2026 01 14 LEONE XIV - la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi

LEONE XIV - la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi
PAKISTAN - aumentate le aggressioni contro i cristiani nel periodo natalizio
NIGERIA - “I bambini appena rilasciati della scuola di Papiri hanno subito un nuovo trauma dopo i recenti raid banditeschi con la morte di 49 persone”
SIRIA - Jallouf: ad Aleppo basta guerra e sfollamenti
EUROPA - Famiglie Cattoliche europee: L’Unione europea ha deciso di sostenere apertamente soggetti che non presentano la famiglia come strumento e risorsa per il bene comune.
TESTIMONIANZA
YEMEN - Martinelli: nel caos resistono due comunità religiose e fanno miracoli
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LEONE XIV - la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi
Non si può, tuttavia, tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede.
Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un “privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale.
In questa sede, desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico.
Non va tuttavia trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia.
(dal DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE. Aula della Benedizione Venerdì, 9 gennaio 2026)

PAKISTAN - aumentate le aggressioni contro i cristiani nel periodo natalizio
Dopo una serie di brutali aggressioni a giovani donne cristiane un appello urgente alle autorità del Paese per avviare un’azione di tutela dei diritti delle minoranze. Padre Lazar Aslam, frate cappuccino e direttore della Commissione Giustizia, pace e diritti umani a Lahore denuncia: “Molti casi non vengono neppure denunciati”

La fede dei cristiani in Pakistan resta salda mentre le comunità si trovano a lottare sotto il peso della paura e dell’ingiustizia. I fedeli hanno celebrato la nascita del Salvatore, momento che ha riempito le chiese e le case di gioia, speranza e promessa di pace per il nuovo anno. Tuttavia, nelle ultime settimane, la comunità cristiana in questo paese a larga maggioranza islamica ha subito una dolorosa ondata di violenze, mirate in particolare contro le donne e non solo.

Attacchi orribili contro minorenni
Indignazione e sgomento ha causato l’assassinio di un pastore protestante presbiteriano compiuto da un sicario il 5 dicembre, davanti alla figlia, per fermare la sua attività di predicazione del Vangelo. Nei giorni successivi l’elenco dei casi di violenza ha riguardato Saira, una ragazza cristiana di 14 anni, rapita e stuprata da un gruppo di uomini, e la piccola Shumaila Masih, di 6, aggredita in una scuola. Un grido straziante si è alzato poi dalla comunità di Sheikhupura, città della provincia del Punjab, dove Najma, bambina cristiana di 12 anni, è stata rapita, convertita con forza all’islam, brutalmente abusata e poi abbandonata per strada. “Abbiamo constatato una serie di orribili attacchi contro minorenni cristiane”, spiega a L’Osservatore Romano padre Lazar Aslam, frate cappuccino e direttore della Commissione Giustizia, pace e diritti umani a Lahore: “Alcuni episodi sono denunciati e vengono alla luce ma molti altri rimangono nascosti perché le famiglie vivono sotto minaccia di morte e una schiacciante vergogna sociale”.

Un Natale nella paura
In Belucistan, Laiba Patras, collaboratrice domestica cristiana di 20 anni, ha resistito a un tentativo di violenza sessuale da parte del suo datore di lavoro ma invece di ricevere giustizia, si trova ad affrontare un’accusa di furto inventata. E un’altra donna cristiana, Aqsa, è stata incriminata dopo aver opposto resistenza a un uomo che voleva sposarla.
“Tali casi, molto diffusi, mostrano la vulnerabilità delle minoranze e il fallimento del sistema che dovrebbe proteggerle. Come hanno potuto i fedeli cristiani in Pakistan vivere con pienezza e gioia lo spirito del Natale se le loro figlie erano in pericolo, i loro pastori venivano assassinati e la loro dignità calpestata?”, si chiede padre Lazar. Eppure, rileva, “anche in questo clima di paura la comunità dei credenti non si chiude nel silenzio o nella disperazione. Coltiviamo, invece, un impegno più profondo a costruire la pace, un’unità più forte e una missione rinnovata”. La speranza non si spegne: “Le stesse ferite che gridano giustizia — dice Aslam — rinsaldano la nostra fede, ci chiamano a rafforzare la vita spirituale, la fraternità e la missione di pace nella nazione. Ecco perché incontri, iniziative, celebrazioni per il Natale e per la chiusura dell’Anno giubilare hanno avuto per noi un significato profondo di fede e speranza”.

Un appello a fermare le violenze
Da frate francescano, Lazar Aslam racconta l’assemblea generale della Custodia “Mariam Siddeeqa” dei cappuccini in Pakistan, incentrata sul tema Vivere il nostro carisma, in cui “abbiamo ricordato che il messaggio di Francesco di Assisi va vissuto qui nelle strade, accanto ai poveri e nel coraggio di dire la verità al potere. Invitiamo il governo pakistano a proteggere le minoranze religiose e a far rispettare la giustizia senza pregiudizi”. Con questo obiettivo lavorerà la Commissione nazionale per i diritti delle minoranze, approvata dal Parlamento di Islamabad lo scorso dicembre, che sarà concretamente istituita in tempi brevi. Questo organismo potrà garantire maggiore tutela dei diritti fondamentali. L’approvazione arriva dopo la storica sentenza della Corte suprema del 2014 che ha ordinato alla politica di istituire un’apposita commissione per i diritti delle minoranze, dopo gli attacchi contro le chiese. I cristiani in Pakistan “ringraziano le organizzazioni della società civile che, in tutti questi anni, hanno continuato a chiederne l’attuazione”, osserva fra Aslam. “Siamo convinti che il suo operato potrà contribuire a fermare le violenze e aprire una stagione di luce per il Pakistan”, conclude. (di Paolo Affatato, 08 gennaio 2026 Vatican News)

NIGERIA - “I bambini appena rilasciati della scuola di Papiri hanno subito un nuovo trauma dopo i recenti raid banditeschi con la morte di 49 persone”

Tra il 28 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 una sessantina di banditi hanno agito impunemente uccidendo almeno 49 persone scorrazzando liberamente tra la Borgu Local Government Area nello Stato del Niger e la parte meridionale della Shanga Local Government Area nello Stato di Kebbi. È quanto denuncia all’Agenzia Fides Mons. Bulus Dauwa Yohanna, Vescovo di Kontagora, diocesi già seriamente colpita il 21 novembre dal rapimento di 265 alunni della scuola cattolica primaria e secondaria cattolica St. Mary nella comunità di Papiri (vedi Fides 24/11/2025). È proprio i bambini e ragazzi liberati in più tappe (vedi Fides 9 e 22 dicembre 2025) ad essere ancora più traumatizzati dalla nuova scorreria di banditi che hanno agito, rimarca Mons. Yohanna “senza essere contrastati dalla forze di sicurezza”. “I bambini della scuola di Papiri che sono stati di recente rilasciati dalla cattività sono ancora più traumatizzati” afferma il Vescovo di Kontagora “perché a causa dei nuovi raid, sono stati costretti a nascondersi nella boscaglia con le loro famiglie di giorno e di notte”.
Secondo quanto comunicato all’Agenzia Fides da Mons. Yohanna, il primo raid risale al 28 dicembre quando “banditi pesantemente armati in sella a 30 motociclette, ognuna delle quali trasportava due persone, hanno lasciato i propri nascondigli nella foresta della riserva di Borgu” per poi attaccare il villaggio di Kaiwa dove hanno ucciso cinque persone e saccheggiato e dato alle fiamme abitazioni e granai. Il commando si è poi diretto verso il villaggio di Gebe dove sono state uccise altre due persone.
Il raid è proseguito il 1° gennaio passando per il villaggio di Shafaci dove ha assalito la locale stazione di polizia distruggendone la documentazione. I banditi si sono poi nascosti nella vicina boscaglia dove hanno passato la notte. Il 2 gennaio hanno assalito la chiesa cattolica di Sokonbora, distruggendo il crocefisso, i quadri delle stazioni della Via Crucis, e gli strumenti musicali. Hanno inoltre prelevato dalla parrocchia due motociclette, alcuni cellulari e denaro contante.
I criminali hanno quindi occupato un complesso abitativo nel vicino villaggio di Kambari dove hanno trascorso il resto del giorno mangiando polli e capre degli abitanti. Da lì si sono diretti il 3 gennaio verso il villaggio di Kusuwan Daji a 8 km da Sokonbora, dove hanno assalito il mercato. I malviventi hanno dato fuoco agli esercizi commerciali e hanno giustiziato 42 uomini dopo avere legato loro le braccia dietro la schiena. “Le vittime erano sia cristiane sia musulmane” riferisce Mons. Yohanna, che aggiunge che i banditi hanno rapito un numero imprecisato di donne e bambini. “Il fuoco degli incendi appiccati dai banditi era così intenso che si poteva vedere da Papari a 15 chilometri di distanza” dice il Vescovo.
Mons. Yohanna nell’esprimere le condoglianze per le vittime dell’assalto al mercato di Kusuwan Daji invita le popolazioni locali di diversa origine etnica (Kamabari, Bussawa, Fulani, Hausa) “di non vedere nell’altro il nemico ma di rimanere uniti nel respingere la violenza in ogni forma e di stare insieme nel far fronte al banditismo”. Il Vescovo rivolge infine un pressante appello alle autorità nigeriane perché assicurino alla giustizia gli autori di “questo odioso crimine” e garantiscano la sicurezza di tutti. (L.M.) (Agenzia Fides 8/1/2025)

SIRIA - Jallouf: ad Aleppo basta guerra e sfollamenti
La testimonianza del vicario apostolico della città siriana, dove da martedì nelle aree a maggioranza curda infuriano gli scontri tra l’esercito di Damasco e le Forze democratiche siriane: “Basta guerra, basta paura e basta sfollamenti”

La Siria, dopo 14 anni di guerra civile, ha bisogno di stabilità ma ad Aleppo “le cose non vanno bene”. Lo afferma monsignor Hanna Jallouf, vicario apostolico di Aleppo, raggiunto al telefono dai media vaticani. Parla dalla città del nord della Siria, dove da martedì sono ripresi intensi combattimenti tra le forze governative di Damasco e le milizie a maggioranza curda riunite nelle Forze democratiche siriane (Fds).

Al fianco del popolo
“Un pastore deve stare con il suo gregge nelle difficoltà”, assicura il presule secondo cui la situazione purtroppo ad Aleppo sembra andare “di male in peggio”. Il bilancio provvisorio degli scontri parla di almeno cinque morti e decine di feriti, tra cui civili, mentre l’Onu stima che oltre 30.000 persone abbiano già lasciato la città nel tentativo di mettersi in salvo. Jallouf racconta di un video drammatico che circola in rete “in cui si vedono cadaveri nelle strade ancora sotto le macchine”. L’esercito siriano ha annunciato il coprifuoco nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh a partire dalle 15 ora locale. E ha ordinato ai residenti di diverse aree a maggioranza curda di lasciare le loro abitazioni in vista degli attacchi contro le Fds.

L’assistenza agli sfollati
“Ieri hanno aperto due corridoi umanitari per far passare la gente fino alle tre e mezza di pomeriggio”, conferma Jallouf, spiegando che ad Aleppo “noi come cristiani abbiamo allestito tre luoghi per ricevere la gente, due nel vescovado latino (uno al Terra santa college; l’altro nella chiesa dell’Annunciazione) e anche i siro-ortodossi ne hanno aperto uno nel loro vescovado”. I musulmani hanno aperto quattro moschee. “Complessivamente quasi 3.500 persone sono state già accolte, mentre altri hanno trovato rifugio in alcune abitazioni private o in altri luoghi”. Oltre ad offrire un rifugio sicuro, secondo il vescovo, “abbiamo fornito loro coperte e beni di prima necessità”. “Speriamo che il Signore ci dia la forza, il coraggio e la pace”, conclude auspicando finalmente una completa stabilizzazione dopo 14 anni di guerra: “Abbiamo già sofferto molto. Basta sangue e basta paura. Già abbiamo 11 milioni di siriani all’estero; basta sfollamenti”.
(Christine Seuss e Valerio Palombaro, Vatican News, 08 gennaio 2026)

EUROPA - Famiglie Cattoliche europee: L’Unione europea — afferma Bassi — ha deciso di sostenere apertamente soggetti che non presentano la famiglia come strumento e risorsa per il bene comune.
Dopo la bocciatura da parte della Commissione europea del finanziamento di alcuni progetti in difesa dei minori, la Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa denuncia quella che il presidente, Vincenzo Bassi, definisce una discriminazione: “È come se la nostra esperienza non avesse alcuna dignità, come se non fosse coerente con i principi dell’Unione europea. Questo non possiamo assolutamente accettarlo”. Ora il rischio è la stessa sopravvivenza della Federazione

«Quando alle istituzioni europee proponi la famiglia come soggetto insostituibile fanno di tutto per escluderti». Vincenzo Bassi è deluso. Profondamente scosso. Come presidente della Fafce, la Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa che, tra Bruxelles e Strasburgo, rappresenta 32 organizzazioni di 22 nazioni, è spaventato dal fatto che la Commissione europea abbia detto no al finanziamento di sei progetti mirati, ad esempio, alla tutela dei minori nel mondo digitale, a combattere la solitudine dei bambini e a rafforzare le attività della stessa federazione.

Vere motivazioni
Cinque di questi progetti, svela Bassi ai media vaticani, «sono stati bocciati con delle valutazioni molto generiche grazie alla discrezionalità che la Commissione europea può esercitare». Ma sono le ragioni adottate per cassare il sesto progetto che svelano, secondo il presidente della Fafce, le vere motivazioni alla base del rifiuto di approvarli tutti: «Ci hanno fatto sapere che l’approccio della Fafce è contrario ai principi di uguaglianza dell’Unione europea. Ora, il nostro approccio non è altro che quello di indicare, alla società europea, la famiglia come esempio di soluzione non solo per i problemi di tipo sociale ma anche economico. Secondo loro, dunque, l’esperienza familiare è contraria ai principi di eguaglianza perché non rispetta la parità di genere».

Posizione discriminatoria
Una posizione che Bassi definisce, senza troppi giri di parole, come discriminatoria e che penalizza l’unica associazione familiare cattolica che opera a livello europeo. «È come se la nostra esperienza non avesse alcuna dignità, come se non fosse coerente con i principi dell’Unione europea. Questo non possiamo assolutamente accettarlo». Ma c’è di più. Quello che l’Ue non sopporta, denuncia il presidente della Fafce, è che «noi non rinunciamo alla complementarietà tra uomo e donna, alla funzione materna e paterna e consideriamo la famiglia come un’unità economico-sociale nella quale conta la necessaria collaborazione tra uomo e donna. La diversa funzione del padre e della madre non è contro la parità di genere. Le differenze che per noi sono una ricchezza per l’Ue sono violazioni del principio d’eguaglianza».

Problema giuridico
Alla Fafce sta a cuore anche far comprendere come la prassi europea, nel tempo, abbia finito per concepire la persona umana come semplice consumatore o lavoratore. «In questo modo — ammette Bassi — la genitorialità non viene considerata una qualità della persona ma del lavoratore/consumatore che viene visto nella sua dimensione individuale». E questo, aggiunge da avvocato ed esperto in diritto internazionale ed europeo, pone un grosso problema giuridico: «Ogni volta che uno Stato membro si permette di portare avanti una politica familiare che non sia solo una politica di tipo assistenziale, la sua azione viene considerata contraria al diritto europeo, ma così non è. L’Europa ha della famiglia un’idea astratta che corrisponde, appunto, all’individualismo del lavoratore/consumatore».

Rischi pericolosi
Dopo la bocciatura dei progetti ed il mancato finanziamento delle proprie attività, la Fafce ha deciso di informare l’opinione pubblica e la propria comunità di riferimento mettendo in guardia dai rischi di questa discriminazione. «L’Unione europea — afferma Bassi — ha deciso di sostenere apertamente soggetti che non presentano la famiglia come strumento e risorsa per il bene comune. E se guardiamo il recente quadro finanziario pluriennale europeo ci accorgiamo che questo fatto è ancora più evidente». Così, la Fafce rischia di non farcela ad andare avanti e «non occuparsi di famiglia a livello europeo vorrebbe dire vanificare tutte le iniziative messe in campo dalle associazioni locali. È a livello europeo che si giocano le partite vere. Quelle più importanti».
(Federico Piana, Vatican News, 11 gennaio 2026)

TESTIMONIANZA
YEMEN - Martinelli: nel caos resistono due comunità religiose e fanno miracoli
Nuova escalation di combattimenti nel Paese dove 19 milioni di persone hanno bisogno urgente di assistenza. Commentando il messaggio Urbi et Orbi di Leone XIV, il vicario apostolico dell’Arabia del Sud sottolinea l’immedesimazione di Dio con chi è preda di fame e miseria e descrive la condizione della piccola presenza cristiana accanto alla quale sono rimaste le Missionarie della Carità e un sacerdote

«Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita». Con queste parole, pronunciate nel messaggio Urbi et Orbi di Natale, Papa Leone XIV ha acceso i riflettori su una delle guerre più atroci eppure più dimenticate al mondo: quella dello Yemen.

La vicinanza di Leone XIV
«La nostra comunità prova un’immensa gratitudine nei confronti del Santo Padre», osserva monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia del Sud, quindi negli Emirati Arabi Uniti, in Oman e in Yemen. «Mi ha colpito in particolare lo sguardo di fede che ha proposto – prosegue monsignor Martinelli – legando l’incarnazione del Figlio di Dio alla sua immedesimazione con i sofferenti, con chi è preda della fame, della povertà, della miseria. In questo modo Papa Leone ricorda a tutti la presenza di Cristo in chi soffre. Con le sue parole sembra aver richiamato un mondo spesso distratto dalla realtà di chi vive nell’indigenza ed è dimenticato. Dio, invece, non si dimentica: Dio è presente in loro. Devo aggiungere che anche nelle recenti occasioni di incontro personale con Papa Leone XIV l’ho visto molto attento alla realtà dello Yemen, interessato a comprendere la situazione generale e le condizioni dei nostri fedeli».

L’escalation degli ultimi giorni
Una situazione generale che, proprio questa settimana, ha visto una serie di nuove, pericolose escalation per il Paese affacciato sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden: il fronte che, dal sud dello Yemen, combatte contro i ribelli Houthi, stanziati a nord, si è ulteriormente diviso. Giorni fa il Consiglio di transizione, nato nel 2017, ha presentato un progetto politico chiaro e fedele ai suoi ideali: la proclamazione di uno Stato indipendente nel sud dello Yemen, preceduta da una fase di transizione in due anni e da un referendum. Se l’idea separatista ha ricevuto nuovamente l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, essa è però stata bocciata tanto dall’Arabia Saudita quanto dal Consiglio presidenziale dello Yemen, che ad oggi agisce da governo ed è riconosciuto a livello internazionale. Così, Aidarous al-Zubaidi, il politico di lungo corso che è a capo del Consiglio di transizione del sud, è stato accusato di tradimento. Di più, Al-Zubaidi è stato chiamato a rispondere per l’omicidio di soldati e ufficiali, nonché per il sabotaggio di infrastrutture militari. Tuttavia, anziché dirigersi a Riad per una serie di incontri istituzionali, Al-Zubaidi ha deciso di cambiare rotta optando per una località ancora sconosciuta. L’Arabia Saudita ha subito accusato gli emiratini di aver fatto uscire clandestinamente il leader separatista dallo Yemen, ma Abu Dhabi per ora non ha risposto. Oltre a far salire ulteriormente la tensione tra i due vicini della penisola arabica, l’evento ha rivelato nuove fratture all’interno dei secessionisti: se venerdì il segretario del Consiglio di transizione ha annunciato lo scioglimento del gruppo separatista, esse sono però state prontamente smentite dal portavoce del gruppo stesso.

Il dramma umanitario
Il caos politico fra nazionalisti e separatisti si sta riversando anche sul terreno. Mercoledì almeno 20 persone sono rimaste uccise nella provincia yemenita sud-occidentale di Ad Dali a seguito dei raid aerei condotti dalla coalizione araba a guida saudita contro obiettivi del Consiglio di transizione del sud. Il giorno seguente le autorità separatiste dello Yemen hanno imposto un coprifuoco notturno nella loro roccaforte meridionale, Aden (ex capitale del Paese), a causa dei crescenti timori di scontri con le forze sostenute dall’Arabia Saudita. Ancora una volta, la popolazione resta intrappolata in un conflitto che dura da 14 anni e che, per ora, ha lasciato oltre 19 milioni di yemeniti, metà della popolazione, con urgente necessità di assistenza. In Yemen un bambino su due sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta grave e oltre 4,5 milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto.

I cristiani della Penisola arabica
«Io sono in contatto permanente con la comunità cristiana dello Yemen – ci racconta monsignor Martinelli – e in particolare con i sacerdoti presenti attualmente nel Paese. La comunità cristiana è numericamente molto ristretta. Non sappiamo con precisione quanti siano i cattolici, perché dopo dieci anni di guerra civile la maggior parte ha lasciato il Paese, soprattutto i migranti che hanno perso il lavoro». Inoltre, prosegue il vicario apostolico, «diversamente da altri Paesi del Golfo, nello Yemen esistono anche cristiani nativi, yemeniti cattolici, accanto a fedeli provenienti da diverse parti del mondo. Molti sono stati costretti a partire a causa del conflitto e degli attacchi subiti durante questi lunghi anni di guerra. Vorrei ricordare in particolare che nel 2016, all’inizio del conflitto interno, quattro suore delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta sono state uccise da un gruppo estremista. Inoltre tutte le nostre quattro chiese sono state gravemente danneggiate e oggi risultano inagibili».

Il ricordo delle quattro suore uccise nello Yemen
Attualmente, monsignor Martinelli ci informa che «nello Yemen del nord, sono rimaste due comunità delle Missionarie della Carità che, nonostante l’attacco del 2016, continuano a operare nel Paese. Nelle loro due case accolgono i più poveri tra i poveri: oltre cento persone per ciascuna casa, soprattutto malati e anziani. Fanno davvero miracoli di carità con i pochi mezzi a disposizione. Con loro c’è un sacerdote, l’unico presente nello Yemen, appartenente al ramo maschile dei Missionari della Carità. Con lui ho un contatto molto frequente, talvolta quotidiano. Mi tiene aggiornato sulla vita dei cristiani, sulla situazione delle suore, sulle condizioni dei malati che assistono. Quando possibile, manteniamo contatti anche con le suore tramite videoconferenze, nonostante le difficoltà di collegamento. Ovviamente non è possibile svolgere alcuna attività proselitistica. Tuttavia un piccolo gruppo di fedeli si ritrova regolarmente per pregare e partecipare alla messa, celebrata nelle cappelle delle due comunità. È un gruppo ristretto, ma molto unito: si vogliono davvero bene. La presenza delle suore e del sacerdote è un dono immenso per i pochi cristiani rimasti».

Il Natale e il Giubileo
E una testimonianza preziosa di questo affetto è stata data anzitutto «dal Natale, che la comunità cristiana yemenita ha vissuto in modo molto semplice seppur con gioia sincera. È stato condiviso il pasto con i più bisognosi, è stata celebrata la Santa Messa e hanno anche cantato i tradizionali canti natalizi, le Christmas carols. È bello pensare a questa piccola comunità cristiana nello Yemen del nord che ha celebrato così il Natale: in silenzio, con discrezione, ma con un profondo calore umano e spirituale, sentendo viva la vicinanza di Dio».
A tutto ciò ha contribuito anche l’anno giubilare che si è appena concluso e che anche una piccola comunità come quella yemenita è riuscita a vivere, peraltro proprio nella cappella delle suore, scelta come luogo giubilare dello Yemen. «È stata una scelta importante all’interno del cammino giubilare – osserva monsignor Martinelli – il Vicariato apostolico comprende tre Paesi: Yemen, Emirati Arabi Uniti e Oman. In Oman abbiamo scelto la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, patroni del vicariato; negli Emirati una parrocchia dedicata a Sant’Antonio. Abbiamo voluto scegliere anche un luogo nello Yemen, in particolare nello Yemen del nord, dove sono presenti le suore di Madre Teresa. Quella zona è sotto il controllo degli Houthi. Nel sud, purtroppo, non abbiamo una presenza ufficiale: le chiese sono distrutte, anche se operano organismi caritativi. Per questo abbiamo individuato nella cappella delle Missionarie della Carità a Sana’a — capitale di riferimento per il nord — un luogo di pellegrinaggio per l’Anno Santo. Quando ho comunicato questa decisione alle suore e ai fedeli, sono stati molto contenti. Ho spiegato che quella cappella sarebbe stata il luogo dove confessarsi e ricevere l’indulgenza plenaria. È stato un segno importante non solo per lo Yemen, ma per tutto il vicariato: la notizia ha fatto sentire a tutti la vicinanza verso questa comunità così provata. Preghiamo spesso per loro, anche durante la Santa Messa, per la difficile situazione civile e sociale. È un segno concreto di comunione: sentiamo di essere un’unica realtà, chiamata a portare insieme pesi e sofferenze. Questa condivisione è stata molto significativa per tutto il vicariato». (Vatican News 11 gennaio 2026)