2025 11 18 Preghiamo che cessi ogni violenza e i credenti collaborino per il bene comune
...Anche oggi, in diverse parti del mondo, i cristiani subiscono discriminazioni e persecuzioni. Penso, in particolare, a Bangladesh, Nigeria, Mozambico, Sudan e altri Paesi, dai quali giungono spesso notizie di attacchi a comunità e luoghi di culto. Dio è Padre misericordioso e vuole la pace tra tutti i suoi figli! Accompagno nella preghiera le famiglie in Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove in questi giorni c’è stato un massacro di civili, almeno venti vittime di un attacco terroristico. Preghiamo che cessi ogni violenza e i credenti collaborino per il bene comune (Papa Leone, 16 novembre 2025)- Autore:
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CONGO - terroristi uccidono malati e donne nel reparto maternità in un ospedale gestito dalla Chiesa nel Nord Kivu
I missionari denunciano il “vergognoso silenzio” della comunità internazionale.
NIGERIA - Rapito un prete cattolico nello Stato di Kaduna
All’alba del 17 novembre erano state rapite almeno 25 studentesse
SUDAN - dopo le atrocità a El Fasher parte un’inchiesta Onu
MOZAMBICO - “Una realtà fuori controllo, se parli ti fanno morire”
PAKISTAN - Assolto un cristiano processato per blasfema sui social media solo per aver postato un brano biblico su Facebook
PAKISTAN - La stessa commissione pakistana conferma la discriminazione contro i bambini delle minoranze religiose
TESTIMONIANZA PAKISTAN - Nazeeran e Amir, da schiavi del lavoro forzato a testimoni di speranza
Leone XIV - Angelus
La persecuzione dei cristiani, infatti, non accade solo con le armi e i maltrattamenti, ma anche con le parole, cioè attraverso la menzogna e la manipolazione ideologica. Soprattutto quando siamo oppressi da questi mali, fisici e morali, siamo chiamati a dare testimonianza alla verità che salva il mondo, alla giustizia che riscatta i popoli dall’oppressione, alla speranza che indica per tutti la via della pace.
Lungo tutta la storia della Chiesa, sono soprattutto i martiri a ricordarci che la grazia di Dio è capace di trasfigurare perfino la violenza in segno di redenzione. Perciò, unendoci ai nostri fratelli e sorelle che soffrono per il nome di Gesù, cerchiamo con fiducia l’intercessione di Maria, aiuto dei cristiani. In ogni prova e difficoltà, la Vergine Santa ci consoli e ci sostenga.
Dopo l’Angelus
Come dicevo poco fa commentando il Vangelo, anche oggi, in diverse parti del mondo, i cristiani subiscono discriminazioni e persecuzioni. Penso, in particolare, a Bangladesh, Nigeria, Mozambico, Sudan e altri Paesi, dai quali giungono spesso notizie di attacchi a comunità e luoghi di culto. Dio è Padre misericordioso e vuole la pace tra tutti i suoi figli! Accompagno nella preghiera le famiglie in Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove in questi giorni c’è stato un massacro di civili, almeno venti vittime di un attacco terroristico. Preghiamo che cessi ogni violenza e i credenti collaborino per il bene comune. (16 novembre 2025)
CONGO - terroristi uccidono civili in un ospedale gestito dalla Chiesa nel Nord Kivu
i missionari denunciano il “vergognoso silenzio” della comunità internazionale.
Venerdì, intorno alle 22:00 ora locale, i militanti delle ADF (Forze Democratiche Alleate), alleate con il cosiddetto Stato Islamico dal 2009, sono entrati nella città di Byambwe, nella diocesi di Butembo-Beni.
Hanno attaccato un centro sanitario diocesano gestito dalle Suore della Presentazione, massacrato i pazienti e poi dato alle fiamme l’intera struttura, uccidendo diverse donne nel reparto maternità. Gli aggressori hanno poi devastato il villaggio prima di fuggire nella vicina foresta.
L’attacco è stato confermato a Vatican News da don Giovanni Piumatti, sacerdote italiano che ha servito per oltre cinquant’anni come missionario fidei donum nella diocesi congolese di Butembo-Beni. Sebbene ora tornato in Italia, continua a seguire da vicino gli eventi e rimane profondamente preoccupato per il Paese che a lungo ha chiamato casa.
Massacri sistematici
“Questo è un tipico attacco delle ADF”, ha spiegato padre Piumatti. “Quindici persone sono state uccise nella clinica e altre cinque nella zona circostante. Hanno dato fuoco all’intera struttura e a ventisette case vicine. Prima di distruggere tutto, hanno saccheggiato tutte le forniture mediche: credo che fosse questo il loro obiettivo principale. Il panico si è diffuso ovunque. L’esercito li ha inseguiti, ma nonostante i suoi sforzi, i terroristi sono riusciti a fuggire. Sembrano essere meglio armati ed equipaggiati delle forze regolari”.
“Ciò che è più tragico, al di là del numero di vittime innocenti, è il modo in cui uccidono”, ha detto Padre Piumatti. “Sgozzano i civili, li decapitano: è orribile. Qui hanno ucciso madri mentre allattavano i loro bambini. Questi massacri vanno oltre ogni immaginazione e accadono quasi ogni settimana. Molti non vengono denunciati”.
Si ritiene che gli autori dell’attacco di Byambwe siano lo stesso gruppo che il 27 luglio ha fatto irruzione in una chiesa cristiana a Komanda (provincia di Ituri) durante una funzione religiosa, armati di machete e fucili, uccidendo decine di cristiani riuniti in preghiera.
Missione del dispensario
Le suore religiose che gestiscono l’ospedale, le Piccole Suore della Presentazione, forniscono assistenza medica essenziale in una zona remota del Nord Kivu, priva di ospedali funzionanti. Assistono principalmente le donne durante il parto, ma la struttura comprende anche ambulatori e reparti chirurgici.
“Le ADF sono attive in questa regione da almeno tre anni”, ha continuato Padre Piumatti. “Molti combattenti provengono dall’Uganda. Attaccano indiscriminatamente: sulle strade, nei villaggi, nei campi mentre la gente lavora. Oltre a uccidere, rapiscono bambini e giovani per addestrarli. Agiscono spesso sotto l’effetto di droghe e drogano i prigionieri che rapiscono”.
“Quando preparano un attacco, gli adulti colpiscono per primi, poi costringono le giovani reclute a continuare a uccidere con i machete. Sono estremamente brutali”, ha detto.
Il panico ha travolto la zona e molti abitanti del villaggio, fuggiti dalle loro case, non sono ancora tornati. Le suore, che ora lavorano per strada, continuano ad assistere i sopravvissuti come possono.
Il silenzio ‘vergognoso’ della comunità internazionale
Fino a domenica, non sembravano esserci state vittime tra le suore, anche se si ritiene che molti neonati siano stati rapiti. “È orribile e straziante assistere e sentire queste cose”, ha detto padre Piumatti.
Il sacerdote missionario ha condannato quello che ha definito il “silenzio vergognoso” della comunità internazionale, denunciando la complicità dell’Occidente nel sostenere certe forme di violenza e terrorismo a fini economici.
“Il Kivu è ricco di giacimenti minerari, una terra piena di risorse preziose che è sempre stata contesa”, ha detto Padre Piumatti. “Ecco perché questi gruppi islamisti ricevono sostegno. Le ADF sono le più feroci, ma non sono le uniche a ricevere armi e denaro per mantenere i flussi commerciali. Questi conflitti servono interessi commerciali e il silenzio del mondo è profondamente preoccupante”. (Vatican News in inglese16 novembre 2025)
COMMENTA GIULIO MEOTTI
NON TREMIAMO NEANCHE DI FRONTE ALLE MADRI CRISTIANE DECAPITATE MENTRE ALLATTANO?
Difficile immaginare orrore più grande di madri decapitati a letto mentre allattano (…)
17 persone, tra cui 11 madri che allattavano, sono le vittime di un attacco terroristico a un ospedale in Congo. “Donne che stavano allattando sono state brutalmente massacrate e trovate con la gola tagliata nei loro letti d’ospedale” (...)
Eppure, oggi sui giornali italiani non c’è una riga, mentre il Corriere della Sera dedica le sue prime cinque pagine alla doppia eutanasia delle vecchie gemelle Kessler.
La struttura attaccata dai terroristi dell’Isis è un centro sanitario diocesano gestito dalle Suore della Presentazione.
Dell’attacco parla a Vatican News Giovanni Piumatti, un sacerdote italiano che ha servito per oltre cinquant’anni come missionario: “La cosa più tragica, al di là del numero di vittime innocenti, è il modo in cui uccidono, tagliano la gola ai civili, li decapitano, è orribile. Qui hanno ucciso madri mentre allattavano i loro bambini. Questi massacri vanno oltre ogni immaginazione e accadono quasi ogni settimana. Molti non vengono denunciati”.
Neanche i media ne parlano. Le donne cristiane, trafitte mentre cullano vite appena nate, diventano un sussurro fuori campo, un dolore che non trova palco né lutto. L’Occidente non si inginocchia: teme forse che la terra gli restituisca la verità che rifiuta?
(…) “Gli attacchi sono particolarmente intensi a nord della nostra diocesi” ha detto a Newsweek il vescovo Melchisedech Paluku Sikuli della diocesi di Butembo-Beni: “Cattolici sono uccisi nei letti d’ospedale in mezzo alla persecuzione religiosa”.
“Lo sventramento delle donne incinte e la macellazione dei feti sono una loro specialità”, ha denunciato il rettore di un seminario nigeriano.
Secondo la Intersociety, 125.000 cristiani sono stati massacrati dal 2009. Emeka Umeagbalasi, direttrice della Intersociety, ha detto: “Se questa tendenza continua, il Cristianesimo potrebbe essere spazzato via dalla Nigeria entro il 2075”.
In un rapporto sulla persecuzione anticristiana si parla anche di “600 madri cristiane uccise con i loro bambini, in pancia o appena nati”. (…) 18 novembre 2025
NIGERIA - Rapito un prete cattolico nello Stato di Kaduna
All’alba del 17 novembre erano state rapite almeno 25 studentesse
Rapito in Nigeria l’ennesimo sacerdote cattolico. Padre Bobbo Paschal, parroco della chiesa parrocchiale di Santo Stefano nell’area di governo locale (LGA) Kushe Gudgu Kagarko, nello Stato di Kaduna (nel centro-nord della Nigeria) è stato catturato da uomini armati che hanno assalito la residenza parrocchiale nelle prime ore del 17 novembre.
Secondo quanto ha reso noto l’arcidiocesi di Kaduna oltre a padre Paschal, i banditi hanno catturato un numero imprecisato di altre persone. Nell’assalto i malviventi hanno ucciso Gideon Markus, fratello di un altro sacerdote, padre Anthony Yero.
Ricordiamo che sempre all’alba del 17 novembre erano state rapite almeno 25 studentesse da un gruppo armato che aveva assalito la Scuola secondaria femminile governativa Maga (Government Girls’ Comprehensive Secondary School) nell’Area del governo locale di Danko/Wasagu (LGA) dello Stato di Kebbi (vedi Fides 17/11/2025).
(L.M.) (Agenzia Fides 18/11/2025)
SUDAN - dopo le atrocità a El Fasher parte un’inchiesta Onu
L’indagine sulle violenze è stata decisa dal Consiglio per i diritti umani riunito questa settimana per discutere della guerra nel Paese africano. Testimonianze sul terreno riferiscono anche di violenze su base etnica e stupri, attribuiti ai paramilitari dell’Rsf che hanno conquistato la capitale del Nord
Un’indagine «urgente» su omicidi e altre violazioni dei diritti umani nella città di El Fasher attribuiti ai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), in guerra dal 15 aprile 2023 contro l’esercito di Khartoum. È quanto deciso dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, riunito questa settimana a Ginevra in una sessione speciale dedicata al Sudan, ordinando alla missione d’inchiesta — già in carica — di cercare di individuare i responsabili delle atrocità denunciate nella capitale del Nord Darfur, caduta nelle mani dei paramilitari il 26 ottobre scorso dopo 18 mesi di assedio.
La risoluzione approvata venerdì dispone un’indagine sulle violazioni del diritto internazionale commesse da tutte le parti belligeranti a El Fasher con l’esortazione a «identificare, ove possibile», i presunti autori per garantire che «rispondano delle loro azioni».
Esecuzioni su base etnica e violenze sessuali
«Le atrocità che si stanno consumando a El Fasher erano prevedibili e prevenibili, ma non sono state prevenute. Costituiscono i crimini più gravi», ha affermato l’Alto commissario Volker Türk. Il Consiglio per i diritti umani si è in particolare soffermato sulla devastazione, il mese scorso, dell’ospedale saudita della città, che ha causato oltre 450 vittime, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Secondo le testimonianze già raccolte sul terreno, tra gli operatori umanitari e i residenti sfollati, i miliziani avrebbero fatto irruzione di casa in casa, uccidendo civili e commettendo violenze di ogni genere. Türk ha riferito di «uccisioni di massa di civili, esecuzioni mirate per motivi etnici, violenze sessuali tra cui stupri di gruppo, rapimenti a scopo di estorsione, detenzioni arbitrarie diffuse, attacchi a strutture sanitarie, personale medico e operatori umanitari e altre atrocità».
Due anni e mezzo di guerra
Mentre il Programma alimentare mondiale (Wfp) ha previsto un aumento degli aiuti per assistere le migliaia di persone in fuga da El Fasher che cercano rifugio in varie località, tra cui l’affollato capo profughi di Al-Dabbah, un parziale bilancio degli oltre due anni e mezzo di conflitto tracciato proprio dall’Oms parla di almeno 40.000 vittime, con 13 milioni di sfollati registrati dalle Nazioni Unite.
(Giada Aquilino – Vatican News 16 novembre 2025)
MOZAMBICO - “Una realtà fuori controllo, se parli ti fanno morire”
Cicloni, inondazioni, siccità, mezzi di sussistenza andati distrutti, i prezzi dei prodotti alimentari in costante aumento e servizi di base che scarseggiano. Questo è il drammatico scenario del nord del Mozambico, ma anche in tutto il resto del Paese, al quale si aggiungono notizie di uccisioni, rapimenti e violenze sessuali. I bambini sono i più colpiti, oggetto di reclutamento forzato. Le donne sono particolarmente vittime di violenze domestiche e sessuali, le persone con disabilità e gli anziani hanno faticato a fuggire durante gli attacchi e alcuni sono stati abbandonati. Molti degli sfollati soffrono di un profondo disagio psicologico e hanno urgentemente bisogno di sostegno psicosociale.
“La situazione a Cabo Delgado è fuori controllo da otto anni oramai, il Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo) è al potere da cinquant’anni e ne fa di tutti i colori” racconta all’Agenzia Fides una fonte che ha richiesto l’anonimato per motivi di sicurezza che ha confermato violenze inaudite e un contesto di reale emergenza umanitaria.
Nel 2025 la violenza ha subito una rapida escalation. Alla fine di agosto, sono stati registrati oltre 500 incidenti che hanno colpito i civili, tra cui incursioni nei villaggi, rapimenti, uccisioni, saccheggi e distruzione di case e infrastrutture.
“Tutto quello che è emerso dalla stampa locale fino ad oggi è realtà pura. Le cose da dire sarebbero tante ma qui quando si parla o si dice la verità, se non arriva un tiro ti fanno morire col veleno o con altri mezzi – rimarca la fonte. Tra le vittime dichiarate di questi ultimi mesi anche il nipote del primo presidente del Mozambico indipendente Machel Samora, perché era uno che voleva entrare in politica con le manipulite. È stato trovato morto in una zona abbandonata di Maputo.”
“Tra le tante persone incontrate un militare mozambicano mi diceva:
è vero siamo noi che saccheggia, siamo noi che creiamo questi disordini però siamo divisi in gruppi e dobbiamo eseguire gli ordini che ci vengono imposti dai grandi capi per poter continuare a sopravvivere noi con le nostre famiglie.
Dove passano c’è distruzione, c’è sofferenza, c’è di tutto, c’è strazio.”
“La situazione non è per niente bella” insiste la fonte che conclude confermando una realtà di enorme sofferenza. “Stiamo soffrendo un po’ tutti a causa di una economia sempre più precaria, corruzione, la siccità, i mezzi sono quelli che sono. Anche andare all’ospedale vuol dire a volte andare a morire. Qui c’è il gas, ci sono rubini, i diamanti, in qualche parte c’è oro, ci sono le sabbie pesanti, tutto quello che si vuole, però non si considerano le ripercussioni che tutto questo porta all’interno di questi Paesi ancora non ben sviluppati.”
L’insurrezione islamista in Mozambico è iniziata nel 2017 mantenendo una situazione estremamente tesa, che ha registrato oltre 6.000 morti e più di 1,3 milioni di sfollati. Altrettanto grave il contesto politico, sociale ed economico anche da quando Daniel Chapo, segretario generale del partito al governo Frelimo, è stato eletto presidente (vedi Agenzia Fides 14/1/2025).
(AP) (Agenzia Fides 7/11/2025)
PAKISTAN - Assolto un cristiano processato per blasfema sui social media solo per aver postato un brano biblico su Facebook
La vicenda è iniziata nel 2023!
Haroon Shehzad è un uomo libero. Il cristiano pakistano, un 49enne di Sargodha (in Punjab), accusato e processato per blasfemia, è stato assolto da una sentenza pronunciata dalla Corte distrettuale di Sargodha l’8 novembre. Lo riferisce all’Agenzia Fides l’avvocato Aneeqa Maria Anthony, dell’organizzazione “The Voice”, che ha seguito il suo caso e ha curato la difesa di Haroon in tribunale per due anni. “The Voice” esprime la sua soddisfazione perché “l’uomo può tornare dalla sua famiglia”, ma rileva le gravi sofferenze che l’uomo e la sua famiglia hanno dovuto sopportare solo per aver postato un brano biblico su Facebook.
A giugno del 2023 Haroon Shehzad è stato accusato di blasfemia per aver condiviso, senza alcun commento, un brano tratto dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi (1 Cor 10, 18-22) sui social media come Facebook (vedi Fides 5/7/2023). Il brano postato senza commenti, così dice: “Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui?”
Il post, che conteneva il brano delle Sacre Scritture, è stato maliziosamente travisato da un musulmano locale, del villaggio di Chak 49 (Shumali) Nord, nei pressi di Sargodha, ed è stato considerato come un insulto alla festa islamica del sacrificio, la “Eid-Ul-Azha”. L’uomo ha invocato una reazione collettiva dei musulmani: tensioni e violenze sono scoppiate nella comunità che hanno costretto decine di famiglie cristiane, come quella di Haroon, a fuggire dalle loro case. In queste circostanze il team di “The Voice Society” è intervenuta per salvare Haroon e la sua famiglia, offrendo all’uomo un rifugio in un luogo sicuro.
Il procedimento davanti al tribunale di primo grado è iniziato in circostanze intimidatorie: all’udienza dell’11 luglio 2023, la presenza di circa 150 tra religiosi islamici e manifestanti ha creato un ambiente di forti pressioni tanto che il giudice ha annullato la libertà su cauzione.
Dopo che Haroon è stato trasferito in carcere, gli avvocati hanno presentato una nuova richiesta di libertà su cauzione all’Alta Corte di Lahore che, a novembre 2023, l’ha concessa. Nelle successive udienze, nonostante i pericoli, “The Voice” ha proseguito la sua opera: “Siamo rimasti saldi nel nostro dovere, gestendo sia la difesa legale che l’immensa responsabilità per la sicurezza di Haroon. Questo impegno è stato premiato l’8 novembre 2025, quando la Corte ha ascoltato le argomentazioni finali e ha concesso ad Haroon Shehzad l’assoluzione completa”, riferisce oggi l’avvocato Anthony.
(PA) (Agenzia Fides 14/11/2025)
PAKISTAN - La stessa commissione pakistana conferma la discriminazione contro i bambini delle minoranze religiose
Le autorità pakistane spesso liquidano le accuse di maltrattamenti alle minoranze come propaganda straniera. Un organismo ufficiale pakistano ora le conferma.
Per anni, ONG internazionali e attivisti per i diritti delle minoranze hanno lanciato l’allarme sul trattamento riservato alle minoranze religiose in Pakistan, venendo poi liquidati da alcuni come agenti di “propaganda anti-pakistana”. Ma ora la verità viene dall’interno. Un nuovo rapporto pubblicato dalla Commissione Nazionale sui Diritti dell’Infanzia (NCRC) del Pakistan mette a nudo una triste realtà: i bambini appartenenti a minoranze religiose subiscono una discriminazione radicata e multiforme, e lo Stato lo sa.
Il rapporto “Analisi della situazione dei bambini appartenenti a minoranze religiose in Pakistan”, finanziato dall’UNICEF e pubblicato nell’agosto 2025, non è opera di critici stranieri. È un documento governativo e le sue conclusioni sono schiaccianti.
Dalle conversioni forzate e dai matrimoni infantili al lavoro forzato e all’esclusione dall’istruzione, il rapporto documenta abusi che non sono episodi isolati, ma modelli sistemici. Tra il 2021 e il 2024, sono stati segnalati almeno 1.000 casi di conversioni forzate all’anno, la maggior parte dei quali ha coinvolto ragazze indù e cristiane. “Tuttavia, si ritiene che questa cifra sia prudente, con numeri reali potenzialmente molto più alti”, afferma il rapporto.
Il rapporto evidenzia inoltre come i programmi scolastici rafforzino i pregiudizi religiosi, come coetanei e insegnanti emarginino i bambini appartenenti alle minoranze e come povertà e casta si intersechino, accrescendo la loro vulnerabilità. Queste non sono invenzioni di ONG straniere. Sono la realtà vissuta dai cittadini pakistani, riconosciuta dalle sue istituzioni.
Eppure, il rapporto non accenna alle forze strutturali più profonde in gioco. Menziona casta e genere, ma non analizza come questi influenzino la discriminazione quotidiana. Chiede riforme, ma offre pochi meccanismi per farle rispettare. Eppure, la sua stessa esistenza rappresenta un momento spartiacque.
Quando una commissione governativa conferma ciò che la società civile ha a lungo denunciato, liquidare queste preoccupazioni come ingerenze straniere diventa impossibile. La discriminazione dei bambini appartenenti a minoranze religiose in Pakistan non è una narrazione: è un tragico fatto. E ora lo Stato lo ha dichiarato.
(di A. Sahara Alexander | 29 ottobre 2025 | Articoli di opinione Global ripreso da Bitter Winter)
TESTIMONIANZA
PAKISTAN - Nazeeran e Amir, da schiavi del lavoro forzato a testimoni di speranza
Per anni una madre, con problemi di salute, e il figlio hanno vissuto in condizioni di schiavitù in una fabbrica di mattoni in Pakistan. Un debito contratto col proprietario dopo la morte del marito si è rivelato una trappola. La libertà ritrovata grazie all’intervento di un attivista cristiano. Ora la sfida di ricostruire le loro vite partendo da zero, senza casa, né risparmi, né una fonte di reddito stabile.
Per anni Nazeeran Bibi, una vedova cristiana di 62 anni affetta da paralisi parziale e tumore cerebrale, e suo figlio Amir Masih di 20 anni, hanno vissuto sotto il peso schiacciante del lavoro forzato in una fabbrica di mattoni. Una forma moderna di schiavitù denunciata a più riprese in passato da AsiaNews, che continua però a intrappolare migliaia di famiglie povere in tutto il Pakistan. La loro storia - come quella di altre famiglie - è fatta di profonda sofferenza, ma anche di fede, coraggio e di una speranza infine ritrovata. Dopo la morte del marito, Nazeeran ha lottato con tutte le sue forze per provvedere al sostentamento del figlio piccolo. Con opportunità limitate e senza alcuna rete di sicurezza sociale, la donna ha preso in prestito una piccola somma dal proprietario di una fabbrica di mattoni per coprire le necessità di base. Tuttavia, quel debito si è presto trasformato in una trappola.
“Il proprietario mi ha detto che non avrei mai potuto andarmene finché non avessi ripagato il prestito”, ha ricordato con le lacrime agli occhi. “Ma ogni volta che lavoravamo, aumentavano il debito. Eravamo - lamenta - come prigionieri”. Giorno dopo giorno, madre e figlio lavoravano sotto un caldo torrido, producendo e trasportando mattoni dall’alba al tramonto. I loro magri guadagni coprivano a malapena il cibo ed erano costantemente sorvegliati per impedire loro di fuggire. La loro odissea è terminata quando le loro grida sono giunte a Rojar Randhawa, un attivista sociale cristiano che gestisce anche Love Your Neighbor - Mission Love Movement, il quale è intervenuto per garantire il loro rilascio.
Il salvataggio è stato effettuato in modo sicuro e sia Nazeeran che Amir sono stati portati in un luogo nascosto dove hanno ricevuto cibo, cure mediche e sostegno psicologico ed emotivo per i traumi subiti. “È stato un miracolo” afferma Amir Masih. “Abbiamo pregato ogni giorno per la libertà. Dio ha ascoltato le nostre preghiere”. La libertà, però, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. Dopo aver trascorso anni in schiavitù, madre e figlio devono affrontare la sfida di ricostruire le loro vite partendo da zero. Non hanno una casa, né risparmi, né una fonte di reddito stabile.
Per garantire una transizione agevole e dignitosa, Rojar Randhawa e i suoi amici che condividono la sua stessa visione hanno avviato un piano di riabilitazione e reinsediamento per la famiglia. Questo include: un piccolo carretto di frutta e verdura per fornire un reddito sostenibile ad Amir; assistenza per l’affitto per tre mesi per garantire un alloggio sicuro; consulenza continua e sostegno della comunità per aiutarli ad adattarsi alla loro ritrovata libertà.
Questi passi modesti ma fondamentali aiuteranno la famiglia a vivere in modo sicuro e indipendente, rompendo il ciclo di povertà e sfruttamento. La storia di Nazeeran e Amir è un potente richiamo alla chiamata di Cristo a “proclamare la libertà ai prigionieri” (Luca 4:18). Essa sfida la Chiesa a stare dalla parte degli oppressi e ad offrire amore concreto a coloro che hanno subito ingiustizie. Come dice Nazeeran: “Ringrazio Dio e coloro che ci hanno aiutato. Ora voglio solo vivere in pace e vedere mio figlio costruirsi una nuova vita”.
Le sue parole sono fonte di speranza per innumerevoli altre persone in schiavitù che desiderano denunciare e lottare contro la loro condizione, oltre a simboleggiare la missione che il Corpo di Cristo continua a portare avanti. Parlando con AsiaNews, Rojar Randhawa spiega: “È stato straziante vedere le condizioni di Nazeeran Bibi, una vedova di 62 anni che ha trascorso anni intrappolata nel lavoro forzato, soffrendo di un doloroso tumore alla fronte e di una parziale paralisi. Nessuno merita di vivere in tale miseria e disperazione. Quando ho saputo della sua situazione, ho capito che non potevamo stare a guardare senza fare nulla”.
“Con l’aiuto dei miei amici cristiani e di persone di buona volontà, siamo riusciti a mobilitare le risorse necessarie per pagare il suo debito e ottenere il suo rilascio. È stato davvero stimolante vedere la compassione e la generosità di persone che si sono fatte avanti per aiutare una donna che non avevano mai incontrato. Questo salvataggio - prosegue l’attivista - ci ricorda che quando siamo uniti possiamo spezzare le catene dell’oppressione e restituire la dignità a coloro che sono stati dimenticati”. La libertà di Nazeeran “non è solo una sua vittoria personale, ma una vittoria per l’umanità, per la fede e per la speranza. Prego - conclude Rojar Randhaw - affinché la sua storia incoraggi altri a tendere la mano e aiutare coloro che vivono ancora in schiavitù”.
(di Shafique Khokhar Asia News 06/11/2025)
