2025 09 10 VATICANO - “Morti per testimoniare il Vangelo”: nel XXI secolo oltre 1700 nuovi martiri

VATICANO - “Morti per testimoniare il Vangelo”: nel XXI secolo oltre 1700 nuovi martiri
NICARAGUA - almeno 261 i religiosi espulsi finora dal Paese
PAKISTAN - Un sit-in di 18 giorni per dire che i cristiani di Jaranwala aspettano ancora giustizia
PAKISTAN -Sargodha, l’appello di una madre: ridatemi mio figlio, rapito e convertito all’islam
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VATICANO - “Morti per testimoniare il Vangelo”: nel XXI secolo oltre 1700 nuovi martiri
Ecumenismo del sangue: a San Paolo fuori le Mura la celebrazione dei martiri

L’elenco con tutti i nomi, come spiegato durante una conferenza stampa svoltasi in Vaticano, sarà reso pubblico nei prossimi mesi. Diffuso però il numero totale: 1734. Sono i martiri e testimoni della fede del XXI secolo riconosciuti dalla Commissione istituita nel 2023 da Papa Francesco presso il Dicastero delle Cause dei Santi. La Commissione, formata da 11 membri, ha raccolto i dati degli ultimi 25 anni perché per la celebrazione del 2000 l’elenco era già stato stilato.
I 1734 nuovi martiri, dunque, si vanno ad aggiungere a quella lunga lista.
Nel 2000, però, la celebrazione, presieduta da Giovanni Paolo II, si svolse al Colosseo.
Il 14 settembre ci sarà sì il Papa, ma il luogo non sarà l’Anfiteatro Flavio (causa lavori, ndr), bensì la basilica di San Paolo fuori le mura.
Un luogo scelto non a caso, come ha spiegato a Fides l’arcivescovo Fabio Fabene, Presidente della Commissione dei Nuovi Martiri e Segretario del Dicastero delle Cause dei Santi: “La basilica di San Paolo è stata scelta perché è il luogo in cui è sepolto l’Apostolo delle Genti, sulla cui tomba già ogni anno, il 25 gennaio, i rappresentanti di diverse confessioni cristiane si riuniscono per pregare a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani”.
Anche la data non è stata scelta a caso: “Il 14 settembre è il giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, festa condivisa da diverse confessioni cristiane in ricordo del ritrovamento della vera Croce da parte di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino”.

L’unica celebrazione ecumenica del Giubileo
E la loro memoria sarà ricordata nell’”unica celebrazione ecumenica a Roma in tutto l’anno giubilare” Saranno 24 i delegati delle chiese cristiane e grandi comunioni presenti alla liturgia della Parola. “La vitalità del Battesimo ci accomuna tutti - ha commentato il presule -; nei cristiani che hanno donato la vita si attua l’ecumenismo del sangue come san Giovanni Paolo II amava definirlo. Proprio nel martirio la Chiesa è già unita”. A sua volta Papa Leone “auspica che il sangue di questi martiri sia seme di pace e riconciliazione, fraternità e amore, come ha scritto in occasione del recente attacco terroristico in Congo”.

E se 25 anni fa, al Colosseo, si commemorarono soprattutto i cristiani caduti per mano dei regimi politici, delle dittature e delle guerre che scossero il XIX e XX secolo, nella celebrazione di domenica si farà memoria di chi, indipendentemente dalla confessione cristiana di appartenenza, è caduto per testimoniare il proprio amore e la propria fede in Cristo.

Le storie
304 i martiri provenienti dalle Americhe, 43 quelli europei uccisi nel Vecchio Continente e altri 110 caduti durante le missioni nel mondo, 277 colpiti in Medio Oriente e nel Maghreb, 357 testimoni della fede in Asia e Oceania e 643 in Africa, la terra, quest’ultima, “dove i cristiani muoiono di più”, ha spiegato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e vice presidente della Commissione composta da undici membri. Nella lista sono annoverati i 167 fedeli cattolici uccisi in chiesa in Sri Lanka la domenica di Pasqua (vedi sotto).

Le storie studiate sono state segnalate da ogni latitudine, da diverse Chiese e confessioni cristiane, e da diocesi, Conferenze Episcopali, Istituti religiosi e altre realtà ecclesiali. Sono vite che testimoniano la persecuzione religiosa, la violenza delle organizzazioni criminali, lo sfruttamento delle risorse naturali, gli attentati terroristici, i conflitti etnici e altre cause per cui i cristiani ancora vengono uccisi. “Purtroppo i cristiani continuano a morire — ha proseguito Riccardi — e continuano a morire perché testimoni del Vangelo, perché appassionati di Dio, dei fratelli e delle sorelle, perché autentici servitori dell’uomo, perché liberi comunicatori della fede”. “Spesso il cristiano con la sua stessa presenza di persona di persona onesta, rispettosa della legge dedita al bene comune, crea fastidio a chi vuole portare avanti disegni criminali,” ha ribadito.

Nelle tracce della Commissione voluta da San Giovanni Paolo II
Nella conferenza stampa è stato inoltre sottolineato come il lavoro di studio e approfondimento svolto dalla Commissione si colloca nelle tracce dell’organo creato da Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000 per analizzare e raccogliere le storie dei testimoni della fede del XX secolo, le quali furono poi esposte nel memoriale per i Nuovi Martiri del Novecento nella Chiesa di San Bartolomeo all’isola tiberina.
(Vatican News 08 settembre 2025 e Agenzia Fides 8/9/2025)

SRI LANKA - I 167 cattolici uccisi nella strage di Pasqua inclusi nel catalogo dei “Testimoni della fede”
I 167 fedeli cattolici uccisi in chiesa in Sri Lanka la domenica di Pasqua il 21 aprile 2019 saranno inclusi nel Catalogo dei “Testimoni della fede” del XXI secolo redatto dal Dicastero delle Cause dei santi e presentato nel corso dell’Anno giubilare.
Centinaia di persone, tra cui personalità religiose cristiane, buddiste, indù e islamiche, hanno partecipato a una veglia in memoria delle vittime tenutasi nei giorni scorsi nella chiesa cattolica di Sant’Antonio, presa di mira negli attacchi. Accanto ai nomi di 167 cattolici morti negli attentati avvenuti chiese di Sant’Antonio a Colombo e di San Sebastiano a Negombo, scelti “a causa della violenta opposizione alla loro fede motivata da ‘odium fidei’, anche altre sette vittime di altre fedi sono state “ricordate con rispetto”, ha ricordato padre Jude Fernando, prete di Colombo.
Oltre 260 persone vennero uccise negli attentati quasi simultanei avvenuti la domenica di Pasqua in tre hotel turistici e tre chiese, due cattoliche e una protestante, il 21 aprile 2019. È una ferita della storia recente del paese non ancora del tutto rimarginata: la Chiesa cattolica in Sri Lanka reclama ulteriori indagini sugli attacchi, per chiarire il presunto coinvolgimento di funzionari e apparati statali. Il nuovo governo di Anura Kumara Dissanayake, eletto presidente del paese nell’autunno del 2024, ha ribadito il suo impegno nel condurre un’indagine approfondita sugli attacchi di Pasqua.
(PA) (Agenzia Fides 2/5/2025)

NICARAGUA - almeno 261 i religiosi espulsi finora dal Paese
Lo rivela un rapporto della ong per i diritti umani Colectivo Nicaragua Nunca Más. Nell’elenco figura il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Carlos Enrique Herrera Gutiérrez, oltre ai vescovi Silvio José Báez Ortega, Rolando José Álvarez Lagos, Isidoro del Carmen Mora Ortega. Il documento ricorda inoltre la chiusura, tra il 2018 e il 2025, di più di 5.600 associazioni, ma anche di tv e radio

Sono «almeno 261» i religiosi espulsi dal Nicaragua per decisione del governo guidato dal presidente Daniel Ortega: a denunciarlo il Colectivo Nicaragua Nunca Más. Nell’elenco, riportato dall’ong per i diritti umani nel rapporto intitolato “Fe bajo fuego” e ripreso dall’agenzia Efe, figura il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Carlos Enrique Herrera Gutiérrez, oltre ai vescovi Silvio José Báez Ortega, Rolando José Álvarez Lagos, Isidoro del Carmen Mora Ortega.

Il documento ricorda inoltre l’«espulsione del nunzio apostolico, monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag, nel marzo 2022» e di circa 140 sacerdoti delle diverse diocesi del Nicaragua. L’elenco comprende pure più di 90 religiose, oltre a una decina di seminaristi e tre diaconi.

Chiuse oltre 5.600 associazioni
L’ong ricorda poi la chiusura, tra il 2018 e il 2025, di 5.609 associazioni senza scopo di lucro, di cui 1.294 religiose. Fermate le attività anche di 54 mezzi di comunicazione, di cui 22 a carattere religioso, tra canali televisivi e stazioni radiofoniche. Le misure hanno colpito al contempo altre confessioni, in particolare pastori e leader evangelici.
(Vatican News 2025 09 08)

PAKISTAN - Un sit-in di 18 giorni per dire che i cristiani di Jaranwala aspettano ancora giustizia

A due anni dal drammatico assalto al quartiere cristiano di Faisalabad che seminò violenza e distruzioni la comunità locale ha dato vita alla più lunga protesta pubblica di una minoranza nella storia del Pakistan
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Diciotto giorni a protestare, pregare, chiedere giustizia a due anni dall’ondata di violenza dei fondamentalisti islamici che il 16 agosto 2023 seminò il terrore a Jaranwala, il quartiere dove vivono i cristiani a Faisalabad, bruciando case e chiese per false accuse di blasfemia. È stato il più lungo sit-in della storia delle minoranze in Pakistan quello che si è tenuto fino all’altro giorno a Jaranwala. Un segno visibile di quanto questa ferita resti ancora aperta. Per questo AsiaNews ha intervistato Lala Robin Daniel, difensore dei diritti umani e uno tra i leader di questa protesta, per conoscerne le ragioni e le modalità attraverso cui ora andrà avanti la battaglia per la giustizia.

Perché avete organizzato il sit-in a Jaranwala?
“Nel 2023, quando si è verificata la tragedia di Jaranwala, vennero registrate 23 denunce penali contro i colpevoli: 18 da parte di privati cittadini e 5 da parte dello Stato. In totale, 26 chiese e centinaia di case sono state incendiate e saccheggiate dai fondamentalisti. Ma da allora non è stata condotta alcuna indagine adeguata da parte delle istituzioni statali. Non hanno nemmeno incontrato le persone colpite. Non è stato fatto nulla per fornire loro aiuto”.

Lo Stato ha arrestato i responsabili?
“Nelle denunce sono state citate più di 5mila persone. A oggi una sola persona è ancora in carcere, mentre tutti gli altri sono stati rilasciati su cauzione”.

Lo Stato aveva promesso piena collaborazione alle famiglie delle vittime. È stato risarcito il danno subito?
“È stata fatta una stima profondamente sbagliata dei danni, senza nemmeno incontrare le persone colpite. La promessa dell’allora governatore ad interim di un pieno risarcimento dei danni non è stata mantenuta. Non hanno nemmeno ristrutturato correttamente le chiese, come era stato promesso”. (…)

Qual è stata la reazione della gente?
“È stato il sit-in più lungo organizzato da una comunità minoritaria nella storia del Pakistan.
È durato 18 giorni. Dai bambini agli anziani, tutti hanno partecipato attivamente: abbiamo cantato inni, pregato, tenuto discorsi e gridato slogan per la giustizia. Organizzazioni della società civile, sacerdoti, suore, anche alcuni leader musulmani si sono uniti a noi in segno di solidarietà. Il settimo giorno, il vescovo mons. Indrias Rehmat è venuto a sostenerci, esprimendo profonda compassione per le famiglie colpite e sottolineando che la giustizia per le vittime di Jaranwala è essenziale, assicurandoci il suo pieno sostegno”.

E ora, quali saranno i prossimi passi?
“Con il Movimento per i Diritti delle Minoranze abbiamo deciso di lottare per ottenere giustizia e trovare modi per proteggere la nostra gente dai fondamentalisti e dagli estremisti. Durante il sit-in tutta la società civile e le chiese ci hanno sostenuto, ma i membri della nostra Assemblea provinciale non hanno mostrato alcun interesse. Il governo del Punjab è rimasto indifferente, il suo atteggiamento verso la popolazione di Jaranwala è stato doloroso e irrispettoso. Il ministro provinciale per i diritti umani e per le minoranze non ha mai visitato questo luogo e ha completamente ignorato la richiesta di giustizia. Per questo abbiamo deciso di boicottare le elezioni suppletive nel Punjab, in programma nelle prossime settimane. Dobbiamo dimostrare la nostra forza come cittadini e come elettori. Nelle aree dove il voto delle minoranze è determinante, i candidati fanno promesse solo per ottenere il nostro voto, ma dopo si dimenticano di noi. Ora dovranno dimostrare la loro lealtà a Jaranwala e adottare misure concrete per impedire che simili incidenti si ripetano in futuro”. (di Shafique Khokhar Asia News 06/09/2025)

PAKISTAN -Sargodha, l’appello di una madre: ridatemi mio figlio, rapito e convertito all’islam
Il 14enne Shamraiz Masih è stato circuito e rapito da alcune persone. La madre Rehana Imran ha cercato di denunciare alla polizia, ma gli agenti hanno mostrato solo “apatia e disinteresse”. In tribunale i giudici hanno confermato l’affido a lontani parenti musulmani da tempo. Attivisti confermano: “Questo non è un caso isolato”.

In un’aula affollata dell’Alta Corte di Lahore il 20 agosto scorso un minore di soli 14 anni, Shamraiz Masih, è stato scortato nella stanza circondato da estranei. La madre Rehana Imran aveva aspettato diversi giorni questo momento, sperando di poter abbracciare finalmente suo figlio. Al contrario, tutte le persone accorse per sostenere la donna hanno assistito incredule alla scena dei giudici che affidavano il giovane alle cure di parenti estranei alla vicenda, che mai prima d’ora si erano occupati di lui, ma anni prima si erano convertiti all’islam. E questo elemento avrebbe fatto la differenza per il tribunale.
Per Rehana Bibi, vedova e madre di tre figli, non è stata solo una battuta d’arresto sotto il profilo legale e giuridico, ma una conferma devastante di ciò che aveva sempre temuto: il sistema l’aveva delusa, fallendo nel compito di fornirle tutela e protezione, mentre il figlio si stava allontanando sempre più lontano dal calore materno, all’ombra di una nuova vicenda di conversione forzata.

La storia di Shamraiz è iniziata nel luglio scorso quando è scomparso dalla sua casa a Sargodha, città della provincia del Punjab.
Figlio di una povera vedova cristiana, il giovane stava lavorando in una locale officina di riparazione di motociclette per contribuire al mantenimento della famiglia. Sfruttandone la vulnerabilità, il datore di lavoro e altri hanno iniziato ad attrarlo con promesse di denaro e una vita migliore, mentre lo spingevano a convertirsi alla fede musulmana. Poco dopo, Shamraiz scompare da casa. La sua famiglia ha presentato una denuncia, ma invece di recuperare il bambino e garantire la sua protezione, la polizia e il sistema giudiziario hanno difeso e avallato le azioni dei rapitori. La sua famiglia ha avviato indagini nel quartiere, raggiunto gli amici e alla fine si è rivolta alla polizia, ma alla richiesta di aiuto hanno incontrato solo apatia e disinteresse.

Molte ore dopo, i membri della comunità hanno informato la famiglia che Shamraiz era sotto la custodia di alcuni influenti individui musulmani della zona ed era stato costretto con tutta probabilità a convertirsi all’islam. Per Rehana, sua madre, è stato l’inizio di un incubo che non è finito ancora oggi. “È il mio amato figlio, non riesce nemmeno a decidere da solo quale religione seguire. Me l’hanno rubato e ora - afferma Rehana - stanno cercando di stravolgerne l’identità”.

Secondo Iqbal Masih, un rispettato anziano della comunità cristiana di Sargodha e uno stretto sostenitore della famiglia, l’ufficiale della caserma locale (Sho) ha fatto una dichiarazione “agghiacciante” quando gli è stato chiesto di cercare Shamraiz. Il funzionario ha risposto a Masih: “Possiamo riportare indietro il ragazzo, ma rimarrà musulmano. Se gli succede qualcosa, la tua famiglia sarà responsabile.” Iqbal ha quindi proseguito dicendo di avergli ricordato “chiaramente” che la volontà della famiglia è che “Shamraiz torni come nostro figlio cristiano. A decidere la sua fede non può essere certo la polizia”.

Commentando la vicenda Azhar S Malik, presidente di Edge Foundations, organizzazione che sta fornendo assistenza legale e non ai familiari, spiega: “A 14 anni, Shamraiz è legalmente minorenne. Secondo la legge pakistana, i minori non possono prendere decisioni vincolanti sulla religione o sulla custodia. Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (Crc), che il Pakistan ha ratificato, sottolinea anche i ‘migliori interessi del bambino’, che non devono essere confusi con le espressioni di volontà forzate. Questo non è un caso isolato. Ogni anno, dozzine di bambini cristiani e indù, alcuni di 12 o 13 anni, vengono rapiti, convertiti con la forza e messi in situazioni - conclude l’esperto - che li derubano, privandoli, della loro infanzia, della loro identità e delle loro famiglie”. Tuttavia, per Rehana la questione non riguarda il sistema o il diritto, ma assume i contorni di una vicenda strettamente personale. E i suoi occhi si gonfiano di lacrime quando sussurra con un filo di voce: “Il tribunale mi ha portato via mio figlio. Ma è ancora mio figlio. Non smetterò di combattere” per il suo ritorno a casa.
(di Shafique Khokhar Asia News 29/08/2025)

UNA BUONA NOTIZIA

HAITI - Liberata dopo un mese la missionaria laica sequestrata durante l’attacco armato a un orfanotrofio

Dopo quasi un mese di prigionia, la missionaria irlandese laica Gena Heraty, da trent’anni a servizio della popolazione di Haiti, è stata liberata assieme agli altri ostaggi che erano stati catturati durante l’assalto a un orfanotrofio situato nei pressi di Kenscoff, centro abitato situato nell’area metropolitana di Port-au-Prince (vedi Fides 5/8/2025).
Ad annunciarlo, con “profonda gratitudine e un sollievo che va oltre ciò che le parole possono esprimere”, è l’ong Nuestros pequeños hermanos (Nph), per la quale lavora la missionaria.
Non sono stati resi noti ulteriori particolari riguardo il rilascio, solo la conferma che gli ostaggi liberati “sono tutti sono al sicuro, stanno ricevendo assistenza medica e psicologica e sono con i loro cari”. Tra le persone liberate anche il bambino di tre anni con disabilità.
In una dichiarazione rilasciata nelle scorse ore, la famiglia della missionaria ha ringraziato coloro che hanno “contribuito al suo recupero. Siamo profondamente grati a tutti coloro, ad Haiti e a livello internazionale, che hanno lavorato instancabilmente in queste terribili settimane per contribuire a garantire il loro ritorno in sicurezza”.

“La dimostrazione globale di preoccupazione, amore, preghiere e solidarietà dimostrata per Gena e per noi da amici, vicini, comunità, colleghi e, in effetti, da coloro che non hanno alcun legame con noi è stata un’enorme fonte di conforto e sostegno”, si legge ancora nella dichiarazione, che si conclude con la richiesta, da parte dei familiari di dare “priorità” alla “salute e alla privacy” della missionaria: “Chiediamo gentilmente ai media di rispettare l’esigenza di riservatezza mentre tutti i soggetti coinvolti si riprendono da questa traumatica esperienza. Continuiamo a tenere Haiti nei nostri cuori e a sperare nella pace e nella sicurezza per tutti coloro che sono colpiti dalla violenza armata e dall’insicurezza che persistono nel Paese”.
Secondo il quotidiano haitiano Le Nouvelliste i responsabili dell’attacco all’orfanotrofio sarebbero i membri di una gang. Secondo i dati Onu, gang e bande armate controllano circa l’85% della capitale Port-au-Prince. Stando sempre ai dati delle Nazioni Unite, solo nella prima metà del 2025 sono state rapite ad Haiti quasi 350 persone. (F.B.) (Agenzia Fides 1/9/2025)