2026 01 28 SPECIALE NIGERIA
NIGERIA - Confermato il rapimento di 177 cristianiAPPROFONDIMENTO
NIGERIA - è strage di cristiani nella middle belt: dal 2015 i pastori Fulani hanno ucciso 40mila persone
TESTIMONIANZE
«Io, vescovo in Nigeria, vi dico che è in corso un genocidio dei cristiani»
Tra i cristiani perseguitati in Nigeria. «Nessuno vuole proteggerci»
In Nigeria, nella tendopoli di Bokkos, ultimo rifugio dei cristiani in fuga
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La settimana scorsa avevamo dato la notizia di questo rapimento e, contemporaneamente, la smentita da parte del governo. Insabbiamento o meno, la notizia si è rivelata vera.
NIGERIA - Confermato il rapimento di 177 cristiani; “nessun cattolico tra i rapiti” riferisce l’Arcivescovo di Kaduna
Le autorità nigeriane confermano il sequestro di massa di quasi 200 fedeli da alcune chiese avvenuto domenica 18 gennaio nella Kurmin Wali, nella Local Government Area di Kajuru nello Stato di Kaduna. Dopo aver negato con forza l’accaduto (vedi Fides 20/1/2026), il portavoce della polizia federale Benjamin Hundeyin, ha riconosciuto che l’iniziale smentita delle autorità dello Stato di Kaduna, era volto “a prevenire panico inutile mentre i fatti venivano accertatati”. “Tali dichiarazioni, che da allora sono state ampiamente fraintese, non costituivano una negazione dell’incidente, ma una risposta ponderata in attesa della conferma dei dettagli sul campo, tra cui l’identità e il numero delle persone coinvolte” aggiunge il portavoce della polizia. “Successive verifiche da parte delle unità operative e delle fonti di intelligence hanno confermato che l’incidente si è effettivamente verificato”.
Secondo quanto riferito all’Agenzia Fides nella tarda serata di ieri, 20 gennaio, dall’Arcivescovo di Kaduna, Mons. Mons. Matthew Man-Oso Ndagoso, in base alle informazioni a sua disposizione, domenica 18 gennaio sono stati rapiti 176 fedeli di due chiese della Chiesa dei Serafini e dei Cherubini -una Chiesa Indigena Africana -AIC). Non ci sono cattolici tra i cristiani rapiti. Il sequestro di massa, precisa l’Arcivescovo, si è verificato in villaggi molto remoti e le informazioni provenienti da quelle zone sono molto difficili da verificare.
La Christian Association of Nigeria (CAN), l’organizzazione ecumenica che riunisce le confessioni cristiane compresa la Chiesa cattolica, che aveva dato la notizia del rapimento, ha pubblicato i nomi delle 177 persone rapite (una in più di quanto riferito da Mons. Ndagoso). (L.M.)
(Agenzia Fides 21/1/2026)
Riportiamo la notizia
NIGERIA - oltre 160 fedeli rapiti nell’attacco a due chiese nel nord
L’attacco è avvenuto nello Stato di Kaduna, una delle aree più instabili del Paese. Secondo le testimonianze, gli assalitori sono arrivati in gran numero, hanno circondato gli edifici di culto e bloccato le vie di accesso, costringendo i fedeli a uscire con la forza e a essere condotti nella boscaglia. Secondo Open Doors, nel Paese africano sono state uccise 3.490 persone per motivi legati alla fede nel 2025
Oltre 160 fedeli cristiani sono stati rapiti nel corso di un attacco condotto domenica da bande armate contro due chiese in un villaggio isolato dello Stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. Lo hanno riferito un esponente del clero cristiano locale e un rapporto sulla sicurezza delle Nazioni Unite consultato dall’AFP.
Il momento dell’attacco
Secondo le testimonianze raccolte, gli assalitori sono arrivati in gran numero, hanno circondato gli edifici di culto e bloccato le vie di accesso, costringendo i fedeli a uscire con la forza e a essere condotti nella boscaglia. L’azione si è svolta durante le celebrazioni religiose, senza che al momento siano giunte rivendicazioni ufficiali o richieste di riscatto. L’attacco è avvenuto nello Stato di Kaduna, una delle aree più instabili del centro-nord della Nigeria, da anni teatro di violenze armate, sequestri di massa e incursioni contro comunità civili e religiose.
APPROFONDIMENTO
IlSussidiario.net ci aiuta a comprendere cosa accade nella cosiddetta Middle Belt, o Nigeria centrale, che è un’area geografica della Nigeria, costituita dal medio corso del fiume Niger e dal basso corso del fiume Benue, che confluiscono nella regione presso Lokoja. Comprende grossomodo gli stati di Niger, Kwara, Kogi, Benue, Nassarawa. Taraba, Plateau e Adamawa, oltre al Territorio federale della capitale. Il “Middle belt” è, di fatto, la cintura tra il nord a maggioranza islamica e il sud cristiano.
NIGERIA - è strage di cristiani nella middle belt
Dal 2015 i pastori Fulani hanno ucciso 40mila persone
È una vera e propria strage di cristiani quella in corso nella middle belt della Nigeria: i pastori Fulani in 10 anni hanno ucciso 40mila persone
Dopo un momento iniziare di ampia attenzione da parte dei media – e un po’ meno dei leader politici – internazionali, la crisi in corso in Nigeria sembra essere tornata di secondaria importanza in un mondo in cui le crisi si susseguono rapidamente senza che si abbia il tempo di risolverle, ma se la violenza nel Nord dello stato africano sembra essersi leggermente attenuata dopo i bombardamenti da parte del presidente USA Donald Trump; lo stesso non si può dire per la “middle belt” della Nigeria, ovvero gli stati centrali in cui all’origine della violenza ci sono soprattutto i pastori Fulani.
Facendo un passetto indietro, infatti, è utile ricordare che il centro della Nigeria è sempre stato un territorio piuttosto complicato dal punto di vista della sicurezza: qui persiste da decenni lo scontro – in larga parte velato – tra i pastori di etnia Fulani e gli agricoltori, un tempo politicamente separati in due zone diverse della middle belt per evitare violenze; ma quella divisione territoriale sta venendo progressivamente meno a causa del cambiamento climatico che ha ridotto la fertilità dei territori Fulani, spingendoli sempre più vicini a quelli gestiti dagli agricoltori di etnia differente.
Ad aggravare la crisi nella Nigeria centrale, poi, ci ha pensato anche il governo di Muhammadu Buhari – in carica dal 2015 al 2023 – che per porre fine allo scontro tra Fulani (gruppo etnico del quale, non a caso, faceva parte) ed etnie differenti dispose il sequestro e il divieto di possedere armi in tutta la Nigeria: una politica dalla quale, però, esonerò proprio i Fulani, permettendo loro – di fatto – di armarsi fino ai denti a differenza del resto della popolazione, rimasta completamente inerme all’avanzata di una vera e propria forza militare.
Le storiche tensioni tra pastori e agricoltori, sfociate in violenza anticristiana
È, insomma, in questa precaria e complessa situazione che si trova la Nigeria e mentre il mondo si concentrava sulla crisi in corso nel Nord del paese, è stata completamente ignorata la situazione nella middle belt, progressivamente degenerata proprio a causa delle azioni sempre più terroristiche compiute dai pastori Fulani che si sono riuniti nel gruppo FEM, affiliato forse allo Stato islamico attivo nel Sahel, oppure alle frange moderne di al-Qaeda.
Da soli, i terroristi del FEM si stima che negli ultimi dieci anni abbiano ucciso più di 40mila persone, in larghissima parte – quasi ovviamente, data la loro appartenenza apertamente islamica – cristiani: tra gli stati più colpiti vi è quello rurale di Benue che attualmente conta qualcosa come 500mila sfollati (costretti a vivere in campi profughi fatiscenti e senza alcun comfort) e che lo scorso giugno è stato teatro di uno degli attacchi più gravi degli ultimi anni con più di 200 morti nel villaggio di Yelwata. (di Lorenzo Drigo 18 Gennaio 2026)
TESTIMONIANZE
Avvenire sta pubblicando alcuni articoli di Paolo Lambruschi dalla capitale del Benue (Nigeria)
«Io, vescovo in Nigeria, vi dico che è in corso un genocidio dei cristiani»
di Paolo Lambruschi, inviato a Makurdi (Nigeria)
Monsignor Wilfred Anagbe guida la diocesi di Makurdi, nel sud est del Paese africano, dal 2015. «I terroristi Fulani cercano i contadini casa per casa, bruciano i villaggi e cacciano le persone dalle campagne. Rompiamo la cospirazione del silenzio»
«Non ho paura a chiamarlo genocidio dei cristiani. Sono stati uccisi migliaia di cristiani e decine di migliaia sono stati scacciati dalle campagne. La diocesi ha perso 21 parrocchie in villaggi rurali non più accessibili perché dopo gli attacchi dei terroristi sono arrivati i Fulani dalla Nigeria e da altri paesi a sostituire i contadini cristiani». Wilfred Anagbe, 60 anni, vescovo di Makurdi dal 2015 definisce senza esitazioni quel che la sua comunità sta vivendo nello Stato di Benue e nella sua diocesi dove il primo campo per sfollati è stato aperto nel 2001. In un discorso al Parlamento Europeo nell’ottobre 2022, Anagbe aveva paragonato la situazione dei cristiani nel Paese a «una Jihad avvolta con molti nomi: terrorismo, rapimenti, pastori assassini, banditismo, altri gruppi di milizie» e ha invitato la comunità internazionale ad abbandonare la “cospirazione del silenzio”. Non tutti i vescovi nigeriani condividono la sua posizione, ma lui non polemizza e prova a dare voce al dramma dimenticato della sua gente.
Che situazione vede a Makurdi?
Terribile. C’è secondo me un’agenda chiara e pianificata per islamizzare la Nigeria centrale a partire da qui, dove la maggioranza della popolazione è cristiana, per cambiare la demografia, con attacchi sistematici dei terroristi Fulani. Lo schema è lo stesso, con villaggi saccheggiati e bruciati e i contadini cristiani uccisi, cercati casa per casa. Gli attacchi negli ultimi anni sono aumentati e i campi per sfollati aperti dallo stato regionale si sono riempiti. Eppure sento ancora parlare di mutamenti climatici, scontri tra pastori e contadini, e banditismo. Ma allora perché avvengono i massacri e perché le terre non vengono restituite dallo stato federale a comunità che vogliono solo vivere in pace? E in quale Paese si uccide per i cambiamenti del clima? Ci sono diversi gruppi terroristici in Nigeria a partire da Boko Haram, tutti hanno la stessa agenda che prevede rapimenti, stupri e uccisioni di cristiani. Ma l’Occidente, l’Europa, non vuole capirlo.
Quando è cominciata l’escalation jihadista nel territorio del Benue?
Nel 2018, quando ci sono stati oltre 70 contadini uccisi mentre in un attacco nel villaggio di Mbalom durante un funerale sono state ammazzate 16 persone, tra cui due sacerdoti. Il governatore di allora chiese giustizia e lo stato federale reagì, ma non è cambiato nulla. Le terre non sono mai state restituite. Circa 2.600 persone, per lo più donne e bambini, sono state uccise dopo attacchi a 50 comunità di Benue tra gennaio 2023 e febbraio 2024, secondo Amnesty International. E nel 2025 le cose sono andate peggio. Benue viene definita “cestino alimentare della nazione” e ora la produzione agricola è in crisi. (...)
Come vivono gli sfollati?
La situazione è intollerabile. Si sta diffondendo la prostituzione anche minorile, la tratta anche di bambini che qui non vanno a scuola. Ci sono famiglie che hanno venduto un figlio per sfamare gli altri. La diocesi fa quel che può. Mancano gli aiuti, c’è malnutrizione, ci sono malattie. Gli sfollati faticano a trovare lavoro, devono tornare presto alle loro terre. Chiediamo aiuto per avviare ad esempio cure per disturbi post traumatici e assistenza psicologica a chi ha perso i familiari.
Tra i cristiani perseguitati in Nigeria. «Nessuno vuole proteggerci»
di Paolo Lambruschi, inviato a Makurdi (Nigeria)
A Makurdi, nel sud est del Paese africano, abbiamo raccolto le voci di chi è stato aggredito, ferito, violentato dai terroristi Fulani. «Incendiano case e chiese, prendono di mira i villaggi. Hanno ucciso tanti di noi senza pietà». Solo papa Leone ha rotto in questi mesi il silenzio della comunità internazionale
Mitty siede nel mezzo dello squallido campo per sfollati a Makurdi, capitale dello stato federale di Benue, sud est della Nigeria. E inizia a voce bassa a raccontare l’orrore che torna ogni notte nei suoi incubi. Mitty, 49 anni, il capo coperto per celare una cicatrice, è sopravvissuta al massacro delle mamme dei bambini a Yelwata nella notte maledetta tra il 13 e il 14 giugno 2025. «Ero arrivata in quel villaggio con mia figlia di 10 anni e mio marito, dopo che due anni prima i terroristi Fulani avevano attaccato il mio villaggio. Eravamo ospiti della missione cattolica. I terroristi Fulani erano appostati nella foresta e sono arrivati all’improvviso bruciando case e raccolti e poi uccidendoci». Si ferma, il volto impietrito mentre il tono della voce sale. «I terroristi hanno preso me, la mia bambina e mio marito. Prima hanno violentato lei fino a ucciderla, poi mi hanno stuprata». Ora urla tutta la sua disperazione. Piange. «Mio marito è stato costretto ad assistere. E poi lo hanno ucciso. Mi hanno colpito, ho perso conoscenza, mi hanno detto dopo cosa era successo». La donna superstite è sola.
«La mia vita è finita, ma chiedo che il governo ci restituisca la terra che i terroristi hanno occupato. Ci hanno detto che i cristiani devono andarsene altrimenti ci uccideranno tutti. Perché il governo non è intervenuto e ci fa vivere in un campo dove non abbiamo, acqua, cibo, medicinali e i bambini non vanno a scuola?». Circa 200 persone vennero uccise quella sera a colpi di arma da fuoco e di machete, come nel Ruanda del 1994. E circa 3.000 sono state sfollate. Raggiungiamo in auto quel che resta di Yelmata, case bruciate e campi incolti. La notte del massacro l’aria era piena dell’odore di corpi bruciati di bambini, madri e padri. «Di fronte c’è una caserma della polizia – afferma indicandola Joseph, proprietario di un negozio bruciato dopo che all’interno è stata compiuta una mattanza– ma nessuno si è mosso in tempo per proteggerci. Gridavano “Allahu Akhbar”, la polizia ha salvato solo chi era nella chiesa». Del massacro aveva parlato solo papa Leone all’Angelus del 15 giugno scorso. «Prego in particolare – disse – per le comunità cristiane rurali dello stato di Benue, incessantemente vittime di violenza».
Gli attacchi contro i cristiani in Nigeria da parte di miliziani si susseguono dal 2001. I media occidentali hanno parlato soprattutto dei rapimenti al nord di studentesse e studenti anche islamici da parte dei terroristi di Boko Haram, per combattere il quale sono stati stanziati finanziamenti cospicui. Ma negli ultimi 10 anni si sono intensificati nella parte centrale, la cosiddetta Middle Belt, la cintura tra il nord islamico e il sud cristiano e li ha compiuti il gruppo terrorista Fulani ethnic militia (Fem) che avrebbe ucciso almeno 40mila persone, perlopiù cristiani, il quintuplo delle vittime di Boko Haram. Non se conosce la matrice, se sta con lo Stato islamico della provincia del Sahel o con Jamat Nusrat, franchigia di al-Qaeda nel Sahel. Ma nel Benue, il più colpito, hanno causato 500 mila sfollati dalle fertili aree rurali.
L’ultimo attacco risale al 3 gennaio e i raid dei terroristi che vengono dal nord e dallo stato federale confinante del Nasarawa non risparmiano i campi per sfollati.
Lo schema degli attacchi del Fem è identico. Incendiano le case costringendo gli abitanti a uscire, poi li massacrano.
I contadini cristiani sono disarmati da quando il precedente governo federale di Buhari (etnicamente legato ai Fulani) ha disposto il sequestro o la consegna volontaria delle armi da fuoco per contrastare l’insicurezza e la criminalità nel paese più popolato del continente (240 milioni di abitanti) dove circolano gran parte degli otto milioni di armi dell’Africa occidentale. Ma la misura non è stata applicata ai Fulani. I terroristi vengono da Mali, Niger, Chad e dal nord della Nigeria. Nel nord le tensioni tra agricoltori e pastori, aggravate dalla diversa appartenenza etnica, sono sempre state presenti e i cambiamenti climatici e la riduzione dei pascoli stanno spingendo i mandriani Fulani in zone nuove. Ma negli ultimi anni gli attacchi terroristi ci sono diventati sistematici, feroci e con una precisa connotazione anticristiana. Nessun colpevole è stato individuato alimentando i sospetti di connivenza della politica e di un piano deliberato per colpire i cristiani, che nel Benue sono all’80% cattolici, cambiando la demografia.
Per analisti e organizzazioni umanitarie occidentali, allineati con la narrazione del governo federale, parlare di cristiani perseguitati in Nigeria resta un tabù.
Invece papa Leone il 9 gennaio, nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha ricordato la persecuzione dei cristiani in Nigeria, dove la situazione è stata definita drammatica dal recente rapporto di Open doors.
A Makurdi ogni famiglia presente nei nove campi per sfollati aperti dalla diocesi e dallo Stato ha sofferto l’indicibile. Nel campo del mercato nuovo incontro Ngusha, che ha in braccio una neonata. Ha visto morire a Yelmata i suoi cinque figli. Racconta con tono monocorde e sguardo assente il male più grande.
«Nella notte tra il 13 e il 14 giugno stavamo dormendo nella capanna quando sono entrati i terroristi e hanno incendiato tutto. Hanno massacrati i miei figli con il machete, il più grande aveva 14 anni, il più piccolo 6. Mi sono salvata perché sono salita su un albero e da lì ho visto tutto. Ero incinta, ho partorito mia figlia a dicembre in questo campo per sfollati. Vivo solo per lei». L’ha chiamata Consolazione, solleva la maglietta per allattarla. Un’altra mamma si avvicina con la figlia di cinque anni e senza una parola mostra la grande cicatrice che deturpa la schiena della bambina. I terroristi Fulani l’hanno ferita col machete mentre fuggiva. Un ragazzo che vende cibo nel campo ha la caviglia marchiata da una ferita d’arma da fuoco. Gli hanno sparato a sangue freddo mentre era a terra.
Anche il giovane che chiede aiuto con lo sguardo basso è stato ferito gravemente nella notte dell’orrore di Yelwata. I terroristi lo hanno catturato ed evirato con il machete. Ha 25 anni, lo tiene vivo una speranza. «Posso operarmi per far ricostruire almeno in parte le vie urinarie in India, cerco i soldi per il viaggio e l’operazione». Nei campi le condizioni sono pessime. Isa Sanusi, direttore di Amnesty International Nigeria, ha dichiarato che «i sopravvissuti devono affrontare il tormento di essere sfollati in campi sovraffollati e insalubri, senza accesso a sufficiente acqua, scarsa igiene, cibo e assistenza sanitaria dove le malattie sono comuni e le risorse essenziali scarseggiano. Le autorità nigeriane devono adottare misure urgenti per evitare una catastrofe umanitaria nello stato centrale di Benue».
Parole confermate dalla Fondazione Giustizia e pace diocesana che aiuta gli sfollati facendo giocare i bambini e facendo lezioni di igiene. L’Ue non si è mai vista, a parte le organizzazioni umanitarie occidentali, e latita anche il governo federale. L’unica risposta sono stati i missili Usa sganciati il 25 dicembre sullo Stato del Sokoto. Forse Washington è intervenuta per interesse verso le ricche miniere di oro e litio del Paese, forse il bombardamento è stato davvero richiesto dal governo di Abuja. Sta di fatto che un mese fa il deputato repubblicano Usa Riley Moore visitò i campi del Benue, ascoltò queste storie e parlò a Donald Trump di genocidio dei cristiani, motivazione ufficiale del bombardamento sulle basi islamiste. Dovrebbe bastare per indurre il governo federale di Tinubu a fermare i terroristi e far tornare a casa gli sfollati.
In Nigeria, nella tendopoli di Bokkos, ultimo rifugio dei cristiani in fuga
di Paolo Lambruschi, inviato a Bokkos (Plateau State)
Reportage dal Plateau State, dove dal 2018 i primi sfollati vivono attorno alla chiesa di Sant’Agostino. Le stragi di Natale ‘23 e Pasqua ‘25 mostrano una violenza programmata: mezzo milione i senza tetto
In Nigeria, nella tendopoli di Bokkos, ultimo rifugio dei cristiani in fuga
Il vento freddo che scende dal deserto nella stagione dell’Harmattan asciuga l’aria del Plateau State. E fa rabbrividire al tramonto il centinaio di sfollati in fila davanti alla chiesa di Sant’Agostino, a Bokkos. Portano le loro storie disperate di dolore e morte a chi vuole ascoltare. Sono perlopiù donne e bambini, gli uomini adulti sono in giro a cercare di sbarcare il lunario perché nei campi mancano cibo, acqua e medicinali. E le coperte per la notte e la scuola per i bambini. Alcune famiglie vivono da otto anni nella tendopoli eretta dalle autorità statali e dalla diocesi di Pankshin accanto alla chiesa per accoglierli nell’emergenza, altri sono arrivati nel 2023 e nel 2025 dalle campagne, messi in fuga dagli estremisti del Fem, il gruppo terrorista dei pastori Fulani radicalizzati che in otto anni ha provocato mezzo milione di sfollati – quasi tutti agricoltori cristiani – con omicidi efferati, stupri di gruppo e massacri nel cuore rurale del grande Paese africano.
Il viaggio tra i cristiani nigeriani perseguitati arriva nel “Middle belt”, la cintura tra il nord a maggioranza islamica e il sud cristiano. Nel Plateau State la popolazione è ancora in prevalenza cristiana, dicono diversi rapporti sulla libertà religiosa. Gli omicidi di massa a sfondo religioso compiuti dalle bande di terroristi Fulani sono iniziati fra il 7 e l’8 marzo 2018 in diversi villaggi con l’incendio di decine di abitazioni e la fuga di migliaia di abitanti terrorizzati.
Nel 2025 le violenze hanno provocato un migliaio circa di morti nelle campagne fertili, di cui oltre 300 in aprile.
Le date dei due attacchi più sanguinosi nei dintorni di Bokkos danno ragione a chi vede un disegno persecutorio anticristiano stendersi sulle campagne dell’altopiano. La vigilia di Natale del 2023 e la Settimana santa dello scorso anno sono state infatti macchiate di sangue. La strage avvenuta tra il 23 e il 26 dicembre 2023 secondo il vescovo di Pankshin, Michael Gobal Gokum, che ci accoglie mentre giriamo il campo «ha traumatizzato tutti: 200 morti in tre giorni, Natale compreso».
«Il fatto che abbia avuto luogo a Natale – ricorda padre Andrew Dewan, direttore delle comunicazioni diocesane – e che i cristiani di 26 comunità siano stati presi di mira in un territorio misto in cui i musulmani non vengono attaccati, manifesta le caratteristiche di un conflitto religioso». Le vittime hanno lamentato la mancanza di risposte da parte delle forze di polizia. Eppure, secondo padre Andrew, prima delle aggressioni «c’erano state voci, con i vicini musulmani che invitavano i cristiani ad andarsene perché sapevano che ci sarebbe stato un attacco. E ciò avrebbe dovuto mettere la sicurezza in allerta, ma come spesso accade sono stati colti di sorpresa».
«Non abbiamo accesso all’acqua, i nostri bambini non vanno a scuola e molti finiscono nei giri della prostituzione. Chiediamo al governo di riportarci a casa, vogliamo tornare alla nostra terra»
Tra la fine di marzo e il 13 aprile dello scorso anno i terroristi Fulani hanno attaccato nuovamente diversi villaggi cristiani uccidendo 126 cristiani tra uomini, donne e bambini e provocando circa 7.000 sfollati in 20 giorni. Chi ha potuto visitare i feriti negli ospedali come quello di Jos, capitale del Plateu, ha riferito che molti presentavano gravi lesioni causate da colpi di machete alla nuca. Come Stephen, sette anni la cui famiglia era in casa e dormiva. I miliziani hanno ucciso il padre con un proiettile, tagliato le braccia a sua madre e ucciso i suoi due fratelli. Anche lui è stato colpito al collo con un machete ed è vivo per miracolo. Sempre in quei giorni di orrore 11 persone, tra cui una donna incinta, il marito e una bambina di 10 anni, sono state uccise nel villaggio di Ruwi. Gli assalitori, che secondo quanto riferito gridavano «Allahu Akhbar», hanno attaccato i partecipanti a un funerale. In 25 anni la Fondazione giustizia e pace di Pankshin ha contato 67 attacchi ad altrettante comunità e un migliaio di famiglie sfollate. Solo in un paio di casi sono segnalati furti di bestiame o di motociclette, per il resto il report parla di case e raccolti incendiati e di omicidi. Un anziano leader di comunità racconta che questo è il suo ottavo anno nel campo di Sant’Agostino. «Non abbiamo accesso all’acqua per cui ci sono problemi di igiene e di salute. Dormire è difficile, d’estate fa caldo e adesso è freddo. I nostri bambini non vanno a scuola e molti finiscono nei giri della prostituzione per sopravvivere. Chiediamo al governo di riportarci a casa, siamo contadini e vogliamo tornare alla nostra terra».
La diocesi di Pankshin sta fronteggiando da sola un’emergenza umanitaria. «Ci sono più di 9mila persone sfollate in diocesi – sottolinea il vescovo Michael – e la chiesa cattolica ne ospita la maggior parte. Di cosa abbiamo bisogno? Chiedo ai confratelli italiani di aiutarci a costruire una clinica per curare i traumi psichici di queste persone che hanno perso tutto e hanno visto la morte. Non hanno prospettive se rimangono qui». Ci indica una tenda con l’insegna dell’Unicef. Quella è la nostra scuola, l’unica per 300 bambini sfollati».
Quali sono le cause di questi attacchi? «I mandriani Fulani – spiega il prelato puntando il dito verso le campagne circostanti, fino alle montagne – sono sempre scesi da Nord a far pascolare le loro bestie e i problemi con i contadini ci sono sempre stati, ma non si era mai vista tanta violenza come negli ultimi due anni, quando gli attacchi sono stati condotti per mettere in fuga i cristiani. Quasi nessuno degli agricoltori islamici è stato toccato. Abbiamo perso sei parrocchie su 32 nei dintorni di Bokkos: i sacerdoti non possono tornare, troppo pericoloso. Il governo può fare di più per proteggere la popolazione e far tornare a casa gli sfollati».
La situazione a Jos, capitale del Plateau, dove le tensioni religiose sono iniziate 15 anni fa, inquieta padre Basil Khassam, responsabile della Fondazione Giustizia e pace diocesana. «Abbiamo visto oltre 11mila sfollati in 20 anni. Ben 1.000 negli ultimi due, quasi tutti cristiani. Riusciamo a dar loro aiuti di emergenza, ma stanno aumentando». La tensione è alta, in alcune zone del Plateau i cristiani si sono armati e hanno compiuto attacchi contro comunità musulmane per ritorsione. «Il governo – prosegue il sacerdote – deve diventare proattivo, prevenire gli attacchi e restituire la terra. Le radici di questa violenza affondano in una serie di fattori. I cambiamenti climatici che portano molti pastori rimasti senza pascoli a migrare dalle aree del Sahel alla Nigeria e il banditismo con i sequestri, i furti e il “land grabbing”, la depredazione delle terre. Ma è sempre più evidente la volontà dei gruppi terroristici di islamizzare i territori con la forza e di prendere la terra con la violenza ai cristiani. Gli attacchi portati a 5-6 comunità simultaneamente fanno parte di un piano preciso per cambiare la demografia nel Plateau».
(Articoli da Avvenire, gennaio 2026)
