2025 12 03 TURCHIA - È laica ma non troppo la Turchia che perseguita i cristiani

TURCHIA - È laica ma non troppo la Turchia che perseguita i cristiani
NIGERIA - altre 12 persone rapite in una chiesa
NIGERIA - il grido dei vescovi: fermare le violenze che insanguinano il Paese
TESTIMONIANZA
La Nigeria “non è più un luogo sicuro per i bambini”, afferma un vescovo cattolico dopo il rapimento di 25 ragazze. Il racconto di un testimone.
SUDAN - l’inferno del Darfur tra violenze e tratta di esseri umani
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CulturaCattolica.it ©
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TURCHIA - È laica ma non troppo la Turchia che perseguita i cristiani
In occasione della visita del Papa il Centro Europeo per la Giustizia e il Diritto denuncia violenze e discriminazioni contro la minoranza cristiana turca, passata in un secolo dal 20% allo 0,3%. Segno che il Paese sul Bosforo non rispetta nemmeno quella laicità dichiarata nella sua Costituzione.

Il Centro Europeo per la Giustizia e il Diritto (ECLJ) ha pubblicato nei giorni scorsi un report sulla Persecuzione dei cristiani in Turchia in occasione della visita di papa Leone XIV a Istanbul. (…)
Il documento di 50 pagine denuncia il modello di violenza, discriminazione e pressione amministrativa vigente in Turchia, che mette in pericolo le comunità cristiane rimaste nel Paese. Si citano, tra l’altro, le recenti sparatorie, aggressioni e atti vandalici, affermando che «la violenza diretta contro i cristiani rimane una realtà in Turchia», aggiungendo che tali attacchi sono «raramente riconosciuti come crimini d’odio». L’ECLJ sostiene che questi incidenti si svolgono in un clima più ampio di ostilità, alimentato da quella che definisce una «crescente convergenza di narrazioni politiche, mediatiche e sociali» che ritraggono i cristiani come stranieri o sleali verso i principi laici della repubblica.
I crimini d’odio anticristiani nel Paese sono più che raddoppiati tra il 2021 e il 2023, con i media filogovernativi che spesso associano i cristiani all’«imperialismo occidentale» o alle «minacce missionarie». La Turchia, un tempo culla del cristianesimo e sede delle Chiese apostoliche, ha assistito a un secolare processo di sradicamento della sua popolazione cristiana: dal 20% circa nel 1915 a meno dello 0,3% oggi. Questo declino è dovuto a genocidi, pogrom e politiche statali sistematiche che promuovono la creazione di una nazione turca e musulmana sunnita, etnicamente e religiosamente omogenea.
La ricerca di ECLJ esplora l’ostilità giuridica, istituzionale e sociale che i 257.000 cristiani rimasti continuano ad affrontare quotidianamente.

Ad esempio. Nessuna Chiesa ha personalità giuridica, il che significa che non può possedere proprietà, assumere personale o trattare direttamente con lo Stato. Devono invece operare attraverso fondazioni comunitarie rigidamente regolamentate, che hanno perso ingenti proprietà a causa delle «espropriazioni orchestrate dallo Stato». La formazione del clero delle Chiese cristiane rimane limitata, come avvenuto dalla chiusura del seminario di Halki nel 1971 e l’espulsione o il rifiuto di residenza, dopo il 2016, di centinaia di pastori e operatori cristiani stranieri per motivi di sicurezza.

Anche i bambini cristiani incontrano ostacoli nel sistema educativo perché, le lezioni di religione obbligatoria si concentrano quasi esclusivamente sull’islam sunnita e presentano il cristianesimo in modo impreciso o tendenzioso. Solo le minoranze riconosciute dal Trattato di Losanna del 1923 (greco-ortodossa, armena apostolica ed ebraica) possono richiedere esenzioni a tale insegnamento, lasciando cattolici, protestanti, siriaci e altri senza alternative. E sebbene la religione di ogni cittadino non sia più riportata sulle carte d’identità turche, l’appartenenza religiosa rimane memorizzata nel chip digitale dello stesso documento ed è accessibile ai funzionari pubblici.
(…)
Il mese scorso era stato un nuovo report dell’Alliance Defending Freedom (ADF) a denunciare come dal 2020, più di 200 lavoratori cristiani stranieri e le loro famiglie siano stati espulsi dalla Turchia, etichettati come «minacce alla sicurezza nazionale», per giustificare le espulsioni di massa, dopo che il Ministero dell’Interno aveva assegnato a queste persone dei cosiddetti “codici di sicurezza” (come N-82 e G-87), vietando di fatto il loro rientro e classificandoli come minacce alla sicurezza nazionale. Tutto ciò dimostra, tra l’altro, che la Turchia non rispetta per nulla quella laicità sancita dalla sua stessa Costituzione. (29/11/2025 LNBQ Luca Volontè)

NIGERIA - altre 12 persone rapite in una chiesa
Alcuni “banditi” domenica hanno fatto irruzione in una chiesa di Ejiba, nello stato di Kogi. Si tratta dell’ultimo di una serie di rapimenti di massa avvenuti nel Paese dell’Africa occidentale, dove nelle ultime settimane si è assistito a un’impennata di questi episodi

Almeno dodici persone, tra cui un pastore protestante e sua moglie, sono state rapite domenica 30 novembre durante le funzioni religiose in una chiesa in un’area rurale della Nigeria centrale. Si tratta dell’ultimo di una serie di rapimenti di massa avvenuti nel Paese africano, dove nelle ultime settimane si è assistito a un’impennata di questi episodi tanto che il governo di Abuja ha dichiarato lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale.

Una lunga scia di violenze
L’ultimo attacco dei banditi, come dichiarato dalle autorità locali, ha colpito la chiesa di nuova istituzione dei cherubini e dei serafini nel villaggio di Ejiba, nella circoscrizione di Yagba West, nello Stato di Kogi. “Dodici persone sono scomparse” e la polizia, arrivata in elicottero, “sta continuando le ricerche”, ha dichiarato Kingsley Femi Fanwo, commissario per l’informazione dello Stato. (Vatican News 01 dicembre 2025)

NIGERIA - il grido dei vescovi: fermare le violenze che insanguinano il Paese
Dopo gli ultimi rapimenti in due scuole e l’assalto ad una chiesa pentecostale, la Conferenza episcopale chiede al governo di mettere in campo iniziative concrete ed immediate per garantire la sicurezza di tutti i cittadini. Monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo di Kontagora, la diocesi della St. Mary’s School presa di mira dai banditi: “La gente è stanca. Il rischio è che prima o poi si faccia giustizia da sola”

Questa volta la reazione è forte, determinata, indignata. A tratti disperata. È con un comunicato ufficiale che oggi i vescovi della Nigeria gridano al mondo intero il dolore di tutta la Chiesa locale per l’escalation di violenze, sequestri ed omicidi, che stanno riscaldando, dicono, il già fragile e compromesso clima sociale e religioso. Che rischia, prima o poi, di deflagrare.

Rapimenti di massa
Il loro pensiero va all’ultimo rapimento di massa, avvenuto alcuni giorni fa, nella scuola cattolica St. Mary’s School di Papiri, nella zona centro settentrionale del Paese, dalla quale erano stati portati via 12 insegnati e 303 studenti, cinquanta dei quali riusciti rocambolescamente a fuggire dalle grinfie dei loro aguzzini. Ma anche al sequestro di 25 studentesse di un istituto scolastico dello Stato del Kebbi, all’assalto ad una Chiesa cristiana pentecostale di Eruku, nello Stato di Kwaran, al rapimento di un prete cattolico dell’arcidiocesi di Kaduna. Solo per citare i fatti criminali più recenti, che poi rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Grave preoccupazione
«Mentre gruppi di assassini continuano a scatenare il terrore su cittadini indifesi, condanniamo fermamente queste atrocità che hanno portato un’angoscia indicibile. È motivo di grave preoccupazione il fatto che diverse comunità prevalentemente cristiane, in particolare nelle regioni settentrionali e della cintura centrale del Paese, siano state oggetto di ripetuti e brutali attacchi, che hanno provocato pesanti perdite» denuncia la Conferenza episcopale. (…)

Persistenti violazioni
Ma richiamano anche l’attenzione «sulle persistenti violazioni dei diritti e delle libertà delle minoranze cristiane in diversi Stati del Nord. La negazione di terreni per la costruzione di chiese, in particolare all’interno di istituzioni federali, e la distruzione di luoghi di culto cristiani, soprattutto al culmine dell’insurrezione di Boko Haram: questioni che richiedono un’azione governativa urgente e decisa».

Collera travolgente
La popolazione è stanca e rischia di esplodere in manifestazioni di collera che potrebbero essere travolgenti. E difficilmente contenibili.Monsignor Bulus Dauwa Yohanna, vescovo di Kontagora, la diocesi della St. Mary’s School assaltata dai banditi, se ne è accorto da tempo. E lo racconta ai media vaticani, con un misto di rassegnazione e timore: «La popolazione ha reagito in modo violento perché non è contenta: l’insicurezza è all’ordine del giorno. Bisogna che il governo faccia qualcosa di drastico che possa tutelare le vite umane e le proprietà della gente». (…)

Speranza che non muore
Come ha ribadito la Conferenza episcopale nel suo comunicato, la speranza non è stata cancellata ed ogni nigeriano è chiamato ad essere «un agente di guarigione, a rifiutare l’odio e la ritorsione, a pronunciare parole che favoriscano la comprensione e a sostenere la giustizia, il dialogo e il rispetto reciproco». Impegno a cui sarebbe chiamata anche la comunità internazionale che, secondo monsignor Yohanna, in questi anni, però, è stata piuttosto latitante: «Se i nostri leader fossero stati richiamati ai loro doveri ne sarebbe scaturito certamente qualcosa di positivo. Se questo fosse stato fatto, non ci troveremmo nella drammatica situazione nella quale ci troviamo oggi». E che rischia di trasformarsi in una guerra di tutti contro tutti se non verranno presi provvedimenti concreti ed urgenti. (Federico Piana – Vatican News 25 novembre 2025)

NIGERIA - Ancora nessuna notizia dei rapiti nella scuola St. Mary

“Purtroppo non vi sono novità sulla sorte degli ostaggi” dice all’Agenzia Fides Bulus Dauwa Yohanna (…)
La grave insicurezza nella quale vive la Nigeria è stata oggetto della dichiarazione della Conferenza Episcopale nigeriana, intitolato “Pace in Nigeria, passare dalla fragilità alla stabilità”. Secondo Mons. Yohanna, la dichiarazione “descrive la reale situazione di quello che accade nel Paese da anni. Penso che vi sia una mancanza di volontà politica da parte di coloro che hanno l’autorità di far fronte a queste problematiche in modo efficace”. (…)
“È motivo di grave preoccupazione che diverse comunità a maggioranza cristiana, in particolare nelle regioni settentrionali e centrali del Paese, siano state oggetto di ripetuti e brutali attacchi, che hanno causato gravi perdite di vite umane e la tragica perdita di molte vite cristiane” sottolinea la Conferenza Episcopale che denuncia che “in alcuni casi, sono pervenute inquietanti segnalazioni di ritardi o mancate risposte da parte delle forze di sicurezza, dando l’impressione di una possibile collusione o di una mancanza di volontà di agire”.
I Vescovi respingono però le accuse lanciate soprattutto da fuori la Nigeria, di “genocidio” nei confronti dei cristiani nigeriani. “Consapevoli della sacra dignità e dell’inestimabile valore di ogni vita umana, siamo altrettanto profondamente preoccupati che anche i musulmani e molti altri cittadini innocenti di diverse etnie siano stati vittime di questa stessa crudeltà che continua a profanare la nostra comune umanità” affermano.
(Agenzia Fides 26/11/2025)

TESTIMONIANZA
La Nigeria “non è più un luogo sicuro per i bambini”, afferma un vescovo cattolico dopo il rapimento di 25 ragazze
Il vescovo Bulus Yohana Dauwa della diocesi cattolica nigeriana di Kontagora ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei bambini nel paese dell’Africa occidentale in seguito al rapimento, avvenuto il 17 novembre, di 25 studentesse della Government Girls Comprehensive Secondary School di Maga, nello stato di Kebbi.

In un’intervista rilasciata martedì ad ACI Africa, partner giornalistico della CNA in Africa, Dauwa ha descritto l’attacco come un tragico promemoria del fatto che il Paese non è più “sicuro per i suoi bambini”.
Il vescovo ha dichiarato ad ACI Africa di aver raccolto testimonianze oculari dell’attacco, provenienti dalle vittime che hanno sopportato scene orribili per quasi cinque ore, dall’una alle sei del mattino, il giorno dell’attacco.

Un testimone oculare ha riferito a Dauwa che i disordini sono iniziati domenica 16 novembre, quando un gruppo sospetto di uomini, presumibilmente soldati, è entrato nell’edificio scolastico intorno alle 16:00 – circa 15 persone – a bordo di motociclette e un furgone, armati di pistola.
I soldati saccheggiarono il posto senza dire a nessuno cosa stesse succedendo. Secondo quanto riferito, il personale si ritirò nei propri alloggi dopo che i soldati se ne furono andati.
Nelle prime ore di lunedì mattina, banditi armati hanno fatto irruzione nella scuola e hanno iniziato a sparare in aria. Gli aggressori si sono diretti verso l’abitazione di un membro dello staff, Mallam Hassan Yakubu, che hanno trovato in preghiera. Lo hanno ucciso sul colpo. Dopo che la moglie si è rifiutata di mostrare loro dove dormivano gli studenti, gli uomini armati hanno rapito una delle sue figlie e l’hanno costretta ad accompagnarli all’ostello.
Gli uomini armati hanno sparato ripetutamente per quasi cinque ore, dall’1 alle 6 del mattino, e se ne sono andati prima che i soldati tornassero sulla scena.
Solo dopo che gli uomini armati furono fuggiti, il personale di sicurezza ordinò agli insegnanti di effettuare un appello, durante il quale vennero ritrovate le ragazze scomparse.
La scuola, che ospita circa 300 studenti ed è normalmente sorvegliata da una squadra mista di soldati e polizia, è stata chiusa a tempo indeterminato. Non è ancora chiaro se il personale di sicurezza normalmente di stanza lì fosse presente durante l’attacco.

Dauwa ha descritto il rapimento come parte di un’ondata crescente di violenza che sta travolgendo Kebbi e alcune parti dello stato del Niger.
“Non è mai stato così male. La gente dorme nella boscaglia perché non ha nessun altro posto dove scappare”, ha detto.
Ha incoraggiato i genitori delle ragazze rapite a continuare a pregare e a nutrire speranza.
“Preghiamo affinché Dio guidi e protegga queste ragazze ovunque si trovino. Il governo deve fare tutto il possibile per riportarle indietro. Torneranno tutte vive”, ha detto.

Oltre ai rapimenti, il vescovo 54enne ha sottolineato le sfide che le comunità cristiane affrontano da decenni nella regione, tra cui quella che ha definito “discriminazione e persecuzione silenziosa”.
Ha affermato che gli sforzi della Chiesa per acquistare terreni, costruire parrocchie o aprire scuole incontrano spesso resistenze.
“I cristiani hanno sopportato quella che chiamo una persecuzione silenziosa. Ci hanno impedito di costruire la nostra scuola e le nostre chiese. Sostenevano che il nostro terreno fosse troppo vicino alla loro moschea e che a ogni stagione di semina ne violassero i confini”, ha detto Bulus.
Ha rivelato che in alcuni casi le comunità hanno deliberatamente costruito moschee proprio di fronte ai siti ecclesiastici donati, per ostacolare il culto cristiano.
“Abbiamo sofferto per più di 10 anni nel tentativo di aprire una parrocchia”, ha detto Dauwa ad ACI Africa.
Secondo il vescovo, la svolta arrivò dopo intense preghiere a San Padre Pio. L’emiro locale, costretto a letto all’estero, chiamò inaspettatamente e ordinò che tutti i documenti catastali trattenuti fossero consegnati alla Chiesa.
“È stato un miracolo”, ha detto Dauwa, ricordando la mossa dell’emiro, e ha aggiunto: “Quello stesso giorno ci hanno dato tutti i documenti che ci avevano negato”.

Il vescovo ha descritto la situazione della sicurezza nella sua diocesi come “terribile”, citando gli attacchi avvenuti a Kebbi, Magama, Mariga e in diverse comunità lungo il fiume Niger.
“Sono entrati in una delle nostre chiese fuori città e tutti sono corsi nella boscaglia. Non c’è stato tempo per fare nulla”, ha detto.
Dauwa ha criticato i funzionari governativi per essersi concentrati sui dibattiti politici anziché adottare misure decisive per proteggere i cittadini.
“Se il governo avesse fatto abbastanza, non saremmo dove siamo oggi. Invece di affrontare la realtà, si discute se ad essere uccisi siano musulmani o cristiani. Non è questo il problema principale”, ha detto il vescovo.
Ha avvertito che i politici sembrano più preoccupati per le elezioni del 2027 che per la violenza in corso. (The Catholic World REPORT di Abah Anthony John per CNA 21 novembre 2025)

SUDAN - l’inferno del Darfur tra violenze e tratta di esseri umani

Violenze etniche e di genere, torture, cadaveri accatastati ai bordi delle strade, sfollamenti e uso della fame come arma di guerra. Dall’inferno del Darfur, a un mese dalla caduta di El Fasher, continuano ad arrivare drammatiche testimonianze delle oltre 100.000 persone in fuga dalla città ora in mano delle Forze di supporto rapido (Rsf).


Quasi mezzo milione, viene stimato dall’Onu, sono gli sfollati dall’inizio dell’assedio un anno e mezzo fa. I loro racconti sono le poche fonti dirette che permettono di definire i contorni della crisi umanitaria più grave del pianeta: quella “dimenticata” del Sudan, il vasto Paese dell’Africa orientale dilaniato da due anni e mezzo di una guerra intestina che ha causato oltre 150.000 morti e 14 milioni di sfollati.

Torna l’incubo dei crimini di guerra
Fallita la transizione democratica che era stata avviata dopo il colpo di stato del 2019, il Sudan e il Darfur sono ripiombati nello scenario di crimini di guerra vissuto più di 20 anni fa e per cui ancora pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per l’ex presidente Omar al Bashir (1989-2019). Fame e violenza sessuale sono usate oggi «come armi di guerra», ha denunciato ieri il Parlamento europeo adottando ad ampia maggioranza una risoluzione che giudica le atrocità in atto come un possibile genocidio. Donne e bambini sono in prima linea. (…)

L’aiuto agli sfollati
Oltre 12 milioni di persone, più di un quarto della popolazione sudanese, sono a rischio violenza di genere secondo i dati dell’organizzazione umanitaria Cesvi. «Molte famiglie, soprattutto donne e bambini dai 2 ai 12 anni, riescono a fuggire ed a raggiungere le aree dove si concentra la maggior parte degli sfollati: in queste zone raccogliamo le nostre storie e aiutiamo queste persone a superare i traumi che hanno subito», afferma ai media vaticani il direttore generale di Cesvi, Stefano Piziali. L’organizzazione da lui diretta è tornata in Sudan nel 2024 e opera oggi nello Stato del Mar Rosso, nel nord-est lontano dall’epicentro degli scontri ma dove arrivano tante persone in fuga. «Gli sfollati ci raccontano dell’uso della violenza sistematica per arruolare i minori, intimidendo gli adulti e le donne stesse», aggiunge Piziali.

Collegamenti difficili e sanità al collasso
Dall’inizio del conflitto si è registrato un aumento del 500% dei casi di uccisioni, violenza sessuale e reclutamento di bambini-soldato. Spesso si tratta di violenze attribuite alle Rsf e ai gruppi armati affiliati, ma sono stati documentati anche casi commessi dall’esercito regolare. Le donne sopravvissute alla violenza di genere provengono soprattutto da aree di conflitto aperto o a “controllo variabile”, dove la presenza armata è particolarmente intensa. Ma tali episodi si verificano sovente anche nei campi per gli sfollati interni, dove l’insicurezza e la povertà espongono le donne a sfruttamento sessuale e violenza domestica. Molto colpite sono anche comunità etniche specifiche, come le Masalit, le Nuba e altre popolazioni non arabe del Darfur, sistematicamente prese di mira. «Il nostro intervento — riprende Piziali — avviene all’interno dei centri per sfollati, sostenendo le famiglie nel superare i traumi che hanno subito, con un lavoro comunitario. Perché è estremamente importante fare in modo che il gruppo delle persone sfollate, che magari viene anche da territori diversi, possa trovare al suo interno delle forme di leadership e di sostegno per aiutare i più vulnerabili a superare i traumi che hanno subito. I nostri operatori hanno infatti un limite oggettivo e non possono raggiungere più di un certo numero di persone, per questo noi crediamo molto nel lavoro comunitario e nel supporto reciproco, facilitato da parte nostra con la fornitura di aiuti materiali, cibo e beni igienico-sanitari”. La mortalità diretta e indiretta legata alla violenza di genere, purtroppo, è in aumento mentre le possibilità di ricevere cure adeguate restano drammaticamente basse: secondo Cesvi, solo il 27% dei 278 punti sanitari valutati per la gestione clinica dello stupro è pienamente operativo. «Il Sudan è un Paese molto vasto con comunicazioni molto complesse», sottolinea il direttore, spiegando che «spostare un kit igienico-sanitario ha un costo elevato, in termini di logistica, di protezione dei trasporti, di verifica della sicurezza».

Una guerra “dimenticata”
E purtroppo il Sudan sconta il fatto di essere una crisi trascurata, non solo dai media ma anche dalla politica. «È una crisi che ha fortemente risentito dell’indebolimento delle organizzazioni internazionali, in particolare dell’Onu — osserva Piziali —. Se noi vogliamo che questa crisi venga risolta, dobbiamo fare in modo che le organizzazioni internazionali riacquistino una credibilità: questo è possibile solo se gli Stati membri continuano a sostenere con le loro risorse i programmi multilaterali». Secondo il direttore del Cesvi, è pertanto fondamentale “un cambio di passo” così da sostenere le organizzazioni umanitarie che operano «nell’ultimo miglio della cooperazione» al fianco dei più bisognosi. «Siamo tornati in Sudan — conclude il direttore — proprio a seguito di questa cruenta e terribile guerra civile. In modo da garantire un aiuto immediato per la sopravvivenza e il superamento dei traumi da violenza delle persone sfollate. Ma siamo specializzati anche nei programmi di accesso all’acqua: quindi distribuzione di acqua potabile e tutti i servizi collegati all’utilizzo di acqua pulita, compreso lo smaltimento perché si tratta di un bene prezioso che però, se non viene smaltito in modo appropriato, a sua volta è fonte di malattie come la malaria. Per cui, appena sarà possibile, contiamo di poter ampliare le nostre attività di aiuto in Sudan». (Valerio Palombaro Vatican News 29 novembre 2025)