2025 12 24 Papa Leone XIV: “quando Dio viene nel mondo, si vede!”
TESTIMONIANZE - VIETNAM - Le comunità cattoliche vietnamite al fianco delle donne in difficoltà per contrastare l’aborto di massaHAITI - Quando tutto precipita nell’odio e nella violenza il villaggio di Pic-Makaya va avanti con fede e resilienza
SUD SUDAN - nella miseria la ricchezza della fede
INDIA - Il Natale tra le comunità più emarginate del Tamil Nadu
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“Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo. Allora potremo sperimentare la gioia della libertà che incontra il suo Salvatore”. (Angelus 14 XII 2025)
VIETNAM - Le comunità cattoliche vietnamite al fianco delle donne in difficoltà per contrastare l’aborto di massa
“Una parola di comprensione, una mano tesa possono salvare una vita”. Lo ripete con risolutezza padre Joseph Tran Van Bong nei corsi di formazione che orientano su come ascoltare, accompagnare e sostenere le donne incinte in difficoltà, in particolare quelle che hanno subito traumi psicologici o si trovano in una situazione di gravidanza indesiderata.
Un programma di formazione rivolto a 100 appartenenti alla comunità ecclesiale è stato promosso lo scorso ottobre nella parrocchia di An Nhien dal Sottocomitato per la protezione della vita - Caritas della diocesi di Ha Tinh, nel Vietnam centrale. Il programma si è sviluppato intorno al tema: “Accompagnare e consigliare le donne in gravidanza nell’opera di protezione della vita”.
Secondo il Dipartimento di Pianificazione Familiare del Vietnam, ogni anno nel Paese si registrano quasi 300mila aborti, principalmente tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, che per il 60-70% sono studentesse. Inoltre, il tasso di aborti praticati dopo la dodicesima settimana di gravidanza rappresenta quasi l’80%. E un rapporto del Ministero della Salute vietnamita indica che circa il 44% dei giovani in Vietnam ha rapporti sessuali prima del matrimonio.
Un altro sondaggio condotto dall’Università di Medicina e Farmacia di Thai Nguyen ha mostrato che tra gli studenti che convivono e hanno rapporti sessuali, solo il 48% usa contraccettivi e, in caso di gravidanza, il 64% sceglie l’aborto, in parte perché i loro fidanzati scappano e lasciano le loro ragazze incinte da sole, mentre il restante 36% si sposa e inizia una vita coniugale.
La studentessa K.T., che studia marketing a Ho Chi Minh City e racconta la sua storia chiedendo di rimanere in condizione di anonimato, ha confidato: “L’uomo che amavo con tutto il cuore ha abbandonato me e il nostro bambino non ancora nato. Aver subito nel mio cuore la ferita di un simile tradimento mi ha spinto a tornare a casa da Ho Chi Minh City nella speranza di essere accettata dai miei genitori. Ma i miei genitori non sono riusciti ad accettare questa realtà e hanno provato a spingermi verso l’opzione di abortire per ricominciare una nuova vita, poiché la mia famiglia temeva lo scandalo davanti ai vicini. Il mio cuore era pieno di tristezza per il senso di abbandono da parte del mio amato e per il rifiuto della mia famiglia, e ho quasi perso la volontà di vivere. Tuttavia, amavo il bambino innocente che portavo in grembo e non potevo accettare che gli errori commessi dagli adulti potessero privare di vita un feto in crescita. Alla fine, ho deciso di tornare a Saigon con la gravidanza e di partorire rimanendo da sola”.
Situazioni simili si verificano in molti luoghi del Vietnam e coinvolgono soprattutto ragazze che lavorano o studiano lontano da casa. Nella provincia di Binh Duong, nel Vietnam meridionale, attualmente ci sono circa 700.000 lavoratori impiegati nelle aree industriali, e tra loro il 70% sono migranti provenienti dalle province di tutto il Paese. Quasi ogni giorno, ci sono lavoratrici e studentesse non sposate che si recano negli ospedali per abortire. Ogni settimana vengono abbandonati negli ospedali neonati provenienti dalle zone in cui ci sono aree industriali e fabbriche di prodotti destinati all’esportazione. Si stima che negli ultimi anni la situazione dell’abbandono dei neonati tenda ad aumentare del 20-30% ogni anno.
Di fronte a queste dolorose realtà, associazioni e gruppi della Chiesa vietnamita hanno scelto di offrire il proprio contributo alla protezione della vita, aprendo strutture chiamate “Cozy Homes” per prendersi cura delle donne incinte che non hanno parentele strette. Oltre a prendersi cura della loro vita materiale, le Cozy Homes cercano di alleviare il dolore delle donne incinte abbandonate dalle loro famiglie, dai loro genitori e dai loro amanti.
Recentemente, sui social network sono stati pubblicati post come: “Sono disponibili rifugi temporanei per donne incinte indigenti” o “Camere gratuite per donne incinte sole”, accompagnati da indirizzi come Jesus Cozy Home, Faith Family, Gerardo Charity House, Mai Linh Cozy Homes delle Congregazioni delle Figlie della Carità di Vinh Son e Mai Tam Cozy Homes appartenenti all’Ordine di San Camillo.
La maggior parte delle donne incinte aveva vissuto in condizioni di solitudine, paura e delusione prima di arrivare in queste case accoglienti, poi sono state aiutate a stabilizzare la loro condizione psicologica e a formarsi per assumere lavori, in maniera stabile. Alla fine, si sono sentite al sicuro e hanno vissuto felicemente con le persone che le circondavano e sono state accompagnate a prendersi cura della loro salute fino al parto.
Questo sostegno amorevole e silenzioso offerto a donne in gravidanza e a bambini neonati he stato raccontato in un servizio di un giornale vietnamita di Dan Viet: “Oltre a costruire un cimitero per i feti abortiti” si legge nell’articolo “la parrocchia di Minh Giao nella città di Da Lat, nella provincia di Lam Dong, nel Vietnam meridionale, gestisce anche una casa accogliente per crescere e prendersi cura di molti bambini abbandonati. La parrocchia diventa davvero anche un rifugio per i piccoli angeli”
La signora KT, sopra citata, ha continuato così il suo racconto: “A Ho Chi Minh City ho due amici cattolici molto cari e, quando hanno saputo della mia difficile situazione, sono stati molto comprensivi e hanno sostenuto la mia decisione. Poi mi hanno presentato la casa di accoglienza Thanh Tam della Congregazione di Nostra Signora della Missione, nel distretto 7 di Ho Chi Minh City, nel Vietnam meridionale, dove le suore accettano di aiutare le donne incinte come me. Così mi sono trasferita nella casa accogliente per aspettare il giorno del parto. E da quel momento la mia vita ha cominciato a cambiare”. (di Andrew Doan Thanh Phong Agenzia Fides 18/12/2025)
HAITI - Quando tutto precipita nell’odio e nella violenza il villaggio di Pic-Makaya va avanti con fede e resilienza
La crisi che continua a stravolgere il popolo haitiano minaccia di peggiorare a causa delle violenze delle gang che sfollano famiglie, distruggono la produzione agricola e impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha disperatamente bisogno. Un recente rapporto pubblicato dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha rilevato che circa 5,7 milioni di haitiani – su una popolazione di circa 11 milioni – stanno affrontando gravi carenze alimentari, mentre i gruppi armati rafforzano la loro presa sulla nazione caraibica e l’economia devastata continua a crollare. L’IPC stima che i gruppi armati controllino ora circa il 90% di Port-au-Prince, la capitale, e negli ultimi mesi si sono espansi nelle regioni agricole. La violenza, inoltre, ha costretto 1,3 milioni di persone ad abbandonare le proprie case – un aumento del 24% da dicembre – e molte si sono rifugiate in siti temporanei sovraffollati e privi di servizi di base. Gli agricoltori che rimangono sulle loro terre devono negoziare con le bande per l’accesso e cedere parte dei raccolti. Le piccole imprese hanno chiuso i battenti, eliminando fonti di reddito per innumerevoli famiglie. Anche quando i raccolti raggiungono rese normali, i prodotti non possono raggiungere Port-au-Prince perché le bande bloccano le strade principali.
In sei anni consecutivi di recessione i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 33% lo scorso luglio rispetto all’anno precedente. L’emergenza sempre più critica colpisce pesantemente i bambini. Un ulteriore recente rapporto ha rilevato 680 mila piccoli sfollati a causa della violenza – quasi il doppio rispetto alle cifre precedenti – con oltre 1000 scuole costrette a chiudere e centinaia di minori reclutati dai gruppi armati. La situazione della sicurezza rimane instabile. Giovedì 16 ottobre si sono verificati pesanti scontri a fuoco quando i funzionari governativi hanno tentato di incontrarsi al Palazzo Nazionale nel centro di Port-au-Prince, costringendo a una rapida evacuazione da un’area a lungo controllata dalle gang.
Sul fronte sanitario è di questi ultimi giorni la notizia diffusa dall’organizzazione medica internazionale Medici senza frontiere (Msf) che, a causa delle violenze in corso nella capitale è stata costretta a chiudere definitivamente il centro di pronto soccorso di Port-au-Prince. Attualmente sono più del 60% le strutture sanitarie della capitale, compreso l’ospedale generale di Haiti, chiuse o non funzionanti a causa dell’aumento della violenza delle bande.
In questo contesto di devastazione, criminalità, violenza, fame, miseria nel piccolo villaggio montagnoso di Pourcine Pic-Makaya la popolazione va avanti con resilienza grazie anche al grande contributo dei missionari presenti sull’isola caraibica.
(AP) (Agenzia Fides 21/10/2025)
Tra questi, padre Massimo Miraglio, missionario Camilliano e parroco del villaggio a 300km da Port au Prince
HAITI - Priorità assoluta per il villaggio di Pourcine Pic-Makaya: costruire un dispensario-ambulatorio
Dopo il passaggio dell’uragano Melissa è diventato essenziale risistemare i sentieri e le mulattiere sul territorio parrocchiale. Importante per la sicurezza soprattutto dei tanti scolari che li percorrono quotidianamente. Scrive padre Massimo Miraglio dalla comunità di Pourcine Pic-Makaya riportando alcune delle attività riprese nelle ultime settimane nel villaggio dove è parroco.
Tra queste il missionario Camilliano ha messo in luce le celebrazioni il 18 novembre scorso, “Festa nazionale in Haiti, che hanno visto, all’alba, gli scolari più grandi accompagnati dai genitori e dai maestri dirigersi al fiume, in una gorgia non lontano dal pianoro, con diversi contenitori per portare sabbia per la costruzione di una casa di accoglienza. Tutti insieme sono riusciti a portare una buona quantità di sabbia che ci permetterà di avanzare con i lavori. A seguire, domenica 23 novembre, in occasione della Solennità di Cristo Re, il gruppo parrocchiale KIWO ha festeggiato animando la Messa. La giornata è terminata con un pasto insieme e la gioia che sanno trasmettere i bambini di Pourcine-Pic Makaya.”
“Lunedì 1 dicembre nella scuola-chiesa parrocchiale una partecipata assemblea popolare ha riunito delegazioni delle diverse località del territorio della Parrocchia – prosegue p. Massimo. Lo scopo fare il punto della situazione ed identificare le priorità della Comunità oltre ad invitare la popolazione ad una maggiore partecipazione alle attività comunitarie. All’unanimità l’assemblea ha indicato la costruzione di un dispensario-ambulatorio come priorità assoluta. Questo importante e impegnativo progetto si aggiunge a quelli che abbiamo già in corso d’opera. Riunirci in assemblea ha rappresentato un bel momento di democrazia partecipativa che speriamo rafforzi la coesione comunitaria” rimarca.
Il Camilliano conclude ricordando l’imminente inizio del nuovo anno scolastico della scuola di Alfabetizzazione (vedi Agenzia Fides 5/3/2025). “Quest’ anno, dal momento che è in aumento il numero degli iscritti, saranno sette le località dove si terranno i corsi. Avremo una nuova sede, 6 nuovi insegnanti, abbiamo aggiunto un secondo anno per coloro che hanno superato l’esame del primo anno... Sei mesi di corsi per lottare contro la piaga dell’analfabetismo. Purtroppo una delle sedi è stata completamente distrutta da Melissa e la Comunità locale sta cercando di dare una sistemata con un telone e qualche legno, per poter ricominciare entro la prossima settimana.”
(AP) (Agenzia Fides 3/12/2025)
SUD SUDAN - nella miseria la ricchezza della fede
In uno dei Paesi più poveri al mondo, dove mancano cibo e acqua, nella piccola missione di padre Federico Gandolfi nel Bahr al-Ghazal Occidentale, “le persone conducono una vita semplice e vivono una grande spiritualità, sapendo che Dio c’è anche per loro”
Erano fuggiti dal Sudan, dove due anni di guerra avevano generato una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Dopo aver trovato riparo nel confinante Sud Sudan, uno dei Paesi più poveri, ora rientrano a casa, perché «è meglio morire di violenza nel proprio Paese che in un altro di fame». ln Sud Sudan gli abitanti vivono una situazione talmente drammatica da essere difficile da sopportare anche per chi fugge dal conflitto. I sud-sudanesi affrontano un continuo esodo, una massa di persone in perenne spostamento alla ricerca di cibo. A raccontare la condizione di miseria di questo popolo tormentato da anni di guerra e di violenza sono: i mercati, dove i prezzi subiscono rincari spaventosi; i campi coltivati in moltissime aree del Paese, dove però al momento del raccolto arriva l’esercito a prendersi tutto, e le devastanti conseguenze del taglio degli aiuti Usa allo sviluppo, a causa del quale il Programma alimentare mondiale non garantisce più un aiuto che, prima, riusciva a sfamare quasi il 52-53% della popolazione, circa 45 milioni di persone. Nel Paese manca tutto: cibo, riparo, cure mediche, acqua pulita, non si trova soluzione per il contenimento delle inondazioni.
L’ospedale delle comboniane
«Moltissime piccole cliniche sparse in tutto il Paese sono state costrette a chiudere a causa dei tagli dei fondi alle diverse organizzazioni non governative che operano nel Paese», spiega padre Federico Gandolfi, missionario dei frati minori a Wau, nel Bahr al-Ghazal Occidentale. «Qui, ringraziando Dio, c’è un ospedale gestito dalle sorelle comboniane, che sono due medici, e che arrivano a fare anche 400 cesarei al mese, proprio perché nell’area dove siamo noi le cliniche hanno chiuso, le donne quindi si concentrano tutte a Wau per partorire. Tuttavia, il tasso di mortalità durante i parti rimane sempre troppo alto. Le suore comboniane fanno un grandissimo lavoro, ma è una piccolissima isola in un territorio così vasto».
L’attività nel lebbrosario
Gandolfi e i confratelli sono impegnati anche nel lebbrosario che dà ricovero a 250 pazienti. «È un servizio che noi come frati minori portiamo avanti assieme alle suore francescane. Riusciamo, con le donazioni, a portare grosse quantità di cibo. La lebbra, al contrario di quanto pensano molti, non è scomparsa, anzi, è molto presente. Noi andiamo da loro accompagnati da un medico che cura le ferite che sono aperte e che quindi creano contagio. Con un gruppo di volontari si va a lavare le lenzuola, a dare sostegno a chi non riesce a prendersi cura di sé stesso. È una realtà importante, soprattutto per noi francescani, pensando all’incontro di san Francesco con il lebbroso, momento cruciale per la sua conversione». Due volte al mese, inoltre, i francescani visitano la prigione giovanile di Wau, dove si trova un centinaio di ragazzi, portano loro del cibo, per poi cucinarlo e mangiarlo tutti assieme, restando tutta la giornata lì, «per un momento di ascolto e condivisione».
Una guerra frazionata
Il Paese sta vivendo una «guerra strana» come la definisce il missionario, perché «la tradizione vede il centro della guerra in una zona precisa del Paese, come è successo per esempio nel 2013, nel 2016 e anche gli anni in precedenza». Gli scontri tra le Forze di Difesa Popolare del Sud Sudan, ossia l’esercito regolare del presidente Salva Kiir, e i ribelli dell’opposizione del South Sudan People’s Liberation Army, l’Spla-io, guidata da Riek Machar, ex vice presidente attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di aver commesso «crimini contro l’umanità», hanno riportato il Paese sull’orlo del baratro. Ma la guerra ora, avverte Gandolfi, «si è frazionata, così come si sono frazionate le parti coinvolte nel conflitto. Sembra che la parte governativa sia sé stessa un po’ divisa, così come sembra che lo sia anche la parte dell’opposizione. I soldati, l’esercito in generale, fanno riferimento a un capo e non a una nazione o a un partito o a un nucleo forte di comando. Quindi, si sta spezzando il fronte di guerra e questo avviene in diversi luoghi del Paese, dal nord al sud, dall’est all’ovest. Ci sono tutti piccoli combattimenti, anche difficili da contenere, da verificare, però con effetti devastanti, perché si bloccano le strade, le vie di comunicazione e quindi il cibo non riesce più a raggiungere tutto il Paese. Non arrivano la benzina e il diesel, non ci si riesce più a muovere, e il Paese rischia il totale blocco. Ed è questo a creare un gran numero di profughi, di rifugiati, di sfollati, di gente che si sposta per cercare da mangiare». Questo frazionamento del fronte della guerra rischia di portare il Sud Sudan ad un punto di non ritorno. I timori fortemente espressi anche dalle Nazioni Unite, che si sono rivolte all’Unione Africana, è che si possa ritornare ad una guerra civile e che l’accordo siglato nel 2018 tra le parti in conflitto, possa crollare.
Una nuova missione
«Il rischio c’è sempre stato — prosegue Gandolfi — e c’è tuttora, proprio a causa della perdita di un potere centrale, sia da parte del governo che dell’opposizione, che erano le parti firmatarie dell’accordo. Qualora dovessero infrangersi questi due fronti, allora l’accordo cadrebbe con il rischio di ritrovarsi in una anarchia militare con diverse fazioni in gioco». Il Paese è sull’orlo di una implosione, senza giustizia né stabilità, con il tracollo dell’economia, una fortissima inflazione e il potere d’acquisto di milioni e milioni di persone ridotto praticamente a zero. In questo tragico quadro, Gandolfi e confratelli sono in procinto di aprire una nuova missione, insieme alla diocesi, a circa un’ora e mezzo di moto dalla città di Wau. «Siamo in una zona in mezzo alla foresta, non esiste neanche un villaggio unico, ci sono tante persone che vivono sparse nella foresta, vivendo di agricoltura e di caccia. Gente molto semplice, di fede. Il grande problema è la mancanza di giovani, ci sono tanti bambini e poi gli anziani. I ragazzi, anche minori, o sono presi dalle varie fazioni che sono in guerra, oppure lasciano queste zone nella speranza di ricevere una eduzione superiore o di trovare lavoro, e quindi vanno a Wau e nella capitale, Giuba».
La forza della fede
Per i missionari ora l’impegno maggiore è quello di rispondere alle urgenze di questo popolo, come prima cosa la necessità di acqua potabile. «Ci stiamo interessando per poter aprire pozzi nelle diverse zone di quello che sarà il territorio parrocchiale. Ci sono le suore francescane che garantiscono un minimo di istruzione, con una scuola che arriva fino alle elementari. Le persone qui conducono una vita semplice, fatta di pastorizia, di agricoltura, vivono una grande spiritualità, e non hanno bisogno di grandi omelie, perché semplicemente credono che Dio c’è e che c’è anche per loro. E noi non vogliamo cambiare niente di questo mondo, ma semplicemente portare la fede in cui crediamo e che già fa parte di loro». (Francesca Sabatinelli –Vatican News 22 ottobre 2025)
INDIA - Il Natale tra le comunità più emarginate del Tamil Nadu
Al Life Empowerment Center di Acharappakkam i Thurumbar - i “lavandai” discriminati dagli stessi “intoccabili” - aiutano a studiare i bambini della loro comunità. E grazie alla fondatrice Juliyes, lei stessa cresciuta in questo gruppo emarginato, allargano la solidarietà anche agli Irula, una comunità tribale altrettanto povera.
Ad Acharappakkam sono gli ultimi tra gli ultimi i Thurumbar. Così, infatti, nel Tamil Nadu vengono chiamati i dhobi, la comunità dei lavandai che si occupano dei vestiti dei dalit, i cosiddetti “intoccabili”. Nella rigidissima sequela delle caste indiane i Thurumbar sono gli “invisibili”, quelli che vengono discriminati dagli stessi dalit (sia indù sia cristiani) che spesso riversano su di loro le discriminazioni che essi stessi continuano a subire. Ma anche per i Thurumbar ad Acharappakkam risplende la luce del Natale. Ed è talmente grande da allargarsi anche agli Irula, una comunità tribale altrettanto povera e ai margini della società.
È il miracolo della solidarietà reso possibile in questa città della diocesi di Chengalput dal Life Empowerment Center, un luogo in cui, durante il fine settimana, i bambini della comunità Thurumbar si ritrovano per studiare, imparare l’inglese e acquisire conoscenze generali. Ad animarlo è la signora Juliyes che proviene da questa stessa comunità: è nata in una famiglia cattolica dhobi, i suoi genitori lavavano i vestiti per le famiglie dalit. Come accade spesso ai Thurumbar, in questa ripartizione sociale segnata dalla violenza e dall’esclusione, non ricevevano un salario: per le loro mansioni - che oltre al lavaggio dei vestiti, includono il lavoro di parrucchiere e lo svolgimento di altre mansioni occasionali durante i parti e le morti nelle comunità dalit – spesso vengono dati loro solo avanzi di cibo. Così da bambina, Juliyes accompagnava la madre di notte a chiedere cibo e l’aiutava a lavare i panni nello stagno del villaggio. Oggi invece attraverso questo il Life Empowerment Center serve studenti, giovani e famiglie di 25 villaggi, offrendo istruzione, consulenza e programmi di sviluppo economico.
Juliyes non è sposata: vive con la madre e ha adottato un bambino. Gestisce il centro con l’aiuto di alcuni amici, accogliendo non solo studenti Thurumbar, ma anche altri gruppi dalit e di etnia Irula. Quest’ultimo gruppo è una comunità che non possiede né case né terreni e vive sotto teloni di plastica. Pratica la caccia agli animali consentiti e si nutre di ratti catturati nei campi. La maggior parte dei loro ragazzi non prosegue gli studi oltre l’ottava classe.
In questo angolo del Tamil Nadu in questi giorni Juliyes ha condiviso lo spirito del Natale distribuendo doni alle famiglie tribali che vivono nei pressi della città di Acharappakkam. A 25 famiglie che vivono in condizioni di estrema povertà sono stati distribuiti riso, sari, coperte, vestiti per i bambini e pacchi alimentari per tutti i membri delle famiglie. Alcuni donatori individuali e istituzioni cristiane aiutano Juliyes a portare avanti il Life Empowerment Center: p. Benjamin Chinnappan, gli Heralds of Good News, le suore di Cluny, il santuario mariano di Acharappakkam, i commercianti e i ristoratori della città contribuiscono donando denaro o fornendo beni a prezzi molto ridotti, affinché i poveri possano beneficiarne. Compresi gli Irula, che Juliyes ha deciso di aiutare affinché possa provare la gioia del Natale e comprenderne il significato.
(di Nirmala Carvalho Asia News 21/12/2025)
