regioni, queste scuole spesso accolgono una maggioranza di studenti non cristiani. Ad esempio, tra le 15 scuole semi-gratuite della diocesi maronita di Tripoli (nord del Libano), ve ne sono alcune in cui non è iscritto alcun studente cristiano. Nelle scuole di Bab el-Tebbané e Jabal Mohsen, gli studenti sono alawiti o sunniti. E gli studenti delle scuole di Aïn Ebel (Libano meridionale) sono in maggioranza sciiti.
“Questa giornata potrebbe essere infine l’occasione per sostenere queste istituzioni. Ci addolora vedere che queste immense necessità, queste ammirevoli missioni, che svolgono un ruolo di servizio pubblico, siano minacciate di scomparsa. Ciò che vorremmo - auspica - è che alcune strutture istituzionali come Onu e Unione europea si mobilitassero maggiormente per sostenere la diversità etnica e religiosa del Paese di cui fanno parte i cristiani, in particolare in Siria. Perché l’Occidente è paralizzato di fronte alle questioni religiose, quando sono in gioco anche le sue radici e la sua storia?”. Infine, anche a livello della Chiesa cattolica propriamente detta, “la mobilitazione dovrebbe essere più istituzionale. Così, una domenica all’anno sarebbe dedicata alle comunità cristiane d’Oriente. È necessario scoprirle, esprimere loro la nostra solidarietà, creare ponti. In Medio oriente è in gioco qualcosa di esistenziale. Non si tratta - conclude Vicent Gelot - di una crisi passeggera che si può superare. Bisogna mobilitarsi ora per non perdere questo momento”. (Asia News 07/02/2026)
Card. Zenari: i miei 17 anni da nunzio in Siria fra guerra e sete di unità
di Dario Salvi
Il porporato che ha lasciato nei giorni scorsi l’incarico a Damasco ripercorre con AsiaNews il suo lungo servizio nel Paese tra le sofferenze dei bambini e i volti degli amici scomparsi. Una nazione “distrutta e umiliata” che nell’“ecumenismo della sofferenza” deve trovare le basi per ricostruire il futuro. Ai pochi cristiani rimasti il compito di “essere il collante”. Il consiglio ai giovani diplomatici vaticani: “Vivete con la gente, imparando ad adattarvi alla realtà”.
“La sofferenza dei bambini” cui ha “dedicato la porpora” e “i volti delle persone scomparse” anche all’interno della comunità cristiana “come i due metropoliti di Aleppo e il nostro gesuita italiano p. Paolo Dall’Oglio”. Questo è il ricordo di 17 anni di missione diplomatica del card. Mario Zenari in Siria, un mandato prolungato oltre i termini da papa Francesco e concluso ai primi di febbraio con le dimissioni, superati da poco gli 80 anni. Guerre e violenze, racconta il porporato in questa lunga intervista ad AsiaNews, che lasciano alle spalle “una Siria distrutta e umiliata” quando prima era “un Paese esemplare per convivenza, un mosaico che ora comincia a scricchiolare”. Ecco perché le “basi” su cui “ricostruire il futuro della nazione” saranno “un ecumenismo della sofferenza” e la “cittadinanza del sangue”, mentre ai cristiani [l’80% è espatriato] spetta il compito di “essere un collante” e “farsi garanti e promotori di questa unità, fare da ponte”.
Il porporato era tra i cardinali più anziani presenti al Conclave che ha eletto Leone XIV, dove ha portato “la cara e martoriata” Siria evocata da Francesco durante il pontificato. È nato il 5 gennaio 1946 in provincia di Verona, nel nord Italia, ed è entrato nel seminario vescovile scaligero dove ha frequentato medie e superiori. Completati gli studi filosofici e teologici è stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1970; il trasferimento a Roma nel 1976, per la formazione diplomatica alla Pontificia accademia ecclesiastica e la laurea in diritto canonico alla Gregoriana. Nel 1980 entra nel servizio diplomatico della Santa Sede, svolgendo incarichi in Germania (dove assiste alla caduta del muro di Berlino), all’agenzia nucleare (Aiea) e Ocse. Il 12 luglio 1999 Giovanni Paolo II lo nomina nunzio apostolico in Costa d’Avorio e Niger, nel 2004 in Sri Lanka; il 30 dicembre 2008 Benedetto XVI ne dispone il trasferimento in Siria. Il successore lo eleva al rango cardinalizio nel Concistoro del 19 novembre 2016 e lo nomina membro del Dicastero per le Chiese Orientali.
Di seguito, l’intervista integrale al card. Zenari:
Eminenza, partiamo avvolgendo il nastro: cosa ricorda della nomina a nunzio in Siria?
Dopo 17 anni è maggiore il carico di emozioni, di quello delle valigie, ma ricordo ancora i primi momenti. Quando il segretario di Stato [card. Tarcisio Bertone] mi ha proposto di andare in Siria ho subito risposto di sì. Uscito dall’ufficio ho chiesto immediatamente foglio e busta per scrivere che avrei accettato volentieri la proposta del papa [Benedetto XVI]. Era la vigilia dell’Anno Paolino e mi apprestavo a vivere questa esperienza a Damasco con grande interesse.
E il primo impatto con il Paese?
L’ufficializzazione è arrivata il 30 dicembre 2008 con la pubblicazione del decreto, ma sono arrivato in Siria agli inizi del 2009 quando erano già iniziate le celebrazioni per i duemila anni dalla nascita di san Paolo. A Damasco, la città del santo, è stato subito un bell’impatto, e non poteva esserci una occasione e un luogo migliore per vivere la commemorazione.
Una realtà viva, anche per i cristiani. Poi il dramma della guerra, la fuga di Assad e la nuova leadership…
Guardando indietro, la Siria che ho lasciato la scorsa settimana alla partenza non è più la stessa che ho visto al mio arrivo, 17 anni fa. Da nunzio ho vissuto tre periodi distinti: i due anni prima della guerra, poi i 14 anni di conflitto cruento, infine l’ultimo con il nuovo corso [dopo la caduta di Bashar al-Assad e l’ascesa delle milizie di Hts guidate da Ahmed al-Sharaa]. Sono tre periodi molto forti, che hanno cambiato anche me nel profondo; oggi non sono più la stessa persona, dopo aver vissuto questa esperienza così intensa e profonda sotto il profilo umano.
Card. Zenari, cosa l’ha colpita maggiormente di tutti questi anni?
La sofferenza della gente, una sofferenza enorme, enorme, enorme. Parliamo di quella che è stata definita la catastrofe umanitaria più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale e lo confermano i numeri: mezzo milione di vittime, tra le quali 29mila bambini. E poi 13 milioni di profughi, più della metà della popolazione, sette milioni di sfollati interni. Ancora oggi è il Paese che ha più sfollati interni del mondo. Ancora, i sei milioni di rifugiati nei Paesi vicini e gli oltre 100mila scomparsi, fra i quali vi sono anche persone che ho conosciuto. Sono passato attraverso questa esperienza che la Provvidenza mi ha dato, che è stata molto forte e che ora [concluso l’incarico da nunzio] cerco a poco a poco di digerire.
La guerra, la “bomba della povertà”, le lacerazioni. Cosa resta di questa spirale di violenza e di sofferenze?
Una Siria distrutta e umiliata in questi anni di guerra. Distrutta soprattutto anche in termini di coesione sociale. Era un Paese esemplare per convivenza, un mosaico che ora comincia a scricchiolare. La coesione sociale è stata intaccata, le infrastrutture distrutte: pensiamo agli ospedali, alle scuole, alle fabbriche. Solo per fare un esempio: fino ad un anno fa vi era solo un’ora di corrente elettrica al giorno.
Cosa è sopravvissuto? Cosa la guerra e la povertà non sono riuscite a distruggere?
La grande resilienza della popolazione siriana. Molti si chiedono come sia sopravvissuta la gente, nonostante questa terribile prova e questa povertà enorme, con oltre il 90% degli abitanti ridotti a vivere al di sotto della soglia della povertà. Ha impressionato tutti, anche me, questa resilienza, questa capacità di resistere, di sopportare, di tirare avanti.
Eminenza, quanto è importante e attuale oggi il ruolo dei nunzi anche e soprattutto nelle aree teatro di conflitto? Quale consiglio darebbe a un giovane diplomatico vaticano a inizio carriera?
È importante la preparazione che riceviamo nella Pontificia accademia ecclesiastica, si imparano alcune regole e norme che sono sempre valide. Poi occorre anche molta capacità di immedesimarsi nella storia, perché non è sempre possibile avere direttive chiare, aggiornate, puntuali. Bisogna essere pronti a un certo compromesso, vivere la realtà, guardare l’interlocutore. Il mio sogno, entrato in seminario e quando sono stato ordinato prete nel 1970 a Verona era di essere parroco, preferibilmente di campagna. Forse anche per questo mi hanno definito “un nunzio da campo”, da guerra. Mai avrei previsto di trovarmi in questa situazione, in questa missione, ma bisogna essere aperti a ciò che la storia, e le circostanze, ci presentano. Vivere con la gente, questo direi ai nunzi: la capacità di immedesimarsi nelle situazioni in cui ci si trova, oltre le regole precise e dettagliate che si possono imparare. Essere aperti, adattarsi alla realtà, con l’aiuto di Dio naturalmente.
Un nunzio che è anche cardinale, con la nomina a sorpresa di papa Francesco…
Nella prima intervista [dopo la nomina] ho parlato di una porpora nel segno del sangue, dedicandola alle tantissime vittime innocenti, ai bambini siriani, l’ho offerta a loro. Appena arrivato in Siria, mi sono subito reso conto che ero al cospetto di una nazione di martiri. Pensiamo al grande Sant’Ignazio di Antiochia, poi i Santi Cosma e Damiano. Al tempo dei romani era una nazione di martiri e lo è rimasta nel tempo: dai martiri di Damasco del 1860 alcuni dei quali proclamati santi due anni fa, ai martiri del 22 giugno dello scorso anno, trucidati nel terribile assalto terroristico durante la celebrazione dell’Eucaristia nella chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco.
Questo ecumenismo di sangue ha rafforzato i legami fra comunità cristiane?
I rapporti ecumenici sono molto buoni, ciascuna delle Chiese - orientali, cattoliche, ortodosse - ha avuto i propri martiri, alcuni li ho anche conosciuti personalmente, per questo possiamo parlare di ecumenismo di sangue [fra cristiani]. Vi è però un ecumenismo, una cittadinanza del sangue che unisce tutti. Gli stessi cristiani si battono per il concetto di cittadinanza, una cittadinanza del sangue che viene ancor prima dell’ecumenismo del sangue.
Questo è ciò che unisce tutti i siriani?
Certo, questo è il comune denominatore che unisce tutti i siriani: la cittadinanza del sangue. E su queste basi dovrebbe essere fondata la nuova Siria. Tutti hanno sofferto, anche in tempi recenti come mostrano le immagini terribili del marzo scorso sulla costa mediterranea [la strage degli alawiti, che non ha risparmiato i cristiani], o le uccisioni barbare del luglio scorso nella zona di Suwayda con le vittime in larga maggioranza appartenenti alla comunità drusa o gli scontri degli ultimi tempi coi curdi. Se il sangue, la sofferenza sono il comune denominatore, cerchiamo su questo sangue di vivere da fratelli, da cittadini siriani. E se, oggi, a livello internazionale si registrano successi col presidente [ad interim Ahmed al-Sharaa] accolto alla Casa Bianca da Donald Trump o invitato a parlare all’Onu, all’interno permangono grossi problemi fra i gruppi.
Card. Zenari, in questo quadro ancora critico qual è il ruolo dei cristiani?
I cristiani hanno una missione importantissima, anche se i numeri sono spaventosi perché da fonti credibili sappiamo che abbiamo perso l’80% dei cristiani di tutte le confessioni fra cattolici, ortodossi, protestanti, che sono partiti lasciando il Paese. Tuttavia, per quanti sono rimasti vi è una missione che è quella di essere un collante, garanti e promotori di questa unità interna, fare da ponte. Una missione che non si può improvvisare, occorrono anni di lavoro. Il futuro dei cristiani continuo a vederlo in Siria: anche un piccolo gruppo, ma il loro ruolo di ponte sarà essenziale!
Di questi 17 anni ricorda un volto, un’immagine, un fatto particolarmente significativo che porta con sé anche ora, conclusa la missione di nunzio in Siria?
Due immagini: la sofferenza dei bambini e i volti delle persone scomparse, alcune da 13 anni e che conoscevo personalmente, anche fra i cristiani come i due metropoliti di Aleppo [Yohanna Ibrahim, siro-ortodosso e Boulos Yaziji, greco-ortodosso] e poi il gesuita italiano p. Paolo Dall’Oglio, che porto ancora nel cuore. Sono oltre 100mila gli scomparsi, una sofferenza enorme e sono ancora in contatto con alcune famiglie. Anche qui abbiamo un ecumenismo della sofferenza che, unito alla cittadinanza del sangue, pone le basi per costruire una nuova Siria.
Eminenza, cosa vede per il suo futuro?
Sto cercando di riposarmi, perché sono arrivato dalla Siria veramente stanco, anche per la mia età [ha compiuto 80 anni il 5 gennaio scorso]. Almeno per i prossimi mesi penso di stabilirmi a Santa Marta, una residenza dove era stato anche papa Francesco, che oggi accoglie 70 sacerdoti che lavorano in Vaticano e alcuni nunzi. Poi vorrei fare un po’ di pastorale come aiuto e perché no, il parroco di campagna. In fondo mi è rimasto ancora questo desiderio.
(Asia News 13/02/2026)
