2026 01 07 Missionari e operatori pastorali uccisi nell'anno 2025

SIRIA - Aleppo: l’agente musulmano che è morto per salvare i cristiani a Capodanno
INDIA - Mons. Fernandes: ‘Modi è debole o non vuole condannare chi attacca i cristiani?’
NEL SILENZIO: SUDAN - oltre un centinaio di morti in una settimana di scontri
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CulturaCattolica.it ©
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Missionari e operatori pastorali uccisi nell’anno 2025

Anche la speranza dei missionari e degli operatori pastorali che muoiono uccisi è «una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male».
È una delle frasi di Papa Leone XIV scelte per introdurre il consueto report pubblicato a fine anno dall’Agenzia Fides sui missionari e gli operatori pastorali cattolici uccisi nel mondo. E suggerisce in maniera semplice la sorgente propria della speranza cristiana, caparra di una vita che non muore.
Le informazioni, spesso scarne, sulle biografie e sulle circostanze della loro morte mostrano anche quest’anno che i missionari e le missionarie uccisi non erano sotto i riflettori per imprese eclatanti. Rendevano testimonianza a Cristo tra le occupazioni della vita di ogni giorno, anche quando operavano in contesti segnati dalla violenza e dai conflitti.

Nell’anno 2025, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie cattolici: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici.

AFRICA
In Africa sono stati uccisi 10 missionari: 6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti.
NB Nel dossier sui missionari uccisi nel 2024 non era stato inserito il nome di Tobias Chukwujekwu Okonkwo, sacerdote-farmacista, ucciso nei pressi di Ihiala, in Nigeria, la sera del 26 dicembre 2024.

Burkina Faso (2)
- Mathias Zongo e Christian Tientga, catechisti, uccisi il 25 gennaio mentre viaggiavano su una
motocicletta. Con loro, a bordo di un’altra moto, altri due catechisti. Appartenenti tutti alla parrocchia di Ouakara, i quattro operatori pastorali sono stati assaliti da un gruppo di uomini armati mentre erano nei pressi della cittadina di Bondokuy.
Nigeria (5)
- Sylvester Okechukwu, sacerdote diocesano, parroco della chiesa di St Mary Tachira, Kaura Local Government, area dello Stato di Kaduna. Secondo quanto comunicato dalla diocesi di Kafanchan, padre Okechukwu è stato rapito nella sua residenza a Tachira il 4 marzo 2025, tra le 21.15 e le 21.40. Il suo corpo è stato ritrovato il 5 marzo.
- Andrew Peter, seminarista, 21 anni, è stato assassinato a marzo dai rapitori che lo avevano sequestrato insieme al sacerdote Philip Ekweli il 3 marzo dalla canonica della chiesa di San Pietro a Iviukhua-Agenebode, nella contea di Etsako East, nello Stato di Edo: uomini armati hanno attaccato sia la canonica che la chiesa. I due sono stati condotti nelle foreste vicine. Padre Ekweli è stato rilasciato dai rapitori il 13 marzo. La notizia dell’assassinio del seminarista è stata diffusa dalla diocesi di Auchi il 17 marzo.
- Godfrey Chukwuma Oparaekwe, sacerdote, parroco presso la chiesa di Sant’Ambrogio a Ubakala, Umuahia South LGA, nello Stato di Abia (nel sud della Nigeria), è stato ucciso la sera del 17 giugno mentre cercava di sedare una lite familiare.
- Matthew Era, sacerdote, parroco della chiesa di San Carlo a Eha-Ndiagu, raggiunto da colpi d’arma da fuoco la sera del 19 settembre lungo la strada Eha-Alumonah–Eha-Ndiagu, nell’area del governo locale di Nsukka, nello Stato di Enugu, nella Nigeria sud-orientale.
- Emmanuel Alabi, seminarista, ha perso la vita per circostanze legate al suo rapimento. Catturato il 10 luglio nell’assalto al Seminario Minore dell’Immacolata Concezione a Ivianokpodi, afferente alla diocesi di Auchi, nello Stato di Edo, il giovane è morto a causa delle ferite riportate durante la cattura. La notizia della tragica morte di Emmanuel Alabi è stata confermata dalla diocesi di Auchi il 5 novembre.
Kenya (1)
- Alloyce Cheruiyot Bett, sacerdote, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nella zona di Tot nella valle di Kerio, Contea di Elgeyo Marakwet, nell’altopiano occidentale del Kenya. L’omicidio è avvenuto il 22 maggio, quando al termine della messa celebrata nella Jumuiya (piccola comunità cattolica) nel villaggio di Kakbiken, alcuni uomini armati hanno iniziato a sparare colpi di arma da fuoco, uno dei quali ha colpito al collo Padre Bett uccidendolo all’istante.
Sierra Leone (1)
- Augustine Dauda Amadu, sacerdote, è stato ucciso la notte del 30 agosto nella sua casa situata nella sezione Burma 3 alla periferia di Kenema.
Sudan (1)
- Luka Jomo, sacerdote, parroco nella città assediata di El Fasher. La causa della morte è una scheggia di un proiettile d’artiglieria che ha ucciso lui insieme a due giovani.

AMERICA
In America sono stati uccisi 4 missionari: 2 sacerdoti, 2 religiose.
Haiti (2)
- Evanette Onezaire e Jeanne Voltaire, religiose appartenenti alle Piccole Sorelle di Santa Teresa di Gesù Bambino, sono state assassinate il 31 marzo a Mirebalais, nel centro di Haiti, da membri di bande armate.
Messico (1)
- Bertoldo Pantaleón Estrada, sacerdote di cui era stata denunciata la scomparsa il 4 ottobre a Cocula, nello Stato di Guerrero, è stato ritrovato morto il 6 ottobre tra le città di Zumpango e Mezcala.
Stati Uniti (1)
- Arul Carasala, sacerdote, parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Seneca, città situata nel nord-est del Kansas, è stato ucciso giovedì 3 aprile a colpi di pistola da un uomo mentre si trovava nella sua canonica.

ASIA
In Asia sono stati uccisi 2 missionari: un sacerdote e un laico
Myanmar (1)
- Donald Martin, 44enne sacerdote diocesano dell’Arcidiocesi di Mandalay, è primo prete cattolico birmano ucciso nel conflitto civile che insanguina il Paese. Il suo corpo senza vita, mutilato e sfigurato con colpi di arma da taglio, è stato ritrovato il 14 febbraio alle 18 da alcuni parrocchiani nel complesso della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, dove era parroco.
Filippine (1)
- Mark Christian Malaca, docente alla St. Stephen Academy nella città di Laur. Malaca, 39 anni, è stato ucciso il 4 novembre a colpi d’arma da fuoco da ignoti aggressori nel villaggio di San Juan, dove abitava.

EUROPA (1)
Polonia (1)
- Grzegorz Dymek, sacerdote di 58 anni, è stato trovato strangolato nella canonica il 13 febbraio. Il
sacerdote svolgeva il proprio ministero nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima fin dalla sua
fondazione, avvenuta nel 1998.

Dal 2000 al 2025 in tutto il mondo sono stati uccisi 626 missionari e missionarie cattolici.

«Questi fratelli e sorelle possono sembrare dei falliti, ma oggi vediamo che non è così. Adesso come allora, infatti, il seme dei loro sacrifici, che sembra morire, germoglia, porta frutto, perché Dio attraverso di loro continua a operare prodigi, a cambiare i cuori e a salvare gli uomini» (Papa Francesco, 26 dicembre 2023, festa liturgica di Santo Stefano Protomartire).

(Agenzia Fides, 30/12/2025)
LINK
Dossier Operatori Pastorali uccisi 2025 -> https://www.fides.org/it/attachments/view/file/Dossier_Operatori_pastorali_uccisi_2025_-_ITA.pdf

Fides, nel 2025 uccisi 17 tra preti, religiosi e laici. L’Africa il continente più colpito
(…)
Amore senza fine
Propagatori credibili d’amore - come ha detto Leone XIV nell’omelia della Messa dei martiri e testimoni della fede del XXI Secolo del 14 settembre scorso nella Basilica di San Paolo - hanno fatto conoscere la Parola di Dio «senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo». Il rapporto, però, non cita solo dati, numeri, statistiche. Svela anche nomi e storie. Che spesso raccontano anche le vicende di nazioni tormentate da guerre, rivoluzioni, povertà. Come in Africa, appunto, il continente più bagnato dal sangue versato da sacerdoti e operatori pastorali.

Sangue e Vangelo
Solo per fare qualche esempio,
Mathias Zongo e Christian Tientga stavano viaggiando a bordo delle loro moto nei pressi della città di Bondokuy, in Burkina Faso, quando un gruppo di uomini armati li ha assaliti ed uccisi. Era il 25 gennaio dello scorso anno ed i due giovani uomini erano catechisti della parrocchia di Ouakara. Molto amati e stimati.
E poi c’è Luka Jomo, parroco di El Fasher, capitale dello Stato sudanese del Darfur settentrionale dilaniato da una guerra civile senza pietà. Il religioso, la morte l’ha incontrata di notte durante gli scontri tra esercito governativo e Forze di supporto rapido: le schegge di un proiettile vagante l’hanno ucciso mentre era in compagnia di due giovani

Nigeria, la più colpita
Tra le nazioni africane, la Nigeria è quella nella quale, quest’anno, sono stati assassinati più sacerdoti ed operatori pastorali: tre preti e due seminaristi, vittime delle violenze, dei rapimenti e delle rapine che ormai da anni stanno imperversando nel Paese.
«Tutto questo è causa di grande tristezza. E anche un po’ di vergogna» ha detto l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, in un’intervista pubblicata oggi da Fides a corredo del rapporto. «La Nigeria — ha sostenuto — è uno dei Paesi con la popolazione più religiosa del mondo. Un popolo di credenti, cristiani e musulmani. Noi tutti diciamo di essere gente di pace. Anche gli amici musulmani ripetono continuamente che l’Islam è la religione della pace. E davanti a certi fatti e certe situazioni vorrei vedere gli amici musulmani denunciare e respingere l’uso della loro religione per compiere atti di violenza. Tutti dobbiamo rifiutare qualsiasi giustificazione all’uso della religione per compiere atti violenti fino al punto di uccidere persone».

Aiuti esterni
«In questa situazione — ha aggiunto il presule — un intervento dall’esterno, indiretto, per sostenere lo Stato e il governo davanti ai gruppi estremisti e aiutare il Paese a rimuovere le cause della violenza generalizzata potrebbe non essere una cosa del tutto ingiustificata e fuori luogo». «Un Paese — ha spiegato ancora — può trovarsi in condizione di non riuscire a affrontare le proprie crisi e lacerazioni senza un aiuto esterno. Vedo tanti amici musulmani che non sanno loro stessi come reagire davanti a quello che sta succedendo. E l’immobilismo del governo è evidente».
(Federico Piana, 30 dicembre 2025 Vatican News - Città del Vaticano)


SIRIA - Aleppo: l’agente musulmano che è morto per salvare i cristiani a Capodanno
Nella notte del 31 dicembre Mohamed Massat ha bloccato un terrorista dell’Isis che voleva colpire una chiesa, pagando il suo gesto con la vita. Sei mesi fa l’attacco contro Mar Elias a Damasco. Molti oggi esaltano il suo coraggio indicandolo come un esempio per la Siria di oggi.

Si chiamava Mohamed Massat. Era un agente di polizia musulmano e da appena dieci giorni era diventato padre di una bambina. Nella Siria che tra mille incertezze è entrata nel 2026, in tanti in queste ore lo salutano come un eroe sui social network locali. È stato il suo coraggio che lo ha portato a sacrificare la propria vita nella notte di Capodanno ad Aleppo è a permettere di sventare un nuovo attacco dei terroristi dell’Isis che avrebbe dovuto colpire i cristiani.
A un posto di blocco nel quartiere di Bab al-Faraj ad Aleppo, l’agente ha notato un individuo che si è rivelato appartenere a Daesh. Nel tentativo di verificarne la situazione, il terrorista ha aperto il fuoco, causando la morte di Massat, quindi si è fatto esplodere, ferendo anche altri due agenti che cercavano di arrestarlo. (…)

In molti ieri hanno preso parte al funerale dell’agente, sottolineando l’importanza del suo sacrificio per la convivenza pacifica fra le diverse comunità di Aleppo. Il nuovo tentato attacco sarebbe avvenuto in un giorno significativo per la comunità cristiana, a sei mesi di distanza dall’attentato alla chiesa di Mar Elias a Damasco che nel giugno scorso provocò più di 20 morti.
(Asia News 02/01/2026)

INDIA - Mons. Fernandes: ‘Modi è debole o non vuole condannare chi attacca i cristiani?’
Una riflessione del vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Mumbai sul contrasto sempre più profondo tra le immagini del primo ministro indiano nelle chiese in occasione del Natale e il suo silenzio sugli attacchi contro questi stessi luoghi da parte di persone ideologicamente a lui vicine. “Chiamare violenza un atto di violenza non è un atto di inimicizia: è un gesto di speranza”.

Continua a far discutere tra i cristiani dell’India il contrasto stridente tra le immagini del premier Narendra Modi che – come accade ormai da alcuni anni – si è recato in una chiesa (stavolta anglicana) in occasione delle celebrazioni natalizie, e gli attacchi violente che negli stessi giorni esponenti dell’hindutva - la galassia fondamentalisti indù, politicamente vicina al primo ministro – hanno messo in opera contro numerose comunità cristiane in molte aree del Paese. Su questo tema AsiaNews pubblica una riflessione di mons. Savio Fernandes, vescovo ausiliare di Mumbai.

Il TESTO

Negli ultimi anni, il primo ministro Narendra Modi si è ripetutamente rivolto alla comunità cristiana dell’India. In diverse occasioni, soprattutto in prossimità del Natale, ha visitato chiese, ospitato incontri con leader cristiani e riconosciuto pubblicamente il contributo inestimabile dei cristiani al tessuto sociale dell’India attraverso l’istruzione, la sanità e il servizio caritativo. Questi gesti, trasmessi in diretta sulle televisioni nazionali e ampiamente diffusi sui social media, proiettano un’immagine di inclusività e buona volontà.
Eppure, in modo inquietante, questi momenti di apertura accuratamente organizzati sono spesso seguiti - talvolta persino nello stesso giorno - da notizie di attacchi contro chiese cristiane, sale di preghiera, conventi, scuole e pacifiche assemblee di culto in diverse parti del Paese. A rendere più profonda l’angoscia non è soltanto la ricorrenza di tali episodi, ma l’apparente impunità con cui vengono compiuti, spesso alla presenza delle forze dell’ordine che rimangono osservatori passivi.

Questa inquietante contraddizione ha portato molti a porsi una domanda scomoda: il primo ministro Modi è un leader debole e impotente, incapace o non disposto a esercitare controllo sugli elementi presenti all’interno del proprio schieramento ideologico?

Secondo i dati raccolti da organizzazioni indipendenti della società civile e da gruppi per i diritti umani, negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo di episodi di molestie, interruzioni dei servizi di preghiera, vandalismo di luoghi religiosi e intimidazioni contro il clero e i fedeli. Non si tratta di eventi isolati o accidentali: seguono uno schema che suggerisce un’ostilità ideologica piuttosto che problemi spontanei di ordine pubblico. Le vittime sono in larghissima maggioranza membri di una minoranza non violenta, pacifica, rispettosa della legge, orientata al servizio e amichevole, le cui istituzioni hanno storicamente servito persone di tutte le fedi senza discriminazioni.
Ciò che rende la situazione particolarmente grave è il fatto che molti dei presunti responsabili di questi atti si identificano apertamente con gruppi che traggono nutrimento ideologico dalla più ampia famiglia politica associata all’attuale governo. Quando tali individui o organizzazioni smentiscono pubblicamente, con atti di aggressione, le parole di apprezzamento del primo ministro nei confronti dei cristiani, non stanno semplicemente attaccando una comunità minoritaria: stanno sfidando direttamente l’autorità dello stesso primo ministro.

Un leader forte risponderebbe a una simile sfida con chiarezza morale. Come minimo, ci si aspetterebbe una condanna netta e inequivocabile della violenza, soprattutto quando prende di mira cittadini impegnati in un culto pacifico. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è il persistente e assordante silenzio del primo ministro, che rischia di sommergere tutti gli sforzi che egli apparentemente compie in direzione dell’inclusività. Non sono state impartite pubbliche istruzioni dirette per contenere gli elementi violenti, non sono state pronunciate parole ferme di condanna degli attacchi alle chiese, né è stata offerta rassicurazione a una comunità impaurita che guarda alla più alta carica costituzionale per la sua protezione.

Il silenzio diventa ancora più inquietante se si considera la natura di alcuni di questi episodi.
In un caso particolarmente scioccante, un aggressore non solo ha insultato la Madonna, venerata dai cristiani così come da persone di altre religioni, ma ha anche oscenamente interrogato una donna su come rimanga incinta, oltraggiandone il pudore e la dignità. Un linguaggio del genere non è semplicemente offensivo: riflette un profondo degrado morale e un disprezzo per le donne e per la fede. Il fatto che un simile comportamento sia rimasto privo di una forte censura governativa invia un pericoloso messaggio di tacita approvazione.

È importante affermare chiaramente che condannare questa violenza non è un atto di ostilità nei confronti del governo o del primo ministro. Al contrario, è un appello alla responsabilità costituzionale. La Costituzione dell’India garantisce la libertà di religione e il diritto di praticare il culto senza paura. Quando queste garanzie vengono sistematicamente violate e lo Stato rimane in silenzio, la credibilità stessa delle autorità viene erosa.

Allo stesso tempo, è incoraggiante constatare che le voci della coscienza non sono del tutto mancate. Dobbiamo ringraziare sinceramente tutti quei leader religiosi, membri della società civile, giornalisti, cittadini comuni e persino alcune figure politiche che hanno coraggiosamente condannato gli attacchi contro i cristiani durante il periodo natalizio. La loro solidarietà conferma che l’anima dell’India è ancora viva e che il coraggio morale non si è estinto.

I cristiani in India non cercano privilegi; chiedono di essere trattati come cittadini legittimi e uguali di questo Paese. Non pretendono un trattamento speciale; chiedono giustizia e un’applicazione equa della legge. Le loro istituzioni continuano a educare milioni di persone, curare i malati e servire i più poveri tra i poveri, spesso in regioni dove lo Stato stesso fatica ad arrivare. Sottoporre una simile comunità alla paura e all’umiliazione non è solo ingiusto: è controproducente.

Come persone di fede, i cristiani rispondono non con la violenza, ma con la preghiera. Preghiamo per il primo ministro Narendra Modi, che appare sempre più intrappolato tra gesti pubblici di armonia e un silenzio privato di fronte all’ingiustizia. Preghiamo per il suo governo, affinché trovi il coraggio di difendere la verità anche quando ciò significa andare contro membri delle proprie fila. E preghiamo affinché il Signore Gesù Cristo conceda sapienza, forza e chiarezza morale a tutti coloro che sono investiti di autorità, perché possano opporsi con fermezza all’ingiustizia e alla violenza immotivata inflitta alle minoranze.

L’India merita una leadership che non si limiti a mettere in scena l’inclusività davanti alle telecamere, ma che la faccia rispettare concretamente sul territorio. Chiamare violenza un atto di violenza non è un atto di inimicizia: è un gesto di speranza.
(Asia News 02/01/2026 ha collaborato Nirmala Carvalho)

NEL SILENZIO

SUDAN - oltre un centinaio di morti in una settimana di scontri
Il tragico bilancio è il risultato di conflitti a fuoco tra l’esercito sudanese e i suoi nemici paramilitari in due città del Darfur, Al-Zuruq e Kernoi. Nel Paese, a causa della crisi umanitaria dovuta alla guerra eplosa nel 2023, più di 30 milioni di persone necessitano di. Questa mattina, 4 gennaio, almeno 30 soldati sudsudanesi hanno perso la vita nel nord del Sud Sudan, al confine con il Sudan

Sale ad oltre un centinaio di morti il bilancio degli attacchi dell’esercito sudanese e dei suoi nemici paramilitari in due città del Darfur nell’ultima settimana. Lo riferiscono fonti mediche. Bombardamenti con droni attribuiti all’esercito sulla città di Al-Zuruq, controllata dalle rivali Forze di Supporto Rapido (Rsf), hanno ucciso 51 civili ieri, sabato 3 gennaio. Mentre nei cinque giorni di raid delle Forze di Supporto Rapido sulla città di Kernoi, 100 chilometri a ovest, 63 civili hanno perso la vita e 17 sono rimasti feriti.

Oltre 30 milioni di persone dipendono da aiuti umanitari
La guerra in Sudan è scoppiata nell’aprile 2023 tra le Forze armate rivoluzionarie (RAF) e l’esercito regolare e da allora ha causato la morte di decine di migliaia di persone e lo sfollamento interno ed esterno di oltre 13 milioni di persone, oltre a devastare il Paese e a trasformarlo nel teatro della peggiore crisi umanitaria del pianeta. Con più di 15 milioni di individui costretti ad abbandonare le proprie case, il Sudan è inoltre, attualmente, la Nazione con più sfollati al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023, le vittime sarebbero almeno 150mila.

Trenta soldati morti in scontri in Sud Sudan
E oggi, 4 gennaio, si contano almeno 30 soldati sudsudanesi uccisi in uno scontro tra le Forze di difesa del popolo del Sud Sudan (SSPDF) e l’Esercito popolare di liberazione del Sudan dell’opposizione (SPLA-IO) per il controllo di una base militare nel nord del Sud Sudan, vicino al confine con il Sudan. Il maggiore Kerbino Yai Pazale, portavoce del settore due dell’Esercito popolare, ha dichiarato ad all’agenzia di stampa spagnola EFE che i combattimenti sono scoppiati sabato a Nyuelnyuel, località nota anche come Kubri Jamus, a circa tre chilometri a sud del confine con il Sudan, e sono ripresi questa mattina. (Vatican News 04 gennaio 2026)