2025 09 03 IRAN - Teheran ‘ammette’ l’arresto di oltre 50 cristiani dalla guerra con Israele
IRAN - Teheran ‘ammette’ l’arresto di oltre 50 cristiani dalla guerra con IsraeleSIERRA LEONE - Ucciso nella sua abitazione il parroco della chiesa dell’Immacolata Concezione di Kenema
SUDAN - “Guerra civile, carestia e colera, milioni di sfollati interni: una Gaza moltiplicata mille volte”
MOZAMBICO - Sono otto i distretti di Cabo Delgado colpiti da assalti jihadisti nelle ultime settimane
USA - Gli spari, il terrore, i bimbi uccisi durante la Messa: la strage di Minneapolis
COMMENTA MEOTTI: La strage dei bambini in chiesa o la barbarie occidentale dal volto umano
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IRAN - Teheran ‘ammette’ l’arresto di oltre 50 cristiani dalla guerra con Israele
Di questi solo 11 sono stati rilasciati dietro cauzione. Gli altri restano in prigione e si sommano agli oltre 60 già in cella prima del conflitto per motivi di fede. Secondo il ministero dell’Intelligence sono “mercenari del Mossad” addestrati all’estero da chiese negli Stati Uniti e in Israele. Article18: la loro “colpa” aver partecipato “a un raduno” di fedeli “in un Paese vicino”.
Il ministero iraniano dell’Intelligence (Mois) ha ammesso di aver arrestato oltre 50 cristiani dalla fine della “guerra dei 12 giorni” con Israele, accusandoli di coinvolgimento in attività “contrarie alla sicurezza” e di “possesso di armi”. L’ammissione è stata fatta nell’ambito di un annuncio più ampio sulle attività intraprese dall’agenzia di intelligence dopo il conflitto, tra cui una presunta repressione contro bahá’í, curdi, baluchi, monarchici e giornalisti che parteciparono ad attività anti-regime. Inoltre, la polizia della Repubblica islamica ha detto di aver fermato almeno 21mila persone identificate come “sospette” durante l’escalation militare con lo Stato ebraico, in un crescendo di repressione interna.
Per quanto riguarda i cristiani, il Mois ha affermato di aver “neutralizzato” 53 “mercenari del Mossad” che erano stati “addestrati all’estero” da chiese negli Stati Uniti e in Israele e che avevano agito “sotto le spoglie del movimento evangelico cristiano sionista”. Gli esperti di Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto in Iran, spiegano che la dichiarazione traccia - come spesso avviene - una distinzione tra i cristiani evangelici, etichettati come “sionisti”, e le comunità storiche di origine armena e assira. Queste ultime, infatti, vengono considerate “sostenitrici leali” del Paese.
I cristiani armeni e assiri in Iran, che oggi sono meno di 100mila in totale, sono una minoranza religiosa riconosciuta, a cui è consentito riunirsi per praticare il culto nella propria lingua, ma non è permesso insegnare nella lingua nazionale persiana; inoltre, non è possibile consentire agli iraniani di fede musulmana di frequentare le loro chiese. A questo si somma una pratica sistematica di controllo delle attività religiose e della vita delle comunità. Nel frattempo, la maggior parte dei cristiani presenti oggi nella Repubblica islamica - circa 800mila, spesso convertiti - non sono riconosciuti, né hanno un luogo di culto da quando sono state chiuse le chiese che un tempo offrivano funzioni religiose in lingua persiana.
Mansour Borji, direttore di Article18, sottolinea che “molte chiese in tutto il mondo rendono le loro funzioni accessibili al pubblico online. Poiché in Iran ai cristiani convertiti è vietato frequentare le chiese armene e assire, molti cercano di accedere agli insegnamenti offerti dalle chiese all’estero.
In questo caso, sappiamo che alcuni dei cristiani arrestati - aggiunge - hanno partecipato di recente a un raduno in un Paese vicino, organizzato da una chiesa straniera”. Una scelta obbligata, ricorda, proprio perché “è loro vietato di partecipare a tali raduni all’interno dell’Iran. Al loro ritorno - spiega - sono stati arrestati”.
Il ministero dell’Intelligence propina “l’assurda affermazione” che i cristiani siano “addestrati per scopi anti-sicurezza” afferma l’attivista, ma la realtà è che “hanno semplicemente ricevuto consigli su questioni spirituali dall’estero, poiché nessuno è disponibile per loro in patria”. Tali dichiarazioni, continua, sono un tentativo del ministero di “salvare la faccia davanti ai superiori, sulla scia degli umilianti fallimenti dell’intelligence nella guerra di 12 giorni con Israele”. “L’arresto dei cristiani potrebbe essere stato un tentativo di presentare una versione più difendibile delle loro azioni, e hanno preso di mira i capri espiatori più vulnerabili e facili da trovare: i cristiani” conclude Mansour Borji. E se anche nessuno di loro “è stato ancora formalmente accusato”, la gravità delle accuse infondate “è allarmante”.
L’avvocato pro diritti umani Hossein Ahmadiniaz aggiunge: “Nella Repubblica Islamica dell’Iran non esiste un sistema giudiziario indipendente o equo. Pertanto, tutti coloro che vengono arrestati con l’accusa di reati di sicurezza, politici, ideologici o di ‘spionaggio’ sono privati di un processo equo e giusto, sottoposti a gravi torture e non hanno nemmeno accesso a un avvocato indipendente”. Al momento almeno 11 dei 54 cristiani arrestati sono stati rilasciati su cauzione. Tuttavia, oltre 40 altri rimangono in carcere, oltre a quelli - oltre 60 secondo le ultime stime - che stanno già scontando pene detentive.
I casi di persecuzioni contro i cristiani rappresentano una conferma del fatto che in Iran vi sia una “netta regressione” della libertà religiosa, in linea con la crescente repressione delle autorità legata alle proteste divampate dopo la morte di Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Un dato emerso anche nei rapporti della US Commission on International Religious Freedom, che invitano a riclassificare la Repubblica islamica come “nazione di particolare preoccupazione (Cpc)” per le sue “violazioni sistematiche ed eclatanti”. La stretta contro la minoranza religiosa ha subito un ulteriore rafforzamento in seguito alla cosiddetta “guerra dei 12 giorni” fra Israele e la Repubblica islamica, con i cristiani spesso considerati “mercenari” o “spie” al soldo dello Stato ebraico. Teheran (AsiaNews 13/08/2025) -
SIERRA LEONE - Ucciso nella sua abitazione il parroco della chiesa dell’Immacolata Concezione di Kenema
Ucciso il parroco della chiesa Immacolata Concezione di Kenema, in Sierra Leone. Padre Augustine Dauda Amadu è stato assalito la notte del 30 agosto nella sua casa situata nella sezione Burma 3 alla periferia di Kenema. Secondo quanto reso noto dalla polizia sierraleonese la locale stazione delle forze dell’ordine è stata avvertita telefonicamente alle 7,45 del mattino da un parrocchiano. L’uomo affermava che padre Amadu era stato aggredito durante la notte da uomini armati non identificati presso la sua residenza parrocchiale.
Subito intervenuti sul posto gli agenti hanno trovato il corpo esanime del sacerdote. Gli investigatori hanno rivelato che gli aggressori sono entrati con la forza nell’abitazione attraverso una finestra. Secondo la polizia il sacerdote è stato ucciso tra le 2 e le 3 della notte tra il 29 e il 30 agosto.
Al momento, le autorità non hanno confermato se i banditi abbiano rubato qualcosa dall’abitazione.
Allo stato il movente dell’omicidio rimane poco chiaro e nessun sospettato è stato ancora arrestato. Tuttavia, diversi parrocchiani e responsabili ecclesiastici hanno reso dichiarazioni agli inquirenti per cercare di fare luce sul crimine.
Padre Amadu era ben voluto per la sua disponibilità e gentilezza. Attivo tra i giovani e le famiglie svantaggiate, i suoi sermoni contro la corruzione e la criminalità gli hanno fatto ottenere profondo rispetto, ma anche, secondo i parrocchiani, nemici in certi ambienti.
Kenema è il capoluogo della provincia orientale della Sierra Leone nonché dell’omonimo distretto. L’area ha registrato negli ultimi tempi una forte impennata di crimini violenti come rapine a mano armata e aggressioni che stanno erodendo la sicurezza delle comunità locali. (L.M.) (Agenzia Fides 2/9/2025)
NEL SILENZIO
SUDAN - “Guerra civile, carestia e colera, milioni di sfollati interni: una Gaza moltiplicata mille volte”
Il disastro umanitario è mille volte peggiore di quello di Gaza: alla guerra civile, infatti, in Sudan si uniscono la carestia e una devastante epidemia di colera. Ci sarebbero 2 milioni di sfollati interni e almeno altrettanti fuggiti fuori confine.
Ad aggravare la situazione, il conflitto tra le forze governative di Al Burhan e le RSF di Dagalo non accenna a diminuire di intensità. E la guerra per le risorse minerarie e naturali del Paese va avanti.
Il risultato è lo stesso: un Paese distrutto, al centro di dispute nelle quali hanno un ruolo anche Turchia e Arabia Saudita. I combattimenti hanno creato milioni di sfollati interni e qualcuno si rifugia nelle nazioni confinanti. Una massa di persone dalla quale, a lungo andare, potrebbero uscire altri migranti destinati all’Europa. (…)
Nel Paese in questo momento ci sono una guerra, la peggiore epidemia di colera degli ultimi vent’anni e la carestia. Tre cose che, messe insieme, alzano a dismisura il tasso di mortalità dei civili, soprattutto anziani, malati, donne e bambini, tanto che è difficile quantificare la gravità della situazione: i dati che abbiamo sono parziali e, per esperienza, potrebbero essere sottostimati del 30%.
(Int. Marco Di Liddo Pubblicato 1 Settembre 2025 IlSussidiario.net)
SUDAN - nella città assediata di El Fasher 130.000 bambini in condizioni disperate
La città sudanese di El Fasher è sotto assedio da oltre 500 giorni, con civili intrappolati senza aiuti. I bambini subiscono uccisioni, fame e mancanza di cure, mentre ospedali e scuole vengono bombardati. La crisi è aggravata da una grave epidemia di colera
Da oltre 500 giorni, El Fasher, cuore del Darfur settentrionale, in Sudan, vive sotto assedio. 260.000 persone, tra cui 130.000 bambini, sono rimaste intrappolate, tagliate fuori dagli aiuti umanitari per più di 16 mesi
Infanzia violata
Le storie che arrivano da quella parte di Sudan hanno il volto dei più piccoli. Dall’inizio dell’assedio nell’aprile 2024, oltre mille bambini sono stati uccisi o mutilati. Molti altri sono stati strappati alle loro famiglie, vittime di violenze sessuali, rapimenti o arruolati forzatamente. L’infanzia a El Fasher è diventata sinonimo di vulnerabilità assoluta. Lì dove dovrebbe esserci protezione, nei campi per sfollati e persino nelle case, la violenza ha seminato morte.
Scuole e ospedali sotto attacco
«Stiamo assistendo a una tragedia devastante», ha dichiarato Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef. «I bambini di El Fasher stanno morendo di fame mentre le nostre forniture salvavita restano bloccate. Bloccare l’accesso umanitario è una grave violazione dei diritti dei bambini: la loro vita è in bilico». Gli ospedali e le scuole, simboli di cura e di speranza, sono stati bersaglio di ripetuti attacchi. Trentacinque strutture sanitarie e sei scuole sono state colpite. L’ospedale materno saudita di El Fasher, luogo di nascita e di vita, è stato bombardato più di dieci volte. A gennaio, le esplosioni hanno distrutto il centro terapeutico del campo di Abu Shouk, lasciando migliaia di bambini malnutriti senza cure.
Fame, malattie e acqua contaminata
La fame, intanto, avanza. Più di seimila bambini soffrono di malnutrizione acuta grave, e senza gli alimenti terapeutici bloccati alle frontiere il rischio di morte cresce ogni giorno. Come se non bastasse, al grido della fame si unisce quello della malattia. Nel Sudan è in corso la peggiore epidemia di colera degli ultimi decenni. Dal luglio 2024 si contano quasi 100.000 casi sospetti e oltre 2.400 decessi. Nel solo Darfur, quasi 5.000 persone si sono ammalate e almeno 98 sono morte. Le équipe di Medici senza frontiere raccontano che nella città di Tawila, dove si sono rifugiate 380.000 persone in fuga dai combattimenti, un centro di trattamento con 130 posti letto si è trovato a dover accogliere in una sola settimana 400 pazienti. L’acqua, sorgente di vita, diventa causa di morte: nei campi sovraffollati le famiglie sopravvivono con appena tre litri al giorno, meno della metà di quanto stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità come minimo vitale. In mancanza di alternative, molti bevono da fonti contaminate. In un campo, raccontano i testimoni, si è dovuto attingere di nuovo allo stesso pozzo in cui era stato trovato un corpo senza vita. La guerra in Sudan, esplosa nell’aprile 2023, ha già costretto oltre 14 milioni di persone a lasciare le proprie case, generando la più grave crisi umanitaria del mondo. La popolazione di El Fasher ne porta oggi il peso più lacerante.
(di Sara Costantini – Vatican News 28 agosto 2025)
SUDAN - L’orrore del Sudan: i disperati di el-Fasher rinchiusi da un muro
La fame e il terrore da 500 giorni affliggono i civili in ostaggio dei miliziani delle Rsf. Che giovedì hanno fatto strage in un mercato affollato. E adesso vogliono impedire le fughe con la barriera
La strategia dell’assedio che taglia fuori i civili dal resto del Paese e li rende ostaggio delle armi e delle bombe, sta annientando da oltre un anno el-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, in Sudan. La popolazione di 260mila civili, compresi 130mila bambini, è nella trappola delle Rapid Support Forces, i paramilitari che combattono contro l’esercito regolare. Oltre alla fame e al terrore, che da 500 giorni tiene in scacco i civili, le Rsf usano le bombe. Giovedì scorso la milizia guidata da Mohamed Dagalo ha colpito pesantemente un mercato e una zona densamente popolata della città, uccidendo 24 persone e ferendone 55, tra cui cinque donne e diversi bambini, secondo la testimonianza del Sudan Doctors Network.
Una strage che conferma ancora una volta l’inferno cui è sottoposta la popolazione assediata, a rischio carestia. La zona è epicentro di «sofferenza, malnutrizione e malattia soprattutto per i bambini», avverte l’Unicef. «Gli attacchi al mercato centrale e all’area residenziale sono stati deliberati e atroci», ha raccontato il dottor Mohamed Faisal Hassan del network dei medici. I paramilitari non risparmiano neanche feriti ed ammalati, anzi. Alcuni giorni fa avevano colpito uno dei più grandi ospedali di el-Fasher compiendo un massacro di pazienti e personale sanitario.
A conferma dell’intenzione mirata dei paramilitari di non cedere territorio, una ricerca dell’Università di Yale costruita tramite immagini satellitari, mostra molto chiaramente che i paramilitari stanno costruendo un vero e proprio muro lungo 31 chilometri, attorno alla città. La barriera cresce di giorno in giorno.
Si tratta di una sorta di piattaforma di sabbia (bern) e terra che divide completamente el-Fasher dal resto del territorio, con l’intento di trattenere al suo interno i civili e occupare definitivamente la zona.
La “linea gialla” di questo muro, rivelano i ricercatori di Yale, è stata costruita tra il 3 e il 19 agosto, mentre la “zona rossa”, ben visibile dalle immagini satellitari, è composta di 9 chilometri di muro recentissimo, costruito tra il 13 e il 27 agosto. Un semicerchio di 22 chilometri accerchia la zona da ovest a nord. Un’aberrazione della guerra, mutuata peraltro da strategie militari medievali, che ha lo scopo di non lasciar entrare forze di liberazione e aiuti umanitari, e non consente a chi è dentro di lasciare la città.
«Alcuni civili cercano di scappare ma nel momento in cui lo fanno purtroppo vengono colpiti e uccisi dalle Rsf», conferma il dottor Hassan. I paramilitari negano l’accusa di mirare a donne, uomini, bambini e che soprattutto questi attacchi costituiscano il crimine di pulizia etnica. Ma i fatti vanno proprio in questa direzione. Il Darfur, sebbene sia la regione più massacrata, non è la sola in sofferenza: tutto il Sudan è nella morsa della crisi umanitaria. Tra sfollati, rifugiati e feriti, circa 30 milioni di persone sono in difficoltà, e più di 7 milioni sono fuggite nei Paesi limitrofi, tra cui Ciad e Sud Sudan. La guerra tra i due generali rivali, al-Burhan e Dagalo, è iniziata il 15 aprile 2023 e va avanti a fasi alterne senza che si raggiunga un’intesa o un cessate il fuoco definitivo. (Avvenire Ilaria De Bonis lunedì 1 settembre 2025)
MOZAMBICO - Sono otto i distretti di Cabo Delgado colpiti da assalti jihadisti nelle ultime settimane
Papa Leone XIV dopo l’Angelus di domenica 24 agosto il Santo Padre ha espresso “vicinanza alla popolazione di Cabo Delgado, in Mozambico, vittima di una situazione di insicurezza e violenza che continua a provocare morti e sfollati”.
Non solo jihadismo ma pure rivendicazioni economiche e sociali delle popolazioni locali, interessi legati allo sfruttamento delle risorse naturali dell’area (gas in primis ma pure pietre preziose), coinvolgimento di forze armate straniere. Da questo intreccio di interessi deriva la grave instabilità che colpisce la provincia di Cabo Delgado nel nord del Mozambico, oggetto dell’appello di Papa Leone XIV. Nel suo messaggio rivolto dopo l’Angelus di domenica 24 agosto il Santo Padre ha espresso “vicinanza alla popolazione di Cabo Delgado, in Mozambico, vittima di una situazione di insicurezza e violenza che continua a provocare morti e sfollati”.
Nelle ultime settimane i jihadisti appartenenti allo Provincia Mozambicana dello Stato Islamico hanno colpito in otto distretti della provincia di Cabo Delgado, attaccando villaggi, scontrandosi con i militari mozambicani e ruandesi e stabilendo posti di blocco lungo le strade provinciali.
I distretti di Chiúre e di Macomia sono quelli con il numero più elevato di attacchi, seguiti da Ancuabe e Muidumbe. I jihadisti hanno istituito nove posti di blocco lungo le strade N380 e N14, ritardando l’assistenza umanitaria a oltre 85.000 persone a Macomia e Muidumbe. Gli autisti e i passeggeri dei veicoli fermati se sono cristiani sono costretti a pagare un “pedaggio” di 150-460 dollari per potere passare e non essere catturati.
Dal 2017 sono più di 6.000 persone che hanno perso la vita negli scontri nella provincia. L’aggravarsi delle violenze ha costretto allo sfollamento circa 60.000 persone mentre rimane incerto il riavvio previsto a settembre della costruzione del terminal del gas naturale liquefatto (GNL-LNG) di Afungi, un progetto dal valore di almeno 20 miliardi di dollari, sospeso nel marzo 2021 dopo l’assalto jihadista a Palma, il principale centro abitato dell’area (vedi Fides 27/3/2021).
Per contrastare le azioni dei jihadisti, il governo mozambicano ha chiesto l’aiuto degli Stati della SADC (Southern African Development Community) e del Ruanda. I primi hanno inviato nel 2021 una forza militare denominata SAMIM (Southern African Development Community Mission in Mozambique) che è stata però ritirata nel luglio 2024. È così accresciuto il ruolo del contingente militare inviato dal Ruanda che affianca i militari mozambicani e quelli della confinante Tanzania nel contrastare le azioni dello Stato Islamico. All’azione militare va però affiancata una politica di sviluppo a favore delle popolazioni locali, tra le più povere del Mozambico (vedi Fides 14/9/2022). In mancanza di questa la rimane alta la tentazione di arruolarsi nei gruppi armati nella provincia, non solo lo Stato Islamico ma anche le diverse milizie di “autodifesa” sorte in questi ultimi anni (vedi Fides 19/12/2022). (L.M.) (Agenzia Fides 26/8/2025)
USA - Gli spari, il terrore, i bimbi uccisi durante la Messa: la strage di Minneapolis
Orrore nella scuola cattolica Annunciation, nel Minnesota. Gli studenti stavano pregando: 14 i feriti.
(...) Un “copione” di morte che torna a flagellare, con inquietante puntualità, un’America ostaggio della violenza. Il K-12 School Shooting Database ha contato, dall’inizio dell’anno, «più di 140 sparatorie avvenute nelle scuole elementari e secondarie del Paese».
Questa volta è successo nella scuola cattolica Annunciation a Minneapolis, Minnesota. Il bilancio dell’ennesima strage in una scuola, è terribile. Due i bambini uccisi. Avevano otto e dieci anni. Altri 14 alunni sono rimasti feriti, alcuni sono stati colpiti alla testa. Feriti anche tre adulti. La terza vittima è, secondo la ricostruzione offerta dalla polizia della città di Minneapolis, l’attentatore. Si è tolto la vita, dopo aver seminato morte nella scuola. (…)
Il killer è un uomo di 23 anni, senza precedenti, fa sapere la polizia. Si tratterebbe di Robin Westman, che si identificava come transgender. I media americani, citando i suoi social media, hanno scritto che a 17 anni aveva chiesto l’autorizzazione di cambiare il nome da Robert a Robin, che negli Stati Uniti è sia maschile che femminile.
Arriva a bordo di un’auto. La lascia nel parcheggio della scuola. È vestito completamente di nero, armato con fucili e pistole. Entra nel complesso scolastico che, secondo quanto riportato dalla Cnn, ospita circa 395 studenti. La scuola elementare privata è «collegata alla Chiesa cattolica dell’Annunciazione ed entrambe si trovano in una zona residenziale nella parte sud-orientale della città più grande del Minnesota», ha precisato ancora l’emittente.
Gli studenti stanno partecipando alla Messa. Le lezioni sono iniziate da appena due giorni. L’aggressore brandisce un fucile, un fucile da caccia e una pistola. Spara. Spara attraverso le finestre della chiesa. Spara un numero impressionante di colpi: tra i cinquanta e i cento. Due bambini restano uccisi. L’uomo, ha riferito la Reuters, si toglie la vita dopo la strage. (Avvenire Luca Miele mercoledì 27 agosto 2025)
COMMENTA MEOTTI
La strage dei bambini in chiesa o la barbarie occidentale dal volto umano
I media italiani infarciti di conformismo censurano l’attentatore perché non è un corpo estraneo: è il figliastro di un’ideologia dove il sangue è solubile nella loro lugubre dialettica
di Giulio Meotti (ago 28)
Un sadismo culturale così radicale non poteva che polarizzare radicalmente: o tutto o niente.
Una chiesa piena di bambini di una scuola cattolica a Minneapolis. Maschio che si identificava come “donna transgender” e aveva cambiato il nome da Robert in Robin, durante una messa celebrata per la prima settimana del nuovo anno scolastico Robin Westman entra e compie una strage: due bambini morti, di 8 e 10 anni, mentre altri 17 tra bambini e adulti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave.
I soliti media ora parleranno di quanto sia “facile procurarsi un’arma in America”. Altri di quanto sia “difficile essere transgender in America”. Altri ancora, come il New York Times, cercheranno un “motivo”. Altri infine non ne parleranno affatto.
Depistaggi mediatici.
Il Minnesota ha leggi sulle armi più severe rispetto a gran parte degli stati americani e il governatore Tim Walz (ex vice di Kamala Harris nella corsa presidenziale) ha designato lo stato “rifugio per i trans”.
Quello di cui non si parlerà è il “motivo” dietro la strage di Westman (soltanto se il terrorista è un suprematista bianco se ne deve parlare).
Nessuno vuole guardare nel cuore di tenebra woke.
L’attentatore aveva scritto un manifesto pieno di pensieri folli sull’uccisione di “sporchi ebrei sionisti”, di Donald Trump e di Elon Musk. E poi che “sei milioni non sono abbastanza” (la furia antisionista diventa sempre antisemita, a dispetto delle pelose distinzioni fatte dai giornali) e “Mashallah”, che significa “se Allah lo vuole”.
Cosa spinge un ragazzo transgender a glorificare Allah e a uccidere bambini cristiani per “vendicare Gaza”? Westman è il prodotto dell’agenda woke piena di follia e di odio che ha infestato l’Occidente.
Pensavamo che le stragi in chiesa fossero appannaggio dell’Africa dello scontro di civiltà?
In Colorado Mohamed Sabry Soliman, immigrato egiziano fan dei Fratelli Musulmani, ha detto che voleva “ucciderli tutti”, gli ebrei, alla marcia per gli ostaggi israeliani. La sua vittima più anziana, 88 anni, è una rifugiata dall’Europa dell’era nazista.
“Sei milioni non sono abbastanza”.
Il Corriere della Sera e La Repubblica riescono nell’impresa di non citare mai le parole “Israele”, “ebrei” o “Allah”.
Si deve perpetuare la grande menzogna culturale?
Ebrei che uccidono bambini. Ebrei che avvelenano pozzi. Ebrei che diffondono malattie. Chiunque sia convinto che gli ebrei sparino agli abitanti di Gaza per divertimento non sarà persuaso da alcuna razionale obiezione. Un esercito genocida non impiega due anni per vincere una guerra in un territorio grande quanto una provincia italiana. Ma sicuramente il Ministero della Salute jihadista di Gaza è molto più credibile dei rapporti ufficiali dell’Israele democratico.
Ci vuole un certo genio per rivoltare la realtà come un guanto insanguinato. L’Islam radicale ha questo genio. Non è un genio di civiltà. È un genio del male. Ha preso il linguaggio dell’Occidente, l’ha spogliato, svuotato e l’ha usato come una maschera mediatica. Un terrore che si traveste da martire. Un esercito di ombre che dice: “Guardate cosa ci stanno facendo”. Mentre spara, accoltella, decapita, stupra e filma.
E poi c’è questo Occidente addolcito e masochista che si scusa di esistere, che ama i suoi carnefici e odia i suoi alleati. (…)
Nelle università d’America i cristiani sono descritti come responsabili di “oppressione religiosa” che devono espiare il loro “privilegio cristiano”, a causa del loro “odio e pregiudizio nei confronti dell’Islam e dei musulmani”.
L’esule nordcoreana Yeonmi Park nel suo libro While Time Remains scrive di come sia arrivata negli Stati Uniti per trovare alcune delle stesse repressioni della libertà di pensiero che pensava di essersi lasciata alle spalle in Corea del Nord. Ha soprannominato la sua università a New York un “campo di puro indottrinamento” e ha detto che molti dei suoi compagni nella scuola più elitaria della Grande Mela hanno subito “il lavaggio del cervello come lo gli studenti nordcoreani”.
Nelle università imparano con Edward Said che la storia è una “colonizzazione permanente”, che l’oppressore è sempre “bianco, occidentale e sionista”. Recitano un Karl Marx 2.0 come i terroristi recitano la Shahada. Credono che l’omicidio sia giustificato quando commesso “in nome degli oppressi”.
Il sangue è solubile nella loro grande e lugubre dialettica woke.
Una generazione è così cresciuta pensando che il mondo sarebbe un posto più pacifico senza Israele, che l’America sarebbe più sana se qualcuno facesse fuori Donald Trump (“per la bella gente Trump meritava di morire”), che per il bene del clima si può passare a fare del male e che il transgender è una nuova religione sostitutiva. (…)
E così si arriva a Robin “Westman”, nomen omen.
“Dov’è il vostro Dio?”, ha scritto il terrorista di Minneapolis in uno dei caricatori usati nella scuola. Nessun Dio poteva salvare i bambini cristiani come i bambini israeliani, quei fratellini Bibas i cui volti sono cancellati nelle nostre strade.
(Se vuoi leggere gli articoli integrali: La newsletter di Giulio Meotti meotti@substack.com)
