2025 11 12 In Sudan c’è una generazione perduta. «Vi racconto cosa ho visto»

NIGERIA - Un seminarista morto nelle mani dei rapitori, un altro liberato
FILIPPINE - Ucciso un insegnante cattolico
BANGLADESH - Dhaka: esplosione alla St. Mary Cathedral, paura ma nessun ferito
IRAN – Cure negate a una cristiana convertita detenuta nel reparto femminile di Evin a Teheran
MYANMAR - Leone XIV: la comunità internazionale non dimentichi le sofferenze del Myanmar
TESTIMONIANZA DAL MYANMAR: “L’umanità diversa dei cristiani, unico gioiello di speranza tra le ceneri del dolore”
SUDAN: ORRORE CENSURATO
L’orrore politicamente scorretto dei cristiani massacrati che non vogliamo vedere
Nella città di Al-Fashir, Sudan, gli islamisti hanno ucciso in numero tale che il sangue è visibile nelle immagini satellitari.
TESTIMONIANZA: In Sudan c’è una generazione perduta. «Vi racconto cosa ho visto»
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NIGERIA - Un seminarista morto nelle mani dei rapitori, un altro liberato

È stato liberato uno dei tre seminaristi di 15-16 anni rapiti il 10 luglio nell’assalto al Seminario Minore dell’Immacolata Concezione, di Ivianokpodi, afferente alla diocesi di Auchi, nello Stato di Edo (Nigeria meridionale). Nel corso dell’assalto era stato ucciso un membro delle forze di sicurezza, Christopher Aweneghieme (vedi Fides 12/7/2025). Il ragazzo liberato è Joshua Aleobua, mentre un altro seminarista, Japhet Jesse, era stato liberato il 18 luglio. Purtroppo il terzo ragazzo rapito, Emmanuel Alabi non ce l’ha fatta a uscire vivo. Ha perso la vita nel corso della tragedia.
(Agenzia Fides 5/11/2025)
“Secondo le informazioni ottenute dal seminarista minore che ha riacquistato la libertà, durante la marcia forzata imposta dai suoi rapitori Emmanuel, che aveva riportato ferite durante l’assalto al seminario, si è sentito esausto e non è stato in grado di proseguire il viaggio con i rapitori” afferma padre Auchi. “Di conseguenza, è stato abbandonato in un determinato luogo. Quando i sequestratori sono tornati il giorno seguente per prenderlo, hanno scoperto che era morto” afferma il Cancelliere secondo il quale il corpo del ragazzo non è stato ancora recuperato.
(Agenzia Fides 10/11/2025)

FILIPPINE - Ucciso un insegnante cattolico: la comunità ecclesiale locale chiede verità e giustizia

La comunità cattolica della diocesi di Cabanatuan, nella provincia di Nueva Ecija, nel centro dell’isola di Luzon, chiede “giustizia e verità” dopo l’omicidio di un insegnante di una scuola cattolica, Mark Christian Malaca, docente alla St. Stephen Academy nella città di Laur. Malaca, 39 anni, è stato ucciso il 4 novembre a colpi d’arma da fuoco da ignoti aggressori nel villaggio di San Juan, dove abitava. Secondo le prime indagini, i killer, che indossavano giacche nere, caschi e maschere sul viso, si sono avvicinati e hanno sparato alla vittima diversi colpi d’arma da fuoco. La polizia sta indagando sul possibile movente dell’esecuzione di una persona conosciuta per la sua fede e il suo impegno educativo.
(PA) (Agenzia Fides 10/11/2021)

BANGLADESH - Dhaka: esplosione alla St. Mary Cathedral, paura ma nessun ferito
Due Molotov sono state scagliate contro la principale cattedrale cattolica del Paese, uno è atterrato all’interno ma non è esploso. La polizia ha aperto un’inchiesta, ma al momento è ignota la matrice dell’attentato. L’attacco alla vigilia di un importante incontro con circa 600 fedeli. Allarme tra i fedeli e i residenti che vivono nei dintorni della cattedrale.

L’esplosione è avvenuta intorno alle 22:45 ora locale del 7 novembre e ha preso di mira la principale cattedrale cattolica del Paese. Secondo fonti ecclesiastiche, due ordigni esplosivi improvvisati, conosciuti localmente come “cocktail”, sono stati lanciati verso il complesso che ospita il luogo di culto. Uno è esploso vicino al cancello mentre l’altro, che è atterrato all’interno dei locali della chiesa, non è riuscito a detonare.
La polizia ha successivamente recuperato l’ordigno inesploso.
L’attacco ha preceduto di qualche ora l’inizio di un programma religioso di primaria importanza per i cattolici del Paese, per la presenza di circa 600 ospiti provenienti dalle diverse comunità di tutto il Bangladesh. L’incontro era infatti in calendario per la mattinata di oggi all’interno dei cortili della cattedrale obiettivo dell’attentato, la cui matrice risulta al momento sconosciuta.
(di Sumon Corraya Asia News 08/11/2025)

IRAN – Cure negate a una cristiana convertita detenuta nel reparto femminile di Evin a Teheran
Aida Najaflou, una cristiana convertita detenuta nel reparto femminile di Evin a Teheran, ha subito una frattura spinale dopo essere caduta dal suo letto a castello il 31 ottobre scorso.
Lo denuncia Article18 secondo cui, nonostante la gravità delle sue ferite e i continui problemi di salute, le è stato negato un trattamento medico adeguato ed è stata rispedita in prigione il giorno stesso. La decisione ha sollevato proteste di altri prigionieri politici e religiosi, spingendo le autorità carcerarie a trasferirla all’ospedale Shahid Tajrish. Inoltre, questa settimana Morteza Faghanpour Sassi - cristiano convertito di Varamin - ha iniziato a scontare la condanna a quasi nove anni di galera per attività religiose online, dopo aver subito torture nei sei mesi di custodia cautelare a Evin. (05/11/2025 Asia News e Article 18 4 nov 2025)

MYANMAR - Leone XIV: la comunità internazionale non dimentichi le sofferenze del Myanmar
Durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, il Papa invita i fedeli a pregare per la pace nel mondo e specialmente per il Paese asiatico, travolto da quattro anni di guerra civile e da una grave crisi umanitaria.

“Vi invito ad unirvi alla mia preghiera per quanti sono provati dai conflitti armati in diverse parti del mondo; penso in particolare al Myanmar ed esorto la Comunità internazionale a non dimenticare la popolazione birmana e a fornire la necessaria assistenza umanitaria.”

Quattro anni di violenze
Nel febbraio del 2021 i militari hanno preso il potere, rovesciando il governo della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito di Aung San Suu Kyi, che aveva vinto le elezioni nel novembre 2020. La giunta militare, con il nome di Consiglio di Amministrazione dello Stato (SAC), ha risposto alle proteste contro il golpe con la forza, combattendo una guerra civile contro numerosi gruppi etnici armati che la contrastano. Allo scontro militare conseguono gravi e diffusi abusi dei diritti umani, come reclutamenti forzati, detenzioni arbitrarie ed esecuzioni extragiudiziali.

Elezioni incerte e disastri naturali
Si allontana anche la speranza per la popolazione del Myanmar di avere un nuovo governo eletto democraticamente. Il capo della giunta al potere, infatti, il generale Min Aung Hlaing, che comanda le forze armate dal colpo di Stato del 2021, ha recentemente dichiarato che l’amministrazione sostenuta dai militari, a causa della guerra civile, non sarà in grado di garantire l’organizzazione delle prossime elezioni generali in tutto il Paese. A questa situazione politica si aggiunge una situazione umanitaria drammatica, aggravatasi con le alluvioni di giugno e del sisma di magnitudo 7.7 dello scorso 28 marzo, che ha provocato circa 3.700 morti e 4.800 feriti, portando il numero degli sfollati interni, secondo dati dell’UNHCR, a oltre 3,5 milioni.
(di Daniele Piccini – Vatican News 05 novembre 2025)

MYANMAR - Macron denuncia le elezioni farsa in Myanmar, mentre la giunta riprende territori
Nei giorni scorsi il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato un appello per la liberazione della leader democratica Aung San Suu Kyi, 80 anni, arrestata durante il colpo di Stato militare del febbraio 2021 e in carcere da allora. Il capo dell’Eliseo ha inoltre sottolineato che il processo elettorale voluto dalla giunta militare nonostante la guerra civile in corso, rimane profondamente viziato e privo di autentici principi democratici: “Il processo elettorale in Myanmar non è né trasparente né credibile. È una facciata pensata per consolidare il potere militare, non per riflettere la volontà del popolo birmano”, ha dichiarato Macron.
Le elezioni, che si svolgeranno tra dicembre e gennaio, hanno suscitato forti condanne internazionali. Finora i militari (che stanno combattendo contro le milizie della resistenza e quindi non detengono il controllo dell’intero territorio del Myanmar), hanno arrestato membri dell’opposizione, limitato la libertà di espressione e creato ad arte le liste elettorali in modo che gli attuali generali arrivino al potere tramite elezioni. Allo stesso tempo, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), guidato da Aung San Suu Kyi prima della sua detenzione, è stato escluso dalla votazione. (Asia News 10/11/2025)

TESTIMONIANZA DAL MYANMAR
“L’umanità diversa dei cristiani, unico gioiello di speranza tra le ceneri del dolore”
Lettera firmata (7 Novembre 2025 – IlSussidiario.net)
Caro direttore,
dopo lungo tempo mi rifaccio vivo con te sperando che la finestra di visibilità che tu offri possa aiutare i cristiani e tutto il popolo birmano.
Ti scrivo perché è uscito in questi giorni un comunicato di tutti i vescovi birmani che, se puoi, allega a questo mio scritto. Questa volta non sono fonti ufficiose o da verificare. La situazione descritta dai nostri pastori rappresenta appieno lo stato delle cose. La conclusione del documento indica una via. Certo difficile e irta di ostacoli, ma l’unica possibile. Mi permetto di citarla integralmente.
Non è il momento di arrendersi. È il momento di scavare più a fondo. Dobbiamo trovare il gioiello della speranza tra le ceneri del dolore. La pace è possibile, la pace è l’unica via. Non permettiamo all’odio di definirci. Non lasciamo che la disperazione vinca. Agiamo con i principi della ‘compassione in azione, verità nella dolcezza e pace instancabile’. Che il nostro Paese, lacerato da tante ferite, possa risorgere. Che si rinnovi non solo con edifici, ma con cuori nuovi. Che le voci dei nostri figli e nipoti possano un giorno dire: ‘Non hanno smesso di cercare la pace, così noi siamo potuti tornare a casa”.
Ma quali sono gli ostacoli che impediscono al fondo una svolta in Birmania?
Problema n. 1
: In uno stato federale disorganizzato, l’esercito si è sempre posto come elemento d’ordine e unico punto stabile, strutturato e organizzato. Fin tanto che ai vertici dell’esercito c’erano dei galantuomini (il padre di Aung San Suu Kyi) tutto andava bene, ma venuto meno questi, la tentazione del potere assoluto, si è infiltrata nei gangli del comando. L’esito è che il potere militare e quello politico coincidono. Se non si risolve questo punto, la situazione è destinata a peggiorare.
Problema n. 2: Checché se ne dica, tra le varie etnie della Birmania rimangono asti e rancori su cui subdolamente i militari fanno leva fomentando divisioni.
Problema n. 3: Ai capi delle milizie etniche manca il senso dello Stato. Sono solo interessati a difendere il loro piccolo potere. Piaccia o non piaccia, questi fanno solo azioni di disturbo. Gli interessa avere percentuali (chiamiamole più correttamente: tangenti o dazi impropri) per il transito sul loro territorio di ogni bene. Alla fine, ai capi delle milizie etniche questa situazione va bene: i loro conti in banca aumentano e con essi il loro potere.
Problema n. 4: Il Myanmar è il Paese vitale per la Cina per accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca controllato dagli Usa. Il Grande Vicino ufficialmente è neutrale, ma nessun cambiamento nella sua area “di competenza” può avvenire senza il suo placet.
Problema n. 5: Il Myanmar è un Paese quasi totalmente buddista. Le chiavi della “sala del trono” sono nelle mani dei monaci buddisti. Ma un “clero” buddista totalmente assoggettato al potere politico e con finalità puramente consolatorie, ben si guarda dall’organizzare azioni di protesta, come quelle che permisero in passato la liberazione di Aung San Suu Kui e la svolta democratica.

La complessità di questi problemi evidenzia come essi non potranno evidentemente essere risolti da un solo attore. Tantomeno dai soli cristiani del Myanmar (siamo l’1% della popolazione). Possiamo solo costruire “pezzi di umanità diversa”.
Un’altra cosa: nella sua drammaticità, questo potrebbe essere un momento favorevole per l’evangelizzazione. Solo i cristiani hanno una visione non fatalistica, ma costruttiva in ogni circostanza. Davvero, qui più che mai, la frase detta da un prete brianzolo a La Thuile, acquista una concretezza inimmaginabile: “La circostanza è fattore essenziale e non secondario della propria vocazione”. A risentirci. Spero. (Un lettore dal Myanmar)

MYANAMAR - Templi, chiese, scuole, monasteri distrutti: le ferite della guerra sulle comunità di credenti
Oltre 200 tra istituzioni, templi e siti religiosi, come monasteri buddisti, moschee, chiese, sono state danneggiate, distrutte o saccheggiate durante il conflitto civile in corso in Myanmar tra il 2021 e il 2025. I dati diffusi da organizzazioni della società civile con sede o con personale in Myanmar come “Independent Investigative Mechanism for Myanmar”, “Centre for Information Resilience”, “Myanmar Witness” trovano riscontri di preti, missionari, laici cattolici intenti a stilare un censimento che documenti le ferite della guerra sulle comunità religiose birmane.
“I principali responsabili della distruzione - segnala una fonte locale di Fides - sono le forze della giunta militare che, con bombardamenti aerei, di artiglieria o con droni, hanno fatto significativi danni nelle regioni di Sagaing, Magwe, o negli ststai Chin e Kayah”.
Le ferite che toccano le comunità religiose riguardano anche oltre 400 strutture sanitarie (ospedali, cliniche, centri medici, dispensari) in cui si offriva assistenza sanitaria ai feriti o ai malati, spesso gratuita. Anche le scuole sono state colpite e sono oltre 240 gli istituti educativi distrutti da attacchi aerei, mentre molte altre scuole sono state o occupate e trasformate in basi militari o quartieri generali dell’esercito.
A soffrire per la guerra, nelle aree dove sono più intensi i combattimenti, sono le comunità cristiane presenti negli stati con forti movimenti di resistenza, come Chin, Kayah e Kachin.
Come appreso da Fides, tra le chiese cattoliche più importanti, colpite o danneggiate e ora chiuse al culto, vi sono: la Chiesa di Cristo Re, Falam, Stato Chin, distrutta da un attacco aereo nell’aprile 2025; la Chiesa del Sacro Cuore e Mindat designata come cattedrale per la nuova diocesi di Mindat, bombardata nel febbraio 2025; la Cattedrale di San Patrizio, a Banmaw, nello Stato Kachin, bruciata insieme agli edifici diocesani, alla casa del vescovo e agli uffici, nel marzo 2025; il Centro Pastorale di San Michele a Nanhlaing, nella diocesi di Banmaw; la Chiesa della Regina della Pace, nello stato di Kayah, danneggiata dai bombardamenti nel giugno 2021; la Chiesa del Sacro Cuore a Loikaw: distrutta dai bombardamenti nel maggio 2021, che hanno ucciso quattro persone che si erano rifugiate al suo interno; la Chiesa di Maria Madre della Misericordia nello Stato di Kayah: danneggiata da un attacco aereo militare nell’agosto 2023; la Cattedrale di Cristo Re e il Centro Pastorale a Loikaw, Stato di Kayah che ha subito bombardamenti militari, profanazioni e occupazione della cattedrale a novembre 2023; la Chiesa dell’Assunzione, nella regione di Sagaing, un’antica chiesa e un convento delle suore incendiati e distrutti.
Vescovi e laici nella Chiesa cattolica birmana hanno ricordato che, secondo il diritto internazionale umanitario, i luoghi di culto sono protetti in quanto beni civili, secondo quanto previsto da documenti come la Convenzione di Ginevra (1949) e lo Statuto di Roma (1998), che istituì la Corte Penale Internazionale.
(PA) (Agenzia Fides 11/11/2025)

SUDAN: ORRORE CENSURATO

SCRIVE GIULIO MEOTTI

L’orrore politicamente scorretto dei cristiani massacrati che non vogliamo vedere
(8 novembre 2025)

Nella città di Al-Fashir, Sudan, gli islamisti hanno ucciso in numero tale che il sangue è visibile nelle immagini satellitari.

Conoscete Al-Fashir?
(…) Per mesi, questa antica città è stata sotto assedio. Interi quartieri rasi al suolo, villaggi cancellati e decine di migliaia di persone morte per il piombo o per la fame nel deserto. Le milizie islamiste, armate di droni iraniani, armi turche e una certezza morale islamica che si definisce “divina”, hanno trasformato la guerra civile in un teatro di sterminio.
(…)
Ad al-Fasher, i cristiani sono stati “braccati e giustiziati”, spiega la ong International Christian Concern. “Sono arrivati nel nostro villaggio urlando contro i cristiani, chiamandoci ‘infedeli’. Hanno dato fuoco alla chiesa e le fiamme si sono propagate, divorando tutto ciò che incontravano. Hanno trascinato gli uomini fuori dalle loro case, massacrandoli e decapitandoli. Potevo sentire le loro grida, ma non c’era tempo per pensare. Dovevamo fuggire. Abbiamo abbandonato tutto”, ha raccontato un sopravvissuto all’organizzazione.
(…)
È un orrore che sfida ogni paragone: non è primitivo ma assoluto; non è antico ma moderno. I video, spaventosi, sono lì a ricordarci la differenza fra una guerra, seppur brutale, e uno sterminio.
Eppure, il rumore morale dell’Occidente si è fatto stranamente silenzioso.
Nessuna grande manifestazione a New York, nessun sudario da Palazzo Marino, nessun appello di accademici “anticolonialisti” di Bologna, nessun grido di attivisti per la pace in marcia ad Assisi, nemmeno l’eco vuoto degli hashtag digitali.
Solo silenzio, denso e deliberato, ma un silenzio di autoprotezione, piuttosto che di ignoranza.
(…)
Silenzio dei governi. Silenzio delle ong sopraffatte. Silenzio dei nostri soliti moralizzatori. Nessuno vuole marciare per Khartoum o indossare una maglietta con la scritta “Io sono il Darfur”.
(…)
Nessuno mostra le fosse comuni viventi.
Dove sono gli appelli a smantellare il “colonialismo arabo” in Africa?
Questo tipo di silenzio non è assenza di consapevolezza: chiunque può informarsi e sapere cosa succede.
Non c’è un “oppressore bianco”, nessun cattivo coloniale da resuscitare. I colpevoli sono tutti islamisti di colore, africani e arabi, ideologicamente posizionati per essere le vittime dell’Occidente.
Così, il massacro di Al-Fashir, visibile dallo spazio, passa inosservato. Il sangue che non può essere politicizzato viene ignorato. Israele è troppo bianco ed ebraico per non essere odiato. L’Africa è troppo nera e il Darfur troppo cristiano per essere visto e per preoccuparsene. (…)

GLI ATTORI IN CAMPO

SUDAN - La caduta di El-Fasher segna un punto di svolta: Egitto e Turchia rafforzano il loro impegno per fermare le RSF

La caduta di El-Fasher, la capitale del Nord Darfur, nelle mani dei miliziani delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces RSF) è un punto di svolta per le potenze che appoggiano il governo sudanese del generale Abdel Fattah al-Burhan,
L’Egitto in particolare ha rafforzato il proprio dispositivo militare nel sud al confine con il Sudan ed ha incrementato l’aiuto logistico offerto alle forze armate sudanesi (Sudan Armed Forces) che sono ora impegnate a contrastare l’offensiva delle RSF nel Kordofan (vedi Fides 6/11/2025).
Proprio in questo Stato strategico per la difesa della capitale federale Khartoum, è stato costituito un centro di comando congiunto sudanese-egiziano per dirigere le operazioni militari delle SAF.
Per l’Egitto, la cattura di El-Fasher rappresenta un segnale di allarme perché la sua caduta divide il Darfur, la vasta regione occidentale del Sudan, ora sotto il controllo delle RSF, dal resto del Paese, con il rischio di una partizione del Sudan. Altra possibilità è invece che le RSF attraverso il Kordofan possano giungere di nuovo a minacciare Khartoum (evacuata dai miliziani a marzo vedi Fides 21/3/2025) e la sua città gemella, Omdurman. Anche in questo caso il governo del Cairo vuole impedire alle RSF guidate da Mohamed Hamdan Dagalo di rappresentare un pericolo per la sua frontiera meridionale.
Tanto più che con la presa di El-Fasher le RSF ora controllano le rotte di contrabbando verso la Libia e il Ciad, incrementando i rischi per la sicurezza egiziana.
Ad affiancare l’azione egiziana c’è la Turchia i cui droni armati sono impiegati per colpire i convogli di rifornimenti che partono da Cirenaica e Ciad diretti nelle roccaforti delle RSF in Darfur. Rifornimenti forniti dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) attraverso una catena logistica che fa scalo aereo a Bosaso nel Puntland somalo (vedi Fides 6/11/2025), per poi atterrare nel sud della Libia o nell’est del Ciad e quindi giungere via terra nell’ovest sudanese.
La guerra per procura che stanno giocando le diverse potenze dell’area in Sudan ha risvolti paradossali. Egitto ed EAU sono alleati nel contrastare l’Islam politico e la Fratellanza Musulmana, che sono invece protetti dalla Turchia. Ma nel caso sudanese EAU ed Egitto sono su fronti opposti mentre Il Cairo ed Ankara collaborano nell’appoggiare il generale al-Burhan, nel cui governo siedono esponenti espressione dell’Islam politico.
I conflitti che colpiscono Sudan e Sud Sudan saranno al centro delle discussioni dell’Assemblea Plenaria della Sudan’s Catholic Bishops’ Conference (SCBC alla quale partecipano i Vescovi di Sudan e Sud Sudan) che si aprirà ufficialmente il 10 novembre a Malakal in Sud Sudan, riuniti sul tema “Pace, guarire le ferite e promuovere l’unità”. (L.M.) (Agenzia Fides 7/11/2025)

TESTIMONIANZA
In Sudan c’è una generazione perduta. «Vi racconto cosa ho visto»
Giulia è una pediatra, volontaria di Medici senza frontiere. A Tawila, ormai un maxi-campo profughi, assiste i bambini sfuggiti all’inferno di El Fasher. «Chi è sopravvissuto ha lasciato una città dove i corpi dei morti si ammassano l’uno sull’altro»

Assiste i bambini scampati all’apocalisse di El Fasher, nell’inferno dimenticato del Sudan. Giulia Chiopris, 34 anni, è una pediatra italiana, volontaria in prima linea con Medici senza frontiere a Tawila, diventato un maxi-campo profughi di 800mila persone a più di 60 chilometri dalla città martire del Darfur. El Fasher è stata teatro nelle ultime due settimane di massacri a sfondo etnico contro la popolazione inerme dopo la conquista da parte delle Forze di supporto rapido, le Rsf, sponsorizzate dagli Emirati arabi. I paramilitari assediavano da 18 mesi El Fasher, ultima città del Darfur in cui resisteva una guarnigione dell’esercito sudanese, contro il quale stanno combattendo dall’aprile 2023 una guerra civile che ha provocato la più grave crisi umanitaria del pianeta. Quando i soldati hanno battuto in ritirata, le Rsf arabofone si sono abbandonate a violenze sfrenate contro i civili colpevoli solo di essere africani. Uccisioni di massa di 7mila persone spesso filmate e postate sui social che hanno fatto gridare all’orrore l’Onu e l’opinione pubblica internazionale.
La strada che porta a Tawila i bambini hanno dovuto percorrerla a piedi, di notte e spesso senza i genitori. L’ospedale di Medici senza frontiere ha aperto da 15 giorni un’area dedicata ai pazienti in arrivo da El Fasher, dove le violenze continuano in barba a una tregua cui nessuno crede e che nessuno vuole, soprattutto il governo di Khartum. Un conflitto che si sta spostando nel Kordofan dove le Rsf vogliono avanzare su El Obeid.
«Dal 17 ottobre – afferma la pediatra, udinese di nascita e parmigiana d’adozione – abbiamo iniziato a ricevere centinaia di pazienti al giorno in fuga da El Fasher, sia feriti che famiglie con bambini. I quali erano nella quasi totalità affetti da malnutrizione acuta e spesso arrivavano disidratati ed esausti dopo un viaggio a piedi per tre-quattro notti, senza mangiare e con limitato accesso all’acqua. Tanti bambini avevano ferite d’arma da fuoco o dovute ai bombardamenti. Molti presentavano complicanze legate anche al consumo di mangime per animali che provoca gravi disturbi intestinali. Nei 18 mesi di assedio non avevano altro cibo. Tantissimi sono rimasti orfani, e sono accompagnati da sconosciuti che se ne fanno carico durante il tragitto. La malnutrizione affligge in particolare i neonati».
Nell’ultima settimana gli arrivi a Tawila di bambini e famiglie, confermano anche altre organizzazioni impegnate nel campo come Norwegian refugee council, si sono pressoché fermati. Adesso arrivano gli adulti, civili o militari, con ferite d’arma da fuoco o da bombardamenti. Giulia parla con dolore della generazione perduta del Sudan, 15 milioni di bambini in pericolo per le conseguenze delle violenze e afflitti dalla carestia. «I bambini fuggiti da El Fasher – spiega il medico, arrivata quasi due mesi fa e che partirà tra cinque settimane - non riescono più a giocare. Medici Senza Frontiere sta cercando di avviare un programma di supporto psicologico. Da due anni non vanno a scuola, è una generazione perduta, una generazione di orfani, di donne e ragazze che ha subito violenza sessuale e ci dovrà convivere tutta la vita, Ma la situazione nei bambini sotto i 5 anni è la più allarmante perché quelli fortunati che sono riusciti a scappare, nei campi profughi devono sopravvivere con meno di un litro e mezzo d’acqua al giorno e vivono in case fatte di paglia».
Le testimonianze ascoltate dalla pediatra concordano nel descrivere «l’apocalisse». «Chi è sopravvissuto agli attacchi di quei giorni – ricorda con commozione – dice che le Rsf hanno iniziato prima a bombardare e poi a sparare con armi da fuoco. Hanno raggruppato centinaia di persone inermi davanti al Saudi Hospital, dove poi le hanno massacrate. Ci hanno raccontato una città fatta di corpi su cui le persone dovevano camminare per fuggire. Tanti pazienti ci hanno raccontato di essere stati arrestati durante la fuga e di aver dovuto pagare riscatti esorbitanti, fino a un corrispettivo di 30mila euro». Tra questi molti suoi colleghi la cui famiglia è rimasta intrappolata là, eppure vengono ogni giorno in ospedale.
(di Paolo Lambruschi, Avvenire 8 novembre 2025)