2026 02 04 Non smettiamo né di pregare né di ricordare i nostri martiri
RUANDA - cristiani condannati alla prigione e più di 10 mila chiese chiuseMESSICO - sacerdoti e operatori pastorali nel mirino della criminalità
SIRIA - Parroco di Aleppo: dopo gli scontri fra curdi e governativi situazione ‘fragile e incerta’
LA SITUAZIONE IN CONGO: TESTIMONIANZA - padre Pulcini: i rifugiati fuggiti in Burundi muoiono di fame e stenti
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RUANDA - cristiani condannati alla prigione e più di 10 mila chiese chiuse
In Ruanda la libertà di esprimere la propria fede è sempre più a rischio: il governo sta attuando una vasta campagna di chiusura delle chiese e ha iniziato ad arrestare e incarcerare chi si riunisce nelle case per pregare.
Secondo le informazioni raccolte sul campo da Porte Aperte, cinque cristiani sono recentemente stati condannati al carcere. Dopo l’arresto avvenuto a gennaio 2025 e il successivo processo, per due di loro la sentenza è stata a 3 anni di reclusione per “aver rifiutato di smettere di condividere la fede cristiana”. Per gli altri tre, invece, la condanna è stata a un anno.
Si tratta della terza volta che il governo ruandese imprigiona dei cristiani sulla base della controversa legge del 2018, che disciplina l’organizzazione e il funzionamento delle organizzazioni religiose e che ha dato avvio alla chiusura massiva dei luoghi di culto.
Questa legge impone alle chiese requisiti tanto rigidi da risultare quasi assurdi: dall’obbligo di installare soffitti in tela, nonostante il rischio di incendio, alla richiesta di insonorizzare completamente le pareti, fino alla necessità che i loro leader abbiano un titolo di teologia rilasciato da istituti che nel percorso di studi includano scienze e tecnologia. Inoltre, ogni comunità deve contare almeno 1.000 fedeli registrati per ottenere l’autorizzazione ufficiale.
Si tratta di norme che, sulla carta, valgono per tutte le confessioni religiose, ma che i cristiani sostengono non essere così. Sono molte meno, infatti, le moschee che hanno subito la chiusura.
Per esempio, nel 2018, a Kigali, capitale del Ruanda, la polizia aveva arrestato sei leader cristiani per essersi opposti alla chiusura immediata di 714 chiese e di una moschea ritenute “insicure, sporche o troppo rumorose”. Successivamente, nel 2019, era stata la volta di un missionario americano, arrestato mentre cercava di denunciare pubblicamente le restrizioni governative attuate contro la sua radio cristiana e contro la sua stessa permanenza nel Paese.
Oggi il numero di chiese chiuse in Ruanda ha superato le 10.000 unità, come riportato dall’agenzia di informazione TRT Afrika a fine dicembre. Una cifra impressionante, che testimonia una repressione mai vista prima nella storia religiosa del Paese, sostenuta dalle parole del suo presidente Paul Kagame: “Se dipendesse da me, non riaprirei nemmeno una chiesa”.
Lo stesso Kagame definisce il cristianesimo un retaggio del periodo coloniale e accusa i credenti di essersi “lasciati ingannare dai colonizzatori”. (…)
Nonostante il Ruanda non rientri nella World Watch List 2026, Porte Aperte continua monitorare da vicino la situazione.
(Open Doors Italia 27 Gennaio 2026)
MESSICO - sacerdoti e operatori pastorali nel mirino della criminalità
Nella “Relazione annuale sull’incidenza della violenza contro i sacerdoti, gli agenti pastorali, i fedeli e le istituzioni della Chiesa in Messico”, realizzata dal Centro cattolico multimediale e resa pubblica il 28 gennaio, emerge un quadro preoccupante: negli ultimi sette anni diverse comunità cattoliche sono state oggetto di un’allarmante escalation di attacchi contro luoghi di culto. Obiettivo: mantenere silenziosa e timorosa l’azione sociale della Chiesa e dei sacerdoti
L’omicidio di padre Bertoldo Pantaleón Estrada, il cui corpo è stato ritrovato il 4 ottobre dello scorso anno crivellato di colpi di pistola dopo due giorni dalla sua scomparsa. L’assassinio di 8 giovani, avvenuto il 16 marzo del 2025 in un campo adiacente alla parrocchia di San José de Mendoza a Salamanca, nello Stato di Guanajuato, mentre preparavano la Settimana Santa. Il grave ferimento di padre Héctor Alejandro Pérez, parroco della chiesa di San Francisco de Asis a Las Gaviotas di Villahermosa, nello Stato di Tabasco, avvenuto il 30 giugno dell’anno passato. La forza della nuova Relazione annuale sull’incidenza della violenza contro i sacerdoti, gli agenti pastorali, i fedeli e le istituzioni della Chiesa in Messico, resa pubblica due giorni fa, il 28 gennaio, è nel racconto delle storie di violenza e di dolore. Che sono la tragica sintesi di ciò che il prologo al documento non esita a mettere nero su bianco: «Anche se, rispetto agli anni passati, sono in leggero calo i delitti contro i sacerdoti, negli ultimi sette anni diverse comunità cattoliche sono state oggetto di un’allarmante escalation di attacchi contro luoghi di culto che non solo profanano il sacro ma rivelano anche ciò che tutti noi stiamo soffrendo: una profonda crisi di sicurezza e di valori nella nostra società».
Facili bersagli
Il rapporto è stato realizzato dall’Unità per le investigazioni speciali del Centro cattolico multimediale, fondato e diretto da padre Sergio Omar Sotelo Aguilar, sacerdote paolino e giornalista finito nel mirino dei cartelli criminali messicani per aver deciso di combattere i boss della droga e del malaffare soprattutto informando. E l’edizione di quest’anno del report torna a chiarire come non sia certamente un caso che «tutte queste violenze si consumino in regioni con un alto tasso di criminalità. Le organizzazioni malavitose, il traffico di droga e la delinquenza comune vedono nelle chiese facili bersagli, non protette da uno Stato laico chiamato a garantire la libertà religiosa».
Nessun accanimento
Attenzione: la relazione spiega bene che, ufficialmente, non esiste alcuna persecuzione contro la Chiesa. Non ci sono limitazioni alla libertà religiosa o di culto, non c’è odio verso la fede. Eppure le cause della violenza, negli ultimi cinque anni, sono profondamente cambiate: «Quello contro sacerdoti, religiosi, agenti pastorali e istituzioni ecclesiali — afferma ai media vaticani padre Sotelo Aguilar — è diventato un atto di molestia costante poiché proviene sia da gruppi criminali che da organi politici a livello municipale, statale e persino federale. I motivi, sebbene multifattoriali, hanno come obiettivo quello di mantenere silenziosa e timorosa l’azione della Chiesa e dei suoi sacerdoti in quanto agenti di stabilizzazione sociale».
Atti preoccupanti
Atti intimidatori preoccupanti, come quello accaduto nell’agosto del 2025 a San Miguel de Allende, nello Stato di Guanajuato: qui la cappella della Vergine di San Juan de los Lagos era stata teatro di violenti scontri che avevano coinvolto anche la parrocchia di San Antonio. Ma anche i laici sono sempre più presi di mira, afferma il direttore del Centro cattolico multimediale: «Purtroppo l’anno scorso è stato segnato da una violenza estrema nei confronti dei collaboratori diretti della Chiesa e dei catechisti. Un aspetto drammatico è che molti di loro sono molto giovani, come abbiamo potuto constatare con 15 giovani uccisi in diverse zone del Paese».
Non solo omicidi
Ma non ci sono solo aggressioni, omicidi e sparizioni sospette attribuibili alla criminalità comune e a quella organizzata in clan e cartelli della droga. In preoccupante crescita, denuncia il rapporto, sono anche gli attacchi ad edifici religiosi: «Questi includono furti, profanazioni, estorsioni, incendi con una media di 26-28 incidenti a settimana, circa 1.400 all’anno. Negli anni ‘90 venivano segnalati solo 4 attacchi settimanali: oggi sono quasi 7 volte superiori».
Diffusa impunità
C’è un altro dato che fa pensare, lo rivela lo stesso padre Sotelo Aguilar: «L’80 per cento dei casi di omicidio di sacerdoti è attualmente in totale impunità. I fascicoli delle indagini sono stati dimenticati, e spesso archiviati, senza che sia stata fatta alcuna giustizia ai familiari».
(Federico Piana - Vatican News 30 gennaio 2026)
SIRIA - Parroco di Aleppo: dopo gli scontri fra curdi e governativi situazione ‘fragile e incerta’
Le milizie Sdf hanno lasciato la città dopo il cessate il fuoco che congela giornate di violenti combattimenti. Decine i morti, oltre 100 i feriti e 140mila sfollati. P. Karakach: “Chiediamo preghiere, solidarietà, sostegno” perché “la voce di Aleppo non venga dimenticata”. Maristi Blu: “Siamo traumatizzati e angosciati”.
“Chiediamo le vostre preghiere, la vostra solidarietà, il vostro sostegno e che la voce di Aleppo non venga dimenticata”. Si conclude con queste parole la testimonianza inviata ad AsiaNews da p. Bahjat Karakach, parroco della chiesa di san Francesco d’Assisi ad Aleppo, che non nasconde forti timori e preoccupazioni per la recente escalation di violenze che ha colpito la metropoli del nord del Paese. Il sacerdote sottolinea come “la situazione resta fragile e incerta” a dispetto del “ritiro delle milizie curde Sdf [le Forze democratiche siriane]” dall’area nell’ambio del cessate il fuoco siglato con la leadership di Damasco, che “alle 9 del mattino del 10 gennaio ha concluso l’operazione militare”.
“Dal 6 gennaio - racconta il parroco - la città di Aleppo ha registrato violenti scontri in numerosi quartieri del nord” fra forze governative e milizie curde (e i loro alleati internazionali), con i combattimenti che hanno riguardato in particolare Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zaid. “Questi eventi - prosegue il religioso - hanno portato allo sfollamento di migliaia di famiglie, alla parziale interruzione di tutti servizi essenziali e ad alimentare un clima di paura e instabilità fra i civili, soprattutto fra gli anziani e i bambini”.
In un quadro di grandi sofferenze la Chiesa, ricorda p. Karakach, ha cercato “di essere presente laddove vi era dolore. Il monastero di Terra Santa ad Aleppo - sottolinea - ha aperto le proprie porte alle famiglie di sfollati di tutte le religioni e di ogni estrazione offrendo cibo, riparo, necessità di base”. Una assistenza umanitaria “urgente” che è stata elargita “senza alcuna discriminazione”.
Il parroco ricorda come la popolazione di Aleppo sia “stremata” a causa delle “guerre, bagni di sangue, ripetuti traumi e crisi senza fine”, per questo dopo i lunghi anni di sofferenze è “tempo di vivere in pace” assicurando ai bambini “il diritto di sperare in un futuro salvo e sicuro”. E per questo, avverte, “grido con maggior forza: la speranza è ferita, ma resta pur sempre viva”. “Noi chiediamo - conclude - al Signore di concedere la pace a questa terra, il conforto a quanti soffrono e infondere il coraggio a tutti perché scelgano l’amore sul terrore”.
Ieri tutti i combattenti Sdf hanno lasciato la città dopo il raggiungimento di una tregua col governo centrale siriano mediata fra gli altri (anche) dagli Stati Uniti, mettendo fine a giorni di gravi scontri che, secondo un bilancio parziale, avrebbero causato 24 morti, 129 feriti e oltre 140mila sfollati. La recente ondata di violenze è un ulteriore segnale di instabilità del Paese arabo a oltre un anno dalla cacciata di Bashar al-Assad e all’ascesa al potere di Ahmed al-Sharaa e dei miliziani di Hts (Hayat Tahrir al-Sham). In questo quadro si registra il nulla di fatto nei negoziati per integrare i curdi nell’esercito siriano, in corso da mesi ma con risultati estremamente parziali.
Nei giorni scorsi era intervenuto con una “speciale lettera da Aleppo” anche p. Georges Sabe, dei Maristi Blu, parlando di “inferno della guerra” che ha interessato proprio il quartiere [Sheikh Maqsoud, ribattezzato Jabal ed-Saydeh, la collina di Notre Dame] dove sono nati i Maristi. Un’area già devastata in passato dalla guerra civile siriana, ricorda il religioso, ma che dopo un periodo di relativa calma “la situazione è andata di nuovo deteriorandosi fra forze curde e l’esercito governativo” con “momenti di tensione”. Attorno al 6 gennaio la fase più acuta dei combattimenti con “scene orribili” e persone “che vagavano per le strade senza sapere dove andare, mentre il fuoco dei cannoni continuava incessante notte e giorno”.
“Le scuole e le università, nel pieno della stagione degli esami semestrali, sono chiuse a tempo indeterminato. La vita è paralizzata. Un vero e proprio coprifuoco - scrive il sacerdote - avvolge la città nel silenzio e nella paura... Una notte oscura invade i cuori degli abitanti”. “È un orrore, come se 14 anni di guerra, sanzioni e terremoti - prosegue - non fossero sufficienti. Come se questa città fosse maledetta. Come se le strade di Aleppo fossero assetate di sangue... Come se l’orrore si moltiplicasse all’infinito. Perché Aleppo e i suoi abitanti devono subire un simile destino? Fino a quando? Quando l’orizzonte della pace diventerà realtà? Non abbiamo più la forza di resistere né la resilienza”. “Basta, Ne abbiamo abbastanza” conclude la lettera, perché “i nostri nervi non ce la fanno più: siamo traumatizzati e angosciati”. (Asia News 12/01/2026)
LA SITUAZIONE IN CONGO RD
CONGO RD - Aggredito e rapinato un sacerdote in una rapina stradale
Padre Jean-Richard Ilunga, parroco della chiesa del Cuore Immacolato di Maria afferente alla diocesi di Mbujimayi nel Kasai Orientale (nella Repubblica Democratica del Congo) è stato vittima di una brutale aggressione il 24 gennaio. Padre Ilunga ritornava da Mbuji-Mayi, dove si era recato per riscuotere una donazione di 2.000 dollari destinata alla costruzione della sua parrocchia a Kalambayi, nel territorio di Tshilenge, quando alcuni banditi armati lo hanno aggredito. Oltre ai 2.000 dollari i malviventi hanno sottratto anche 512.000 franchi congolesi, il telefono cellulare, la motocicletta, la borsa, per poi legare il sacerdote e lasciarlo in condizioni critiche. Padre Ilunga è stato soccorso da alcuni viandanti e portato alla parrocchia di Saint-Albert di Kabimba, da dove è stato trasportato a Mbujimayi per cure mediche. Il suo stato di salute è considerato stabile e rimane sotto osservazione.
Secondo diverse fonti, dopo aver raccolto la somma destinata alla costruzione della parrocchia alcuni collaboratori del sacerdote gli avevano chiesto di spartirsi il denaro. Di fronte al suo categorico rifiuto, si sospetta che questi ultimi si siano messi d’accordo con un gruppo di banditi di strada per derubarlo e forse pure per ucciderlo.
(L.M.) (Agenzia Fides 27/1/2026)
CONGO RD - Nuovi massacri commessi dai jihadisti delle ADF nell’est della RDC
Almeno 25 persone sono state uccise nel Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, in una serie di attacchi attribuiti ai ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF Allied Democratic Force).
Secondo quanto reso nota dal colonnello Alain Kiwewa, amministratore militare del territorio di Lubero “dalla notte del 24 gennaio, le ADF hanno terrorizzato la popolazione del villaggio di Musenge, nel territorio di Lubero, dove hanno bruciato diverse case (quasi l’intero villaggio), un centro sanitario e una chiesa cattolica”. Al momento- prosegue l’ufficiale congolese- compiangiamo la morte di due soldati, ustionati fino a renderli irriconoscibili”. “Gran parte della popolazione locale sta fuggendo verso la città di Butembo, situata ad almeno 30 chilometri di distanza. Il bilancio attuale delle vittime è solo provvisorio. Siamo in attesa di ulteriori informazioni dalle squadre di sicurezza congolesi e ugandesi dispiegate nella zona per ottenere una valutazione completa”.
Il villaggio di Musenge rientra nel raggruppamento di Mwenye, dove gli incessanti attacchi dei jihadisti delle ADF hanno creato una situazione di profonda insicurezza. Secondo fonti della società civile i precedenti attacchi nell’area hanno già causato più di 25 morti tra i civili e l’incendio di 63 case.
Le gravi condizioni d’instabilità nell’area di Mwenye hanno portato alla chiusura di cinque centri sanitari locali, con gravi disagi per le popolazioni locali.
Le ADF inoltre continuano a colpire anche nella confinante provincia dell’Ituri, dove almeno tre civili sono stati uccisi nella notte del 24 gennaio in un duplice attacco nei villaggi di Ahombo e Mangwalo, nel Territorio d’Irumu. Secondo fonti locali si registra pure la scomparsa di un numero imprecisato di abitanti dei due villaggi presi di mira.
Dal maggio 2021 le province del Nord Kivu e dell’Ituri sono state posto in stato d’assedio (vedi Fides 7/5/2021) proprio per permettere alle Forze Armate congolesi (Forces Armées de la République Démocratique du Congo FARDC) di avere pieni poteri al fine di contrastare le ADF e gli altri gruppi armati che da decenni seminano morte e distruzione nelle due aree. Ma a distanza di quasi cinque anni dall’imposizione di questa misura l’insicurezza nelle due provincie sembra non arrestarsi. Anzi secondo il clero regolare della diocesi di Bunia (capoluogo dell’Ituri) l’imposizione del regime militare ha peggiorato la situazione (vedi Fides 22/8/2025). (L.M.) (Agenzia Fides 26/1/2026)
TESTIMONIANZA
CONGO RD - padre Pulcini: i rifugiati fuggiti in Burundi muoiono di fame e stenti
I civili in fuga dalla guerra che sta insanguinando il loro Paese, vivono in condizioni estremamente precarie. In alcuni campi profughi manca tutto e malattie come il colera stanno uccidendo molte persone. La testimonianza di un missionario saveriano: fin dall’inizio si sono stimate oltre 200.000 persone. Ora hanno bisogno urgente di essere aiutati, e prima che sia troppo tardi
Un’ecatombe e un inferno che lasciano sgomenti. Anche perché tutto si sta consumando nell’indifferenza generale, nell’oblio del mondo. Perché nessuno sembra veramente interessato al fatto che la guerra civile che sta infiammando la Repubblica Democratica del Congo — soprattutto il nord Kivu, provincia ricca di risorse naturali strategiche come il coltan, l’oro, i diamanti, lo stagno ed il tungsteno — oltre a provocare migliaia di vittime sta spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il Paese africano per rifugiarsi nel confinante e povero Burundi dove, nei campi profughi nei quali sono ammassate migliaia di persone, si sta morendo di fame, freddo e stenti.
Il missionario saveriano Mario Pulcini in Burundi ci vive dal 1978, da quando è arrivato a Bujumbura, capitale economica della nazione. Ora che aldilà della frontiera il gruppo paramilitare ribelle M23, impegnato in una sanguinosa guerra con le forze armate congolesi ha conquistato con una ferocia inaudita tutta la zona di Uvira, le cose sono addirittura peggiorate. Il religioso di origine bergamasca racconta ai media vaticani che «il flusso intenso di migliaia di profughi è iniziato il 10 dicembre dello scorso anno, giorno della caduta della città congolese. Fin dall’inizio si sono stimate oltre 200.000 persone, molte delle quali oggi sono ospitate in diversi campi d’accoglienza, abbastanza grandi: uno nella provincia di Ruyigi e l’altro nella zona di Rumonge sulle rive del lago Tanganica». Ed è in queste due strutture costruite con tende di fortuna e scarti di legno e lamiere che c’è l’inferno. «Ho parlato proprio l’altro ieri con il direttore di Caritas Burundi che mi confermava una notizia terribile: recentemente, nel campo di Ruyigi, ci sono stati più di 60 decessi, molti dei quali provocati dal colera. E poi lì, come in quello di Rumonge, manca tutto: acqua, cibo, vestiti. E le malattie dilagano».
Goccia nel mare
L’intensa stagione delle piogge ed il freddo, poi, non fanno altro che aumentare i rischi: le tende nelle quali vive questa povera gente spesso si trasformano in tombe, perché la dentro si può anche rimanere bloccati dalla furia delle acque e del fango. E se ciò accade, nessuno è in grado di poterli tirare fuori. A tentare di portare nei campi qualche bene di prima necessità e qualche medicinale sono rimaste solo poche organizzazioni internazionali, compresa la Caritas che, quando non possono distribuire i pacchi di sopravvivenza, consegnano a ciascun profugo 36.000 franchi locali, che corrispondono a circa 7 euro. Una goccia nel mare, se si considera anche la circostanza che in quel contesto degradato è quasi impossibile trovare qualcosa da poter acquistare.
Aiuti urgenti
Adesso che le frontiere tra Repubblica Democratica del Congo, Burundi e Rwanda sono chiuse, gli aiuti potrebbero transitare solo tramite la Tanzania, con una traversata di molti giorni e non priva di enormi rischi. Anche se «i soldi stanziati dall’Onu, milioni di dollari, ancora non sono arrivati», ammette padre Pulcini, il Burundi, nel quale il 70 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, soffrendo di malnutrizione cronica, non si è «tirato indietro ed ha messo in campo uno sforzo umanitario senza precedenti: i profughi che non sono riusciti a rientrare nella Repubblica Democratica del Congo, e che non sono nei campi, sono stati ospitati nelle famiglie burundesi. Inizialmente, tra la popolazione c’era il timore di una possibile infiltrazione di elementi del gruppo M23 ma poi è prevalso il senso d’umanità, di accoglienza».
Chiesa in prima linea
Allo stesso modo, la Chiesa locale e le congregazioni religiose nazionali ed internazionali non si sono voltate dall’altra parte, nonostante le loro estreme ristrettezze economiche. Le parrocchie hanno perfino aperto le proprie porte, mentre il prossimo 30 gennaio, nell’arcidiocesi di Bujumbura, tutta la comunità ecclesiale parteciperà a ad un ritiro spirituale durante il quale si raccoglieranno aiuti umanitari e denaro che poi verranno consegnati ai profughi dei campi d’accoglienza. L’inferno congolese di Uvira, però, appare anche peggiore. La città in mano ai miliziani dell’M23, che dista 26 chilometri da Bujumbura, prima dell’assalto del gruppo paramilitare era considerata una delle porte d’accesso privilegiate per lo scambio commerciale tra le due nazioni. Ora non c’è più nulla: solo distruzione, macerie e morte. È qui che prova a sopravvivere un’altra comunità di religiosi saveriani a cui padre Pulcini telefona ogni giorno: «Mi hanno raccontato quello che è successo e sta ancora accadendo: spari, bombe, gente che fugge. E muore. In questi ultimi giorni sembra che la situazione si sia un po’ calmata. I nostri confratelli, quando possono, escono e cercano di incontrare persone. Ma c’è ancora tanta paura: l’M23 sostiene di essersi ritirato ma questo non è vero».
Anche ad Uvira si muore
Anche qui, come nei campi profughi del Burundi, non c’è più nulla da magiare. Si muore di fame in tutta la città. Ad uccidere, però, non è solo la penuria di cibo. È anche l’assenza d’umanità che annienta l’anima e la speranza. Un esempio recente lo racconta proprio padre Pulcini e riguarda uno dei suoi tre confratelli di Uvira, due italiani ed un messicano: «Due settimane fa la mamma del religioso messicano è deceduta e il figlio avrebbe voluto far ritorno in patria per poter partecipare ai funerali. Dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie, i confratelli di Uvira avrebbero dovuto condurlo alla frontiera con il Burundi dove io avrei dovuto prelevarlo, portarlo in aeroporto e imbarcarlo su un volo per il Messico». Ma dall’altra parte del confine, inaspettatamente, qualcosa ad un certo punto va storto: «Mentre ero in compagnia dei militari burundesi, che mi avrebbero dovuto aiutare in questa operazione, vengo avvertito che oltre la frontiera avevano cambiato idea. Non si poteva fare più nulla. Impedire ad un uomo di poter dare l’ultimo addio al proprio genitore è stato un gesto estremamente disumano». Un piccolo ma significativo campanello d’allarme che fa capire come il conflitto sia entrato in una fase nuova, più pericolosa, dove ora tutto può davvero succedere.
(di Federico Piana - 15 gennaio 2026 Vatican News)
