2025 12 17 TEHERAN - Natale in carcere per cinque cristiani, condannati a oltre 50 anni - CINA (raccolta notizie)

TEHERAN - Natale in carcere per cinque cristiani, condannati a oltre 50 anni
CINA (raccolta notizie):
Henan: un nuovo vescovo. Ma si chiudono le chiese ai minori
Xinxiang: il vescovo Zhang e gli altri cattolici ridotti al silenzio (bellissima lettera di un sacerdote della comunità sotterranea cinese)
Il doppio volto della “libertà di credo” in Cina: promesse costituzionali e persecuzione nel mondo reale
Turismo come tradimento: il pastore Sun Chenghao condannato a quattro anni e mezzo per un viaggio
Wenzhou, a processo p. Ma. L’accusa: vendita illegale del libro dei canti religiosi
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CulturaCattolica.it ©
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TEHERAN - Natale in carcere per cinque cristiani, condannati a oltre 50 anni
Fra le accuse quella di praticare il culto e promuovere attività religiose come battesimi, comunioni e celebrazioni della Natività. Almeno quattro di loro dovranno scontare pene di almeno 10 anni. Direttore Article18: “Segni evidenti” della “mancanza di un giusto processo” in un quadro di “crescente repressione”.

Natale in carcere per un gruppo di cristiani iraniani: nei giorni scorsi, infatti, un tribunale della Repubblica islamica ha condannato cinque fedeli a una pena complessiva di oltre 50 anni di prigione. Secondo quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare gli abusi, fra le accuse vi sarebbero pratica del culto e attività religiose ordinarie come preghiera, amministrazione di sacramenti fra cui il battesimo, la comunione e celebrare la nascita di Gesù. Fra quanti sono finiti in cella vi sono anche due ex prigionieri di coscienza - il pastore iraniano-armeno Joseph Shahbazian e il convertito cristiano Nasser Navard Gol-Tapeh - arrestati di nuovo a febbraio dopo aver già trascorso in precedenza un totale di sei anni dietro le sbarre per accuse relative ad un loro coinvolgimento nelle cosiddette “chiese domestiche”.

Gli altri tre cristiani condannati sono donne: Lida, moglie di Joseph, Aida Najaflou, convertita al cristianesimo che recentemente si è fratturata la colonna vertebrale dopo essere caduta dal letto a castello della prigione di Evin, e una terza il cui nome non è stato reso pubblico. I dettagli della sentenza non sono stati ancora pubblicati, ma il sito attivista ha potuto confermare che almeno quattro dei cristiani - tranne Lida - si sono visti comminare condanne a 10 anni ai sensi del famigerato art. 500 emendato del Codice penale iraniano. E che almeno due di essi hanno ricevuto ulteriori cinque anni per la seconda accusa di “raduno e collusione”. Aida ha ricevuto anche una pena aggiuntiva di due anni per “propaganda” in relazione a post sui social media, mentre Lida è stata condannata a otto anni. (…)
Le sentenze sono state emesse dal giudice Abolqasem Salavati - noto per le numerose sentenze di condanna - dopo una seconda udienza tenutasi il 21 ottobre presso la 15a Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, ma sono state comunicate solo verbalmente nelle ultime due settimane.

I cristiani hanno 20 giorni di tempo per presentare ricorso e sarebbero intenzionati a farlo. Oltre alle pene detentive, i loro beni personali comprese le Bibbie e altra letteratura cristiana sono stati confiscati dallo Stato per scopi di “ricerca” del ministero dell’Intelligence. Una vicenda analoga a quella di altri due cristiani a inizio 2025 condannati a 12 anni di carcere per “contrabbando” di Bibbie in Iran. Mansour Borji, direttore di Article18, riferisce di “segni evidenti” in base ai quali emerge la “mancanza di un giusto processo”. Al riguardo, egli cita la lunga detenzione dei cristiani - Joseph, Aida e Nasser sono stati rinchiusi per sette mesi prima di essere portati davanti a un tribunale - e le richieste di cauzione estremamente elevate.

Nel caso di Joseph, nonostante le comunicazioni fuorvianti alla sua famiglia, non è mai stata fissata ufficialmente alcuna cauzione, mentre le famiglie di Aida e Nasser non potevano permettersi di pagare le somme: 130mila dollari per Aida e quasi 250mila dollari per Nasser, che è di gran lunga la più alta mai richiesta per il rilascio temporaneo dalla prigione di un cristiano iraniano. La prima incarcerazione di Nasser, terminata con la sua “grazia” nell’ottobre 2022 dopo quasi cinque anni nella prigione di Evin, ha attirato l’attenzione internazionale, compresa la sua “adozione” da parte dei parlamentari britannici e la campagna “#FreeNasserNavard” rilanciata anche in un lungo reportage della Bbc. A marzo, Nasser ha subito un ictus dopo aver intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il nuovo arresto, mentre Joseph ha già sofferto di problemi di salute.

Inoltre, l’atto di accusa di giugno iniziava con una citazione del famigerato discorso pronunciato nell’ottobre 2010 dalla guida suprema Ali Khamenei, in cui egli identificava la diffusione di chiese domestiche in Iran come una delle “minacce critiche” che incombono sulla Repubblica Islamica.
“Il pubblico ministero - spiega - prosegue suggerendo che il protestantesimo e il ‘cristianesimo sionista’ siano la stessa cosa, dimostrando come le agenzie di intelligence iraniane distorcano la realtà per garantire le condanne”.

L’attivista ricorda infine come Teheran consideri, sbagliando, le organizzazioni di espatriati cristiani iraniani all’estero e i suoi membri alla stregua di agenti di agenzie di intelligence straniere, senza fornire alcuna prova. Tutto questo, avverte, per “giustificare e razionalizzare la violenza giudiziaria”. “Questi esempi - conclude Borji - dimostrano chiaramente come i cristiani iraniani fra i quali Joseph, Nasser, Aida, Lida e il quinto cristiano siano stati condannati per nessun altro motivo se non quello delle loro normali attività religiose, tra cui il desiderio di condividere le loro credenze con gli altri e di offrire loro l’opportunità di leggere i testi sacri”. Una spirale crescente di repressione, mentre ufficialmente la Repubblica Islamica dell’Iran “afferma di garantire ai suoi cittadini la libertà religiosa, quando è evidente che tale libertà di scelta non esiste”.
(AsiaNews 10/12/2025)

CINA (raccolta notizie)
Henan: un nuovo vescovo. Ma si chiudono le chiese ai minori
Nella prefettura apostolica di Xinxiang è avvenuta stamattina l’ordinazione episcopale di mons. Li Jianlin, il secondo dei vescovi eletti durante la sede vacante. La nomina è stata approvata da Leone XIV ai sensi dell’Accordo, accogliendo la “rinuncia” del vescovo sotterraneo Zhang Weizhu (più volte finito agli arresti per il rifiutato di aderire agli organismi ufficiali). Intanto a Xuchang i fedeli si sono ritrovati un lucchetto alla porta della chiesa per aver consentito l’ingresso ad alcuni minori.

Un nuovo vescovo consacrato ai sensi dell’Accordo tra la Santa Sede e il governo della Repubblica popolare cinese. Ma al prezzo di un predecessore - sotterraneo, più volte arrestato - fatto uscire di scena nel silenzio, perché mai sottomesso all’Associazione patriottica. E proprio mentre nella stessa provincia dell’Henan una chiesa veniva forzatamente chiusa con un pesante lucchetto, per aver osato violare la disposizione che vieta l’ingresso ai bambini e a tutti i minori di 18 anni alle celebrazioni.

È un contesto complesso quello in cui va inquadrata la nuova nomina episcopale in Cina annunciata oggi dalla Santa Sede, nel giorno stesso in cui nella storica chiesa di Weihui, nel nord della provincia dell’Henan, è avvenuta la cerimonia dell’ordinazione. Mons. Francesco Li Jianlin è dunque il nuovo vescovo della prefettura apostolica di Xinxiang, territorio ben conosciuto dai missionari del Pime che nell’Henan svolsero il loro ministero per più di 80 anni, fino alla cacciata da parte del regime di Mao all’inizio degli anni Cinquanta. Un luogo dove il seme del Vangelo ha portato frutto, nonostante le persecuzioni.

Con l’ordinazione episcopale avvenuta oggi, arriva a compimento anche la seconda elezione episcopale avvenuta in Cina durante la Sede vacante seguita alla morte di papa Francesco: come AsiaNews aveva raccontato, infatti, mentre le Chiese di tutto il mondo si fermavano nella preghiera di suffragio per il pontefice e nell’attesa del suo successore, in Cina gli organismi ecclesiali legati al Partito avevano voluto che tutto andasse avanti come prefissato. Così il 29 aprile il clero di Xinxiang era stato convocato per eleggere vescovo p. Li Jianlin, sacerdote “fedele” alla linea ufficiale; mentre il giorno prima a Shanghai era stato fatto eleggere come vescovo ausiliare p. Ignazio Wu Jianlin, poi nominato formalmente da Leone XIV l’11 agosto e consacrato il 15 ottobre. Da quanto reso noto oggi dalla Sala stampa vaticana si apprende che lo stesso 11 agosto papa Prevost aveva nominato anche il nuovo prefetto apostolico di Xinxiang “avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese e avendo accolto la rinuncia al governo pastorale presentata da mons. Giuseppe Zhang Weizhu”.

Quest’ultimo riferimento è degno di nota: dal punto di vista del diritto canonico, infatti, la prefettura apostolica di Xinxiang non era priva di un vescovo. Già dal 1991, infatti, quando questa Chiesa del nord dell’Henan stava iniziando a ricostruirsi dopo gli anni terribili della Rivoluzione culturale, era stato designato un vescovo nella figura del giovane sacerdote p. Zhang Weizhu, oggi 67enne. La sua ordinazione era stata approvata da Roma, ma mai da Pechino, per il suo rifiuto di aderire all’Associazione patriottica. Per impedirgli di svolgere il suo ministero, mons. Zhang Weizhu è stato più volte sottoposto dalle autorità locali a prolungate restrizioni della sua libertà e a repressioni delle attività pastorali. La più clamorosa fu il vero e proprio raid della polizia con cui nel maggio 2021 venne smantellato un seminario “clandestino” che questo presule aveva aperto nell’Hebei per quanti volevano prepararsi al sacerdozio senza aderire agli organismi ufficiali controllati dal Partito comunista cinese. (…)

Inoltre il resoconto di chinacatholic - il sito dell’Associazione patriottica - non menziona in nessun modo mons. Giuseppe Zhang Weizhu; né il presule (ovviamente) compare nella fotografia dei partecipanti alla celebrazione, ritratti tutti insieme davanti alla chiesa. Un segno eloquente di come la sua “rinuncia” - avvenuta in obbedienza al volere della Santa Sede -venga fatta leggere ai fedeli della prefettura apostolica di Xinxiang: nessuna comunione, ma solo la proclamazione della “vittoria” del Partito sulle comunità sotterranee.

Il nuovo vescovo mons. Li Jianlin è nato il 9 luglio 1975 a Huixian, nella provincia dell’Henan. Ha studiato filosofia e teologia presso il Seminario maggiore cattolico dell’Hebei ed è stato ordinato sacerdote nel 1999 dall’allora vescovo di Shangqiu, mons. Nicola Shi Jingxian. Nel dicembre 2011 era già stato nominato dall’Associazione patriottica vice-direttore e segretario generale del Comitato per gli Affari ecclesiali cattolici della provincia dell’Henan. E in questa veste - nel 2018, insieme all’attuale vescovo del capoluogo Zhengzhou, mons. Wang Yuesheng - ha firmato per la provincia dell’Henan la circolare che in nome delle disposizioni del Partito sull’educazione vieta l’accesso nelle chiese a tutti i minori di 18 anni, una delle forme più palesi di negazione della libertà religiosa oggi in Cina, oltre che un modo molto concreto di ostacolare la trasmissione della fede.

Nell’Henan non è affatto un divieto solo teorico. A testimoniarlo è quanto - appena pochi giorni prima di questa ordinazione - è avvenuto a Xuchang, una città di questa stessa provincia che si trova un centinaio di chilometri più a sud di Weihui. Il 2 dicembre i fedeli di una locale comunità cattolica si sono ritrovati la porta della loro chiesa sigillata con un lucchetto accompagnato da una notifica ufficiale. “È stato verificato - si legge - che il 30 novembre 2025 la chiesa cattolica di Hupin Road ha violato le normative pertinenti consentendo a dei minori di entrare nella chiesa e suonare strumenti musicali. Questo incidente costituisce una violazione dei requisiti di conformità che regolano la gestione dei luoghi di culto. In conformità alle disposizioni di vigilanza applicabili, alla vostra chiesa viene pertanto ordinata la sospensione delle attività per una rettifica completa”.

Il messaggio è firmato con il timbro dell’Associazione patriottica e dal Comitato per gli Affari ecclesiali (l’ufficio guidato dal neo-vescovo Li Janlin). Non serve più nemmeno l’intervento della polizia: sono loro stessi a vigilare sul fatto che i bambini non vengano fatti entrare in chiesa. Questa è la condizione in cui si trovano oggi a vivere i cattolici dell’Henan. (Asia News 05/12/2025)

Xinxiang: il vescovo Zhang e gli altri cattolici ridotti al silenzio
Lettera di un sacerdote della comunità sotterranea cinese

Nell’Henan apre nuove ferite anziché sanarle l’ordinazione episcopale avvenuta ieri. Il vescovo sotterraneo di cui Roma ha accolto la rinuncia è ancora sotto stretto controllo, non ha potuto partecipare alla cerimonia del suo successore e nemmeno la famiglia può vederlo. Il commento di un sacerdote: “Pechino viola lo spirito dell’Accordo. Non è la prima volta che veniamo umiliati. La Chiesa non si sostiene con il potere, ma con la fede”.

“Il vescovo Zhang Weizhu è ancora sotto stretto controllo, senza libertà; la sua famiglia non può nemmeno vederlo o ricevere un segno della sua sicurezza, e tuttavia si annuncia al mondo che è stato reso ‘emerito’”. È quanto fonti di AsiaNews riferiscono dall’Henan all’indomani della cerimonia di ordinazione episcopale del nuovo prefetto apostolico di Xinxiang, mons. Li Jianlin e del contestuale annuncio da parte della Santa Sede della rinuncia dell’attuale ordinario – mons. Zhang Weizhu, appunto – un vescovo di 67 anni ordinato clandestinamente nel 1991, che non era mai stato riconosciuto dalle autorità cinesi e anzi anche apertamente perseguitato per il suo rifiuto di aderire all’Associazione patriottica. Le modalità di questo passaggio hanno lasciato grande amarezza tra i fedeli delle comunità sotterranee locali. “Il vescovo Zhang Weizhu - raccontano - non ha potuto partecipare alla cerimonia, né ha avuto la possibilità di far sentire la sua voce, mentre all’esterno viene consegnata una storia ‘perfetta’. Quello che perdiamo non è solo la trasparenza e il rispetto, ma il fatto che un pastore venga trattato come un elemento di un procedimento, e non come una persona viva, con carne e sangue. Che la verità non venga messa a tacere - chiedono - che chi soffre possa essere visto, e che la Chiesa - in qualsiasi circostanza - non si abitui mai a considerare l’ingiustizia e il silenzio come qualcosa di ‘normale’”.

Questa mattina il direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni ha diffuso una nuova dichiarazione in cui si riferisce di una cerimonia durante la quale oggi le autorità locali hanno riconosciuto civilmente la dignità episcopale del vescovo emerito mons. Giuseppe Zhang Weizhu. E commenta che “tale provvedimento è frutto del dialogo tra la Santa Sede e le autorità cinesi e costituisce un nuovo importante passo nel cammino comunionale della circoscrizione ecclesiastica”. Va però precisato che il comunicato diffuso sulla stessa cerimonia da China Catholic - il sito dell’Associazione patriottica - racconta che il presule, dopo essere stato tenuto lontano ieri dall’ordinazione del suo successore, avrebbe tenuto un discorso “esprimendo la necessità di aderire al patriottismo e all’amore per la religione, di attenersi al principio di chiese indipendenti e autogestite, di seguire l’orientamento della sinicizzazione del cattolicesimo nel nostro Paese e di contribuire alla costruzione complessiva di un moderno Paese socialista e alla promozione complessiva della grande rinascita della nazione cinese”. Parole decisamente improbabili sulla bocca di mons. Zhang e che lasciano forti dubbi sul tenore di questa cerimonia, del tutto analoga a quella avvenuta a settembre a Zhangjiakou per l’altro vescovo sotterraneo mons. Agostino Cui Tai.

Sui comunicati ufficiali relativi all’ordinazione del nuovo vescovo della prefettura apostolica di Xinxiang e su quanti invece sono stati ridotti al silenzio, pubblichiamo qui sotto un commento inviato ad AsiaNews da un altro sacerdote appartenente a una “comunità sotterranea” dei cattolici cinesi.

LA LETTERA:

Il 5 dicembre 2025, nella prefettura apostolica di Xinxiang, è stata celebrata l’ordinazione episcopale di p. Francesco Li Jianlin. Nello stesso giorno, il governo cinese ha pubblicato un comunicato ufficiale, seguito poi dall’ annuncio della Santa Sede.
In apparenza, tutto sembra rientrare in una “nomina episcopale avvenuta secondo l’Accordo Provvisorio sino-vaticano”. Ma chi conosce anche solo un poco la realtà ecclesiale in Cina sa che tra questi due comunicati esiste un vasto spazio di silenzi. E proprio in questi spazi si trovano coloro che sono stati esclusi.

1. Lo splendore dei comunicati e le assenze nella realtà

Il comunicato cinese ha enfatizzato la “solenne celebrazione”, elencando i membri della Conferenza episcopale cinese presenti alla cerimonia, senza però menzionare l’ordinario legittimo della prefettura di Xinxiang, mons. Zhang Weizhu, neppure con un cenno formale.
Il comunicato vaticano, con il suo consueto linguaggio prudente e istituzionale, afferma: il Santo Padre ha accettato la rinuncia di Mons. Zhang.

Ma la realtà non detta è un’altra:
- mons. Zhang non è stato autorizzato a partecipare all’ordinazione del suo successore;
- pur essendo l’Ordinario legittimo, è stato tenuto completamente ai margini, come se non fosse mai esistito;
- sacerdoti e religiose della comunità “non ufficiale” non hanno ricevuto alcuna informazione, né invito di partecipazione;
- alcuni laici responsabili di parrocchia sono stati convocati “per un colloquio preventivo” o addirittura trattenuti per evitare la loro presenza.
Una celebrazione che avrebbe dovuto coinvolgere l’intera Chiesa locale si è trasformata in una cerimonia ristretta, controllata da pochissimi.

2. Come una celebrazione può rendere di nuovo “sotterranea” la comunità sotterranea

Quando a mons. Zhang fu chiesto di presentare la rinuncia, egli avrebbe posto una sola condizione: “Che si possa provvedere in modo dignitoso alla situazione dei sacerdoti e delle religiose della comunità sotterranea.”
Era la richiesta di un pastore che, nonostante anni di sorveglianza, restrizioni e pressioni, continuava a preoccuparsi soltanto del suo popolo.

La realtà, però, ha dimostrato il contrario:
- i sacerdoti sotterranei non sono stati inclusi in alcuna disposizione;
- non è stata elaborata nessuna lista, nessun riconoscimento, nessuna regolarizzazione;
- nessuna comunicazione è stata fatta loro prima della cerimonia;
- molti hanno saputo dell’ordinazione soltanto tramite l’annuncio del governo.
Non è una soluzione ai problemi: è la creazione di nuovi conflitti. Non è la guarigione di vecchie ferite: è l’apertura di ferite nuove.

La Santa Sede afferma che tutto è avvenuto “secondo l’Accordo”; la parte cinese, tuttavia, ha proceduto secondo la propria logica, ignorando il ruolo di mons. Zhang, lo spirito dell’intesa e la situazione concreta della prefettura.
È il risultato di una trattativa profondamente asimmetrica: l’espressione dell’arroganza del potere statale e della sofferta sopportazione della Chiesa.

3. Mons. Zhang Weizhu: un vescovo reso invisibile, ma il più simile a Cristo

Qualunque sia la narrazione esterna, un fatto non può essere cancellato: prima di questa ordinazione, la prefettura apostolica di Xinxiang aveva un vescovo legittimo nominato dalla Santa Sede: mons. Zhang Weizhu.
Dopo anni di sorveglianza, restrizioni e isolamento, senza mai lamentarsi pubblicamente, egli è stato infine indotto a presentare la rinuncia. E proprio il giorno in cui viene ordinato un nuovo vescovo, lui, il pastore della diocesi, non può neppure varcare la porta della chiesa. È stato escluso in modo totale, silenzioso, quasi chirurgico, come un’ombra che si vuole cancellare dal tempo.
Ma né la storia né la memoria della Chiesa lo dimenticheranno.
Egli appare davvero come “l’agnello condotto al macello”, silenzioso, mite, obbediente sotto la croce. Se in tutto questo c’è una vittoria mondana, la vittoria del Regno appartiene invece alla testimonianza di mons. Zhang.

4. La rabbia cresce: una comunità ferita

Gli effetti di questa vicenda nella Chiesa locale sono profondissimi:
- i sacerdoti della comunità sotterranea provano una rabbia senza precedenti, sentendosi ignorati e annullati;
- religiose e fedeli vivono come una ferita il sentirsi esclusi dalla propria Chiesa;
- molti fedeli comuni non sapevano nulla di un evento così importante;
- parecchi seminaristi e sacerdoti si domandano: “Chi siamo noi? Che valore abbiamo nella nostra stessa Chiesa?
Non è un dolore che un semplice comunicato possa guarire.

5. Dove andare?

Non siamo chiamati a essere ingenui, ma neppure a cedere alla disperazione.
Non è la prima, e non sarà l’ultima volta, che la Chiesa, dentro un sistema di forte controllo, si trova costretta al silenzio, alla umiliazione, alla sofferenza.
Tuttavia, continuiamo a credere che:
- la Chiesa non si sostiene con il potere, ma con la fede;
- un vescovo non è tale per volontà umana, ma per dono dello Spirito;
- la vera storia non è scritta nei comunicati, ma nella testimonianza;
- i dimenticati, gli esclusi, i silenziati sono spesso i segni più profondi di Dio nella storia.
Oggi Xinxiang sembra aprire un nuovo capitolo, ma molte ferite restano aperte e molti interrogativi senza risposta. Forse l’unica via è questa: andare verso la croce, verso la verità, verso Colui che vede ciò che gli uomini ignorano e non cancella mai nessuno dal suo cuore.

6. Eppure, nonostante tutto: congratulazioni al nuovo vescovo e una preghiera di speranza

Nonostante le contraddizioni, le sofferenze e le tensioni irrisolte, con cuore filiale diciamo comunque: auguri per l’ordinazione del nuovo vescovo. Ogni vescovo è un dono alla Chiesa.
Per questo preghiamo con sincerità:
- che mons. Li Jianlin metta al primo posto il bene della Chiesa, al di là delle pressioni esterne o politiche;
- che possa davvero assumere il compito di ricostruire l’unità della prefettura, sanando le lacerazioni di tanti anni;
- che abbia un cuore di padre verso ogni sacerdote e religiosa, soprattutto verso coloro che oggi si sentono ignorati o esclusi;
- che non sia soltanto un vescovo ordinato, ma un vero pastore per questa terra ferita.

Il peso che porta non è leggero. La strada davanti a lui non sarà facile. Ma se lo Spirito ha permesso che questo giorno arrivasse, allora possiamo solo sperare che egli sappia trovare una via realmente evangelica nel mezzo di tante tensioni.
Che diventi strumento di unità, non di divisione;
che porti guarigione, non nuove ferite;
che risponda con sincerità, umiltà e coraggio alla voce di questo tempo.

Conclusione: Su una terra lacerata, continuare a credere nella Risurrezione

Ciò che Xinxiang vive non è solo una questione religiosa o politica, ma una manifestazione delle tensioni e delle prove del nostro tempo.
Eppure crediamo che:
- Dio agisce nei silenzi della storia;
- si manifesta nei dimenticati;
- pianta semi di risurrezione proprio nelle zone più oscure.
Che il nuovo vescovo sia custode di questi semi.
Che la croce di mons. Zhang diventi luce per la prefettura.
Che tutti coloro che sono stati esclusi, silenziati, dimenticati sappiano che per Dio nessuno è un “vuoto”.
Non sappiamo cosa riservi il futuro, ma sappiamo una cosa: Dio non abbandonerà la Sua Chiesa. (AsiaNews 6 dicembre 2025)

Il doppio volto della “libertà di credo” in Cina: promesse costituzionali e persecuzione nel mondo reale
Un cristiano cinese smentisce la propaganda ufficiale: sotto il regime del Partito Comunista non esiste libertà religiosa.

In Cina, la libertà religiosa è spesso presentata come un ideale armonioso. L’articolo 36 della Costituzione cinese afferma esplicitamente: “I cittadini hanno libertà di credo religioso”. Tuttavia, questa clausola è immediatamente seguita dalla clausola che “lo Stato protegge le normali attività religiose”. Il termine “normale” è diventato un’arma a doppio taglio brandita dal governo, che definisce arbitrariamente ciò che è lecito e ciò che è illecito.
Negli ultimi anni, dalle chiese domestiche ai gruppi definiti “ xie jiao “, innumerevoli credenti che perseguono una fede pura hanno dovuto affrontare sorveglianza, arresti e incarcerazioni. Non si tratta semplicemente di una questione di diverse credenze, ma di manipolazione delle anime da parte del potere.

Guardando indietro alla storia, il panorama religioso cinese ha subito cambiamenti radicali dopo il 1949. Le organizzazioni cristiane, create da società missionarie all’estero o da organizzazioni cristiane locali, erano gestite autonomamente da queste entità o dai fedeli locali. Tuttavia, furono forzatamente separate dai legami internazionali e poste sotto il controllo unificato del Consiglio Cristiano Cinese, istituito dallo Stato, e del Comitato del Movimento Patriottico Cristiano Cinese. Le chiese non affiliate a questo movimento delle “Tre Autonomie” furono considerate illegali e, durante la Rivoluzione Culturale, furono completamente bandite. Le chiese furono demolite o riadattate, costringendo i fedeli alla clandestinità.

Dopo la riforma e l’apertura, mentre le attività religiose venivano gradualmente autorizzate, le chiese domestiche rimanevano in una zona grigia dal punto di vista legale e spesso subivano repressioni. Protestantesimo, Buddismo, Taoismo, Islam e Cattolicesimo – le cinque religioni ufficialmente riconosciute – devono affiliarsi alle corrispondenti associazioni controllate dallo Stato e rimanere sotto la sua supervisione.
Gli incontri non registrati, come i servizi di culto in appartamenti in affitto o gli incontri di preghiera e di studio della Bibbia, rischiano, nella migliore delle ipotesi, di essere dispersi e, nella peggiore, di essere multati, arrestati o addirittura imprigionati.

La revisione del Regolamento sugli Affari Religiosi del 2018 ha ulteriormente rafforzato i controlli, imponendo che tutte le attività religiose siano limitate ai luoghi approvati dalle autorità e vietandone la diffusione nelle scuole, nelle comunità o sulle piattaforme online. Molti account Weibo, gruppi WeChat e account social media di chiese domestiche sono stati vietati, mentre l’evangelizzazione di strada o la predicazione nei parchi sono proibite. Più politicamente incisiva è la politica di “ sinizzazione della religione”, che lega la fede ai valori socialisti: le chiese devono esporre bandiere nazionali, cantare inni rivoluzionari, pubblicare ritratti dei leader e persino richiedere ai pastori di citare discorsi ufficiali nei loro sermoni.

Centinaia di croci di chiese sono state smantellate nello Shandong, nello Zhejiang, nell’Anhui e in altre regioni. Le autorità hanno definito l’operazione “rettifica di costruzioni illegali”, ma i fedeli la riconoscono come una rieducazione forzata della fede.
Particolarmente allarmante è la definizione governativa di “ xie jiao “, spesso tradotta come “culti malvagi”, ma che in realtà significa “organizzazioni che diffondono insegnamenti eterodossi”. Ai sensi dell’articolo 300 del Codice penale cinese, coloro che organizzano o “utilizzano xie jiao per sabotare l’applicazione della legge” sono soggetti a sanzioni penali. Tuttavia, i criteri per definire uno “ xie jiao “ rimangono ambigui, determinati dalle autorità di pubblica sicurezza e di gestione religiosa, e “sabotare l’applicazione della legge” significa essere attivi in uno “ xie jiao “ a qualsiasi titolo.
In genere, ciò include gruppi non registrati, dottrine “distorte”, strutture rigidamente organizzate o sospetti “disturbi dell’ordine pubblico”. A partire dal 2025, i dipartimenti di pubblica sicurezza hanno elencato pubblicamente i gruppi xie jiao attivi, tra cui il Falun Gong, la Chiesa di Dio Onnipotente e gli Shouters (la Chiesa locale). Questi gruppi sono spesso legalmente registrati all’estero – ad esempio, la Chiesa locale ha filiali ufficiali in Nord America e Taiwan – ma sono considerati una minaccia in Cina. I credenti possono essere sottoposti a interrogatori, confessioni forzate, arresti o condanne semplicemente per essersi riuniti per leggere le Scritture. La Chiesa di Dio Onnipotente pubblica liberamente materiali e filmati negli Stati Uniti e in Europa, eppure i suoi fedeli cinesi subiscono frequenti arresti.
Eventi recenti evidenziano ulteriormente la natura sistematica della persecuzione. Il 9 ottobre 2025, le autorità hanno lanciato raid coordinati contro la Chiesa Sion di Pechino, arrestando fedeli a Pechino, Shanghai, Shandong e altre località. Il pastore Jin Mingri, fondatore della Chiesa Sion, e i suoi collaboratori sono stati arrestati a Beihai, nel Guangxi, con l’attrezzatura della chiesa confiscata. Al momento della stesura di questo articolo, circa 23 membri erano ancora detenuti.

Fondata nel 2007, la Chiesa di Sion si impegna a consentire ai credenti di adorare Dio liberamente, senza interferenze politiche. Nel 2018, le autorità di Pechino hanno improvvisamente chiuso la Chiesa di Sion, confiscato le sue proprietà e sottoposto centinaia di fedeli a minacce e persecuzioni. Al pastore Jin è stato inoltre impedito di lasciare la Cina per sette anni, separandolo dalla sua famiglia negli Stati Uniti. Eppure, la chiesa è cresciuta da 1.500 membri nel 2018 a oltre 10.000 oggi, con più di 100 punti di ritrovo in 40 città. Questa operazione è stata descritta dal pastore Bob Fu, fondatore della China Aid Association, come “la più grande persecuzione pianificata delle chiese domestiche urbane indipendenti in Cina degli ultimi quarant’anni”.

La comunità internazionale ha condannato fermamente queste azioni. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha chiesto il rilascio dei leader e la garanzia della libertà religiosa; anche l’ex vicepresidente Mike Pence ha espresso pubblicamente il suo sostegno. Al contrario, la Costituzione degli Stati Uniti tutela la libertà religiosa e i credenti non devono temere sorveglianza o arresti. Eppure, la fede è diventata un rischio in Cina: disobbedire al Partito può costare la libertà.
Chiediamo che l’attenzione globale sia rivolta a queste vittime silenziose. La libertà religiosa non deve rimanere una promessa vana sulla carta, ma un diritto che i credenti possono esercitare in sicurezza. Solo attraverso una denuncia costante è possibile porre fine a tale persecuzione.
(di Vivian Ren | 4 dicembre 2025 | Bitteri Winter)

Turismo come tradimento: il pastore Sun Chenghao condannato a quattro anni e mezzo per un viaggio
Si recò sull’isola coreana di Jeju con degli amici. Nessuno riuscì a scappare. Tutti tornarono. Ma fu sufficiente per finire in prigione.

Come in molti drammi legali cinesi, tutto inizia con un fatto del tutto ordinario. Un pastore acquista un biglietto aereo, passa la dogana e porta i suoi amici sull’isola sudcoreana di Jeju, un paradiso senza visto più noto alle coppie in luna di miele che ai dissidenti. Tornano a casa, abbronzati e indenni. Mesi dopo, il pastore è in catene, accusato di “aver organizzato l’attraversamento illegale del confine nazionale”.

Il 15 dicembre 2023, il pastore Sun Chenghao di Zhangye, Gansu, è stato arrestato. Il 20 novembre 2025, il Tribunale popolare del distretto di Ganzhou lo ha condannato a quattro anni e sei mesi di carcere e a una multa di 10.000 yuan. La sua pena scadrà il 15 giugno 2028.

Sun, nato nel 1982, è di etnia coreana. La sua famiglia emigrò dalla Cina nordorientale all’arido nord-occidentale, portando con sé lo zelo evangelico del padre. Crebbe immerso nei sermoni, negli inni e nella convinzione che le anime meritassero di essere salvate. A vent’anni, si dedicò al ministero.
La versione statale della sua biografia è meno romantica. Nella loro narrazione, non è un pastore ma un contrabbandiere, non un turista ma un trafficante di anime oltre confine. Il suo gruppo WeChat, innocentemente intitolato “Jeju Free Travel”, diventa la prova A di un caso di “organizzazione illegale”.
La politica senza visti dell’isola di Jeju è da tempo una scappatoia per i cittadini cinesi che chiedono asilo in Corea del Sud. Alcuni non tornano mai più. Le autorità lo sanno e sfruttano questa associazione. Nel caso di Sun, tuttavia, tutti sono tornati. Nessuna domanda di asilo, nessuna scomparsa clandestina. Solo una vacanza.

Eppure la semplice possibilità di fuga è sufficiente. Lo Stato tratta il turismo a Jeju come contrabbando ideologico. Viaggiare è come sfiorare il tradimento. Organizzare viaggi è come suscitare sospetti di dissenso collettivo.
L’accusa – “organizzare altri per attraversare illegalmente il confine nazionale” – è un’arma retorica. Permette allo Stato di trasformare la normale mobilità in sovversione. L’ambiguità è il punto: se Jeju può essere un asilo, allora Jeju può essere un luogo di criminalità.
Questa è la legge allo stato puro: l’uso delle leggi come arma per disciplinare pastori, attivisti e chiunque la cui lealtà vada oltre il Partito. I tribunali diventano palcoscenici, i verdetti diventano sermoni e il messaggio è chiaro: la fede che viaggia è fede che tradisce.

La moglie e la figlia di Sun sono isolate a Zhangye, con il divieto di contatto con i membri della chiesa, interrogati e ammoniti a loro volta. La punizione si propaga oltre le mura del carcere, smantellando i legami comunitari e instillando paura. Un pastore che cercava di guidare le anime oltre i confini geografici si ritrova ora condannato per aver oltrepassato i confini della legge.
Il caso del pastore Sun Chenghao non riguarda la sicurezza dei confini. Riguarda i confini del pensiero e della fede. Criminalizzando il turismo, lo Stato criminalizza la fede.
Le spiagge di Jeju, in questa narrazione, non sono una meta turistica, ma una trappola giudiziaria. Il verdetto condanna Sun per ciò che rappresenta: un pastore la cui indipendenza, la cui congregazione, il cui stesso atto organizzativo sono intollerabili.
Nel lessico autoritario della Cina, persino una festività può essere riscritta come eresia.
(di Fang Yongrui | 26 novembre 2025 | Bitter Winter che riprende https://freedomofbelief.net/it)

Wenzhou, a processo p. Ma. L’accusa: vendita illegale del libro dei canti religiosi
In carcere ormai da un anno insieme a un laico locale proprietario di un negozio, l’ex responsabile “ufficiale” della diocesi della provincia dello Zhejiang ha respinto le accuse di corruzione sostenendo di aver agito da sacerdote. Pressioni per scoraggiare i fedeli che volevano essere in aula per sostenerlo. Alcuni sostengono che la vera ‘colpa’ sia un pellegrinaggio a Roma o il mancato sostegno alla nomina di un vescovo imposto dal Partito.

La mattina del 13 novembre 2025 il caso riguardante p. Ma Xianshi, già responsabile “patriottico” della diocesi cattolica di Wenzhou, e il laico Zhuang Qiantuan, accusati per una vendita definita illegale di un libro di canti di chiesa, è stato finalmente esaminato pubblicamente presso l’Aula 1 del Tribunale del Popolo della città di Yiwu, nella provincia di Zhejiang. L’udienza è proseguita fino alle 14,30. Il tribunale non ha emesso una sentenza immediata, annunciando che verrà resa in data da stabilirsi.

In tribunale, l’accusa e la difesa si sono concentrate sulla qualificazione giuridica e sulla determinazione della pena per la vendita considerata “illegale” del libro di canti Tianlu Miaoyin (“Melodie celesti”) pubblicato dalla diocesi cattolica di Wenzhou. La pubblicazione dispone di un’autorizzazione alla stampa rilasciata dal dipartimento religioso dello Zhejiang e non rientra nella categoria delle pubblicazioni illegali; tuttavia, durante la distribuzione, è stata messa in vendita al pubblico nel mercato dei piccoli articoli di Yiwu tramite il negozio gestito dal laico Zhuang Qiantuan. Secondo l’accusa, questa vendita violava la norma che prevede che le pubblicazioni religiose possano essere distribuite solo all’interno della comunità religiosa, e pertanto è stata classificata come attività commerciale illegale.
Il punto centrale del dibattito era stabilire se p. Ma Xianshi fosse responsabile del reato come individuo o come rappresentante di un gruppo organizzato. Risulta che il libro di canti abbia venduto oltre 50mila copie, con un giro d’affari di circa 1,5 milioni di yuan (circa 181mila euro ndr), depositati su un conto bancario privato intestato a p. Ma Xianshi. La determinazione della pena per il reato di “commercio illegale” dipende dall’entità del giro d’affari e dal soggetto del reato (persona fisica o ente collettivo).

Gli avvocati della difesa hanno sostenuto che sono le circostanze storiche a far sì che molte parrocchie della diocesi di Wenzhou utilizzino conti bancari intestati ai rispettivi sacerdoti. Hanno presentato estratti conto, documentazione delle spese e persino il testamento personale di p. Ma, per dimostrare che i fondi erano destinati esclusivamente alle attività della Chiesa, senza alcun fine di lucro personale. La difesa ha sottolineato che la pubblicazione aveva ottenuto l’autorizzazione degli organi religiosi dello Zhejiang e che, pur essendoci irregolarità nella vendita, non vi è stato alcun impatto negativo sulla società. Per questo motivo hanno chiesto l’esenzione dalla pena. Se si dovesse comunque procedere, hanno aggiunto, anche il dipartimento per le religioni avrebbe responsabilità poiché non avrebbe svolto adeguatamente il suo dovere di vigilanza.

P. Ma ha presentato personalmente la sua difesa in aula. Ha dichiarato che le sue azioni sono state quelle di un sacerdote che opera per conto della Chiesa, prive di qualsiasi intento di profitto personale, e non ha riconosciuto la propria colpevolezza individuale.
Il laico Zhuang Qiantuan ha invece ammesso i fatti e ha chiesto una riduzione della pena, desideroso di potersi ricongiungere presto con la famiglia.

L’udienza era inizialmente prevista per il 1° luglio. Più di trecento fedeli si erano iscritti per partecipare e molti erano già giunti a Yiwu, ma l’udienza era stata annullata la sera precedente. Prima dell’udienza del 13 novembre, sacerdoti, religiose e fedeli della diocesi di Wenzhou che si erano registrati per assistere come pubblico sono stati oggetto di pressioni e minacce da parte del dipartimento per le religioni locale, tanto che alla fine solo due sacerdoti di Wenzhou sono riusciti a partecipare, accompagnati per tutta la durata da funzionari pubblici. (…)

I fedeli presenti hanno detto che p. Ma appariva in buone condizioni spirituali. Li ha confortati vedere che, entrando due volte in aula, appena aperta la porta si è fatto il segno della croce e che prima di lasciare non ha mancato di impartire la benedizione - continuando a vivere pienamente il suo ministero sacerdotale. Inoltre, sia lui sia il laico Zhuang, detenuti da un anno nel centro di custodia, hanno aiutato attivamente gli altri detenuti, venendo perfino nominati capi cella e dando testimonianza della loro fede nonostante le difficoltà. (…)

Un altro fedele, informato della situazione, ha commentato che l’accusa di “vendita illegale di pubblicazioni religiose” è in realtà la versione più attenuata: in precedenza si era diffusa la voce che fosse accusato di “tradimento” per un suo pellegrinaggio a Roma, durante il quale risultavano due ore “senza tracciamento”; oppure che avesse contrastato la nomina di un vescovo “imposto” dall’alto, scontentando le autorità religiose. In ogni caso, ha detto, tra i reati che si sarebbero potuti imputare, questo è uno dei più lievi.

Un fedele cattolico di Wenzhou ha espresso insoddisfazione: prima ancora che il tribunale si pronunciasse, alcuni vescovi avevano già “condannato” p. Ma, sostenendo che avesse oltrepassato una “linea rossa”, arrivando persino ad attendere la sua condanna per rimuoverlo dal ministero sacerdotale. Nessuno di loro si è presentato all’udienza. “Preghiamo con urgenza - ha detto - perché la vocazione sacerdotale di p. Ma sia fortificata.”
Qualcuno ha commentato amaramente: “I nemici interni sono i più difficili da prevenire”. Da un lato, i fedeli cattolici di Wenzhou sono uniti e ferventi, ma ci sono grandi disparità economiche tra parrocchie di diverse aree, e la tensione tra la comunità “ufficiale” e quella “sotterranea” aggrava le divisioni. Dall’altro lato, alcuni sacerdoti poco impegnati nell’evangelizzazione riescono comunque a ottenere favori seguendo docilmente le indicazioni del governo.

Un fedele originario di Wenzhou ma residente a Shanghai ha riassunto così la situazione: un sacerdote virtuoso e molto amato dai fedeli non è necessariamente gradito al governo. I funzionari preferiscono chi “segue la linea”. Questo accade anche nella diocesi di Shanghai. Se non sei obbediente, verrà trovato qualcun altro che lo è. Gli standard ufficiali per i rappresentanti religiosi - “affidabili politicamente, preparati teologicamente, moralmente rispettabili e capaci di agire quando necessario” - stanno diventando il criterio principale della “sinicizzazione” del cattolicesimo in Cina. Ogni vescovo deve dimostrare di essere “politicamente affidabile”, mostrando la propria obbedienza alle disposizioni delle autorità.
(di Andrew Law, Asia News 14/11/2025)