2025 12 31 LEONE XIV: Nel ricordo di Santo Stefano primo Martire
LEONE XIV: Nel ricordo di Santo Stefano primo Martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana.INDIA - I nazionalisti indù attaccano le celebrazioni natalizie in tutta l’India
CINA - Zhejiang: operazione di polizia di cinque giorni a Wenzhou contro i cristiani
NIGERIA - Ferito un sacerdote nel sud della Nigeria,
NIGERIA - Liberati gli ultimi 130 ragazzi della scuola cattolica di Papiri
NEL SILENZIO
SUDAN - altri 10 mila sfollati per le violenze in Darfur e Kordofan
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LEONE XIV: Nel ricordo di Santo Stefano primo Martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana.
Oggi è il “natale” di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio. Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di “venire alla luce”, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole. È scritto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo» (At 6,15). È il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre.
Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori (cfr Lc 2,35). Nessuna potenza, però, fino a oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto.
Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende. Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi. È una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!
Preghiamo ora Maria e la contempliamo, benedetta fra tutte le donne che servono la vita e oppongono la cura alla prepotenza, la fede alla sfiducia. Maria ci porti nella sua stessa gioia, una gioia che dissolve ogni paura e ogni minaccia come si scioglie la neve al sole.
Nel ricordo di Santo Stefano primo Martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana.
(ANGELUS Piazza San Pietro Venerdì, 26 dicembre 2025)
In un eventuale “bilancio” del 2025 non possiamo dimenticare il “genocidio”, la “pulizia etnica” dei cristiani armeni
ARMENIA - Stop alle armi ma non al sopruso: così la pace ha sigillato un’ingiustizia
La firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan avvenuta Washington l’8 agosto sancisce un’ingiustizia e umilia un popolo
La pace è sempre meglio della guerra. Sempre. Anche quando è una pace ingiusta, anche quando è asimmetrica, anche quando è subita. Lo ripeto senza esitazioni, perché conosco il sangue, la paura, la carne fragile delle popolazioni inermi e dei giovani mandati a morire. Detto questo, però, il 2025 è stato un anno che ci obbliga a distinguere: non tra pace e guerra, ma tra pace giusta e pace falsa, tra pacificazione e congelamento dell’ingiustizia.
1. Un anno di paci sbagliate
Il mondo ha applaudito molte firme quest’anno. Ha applaudito perché aveva bisogno di silenzio, di tregue, di tregue narrative prima ancora che militari. E così si è convinto – o ha fatto finta di convincersi – che ogni accordo sia una vittoria dell’umanità. Non è vero. Alcuni accordi sono atti notarili del sopruso, registrazioni ufficiali di una violenza già compiuta, consacrazioni di una realtà che non si vuole più guardare in faccia.
La pace siglata, non ancora ratificata, l’8 agosto scorso davanti a Trump, a Washington, tra Armenia e Azerbaijan appartiene a questa categoria. Non è una pace che sana una ferita: è una pace che la chiude male, lasciando il pus dentro. È una pace che non nasce dal riconoscimento del torto, ma dalla stanchezza del mondo e dalla sproporzione delle forze. Una pace che dice, in sostanza: così è andata, così resti.
Si dirà: l’Armenia era allo stremo, isolata, priva di protezioni reali; l’Azerbaijan era forte, armato, sostenuto apertamente dalla Turchia e tacitamente da altri Stati; la Russia era distratta; l’Occidente lontano. Tutto vero.
Ma proprio per questo il giudizio morale non può essere sospeso, perché la necessità non trasforma l’ingiustizia in giustizia, e la firma non redime il sopruso. Il 2025 ha segnato la fine della guerra aperta nel Caucaso meridionale, ma ha anche segnato qualcosa di più grave e più definitivo: la trasformazione di una violenza in normalità, di un crimine in fatto acquisito, di una pulizia etnica in dato geopolitico. È questo che rende questa pace così inquietante. Non perché abbia fermato le armi – benedette siano le armi che tacciono –, ma perché ha chiesto al mondo di dimenticare ciò che è accaduto. E il mondo, stanco e distratto, ha accettato.
2. Artsakh: quando la pulizia etnica diventa normalità
L’Artsakh, che il linguaggio internazionale chiama Nagorno Karabakh, non è una sigla diplomatica né una pedina su una scacchiera. È una terra abitata da millenni da armeni. È una regione costellata di chiese, monasteri, cimiteri, iscrizioni in lingua armena. È un luogo dove la fede cristiana non è un ornamento identitario, ma una carne storica, una memoria incisa nella pietra.
Tra il 2020 e il 2023, questa terra è stata svuotata dei suoi abitanti. Non in modo improvviso, non in un solo giorno, ma secondo una dinamica ormai ben nota nella storia del Novecento e del nostro secolo: prima la guerra, poi l’assedio, poi la fame, infine l’esodo forzato.
L’ultima fase – settembre 2023 – è stata rapida solo perché tutto il resto era già stato preparato. Quando l’esercito azero ha sferrato l’attacco finale, non c’era più una società in grado di resistere: c’erano famiglie stremate, bambini denutriti, anziani senza medicine. In pochi giorni, 120mila persone hanno lasciato tutto: case, campi, scuole, chiese, tombe. Non per scelta, ma per necessità. Non perché avessero perso una guerra civile, ma perché era diventato impossibile restare vivi restando lì.
Questo ha un nome preciso nel diritto internazionale, anche se dà fastidio pronunciarlo: pulizia etnica. E la pulizia etnica, quando è totale, quando cancella una comunità da un territorio, coincide giuridicamente con il genocidio.
Non si tratta di retorica. Si tratta della definizione elaborata dopo il Novecento per impedire che la distruzione dei popoli si ripetesse sotto altre forme. Non è necessario il massacro immediato per parlare di genocidio: basta l’intenzione di distruggere un gruppo come tale, rendendone impossibile la permanenza, la continuità, la memoria.
Esattamente ciò che è avvenuto in Artsakh. Eppure, nel racconto ufficiale del 2025, tutto questo scompare. L’Artsakh diventa un “territorio conteso”, gli armeni diventano “sfollati”, l’esodo diventa una “conseguenza del conflitto”. Il linguaggio neutro è la seconda violenza, perché trasforma una vittima in una variabile, un crimine in un effetto collaterale, e una responsabilità diventa una fatalità.
Il dato più rivelatore è questo: nell’accordo di pace non compaiono gli armeni dell’Artsakh. Non una riga, un riferimento, un diritto. Come se non fossero mai esistiti. Come se 120mila persone potessero evaporare dalla storia senza lasciare traccia. È il genocidio perfetto: quello che non ha più bisogno di sangue, perché cancella prima la memoria.
Questa è la sostanza del 2025 per l’Armenia. La guerra è finita, sì, ma è finita dopo che l’obiettivo dell’aggressore è stato raggiunto. E quando una pace ratifica il risultato di una pulizia etnica, non è una pace neutra: è una pace che insegna al mondo che si può vincere così.
Ed è qui che il 2025 smette di essere solo un bilancio regionale e diventa un monito universale.
3. Il silenzio del trattato
Ogni trattato dice qualcosa non solo per ciò che afferma, ma soprattutto per ciò che sceglie di non dire. Nel caso dell’accordo di pace siglato nel 2025 tra Armenia e Azerbaijan, il silenzio non è una dimenticanza ma una strategia. È il silenzio che serve a rendere irreversibile ciò che è accaduto. Nel testo dell’accordo non compare mai la parola Artsakh. Nagorno Karabakh non compare come realtà umana, storica, culturale, ma solo come territorio implicitamente “normalizzato” sotto sovranità azera. Non c’è un riferimento agli abitanti espulsi, non c’è una clausola sul diritto al ritorno, non c’è una tutela internazionale per i luoghi sacri, non c’è una garanzia per i prigionieri armeni detenuti nelle carceri azere. Non c’è nemmeno un riconoscimento formale della sofferenza patita da una popolazione intera.
È un trattato che amministra lo spazio, ma ignora le persone; che disegna confini, ma cancella biografie. Che regola i flussi, ma non guarda i volti. In questo senso è un documento perfettamente contemporaneo: parla la lingua fredda della stabilità, non quella calda, ma scomoda, della giustizia.
Si dirà: non era possibile ottenere di più. Forse è vero. Ma ciò che colpisce non è solo ciò che l’Armenia ha dovuto concedere; è ciò che il mondo ha accettato di non esigere. Perché se è vero che la parte sconfitta firma sotto pressione, è altrettanto vero che i garanti internazionali avrebbero potuto, e dovuto, e porre almeno alcune condizioni minime: il riconoscimento degli sfollati, la protezione dei monumenti cristiani, la sorte dei prigionieri politici, una supervisione internazionale credibile. Nulla di tutto questo è entrato nel testo. Il risultato è un accordo che normalizza l’espulsione e trasforma la pulizia etnica in fatto compiuto, in dato amministrativo. Una volta che il trattato è firmato, ciò che è avvenuto smette di essere una ferita aperta e diventa una “nuova realtà”. E la nuova realtà, si sa, chiede silenzio, non memoria. C’è qualcosa di più inquietante ancora. Questo silenzio non riguarda solo l’Artsakh, ma il principio stesso su cui si regge l’idea di pace. Perché una pace che non nomina le vittime non è neutra: è una pace che sceglie il punto di vista del vincitore. Non perché lo celebri apertamente, ma perché assume come irreversibile ciò che il vincitore ha imposto.
Così il diritto internazionale, nato per proteggere i deboli, si rovescia nel suo contrario: diventa lo strumento che ratifica la forza. Non la forza del diritto, ma il diritto della forza. E quando questo accade senza scandalo, senza protesta, senza un sussulto morale, il problema non è più solo caucasico. Diventa europeo, occidentale, universale.
(di Renato Farina 30 Dicembre 2025 IlSussidiario.net)
INDIA - diversi incidenti rafforzano la vulnerabilità dei credenti prima del Natale
In India, diversi episodi hanno portato sofferenza e sconvolgimenti, aggravando i timori dei credenti che celebrano il periodo natalizio.
I 73,2 milioni di cristiani dell’India hanno bisogno delle vostre preghiere questo Natale
I cristiani in India hanno dovuto affrontare attacchi, minacce, false accuse e celebrazioni cancellate nel periodo che precede il Natale.
Il 17 dicembre, estremisti indù hanno bruciato due chiese e distrutto case cristiane nel villaggio di Kanker, nel Chhattisgarh, a seguito di una disputa sulla sepoltura di un uomo indù il cui figlio si era convertito al cristianesimo. Le autorità locali sono intervenute e hanno ordinato l’esumazione del corpo. (…)
Le organizzazioni indù di Kurukshetra, nello stato di Haryana, hanno lanciato un severo avvertimento alle scuole di non celebrare il Natale il 25 dicembre. Hanno minacciato di intervenire e interrompere qualsiasi evento del genere, considerandolo una minaccia alla cultura indù.
Nel frattempo, è circolato online un video che mostra un estremista indù che affronta un pastore e parla in modo offensivo della nascita di Gesù e delle credenze cristiane. Nonostante i tentativi dei credenti di intervenire, l’uomo e altri vengono visti cantare furiosamente slogan religiosi e minacciare i presenti di smettere di seguire Gesù. L’uomo ha anche avvertito che la Bibbia sarebbe stata vietata in India, poiché non veniva prodotta e stampata nel Paese.
Due pastori e altri cinque cristiani sono stati falsamente accusati di conversioni forzate a Jhabua, nel Madhya Pradesh. La polizia ha inoltre avviato un procedimento contro altre cinque persone in seguito alle accuse di conversioni forzate e di aggressione a un giovane tribale, accusa quest’ultima che ha scatenato le proteste del gruppo tribale. Diversi pastori e fedeli sono stati picchiati mentre la tensione cresceva. (23 dicembre 2025 Open Doors)
INDIA - I nazionalisti indù attaccano le celebrazioni natalizie in tutta l’India
Durante la settimana di Natale in diversi stati dell’India sono stati segnalati più di 80 episodi di attacchi violenti, discorsi d’odio e tensioni, gettando le celebrazioni natalizie in un’atmosfera di paura e ostilità.
La maggior parte degli incidenti è stata collegata a gruppi affiliati al Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) e ad altre organizzazioni indù di destra, in particolare il Bajrang Dal, un’ala militante del Vishwa Hindu Parishad (VHP), e altri.
Da diversi stati, tra cui Chhattisgarh, Madhya Pradesh, Uttar Pradesh, Assam, Uttarakhand, Nuova Delhi e Kerala, sono emerse segnalazioni di attacchi, intimidazioni e disordini contro raduni, scuole e decorazioni cristiane.
Il VHP ha pubblicamente esortato gli indù a evitare di partecipare agli eventi natalizi, descrivendo tale impegno come una minaccia alla “consapevolezza culturale”. I critici sostengono che questi appelli hanno alimentato un senso di esclusione e incoraggiato elementi marginali a molestare i venditori e interrompere le festività cristiane in tutto il paese. (…)
Molti di questi violenti incidenti, che hanno trasformato le celebrazioni natalizie in storie dell’orrore, non sono stati denunciati alla polizia dalle vittime, ma hanno ricevuto ampia copertura sui media nazionali e internazionali e sono diventati virali sui social media.
Tuttavia, le autorità dei luoghi in cui si sono verificati questi incidenti hanno fatto ben poco per arginarli o avvertire i responsabili.
A Raipur, capitale dello stato centrale indiano del Chhattisgarh, le decorazioni natalizie di un centro commerciale sono state vandalizzate da una folla di circa 90 uomini, ritenuti nazionalisti indù.
Nello stato meridionale del Kerala, considerato sicuro per i cristiani, un gruppo di bambini che stava partecipando a una processione di canti natalizi è stato aggredito. I loro strumenti sono stati distrutti da un uomo apparentemente legato all’RSS, secondo quanto riportato da The News Minute.
Il leader dello stato del Kerala BJP, C. Krishnakumar, ha liquidato l’attacco del Kerala etichettando i minorenni come una “banda criminale di ubriachi” e suggerendo motivazioni politiche dietro i loro canti natalizi. (…)
In un altro stato dell’India centrale, il Madhya Pradesh, gruppi di vigilantes di destra hanno attaccato le chiese, dando luogo a violenti scontri.
Un gruppo guidato da un leader regionale del BJP è stato filmato mentre faceva irruzione in una chiesa nella città di Jabalpur, sempre nel Madhya Pradesh, e aggrediva una donna ipovedente.
Nella città di pellegrinaggio indù di Haridwar, nello stato himalayano dell’Uttarakhand, un hotel gestito dal governo, l’UP Tourism, è stato costretto ad annullare l’evento “Experience Christmas” previsto per il 24 dicembre. La cancellazione è avvenuta dopo che i sacerdoti del Ganga Sabha e altri gruppi indù hanno protestato, sostenendo che celebrare il Natale vicino al sacro fiume Gange fosse “anti-indù” e contrario alle tradizioni locali.
Nello stato nordorientale dell’Assam, una folla affiliata al Bajrang Dal e al VHP ha fatto irruzione nella St. Mary’s English School di Nalbari. Hanno bruciato il presepe della scuola e distrutto le decorazioni natalizie, provocando l’arresto di quattro dirigenti distrettuali.
Nella città di Bareilly, nell’Uttar Pradesh, gruppi di persone si sono radunate fuori da una cattedrale per protestare contro le preghiere natalizie, sostenendo che l’incontro fosse una copertura per le conversioni. In mezzo alla polizia, il gruppo ha recitato canti e slogan indù. (…)
Rajdeep Sardesai, noto giornalista televisivo, ha condannato gli attacchi in prima serata, affermando che gli attacchi ai gruppi cristiani in diverse parti del Paese, in particolare nelle zone tribali, intimiditi, minacciati e persino aggrediti da gruppi di vigilanti autoproclamatisi indù, rivelano cosa può fare la normalizzazione della propaganda d’odio alla società civile.
“Il Natale è una festa di gioia celebrata in tutto il mondo e in India con allegria. Prendere di mira una minoranza in questo Paese con tanta impunità mette a nudo una mentalità che, a mio avviso, è bigotta e anticostituzionale”, ha affermato.
Ha anche chiamato in causa le autorità di polizia che, a suo dire, in molti casi sono spettatori complici.
“Piuttosto che agire duramente contro di loro, i loro protettori politici al potere oggi si limitano a guardare dall’altra parte o, peggio ancora, sembrano approvare questo comportamento selvaggio”, ha detto Sardesai. “Non ci sono dubbi, questi scagnozzi sono una vergogna nazionale e globale e un imbarazzo per l’idea di questo grande Paese come società plurale e inclusiva”. (…)
(29 dicembre 2025 | India Persecution.org (International Christian Concern ICC)
CINA - Zhejiang: operazione di polizia di cinque giorni a Wenzhou contro i cristiani
Una nuova e massiccia repressione contro le chiese domestiche e coloro che si oppongono alla rimozione dei simboli religiosi.
Tra il 13 e il 18 dicembre 2025, la contea di Taishun , città di Wenzhou, nella provincia di Zhejiang, è stata teatro di un’operazione su larga scala che ha preso di mira le comunità cristiane nella città di Yayáng . I resoconti dei residenti, le testimonianze online e gli avvisi affissi pubblicamente consentono di ricostruire la sequenza degli eventi, che includevano una presenza di polizia insolitamente massiccia, detenzioni di massa e un’informazione pubblica coordinata.
I residenti hanno riferito che unità di polizia provenienti da diverse città, tra cui Hangzhou e Pingyang, sono entrate nella città di Yayáng il 13 dicembre.
I testimoni hanno descritto posti di blocco agli ingressi della città, pattugliamenti lungo le strade principali e perquisizioni nelle aree residenziali.
Nei primi due giorni, più di cento cristiani sono stati prelevati dalle loro case o dai luoghi di lavoro. Ulteriori arresti si sono verificati il 16 e il 17 dicembre, portando il numero totale delle persone allontanate a ben oltre cento. La comunicazione sull’operazione è stata severamente limitata e i residenti hanno affermato che i tentativi di condividere informazioni online sono stati rapidamente eliminati.
Nello stesso periodo, le autorità hanno pubblicato avvisi di ricerca per due figure note della comunità cristiana locale, Lin Enzhao, 58 anni, e Lin Enci, 54 anni. Gli avvisi li identificavano come principali sospettati di un gruppo criminale e offrivano ricompense in denaro per informazioni, ma non specificavano accuse concrete. Un annuncio separato invitava i residenti a fornire prove di illeciti. Persone che sostenevano di essere a conoscenza della situazione locale hanno commentato online che i due uomini erano da tempo attivi nelle chiese domestiche e che erano stati coinvolti in precedenti controversie con le autorità, tra cui conflitti sulla proprietà della chiesa e resistenza alla rimozione di simboli religiosi.
La portata dell’azione di polizia sarebbe potuta rimanere in gran parte sconosciuta al di fuori della regione se non fosse stato per un inaspettato spettacolo pirotecnico la sera del 15 dicembre.
Verso le 20:00, un grande spettacolo pirotecnico è stato lanciato dalla piazza antistante il palazzo del governo della città di Yayáng. L’evento, ripreso da diverse angolazioni e diffuso online da account che promuovevano messaggi ufficiali, ha immediatamente attirato l’attenzione perché non coincideva con alcuna festività o festività pubblica. Le didascalie che accompagnavano i video elogiavano la governance locale e incoraggiavano la lealtà verso le autorità. Mentre gli spettatori mettevano in dubbio lo scopo dello spettacolo, i residenti hanno iniziato a descrivere l’attività di polizia svolta nei giorni precedenti. I fuochi d’artificio, intesi come gesto celebrativo, hanno inavvertitamente esposto gli arresti in corso a un pubblico più ampio.
Interviste e testimonianze online suggeriscono che l’operazione di dicembre sia avvenuta dopo mesi di tensione tra cristiani locali e funzionari sull’attuazione della politica religiosa statale. I residenti hanno descritto disaccordi sull’installazione di simboli nazionali nelle chiese e sui requisiti per le campagne di educazione politica. Diverse persone hanno segnalato un incidente avvenuto nel giugno 2025, quando funzionari locali sono entrati in un luogo di ritrovo cristiano nelle prime ore del mattino e hanno installato un pennone, un’azione che avrebbe intensificato la sfiducia.
Queste controversie si sono verificate in un contesto di conflitto più ampio: i gruppi cristiani della città di Yayáng sono stati coinvolti in diversi scontri durante le campagne per rimuovere le croci dagli edifici ecclesiastici nell’ultimo decennio e gli osservatori hanno notato la loro organizzazione collettiva come un fattore nella situazione attuale.
Il 18 dicembre, dopo che la maggior parte degli arresti era già avvenuta, le autorità locali hanno tenuto un’assemblea pubblica descritta come un evento di mobilitazione contro “le attività criminali”. Erano presenti poliziotti armati e i funzionari hanno pronunciato discorsi incentrati sulla sicurezza pubblica. Non sono state fornite informazioni dettagliate sulle persone arrestate o sulle prove a sostegno delle accuse. L’assemblea sembrava intesa a inquadrare l’operazione come parte di una campagna più ampia piuttosto che come un’azione mirata contro i gruppi religiosi.
(di He Yuyan | 22 dicembre 2025 | Notizie dalla Cina Bitter Winter)
NIGERIA - Ferito un sacerdote nel sud della Nigeria,
Un sacerdote cattolico, don Raymond Njoku, è stato colpito e gravemente ferito a colpi di arma da fuoco la vigilia di Natale a Ogbaku, nell’area del governo locale di Mbaitoli, nello Stato di Imo, nel sud della Nigeria.
Secondo una fonte del presbiterio arcidiocesano di Owerri, don Njoku, viceparroco della chiesa parrocchiale di San Kevin a Igbaku, stava tornando a casa intorno alle 8 di sera quando degli uomini armati hanno aperto il fuoco contro di lui. Gli aggressori, giunti a bordo di un SUV, si ritiene facciano parte di una banda di rapitori che in precedenza aveva tentato, senza successo, di rapire un’altra persona nella zona.
Alcuni parrocchiani hanno trasportato d’urgenza don Njoku in un vicino ospedale, dove ha ricevuto cure mediche d’urgenza. L’arcivescovo di Owerri, Lucius Iwejuru Ugorji, ha poi reso noto che il sacerdote si sta riprendendo. “Ringraziamo Dio che sia sopravvissuto all’attacco mortale”, ha detto l’arcivescovo affermando che l’automobile del sacerdote è stata colpita da diversi proiettili. (L.M.) (Agenzia Fides 29/12/2025)
NIGERIA - Liberati gli ultimi 130 ragazzi della scuola cattolica di Papiri
Sono liberi i rimanenti 130 alunni rapiti nell’assalto alla scuola cattolica t. Mary di Papiri (nello Stato del Niger nella Nigeria centro-settentrionale) avvenuto il 21 novembre (vedi Fides 24 e 26 novembre 2025).
Il rilascio è avvenuto ieri, domenica 21 dicembre e le persone liberate sono state portate a Minna, la capitale dello Stato federato del Niger.
“Siamo profondamente grati al governo federale della Nigeria, al governo dello Stato del Niger, alle agenzie di sicurezza e a tutti gli altri partner i cui sforzi e interventi hanno contribuito al ritorno sane e salve delle vittime” afferma il comunicato delle diocesi di Kontagora pervenuto all’Agenzia Fides. “Esprimiamo inoltre il nostro sincero apprezzamento ai genitori, agli insegnanti, al clero, alle comunità religiose, alle organizzazioni umanitarie e al pubblico in generale per le loro preghiere, il loro sostegno e la loro solidarietà durante questo periodo difficile” continua il comunicato firmato da don Jatau Luka Joseph, Segretario diocesano.
Le autorità non hanno rivelato come sia avvenuto il rilascio né se siano state pagati riscatti e nemmeno chi siano gli autori del rapimento di massa. (Agenzia Fides 22/12/2025)
NEL SILENZIO
SUDAN - altri 10 mila sfollati per le violenze in Darfur e Kordofan
Secondo l’Onu, da giovedì a venerdì della scorsa settimana oltre 7.000 residenti hanno dovuto lasciare le città di Kernoi e Umm Baru, nel Darfur settentrionale. E tra mercoledì e venerdì circa 3.100 persone sono fuggite da Kadugli, la capitale del Kordofan meridionale, assediata dai paramilitari dell’Rsf, in guerra dall’aprile 2023 contro l’esercito di Khartoum. A El Fasher intanto è arrivato un team delle Nazioni Unite: denunciate “condizioni indegne” per i civili
Sono oltre 10.000 le persone costrette a fuggire dalle loro case nel Darfur settentrionale e nel Kordofan meridionale a causa dell’ultima ondata di violenza in corso in Sudan. A lanciare l’allarme è stata ieri l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Secondo l’agenzia dell’Onu, da giovedì a venerdì della scorsa settimana oltre 7.000 residenti hanno lasciato le città di Kernoi e Umm Baru nel Darfur settentrionale, vicino al confine con il Ciad, e tra mercoledì e venerdì, circa 3.100 persone sono fuggite da Kadugli, la capitale del Kordofan meridionale, assediata dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), in guerra dall’aprile 2023 contro l’esercito di Khartoum. (…)
L’emergenza umanitaria
La guerra in Sudan ha già provocato almeno 150.000 morti e oltre 13 milioni di sfollati e profughi — in un bilancio stimato da varie ong ed esponenti della società civile, ma comunque difficile da verificare per la grave insicurezza sul terreno — mentre più della metà dei 50 milioni di abitanti è costretta a livelli di grave insicurezza alimentare, secondo le Nazioni Unite: solo quest’anno oltre 17 milioni di persone hanno ricevuto aiuti umanitari d’emergenza.
Un team dell’Onu a El Fasher
A El Fasher intanto è riuscita ad arrivare per qualche ora una prima squadra delle Nazioni Unite. I civili rimasti a seguito della conquista della città da parte dell’Rsf, dopo 500 giorni di assedio, vivono in «condizioni indegne e insicure», ha dichiarato alla stampa internazionale la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite in Sudan, Denise Brown. La gente si trova «in situazioni estremamente precarie: alcuni sono sistemati in condizioni molto rudimentali, sotto teli di plastica, senza servizi igienici e senza acqua», ha spiegato, parlando di una città divenuta «il fantasma di se stessa».
(Giada Aquilino, Vatican News, lunedì 29 dicembre 2025)
