2026 02 11 NIGERIA - Ancora terrore, omicidi e rapimenti

NIGERIA - Ancora terrore, omicidi e rapimenti. (le parole del Papa, di due Vescovi e i fatti degli ultimi giorni)
RD CONGO - un nuovo massacro insanguina il Nord Kivu
SIERRA LEONE - I Vescovi: “Basta con le violenze contro il clero”
MYANMAR - Il Myanmar al voto mentre infuria la guerra civile e TESTIMONIANZE
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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NIGERIA - Ancora terrore, omicidi e rapimenti.

IL PAPA
Appello del Papa alle “autorità competenti”

«Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane». Così Papa Leone XIV ha richiamato l’attenzione di tutti sugli ultimi episodi della spirale di violenza, con stragi e rapimenti, che continua a spargere dolore e terrore tra le popolazioni di ampie aree della Nigeria.
Tra i recenti, tragici episodi di violenza richiamati da Leone XIV c’è anche l’attacco subito dalla alla comunità cattolica di Karku, nell’area del governo locale di Kajuru, nello Stato di Kaduna, che ha fatto registrare l’omicidio di 3 persone e il rapimento di altre dieci, compreso il sacerdote Nathaniel Asuwaye.
Nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio, intorno alle ore 3:20 - riferisce una dichiarazione diffusa da Jacob Shanet, Cancelliere della diocesi cattolica di Kafanchan - un gruppo di uomini armati - definiti “terroristi” dagli abitanti del villaggio - hanno assaltato Karku e hanno rapito don Nathaniel, sacerdote della chiesa cattolica della Santa Trinità, insieme a 10 altre persone. Durante lo stesso attacco sono stati uccisi tre uomini, i cui nomi - Jacob Dan’azumi, Maitala Kaura, e Alhaji Kusari - vengono riportati nel breve resoconto diffuso dal Cancelliere diocesano, che ha invitato tutti a pregare «per padre Nathaniel, per le altre 10 persone rapite e per l’eterno riposo di coloro che sono stati uccisi durante l’attacco». (GV) (Agenzia Fides 8/2/2026)

I VESCOVI

NIGERIA - “Ogni giorno in Nigeria vi sono massacri: come può un Paese del genere andare avanti?” chiede il Vescovo di Sokoto

“Non c’è nessun altro Paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 il mercoledì, e questo continua ogni settimana. Come può un Paese del genere andare avanti?” si è chiesto Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo di Sokoto. “Quello che sta accadendo in Nigeria non può accadere in Sudan, Camerun, Niger, Ghana o in qualsiasi altro Paese al mondo” ha aggiunto parlando a Yola, capitale dello Stato di Adamawa, alla presentazione della biografia del governatore Ahmadu Fintiri.
Il Vescovo di Sokoto ha inoltre criticato quella che ha qualificato come la crescente tendenza a inquadrare assassini e massacri in base a criteri religiosi, avvertendo che tali narrazioni accrescono la sfiducia e ampliano le linee di frattura tra le comunità. (…)
Secondo Mons. Kukah la questione va affrontato a livello politico e istituzionale con il coinvolgimento di leader religiosi e comunitari, sottolineando che la pace non può essere raggiunta senza responsabilità collettiva. In particolare ha invitato i capi politici e religiosi a lavorare per solidificare le istituzioni, perché queste siano in grado di garantire sicurezza, giustizia e coesione nazionale. Mons. Kukah ha concluso avvertendo che un Paese consumato dalla violenza diventata consuetudinaria e dall’ampliamento delle divisioni rischia di perdere il suo orientamento morale e istituzionale a meno che i suoi capi non scelgano l’unità anziché il settarismo. (L.M.) (Agenzia Fides 3/2/2026)

NIGERIA - «In Nigeria la persecuzione dei cristiani continua. Aiutateci»
Parla l’arcivescovo di Abuja, Ignatius Kaigama, che abbiamo seguito mentre celebrava Messa negli slam della capitale. «Le comunità sono vittime di discriminazioni e marginalizzazioni decise dal mondo politico. In questi mesi ho visto le sofferenze degli sfollati che il governo non vede»
Prima di concederci l’intervista ci chiede di seguirlo la domenica mattina mentre celebra una Messa nello slum di Kuchngoro, alla periferia di Abuja. La comunità cattolica in rivolta contro le autorità municipali che in una baraccopoli, dove ogni costruzione è abusiva, hanno ovviamente pensato di demolire in quanto abusiva la chiesa della missione della Santa Croce, che per la povera gente della periferia era l’unico punto di aggregazione. Una forma di discriminazione religiosa e sociale evidente ma lui preferisce agire e parlare di pace per placare gli animi. Ignatius Kaigama 67 anni, arcivescovo di Abuja, capitale federale della Nigeria, ha fatto dell’apertura di missioni in periferia un preciso programma pastorale. Ogni angolo dimenticato è stato affidato a un sacerdote aprendo una parrocchia. A Kuchngoro ascolta tutte le associazioni dei fedeli, scherza con i bambini e porta al parroco 10 sacchi di riso e cibo da distribuire ai più poveri. Durante la Messa annuncia che a giugno inizieranno i lavori per costruire la nuova chiesa proprio nello spazio dove ha celebrato grazie a una colletta nella diocesi e tra la diaspora nigeriana in Gran Bretagna. Insomma, sempre sorridendo, Kaigama non molla.

Cosa pensa della persecuzione dei cristiani in Nigeria?
Non c’è dubbio che negli ultimi anni siano stati discriminati, marginalizzati e stiano affrontando la persecuzione. Accade spesso nel nord del Nigeria e da alcuni anni anche nel centro. La persecuzione non deve essere necessariamente violenta, spesso prende la forma di scelte politiche che non favoriscono i cristiani o di discriminazioni perché non vengono ammessi in alcune istituzioni o gli è impedito occupare posizioni strategiche nell’esercito e nella pubblica amministrazione. Questo succede ovunque. La proclamazione dello Stato islamico in Nigeria risale al 1804. Poi Boko Haram nel 2009 ha ribadito l’obiettivo di convertire tutti all’islam, espellere le altre religioni e dichiarare la Nigeria stato islamico applicando la sharia. Poi si sono trasformati in un gruppo terroristico e accanto a loro sono sorti altri gruppi jihadisti e criminali. Questa è la situazione del Paese e quando senti le notizie nei media sulle persecuzioni sono vere, ma invece di parlare in generale di genocidio preferisco dire che in diversi Stati i cristiani in quanto tali hanno sofferto, le loro famiglie sono state distrutte come le loro case e per questo motivo pensiamo che c’è una persecuzione e un tentativo di genocidio. Gli attacchi continuano, non si fermano.

Abbiamo visitato la comunità degli sfollati del Borno State nella parrocchia di Sant’Agostino. Cosa si sta facendo per aiutarli?
Un governo sensibile dovrebbe considerare prioritario l’aiuto agli sfollati vittime dei terroristi. Ma il problema dura da anni e non c’è un piano strategico per risolverlo. Ho passato il giorno di Natale con loro e con altre parrocchie di sfollati. Alcuni sono ad Abuja da 15 anni e i loro figli sono nati qui e non sanno da dove sono venuti, non hanno una casa perché non hanno un posto. Noi come Chiesa abbiamo poche risorse, ma diamo loro cibo e cerchiamo di creare appartenenza alla comunità. Ho visto la loro sofferenza, non sono sicuro che il governo se ne preoccupi. Vado in giro ogni settimana, vedo quello che il governo non vede, ma nessuno mi domanda nulla. Stiamo cercando una collaborazione per trovare una soluzione che deve essere politica.

In Italia come possiamo aiutare gli sfollati?
Anzitutto abbiamo bisogno della vostra attenzione. Ringrazio papa Leone per aver ricordato la persecuzione dei cristiani in Nigeria e per le sue preghiere. Poi abbiamo bisogno anche del supporto della Chiesa italiana. (…)
(Avvenire, di Paolo Lambruschi, inviato ad Abuja (Nigeria) 2 febbraio 2026)

GLI ULTIMI FATTI

1° Febbraio
NIGERIA - Assaltatati un convento, un ospedale cattolico e due chiese protestanti nel centro nord della Nigeria

Assalite diverse località nell’area di governo locale di Agwara, nello Stato del Niger, nella Nigeria centro settentrionale.
Secondo quanto afferma un comunicato della diocesi di Kontagora, domenica 1° febbraio bande armate hanno assalito con “attacchi coordinati” le aree di governo locale di Agwara e Mashegu.
“Nell’area di governo locale di Agwara, gli aggressori hanno iniziato l’assalto nella città principale incendiando una stazione di polizia, danneggiandola gravemente” afferma il comunicato firmato da padre Matthew Stephen Kabirat, Direttore delle Comunicazioni della diocesi di Kontagora. (…)
Gli assalitori hanno poi preso di mira la chiesa UMCA (United Missionary Church of Africa) di Agwara, incendiandola. “A causa degli attacchi, diversi residenti sono fuggiti dalle loro case e hanno cercato rifugio nella boscaglia e nelle aree circostanti per timore di ulteriori violenze” riferisce la diocesi di Kontagora.
“Allo stesso modo- prosegue il comunicato- quella che un tempo era una comunità pacifica a Tugan Gero, nell’area del governo locale di Mashegu, è stata trasformata in una scena di terrore intorno alle 2 del mattino dello stesso giorno quando criminali armati hanno lanciato un attacco coordinato, avendo come obiettivo principale il convento annesso alla clinica Tugan Gero, entrambi di proprietà della diocesi di Kontagora”.
Le suore sono riuscite fuggire in tempo ma i banditi hanno saccheggiato e vandalizzato la clinica, asportando e danneggiando gravemente le attrezzature mediche e le strutture.
I banditi hanno poi assalito alcune auto di passaggio uccidendo un passeggero e rapendo un numero imprecisato di persone. Si infine diretti verso la chiesa dell’UMCA a Tugan Gero, dove sono state rapite altre persone. “Testimoni oculari hanno riferito che i banditi hanno agito liberamente per diverse ore prima di ritirarsi, lasciandosi negli abitanti paura, distruzione e profondo dolore” afferma padre Kabirat che conclude: “Questi attacchi hanno sollevato rinnovate preoccupazioni sulla sicurezza delle comunità religiose, delle strutture sanitarie e degli insediamenti rurali”.
Il comando della Polizia dello Stato del Niger ha confermato l’assalto alla stazione di polizia di Agwara, avvenuto intorno alle 3,40 del mattino di domenica 1° febbraio.
Secondo la polizia, le squadre tattiche hanno risposto agli aggressori, ma questi ultimi hanno poi sopraffatto gli agenti e hanno utilizzato della dinamite per far saltare la stazione. Le autorità hanno confermato il rapimento ad Agwara di almeno 5 persone.
Per assistere le autorità di Abuja nell’affrontare i gruppi armati, in particolare quelli jihadisti, un piccolo contingente militare degli Stati Uniti è arrivato in Nigeria. I soldati americani avranno il compito di fornire appoggio di intelligence ai loro omologhi nigeriani.
(L.M.) (Agenzia Fides 4/2/2026)

6 febbraio
NIGERIA - Altri nove fedeli cattolici rapiti in Nigeria lo scorso weekend

Rapiti nove fedeli cattolici nello Stato di Benue nel centro nord della Nigeria.
Secondo il comunicato della diocesi di Otukpo, il rapimento è avvenuto il 6 febbraio nella stazione missionaria San Giovanni della Croce a Ojije - Utonkon, appartenente alla parrocchia San Paolo nella Ado Local Government Area. “Nove parrocchiani erano nella chiesa per un veglia di preghiera quando i rapitori sono piombati dentro il luogo di culto per poi trascinarli fuori per una destinazione sconosciuta” afferma il comunicato pervenuto all’Agenzia Fides.
La diocesi di Otukpo chiede ai fedeli di pregare per la rapida liberazione delle nove persone sequestrate.
Il Comando della polizia dello Stato di Benue ha confermato il rapimento di nove fedeli a Ojije ha ed ha annunciato il dispiegamento di unità tattiche e operative nella zona per avviare le operazioni di ricerca e soccorso.
(L.M.) (Agenzia Fides 10/2/2026)

8 febbraio
NIGERIA - oltre 50 persone rapite nello stato di Kaduna

Ancora rapimenti nel nord della Nigeria, sempre più scosso dall’insicurezza. Almeno 51 persone sono state sequestrate e sei sono state uccise nel corso degli ultimi tre giorni in attacchi contro quattro differenti villaggi dello Stato di Kaduna. Gli attacchi, secondo fonti dei servizi di sicurezza nigeriani citati dall’agenzia di stampa Afp, sarebbero avvenuti nella parte meridionale dello Stato di Kaduna, a maggioranza cristiana, dove a gennaio erano state rapite più di 180 persone poi tornate in libertà nei giorni scorsi.

L’attacco alla comunità cattolica di Karku
Uomini armati hanno rapito 11 persone, tra cui un sacerdote, e ne hanno uccise altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru. L’arcidiocesi cattolica di Kafanchan ha confermato il rapimento di un prete: si tratta di padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku, nell’area di Kajuru. L’assalto, come confermato in una nota dell’arcidiocesi, è avvenuto attorno alle 3 nella notte tra venerdì e sabato nella sua residenza e ha causato anche la morte di tre persone in quello che è stato definito dai testimoni “un’invasione da parte di un gruppo di terroristi”.

Violenze generalizzate
In un altro attacco in una zona vicina, tre persone sono morte e 38 sono state rapite, tra cui un imam locale e quattro membri della sua congregazione. Venerdì due persone sarebbero state rapite sulla strada per Maro, mentre giovedì gli aggressori avrebbero distrutto delle case i questa stessa località ma il numero delle vittime non è ancora chiaro. Nessun gruppo ha finora rivendicato gli attacchi. Questi episodi di violenza sono solo gli ultimi in ordine di tempo, dopo quelli avvenuti a inizio settimana negli Stati di Katsina, Kwara e Benue: 47 le vittime complessive, per lo più uccise nel mercato di Abande, nel quartiere di Mbaikyor, dove le milizie hanno aperto il fuoco su commercianti e residenti. E dopo il drammatico attentato dei giorni precedenti al villaggio di Woro, nello Kwara dove i morti sono 175. La Croce rossa nigeriana, in quest’ultimo caso, ha parlato dell’assalto più letale registrato quest’anno in questo distretto al confine con lo Stato del Niger, una zona sempre più colpita da incursioni armate, rapimenti e saccheggi di bestiame. Durante il raid i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando il villaggio.
(Valerio Palombaro - Vatican News 08 febbraio 2026)

RD CONGO - un nuovo massacro insanguina il Nord Kivu
Oscilla tra i 25 e i 35 morti il bilancio delle vittime di un attacco avvenuto ieri a Gelumbe. “E’ un orrore pianificato che prosegue nel silenzio dell’Occidente”, afferma ai media vaticani don Giovanni Piumatti, missionario fidei donum di lunga data nella diocesi congolese di Butembo-Beni

Un nuovo massacro insanguina l’est della Repubblica Democratica del Congo. Tra i 25 e i 35 civili sono stati uccisi brutalmente ieri in un attacco attribuibile alle Forze democratiche alleate (Adf), le milizie che da anni imperversano in queste terre e che nel 2009 hanno giurato fedeltà al sedicente Stato islamico (Is).

L’instabilità al confine tra Nord Kivu e Ituri
Questa volta il massacro è stato compiuto nei pressi del villaggio di Gelumbe, vicino a Beni-Oicha, nell’estremità settentrionale della regione del Nord Kivu quasi al confine con quella dell’Ituri. Si tratta dello stesso gruppo che lo scorso novembre ha perpetrato un massacro a Byambwe, nella diocesi di Butembo-Beni, ed a fine luglio ha ucciso oltre 40 civili in un attacco contro la chiesa cattolica di Komanda.

Orrori senza fine
E’ un orrore pianificato”, afferma ai media vaticani nel dare la notizia don Giovanni Piumatti, sacerdote italiano di Pinerolo e missionario fidei donum di lunga data nella diocesi congolese di Butembo-Beni. Il sacerdote riferisce di corpi decapitati e di cadaveri lungo le strade. Si tratta di territori abitanti da una popolazione cristiana, sia cattolica che protestante, che da anni vive in balia del panico causato dalle violenze ricorrenti. Orrori senza fine che ormai sono “routine”, aggiunge, “in quanto da almeno due o tre anni si ripetono ormai settimanalmente”. Don Piumatti spiega che c’è un alone di incertezza sulle responsabilità di questa situazione di instabilità persistente: molti abitanti del posto – racconta - sostengono che vi sia una sorta di complicità da parte delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (Fardc), visto che da troppi anni non viene arginato il fenomeno nonostante la collaborazione anche delle truppe del vicino Uganda.

Gli interessi nell’area
L’instabilità nell’area di Beni riflette quella più ampia nel resto della regione del Kivu con i territori di Goma e Bukavu, estremamente ricchi di minerali e terre rare, ormai da oltre un anno “occupati” e amministrati dalle milizie filorwandesi dell’M-23. “La guerra nel Kivu, nel corso degli anni, ha prodotto 10 milioni di morti nel silenzio dell’Occidente”, denuncia don Piumatti. “L’intento specifico è mantenere il caos”, sottolinea il sacerdote, per vari motivi tra cui “il possesso delle terre e delle risorse preziose, e forse anche interessi tribali”.
(Valerio Palombaro – Vatican News 08 febbraio 2026)

SIERRA LEONE - I Vescovi: “Basta con le violenze contro il clero”

“Condanniamo nettamente la serie di attacchi contro il clero, i religiosi e il saccheggio delle proprietà delle missioni nelle nostre diocesi” afferma una nota dei Vescovi della Sierra Leone dopo un nuovo episodio di violenza che ha visto come vittima un sacerdote sierraleonese.
Il 27 gennaio, il James Joshua Jamiru è stato aggredito da una persona che era penetrata nella canonica della chiesa parrocchiale di Santa Maria a Pendembu, nell’Alto Bambara.
A seguito dell’aggressione il sacerdote, che è parroco della chiesa nella quale è stato assalito, ha riportato ferite alle mani, alla testa e a entrambe le ginocchia.
L’aggressore è stato in seguito arrestato dalla polizia. Nella loro dichiarazione i Vescovi esprimono la loro “profonda preoccupazione e solidarietà, considerando i frequenti attacchi mirati al nostro clero, ai nostri religiosi e il saccheggio delle proprietà delle missioni”.
I Vescovi ricordano che ad agosto un altro parroco era stato ucciso a seguito di un’aggressione avvenuta all’interno della sua abitazione. Si tratta di padre Augustine Dauda Amadu, parroco della chiesa Immacolata Concezione di Kenema, che era stato ucciso la notte del 30 agosto nell’ assalto della sua abitazione (vedi Fides 2/9/2025).
Per la sua morte sono stati accusati sei individui che, secondo le indagini della polizia, armati di una pistola artigianale, erano entrati nella canonica per derubare il sacerdote di un computer portatile del valore di 350 dollari e di cinquemila Leoni sierraleonesi in contanti.
Nei sei mesi che sono trascorsi dall’uccisione di padre Amadu al ferimento di padre Jamiru - sottolineano i Vescovi – si è registrato un incremento di furti e rapine a danni di strutture e personale ecclesiastico.
Dopo aver riaffermato la loro “incrollabile solidarietà con i sacerdoti, i religiosi e i fedeli laici traumatizzati dalle rapine a mano armata, dall’invasione delle loro residenze e dal saccheggio sistematico delle proprietà delle missioni destinate al servizio dei poveri e dei bisognosi”, i Vescovi affermano “è ora di dire basta”. La dichiarazione conclude con la richiesta alle autorità di polizia di adottare misure concrete per impedire nuove violenze. (L.M.) (Agenzia Fides 5/2/2026)

MYANMAR
Il Myanmar al voto mentre infuria la guerra civile

Dopo avere invalidato sei anni fa la netta affermazione dell’Lnd, che aveva ridotto il potere dei generali, la giunta prese il potere con la forza. Le proteste di massa scoppiate in risposta al colpo di Stato furono represse dalla giunta con arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie e l’uso indiscriminato della violenza. Di fronte alla risposta dei militari, le manifestazioni pacifiche lasciarono progressivamente spazio alla resistenza armata, con diversi attivisti politici dell’opposizione che hanno abbandonato le città per combattere come guerriglieri al fianco degli eserciti delle minoranze etniche che da tempo dominano le periferie del Myanmar.

Il conflitto interno
Dal colpo di Stato si combatte un sanguinoso conflitto interno nelle aree controllate dai ribelli, milizie organizzate militarmente, note come Ethnic Armed Organisations (Eao). Combattimenti, ma soprattutto indiscriminati attacchi e bombardamenti dell’esercito governativo, che secondo gruppi locali indipendenti di monitoraggio avrebbero già provocato la morte di non meno di 90.000 persone, molte delle quali civili inermi, con un impatto umanitario ed economico catastrofico. Una situazione terribile, resa ancora più grave da una crisi umanitaria con milioni di sfollati e di persone che soffrono la fame. Su una popolazione di circa 55 milioni, oltre 3,5 milioni di persone sono sfollati interni e vivono in fatiscenti campi profughi, con accesso limitato a cibo, acqua, assistenza sanitaria. In tutto questo drammatico contesto di morte e distruzione, si inserisce la spesso dimenticata crisi della minoranza etnica musulmana dei Rohingya. A marzo, il nuovo parlamento si riunirà a Naypyidaw e potrebbe eleggere presidente l’attuale leader della giunta militare, il generale Min Aung Hlaing. Nel 2024 il procuratore della Corte penale internazionale ha sollecitato un mandato di arresto nei suoi confronti per i crimini commessi durante la persecuzione e l’espulsione dal Myanmar, tuttora in corso, di centinaia di migliaia di rohingya.

Il Myanmar a cinque anni dal colpo di stato, una crisi umanitaria inarrestabile
Sono trascorsi 5 anni dal colpo di stato perpetrato dalla giunta militare del Myanmar, che ha fatto piombare il Paese del Sud-Est asiatico nella guerra civile e nel caos. E non sono certo bastate le elezioni legislative concluse la scorsa settimana — le prime dal 2020 e indette dai generali al potere — a ridare una parvenza di pace al lacerato Paese, frammentato tra conflitto, crisi umanitaria e tentativi di legittimazione elettorale, tantomeno l’invito, sempre da parte della giunta militare, al reintegro degli ex dipendenti pubblici che si erano dimessi per protestare contro il colpo di Stato di cinque anni fa a tornare al lavoro, impegnandosi a rimuoverli dalle “liste nere”.

Il potere dell’esercito
L’esercito governa il Myanmar sin dalla sua indipendenza nel 1948, fatta eccezione per il breve periodo di un esecutivo democratico tra il 2011 e il 1mo febbraio 2021, quando i militari presero poi il potere con un colpo di stato, esautorando il parlamento democraticamente eletto nel 2020 e arrestando il presidente, Win Myint, e il ministro degli esteri e consigliere di Stato, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace (1991). Suu Kyi è la leader della disciolta Lega nazionale per la democrazia (Lnd), principale formazione dell’opposizione che aveva nettamente vinto le legislative di sei anni fa, annullate dai generali.

Le ultime elezioni
Riguardo alle ultime elezioni, svoltesi tra dicembre 2025 e gennaio 2026, denunciate da vari Stati e organizzazioni internazionali come una manovra per prolungare il potere dell’esercito sul Paese, il partito Unione della solidarietà e dello sviluppo (Usdp) — partito sostenuto dai militari — afferma di avere ottenuto quasi il 90% dei seggi alla Camera bassa del parlamento, dove in base alla Costituzione del 2008 un quarto dei deputati spetta già di diritto ai militari. La giunta ha presentato le elezioni, tenutesi in tre fasi nell’arco di un mese, come un ritorno alla democrazia, pur ammettendo che l’esercito «continuerà a svolgere un ruolo nella leadership politica del Paese». Tuttavia l’Onu, molti Paesi occidentali, osservatori internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno aspramente criticato il voto come una legittimazione del regime militare e caratterizzato da una stretta sulle voci dissenzienti e sulle liste, composte in gran parte da partiti filo-militari. Molte formazioni politiche, soprattutto dell’opposizione, non sono state ammesse a partecipare. Le principali formazioni di opposizione sono state sciolte da tempo e i loro leader sono in prigione. Attualmente, le forze d’opposizione risultano articolate in varie fazioni, tra cui il “governo ombra” del National unity government (Nug) formato da ex-rappresentanti del governo eletto nel 2020 e dalle forze più democratiche; le People’s defense force (Pdf), nate per contrastare la giunta e spesso viste come il braccio armato del Nug, e le varie milizie etniche, che nella storia del Paese si sono più volte scontrate con l’esecutivo del Myanmar per l’autonomia delle rispettive regioni. Nei giorni scorsi, Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Myanmar ha chiesto di annullare i risultati della consultazione elettorale, «espressamente indetta dalla giunta per garantire una vittoria schiacciante ai suoi successori politici».
(di Francesco Citterich – Vatican News 01 02 2026 e altri articoli)

TESTIMONIANZE MYANMAR

MYANMAR - Apre una nuova chiesa in mezzo al conflitto: un segno di fede e di speranza

La benedizione di una nuova chiesa cattolica e di una grotta con la statua della Madonna di Lourdes, la “Regina pacis”, sono un avvenimento speciale nella diocesi di Myitkyina, capitale dello stato Kachin, nel nord del Myanmar. Nella guerra civile in corso, il territorio circostante è teatro di violenti scontri tra l’esercito regolare e le formazioni delle milizie etniche kachin, con grande sofferenza della popolazione civile e un crescente numero di sfollati.
In questo contesto la costruzione e l’apertura di un edificio di culto per i fedeli cattolici, avvenuta il 13 gennaio scorso, ha un valore particolare: sottolinea che “i fedeli sono chiamati, nel tempo della crisi e della tribolazione, a essere comunità pietre vive, come dice l’apostolo Pietro nella prima lettera”, ha detto il Vescovo di Myitkyina, John Mung Ngawn La Sam, benedicendo la nuova chiesa di San Giovanni nel quartiere Takkone Htoi San, nella capitale Myitkyina.
La nuova chiesa si era resa necessaria per la significativa espansione per la comunità cattolica locale nella diocesi, che conta, nel complesso, oltre 95mila fedeli.
All’evento hanno partecipato il cardinale Charles Bo, il Vescovo Noel Saw Naw Aye, il Vescovo Francis Than Htun e il Vescovo Raymond Wai Lin Htun, che sono i tre vescovi ausiliari dell’Arcidiocesi di Yangon, insieme a numerosi fedeli locali.
Parlando ai fedeli, il cardinale Bo ha riflettuto sul significato spirituale della nuova chiesa, dedicata a San Giovanni Evangelista, ricordando che “la vera Chiesa è fatta dal Popolo di Dio che cammina nella luce del Signore”, descrivendo la nuova chiesa come “una futura casa di preghiera, conforto e perdono, e un luogo da cui la comunità viene inviata a donare il Vangelo”. “Le mura della chiesa - ha ricordato il Cardinale - non hanno lo scopo di confinare la comunità, ma di custodirla e nutrirla perché possa essere testimone di amore, pace e giustizia nel mondo”.
La comunità di Htoi San è composta da 154 famiglie cattoliche per un totale di 902 fedeli, assistiti da due catechisti. La chiesa di San Giovanni, e la Grotta della Regina della Pace, dove i battezzati si recano a recitare il Rosario e invocare la protezione della vergine, “sono simboli concreti di una fede che resta viva nel conflitto, mentre il popolo Kachin lotta per la giustizia e la pace”, ha concluso il Vescovo La Sam.
(PA) (Agenzia Fides 23/1/2026)

MYANMAR - Nel dramma dell’istruzione negata a causa del conflitto, un istituto cattolico prosegue la sua opera educativa

In un contesto di guerra civile che attraversa il paese da cinque anni, circa cinque milioni di studenti non hanno completato il proprio corso di studi, a tutti i livelli di istruzione, tra il 2021 e il 2024. “Questa è una vera tragedia per l’istruzione del paese e per il futuro delle nostre giovani generazioni”, ha detto Joseph Win Hlaing Oo, preside dell’Istituto San Giuseppe, unico istituto educativo privato cattolico del Myanmar. Fondato nel 2015 e ufficialmente riconosciuto come istituto cattolico dall’arcidiocesi di Yangon nel 2021, che rilascia titoli di studio riconosciuti dallo stato, il Joseph Education College ha finora formato oltre 700 tra diplomati e laureati e nei giorni scorsi ha tenuto la quinta cerimonia di consegna di lauree e diplomi a 30 studenti che, ha detto il preside “hanno perseverato negli studi nonostante le profonde sfide che il sistema educativo del Myanmar deve affrontare”. (…)
“Alcuni studenti che sono dovuti fuggire dai loro villaggi per salvarsi la vita; alcuni sono morti in zone di conflitto”, ha ricordato, notando che, in circostanze normali e dato l’interesse mostrato verso l’istituto, la classe dei diplomati avrebbe potuto superare i 100 studenti. (…)
Tra i laureati, Daw Yar Mee ha ringraziato il personale del college per aver garantito la continuità dell’apprendimento “nonostante la distanza e le difficoltà”. Un altro laureato, Joseph Myat Soe Latt, ha parlato del suo percorso durato sette anni, ammettendo di aver spesso pensato di dover abbandonare gli studi. Ma poi, vedendo che tra gli studenti vi era anche un uomo di 75 anni, oggi laureato, Myat Soe Latt ha detto di aver ricevuto un forte incoraggiamento a continuare e a concludere il ciclo di studi.
“L’istituto mira a offrire un’istruzione accessibile a tutti e anche a dare una formazione alla fede. Ora voi laureati e diplomati siete chiamati a mettere in pratica le conoscenze acquisite e farle fruttificare nel vostro cammino: è la vostra missione”, ha detto, in conclusione, il preside agli studenti. Il dirigente scolastico li ha invitati a non cedere di fronte alle difficoltà, ma a provare a dare un contributo alla società - specialmente ai bambini e ragazzi, bisognosi di istruzione - anche nella drammatica situazione che vive il paese, lacerato dal conflitto.
(PA) (Agenzia Fides 12/1/2025)