2025 08 27 Dall’Africa all’Asia in aumento gli attacchi contro i cristiani

Dall’Africa all’Asia in aumento gli attacchi contro i cristiani
APPROFONDIMENTO MYANMAR


Dall’Africa all’Asia in aumento gli attacchi contro i cristiani
In occasione della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime di atti di violenza basati sul credo religioso, appare sempre più grave la violenza contro le comunità cristiane. Marta Petrosillo di Acs: se la libertà religiosa è negata per un gruppo, prima o poi sarà negata anche agli altri
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Le violenze e le persecuzioni contro le comunità cristiane nel mondo sono in preoccupante aumento. Questa tendenza, certificata per l’anno 2024 dal rapporto della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, non ha purtroppo registrato un’inversione di rotta nell’anno in corso e riemerge con pressante attualità in occasione dell’odierna “Giornata internazionale di commemorazione delle vittime di atti di violenza basati sul credo religioso” indetta dalle Nazioni Unite. Dalla Nigeria, dove è sempre alto il clima di insicurezza e proseguono i rapimenti di religiosi da parte dei gruppi terroristici, passando per le persecuzioni dei regimi autoritari fino ad arrivare alle diffuse violenze subite dalle comunità cristiane dell’Asia. Solo pochi giorni fa i vescovi dell’India hanno denunciato un’escalation di violenza contro i cristiani nella regione orientale dell’Orissa mentre in Africa, dove la “piaga” delle persecuzioni religiose vede particolarmente colpite le comunità del Sahel e della parte occidentale del continente, i fatti di sangue delle ultime settimane nell’est della Repubblica Democratica del Congo attestano come le comunità minoritarie siano vittime innocenti delle violenze anche al di fuori dei contesti di più aperta persecuzione.

La responsabilità degli Stati
Le violenze, come indicano i dati dell’Onu, vedono peraltro esposte tutte le comunità minoritarie non solo quelle cristiane. Continui atti di intolleranza e violenza basati sulla religione o sul credo si verificano contro individui, compresi coloro che appartengono a comunità e minoranze religiose in tutto il mondo, e il numero e l’intensità di tali episodi, spesso di natura criminale, sono in aumento. E proclamando il 22 agosto Giornata internazionale in commemorazione delle vittime di atti di violenza basati sulla religione o sul credo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ricordato che gli Stati hanno la responsabilità primaria di promuovere e proteggere i diritti umani, compresi quelli delle persone appartenenti a minoranze religiose, tra cui il loro diritto di esercitare liberamente la propria religione o il proprio credo.

La situazione nel mondo
«Se la libertà religiosa è negata per un gruppo, prima o poi sarà negata anche per gli altri», ammonisce Marta Petrosillo, che per la Fondazione pontificia Acs dirige la redazione del rapporto biennale sulla libertà religiosa nel mondo. In un’intervista pubblicata sul portale online della sezione internazionale di Acs, Petrosillo anticipa alcuni dei dati del prossimo rapporto della Fondazione pontificia che sarà pubblicato il 21 ottobre. «Uno dei continenti in cui la situazione è realmente peggiorata è l’Africa», denota Petrosillo menzionando i recenti attacchi ai cristiani della Repubblica Democratica del Congo per confermare che l’estremismo religioso è in aumento in tutto il continente. «C’è anche il caso del Burkina Faso, che dieci anni fa non era tra i Paesi di maggiore preoccupazione, ma oggi sfortunatamente è uno dei posti al mondo dove si verificano più attacchi jihadisti». La rappresentante di Acs riferisce poi di un peggioramento della situazione del nazionalismo etno-religioso in Asia, mentre il Medio Oriente rimane un’area di significativa instabilità e si riscontrano sempre maggiori violazioni della libertà religiosa in America Latina.

La triste classifica di Open Doors
Anche l’associazione Open Doors, nel suo ultimo rapporto, certifica un aumento da 365 a 380 milioni nel numero dei cristiani perseguitati e discriminati nel mondo. Se la Corea del Nord rimane stabile al primo posto, la Nigeria rimane epicentro dei massacri nel continente africano nel 2024 ma parallelamente a un aumento delle violenze nei Paesi vicini dell’Africa occidentale. Nelle prime 5 posizioni della lista stilata da Open Doors figurano la Somalia, lo Yemen, la Libia e il Sudan. Riguardo l’Asia, infine, nel 2024 c’è stato un peggioramento della situazione in Myanmar nel 2024 con la guerra civile che ha aumentato i livelli di violenza. Il Pakistan rimane una delle nazioni al mondo dove più si manifesta la violenza anticristiana, in particolare riguardo le accuse di presunta blasfemia, mentre anche in India viene riscontrato un declino delle libertà fondamentali della minoranza cristiana. (Vatican News di Valerio Palombaro 22 agosto 2025)

APPROFONDIMENTO MYANMAR

Gli Stati Uniti hanno rimosso una serie di sanzioni nei confronti di aziende vicine ai militari golpisti del Myanmar. La mossa avviene due settimane dopo che il capo della giunta, il generale Min Aung Hlaing, aveva elogiato il presidente Donald Trump e chiesto un allentamento delle sanzioni in una lettera in risposta alla notifica dell’imposizione di dazi. Human Rights Watch ha definito la decisione “estremamente preoccupante”. Il Dipartimento del Tesoro non ha spiegato il motivo di questa decisione e la Casa Bianca non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento. (Asia News 25 07 2025)

1. DISTRUZIONE di CHIESE

MYANMAR - Giunta birmana vuole demolire per ‘scavi archeologici’ la cattedrale di Taungoo
È solo l’ultima ferita dei generali ai luoghi di culto: ben 300 quelli colpiti in Myanmar dal golpe del 1° febbraio 2021.

In un contesto di crescente repressione del patrimonio religioso, la Commissione per la Sicurezza e la Pace dello Stato del Myanmar, ovvero la sua giunta militare, sta portando avanti un piano per demolire a Taungoo (Taungngu) - città della regione di Bago - la storica cattedrale cattolica del Sacro Cuore e almeno 19 altri siti religiosi buddhisti, suscitando un profondo senso di smarrimento tra le comunità religiose.
Il nuovo ordine di demolizione - reso pubblico tre giorni fa dall’agenzia UcaNews e confermato da un’organizzazione locale di assistenza/beneficenza e dai leader religiosi locali, segue un modello di intimidazione e violenza contro le istituzioni religiose che si è intensificato dopo il colpo di Stato del febbraio 2021. Citando l’espansione degli scavi archeologici nella città cinquecentesca Ketumati – l’antica capitale della dinastia di Taungoo - la giunta ha ordinato non solo la rimozione dei siti cristiani, ma anche di 16 monasteri buddhisti, un convento, un centro di ritiro e una pagoda, tutti situati all’interno della cosiddetta “zona culturale”.

Le radici della Cattedrale del Sacro Cuore affondano profondamente nella storia di Taungoo, fungendo da rifugio spirituale per generazioni di cattolici sin dalla sua fondazione da parte dei missionari italiani del Pime, presenti nell’allora Birmania dal 1869. Fu l’allora amministrazione britannica a mettere a disposizione il terreno. I parrocchiani ricordano i battesimi, i matrimoni e le preghiere offerte per i propri cari all’interno delle sue mura. La sua struttura attuale risale al 1987 dopo i danni subiti durante la Seconda Guerra mondiale e una successiva ricostruzione.

Andrew, un residente locale, ha condiviso con AsiaNews il dolore della comunità: “Come cattolici, siamo molto dispiaciuti. Possiamo confermare che la notizia è vera e che sono già iniziate alcune demolizioni nelle zone circostanti. Sebbene circolino voci su un sito archeologico del XVI secolo, sembra che il vero obiettivo siano proprio i gruppi religiosi buddhisti e cristiani”.
L’ordinanza di demolizione della cattedrale di Taungoo si aggiunge alle tante altre ferite subite dalla Chiesa cattolica in Myanmar. Le azioni dei militari dopo il colpo di Stato hanno costretto allo sfollamento forzato i vescovi di diverse diocesi: Hakha nello Stato Chin (vedi prossima notizia), Bhamo nello Stato Kachin, Loikaw nello Stato Karen e Lashio nello Stato Shan settentrionale. Ora, anche la sede vescovile di Taungoo è minacciata in modo simile. In un recente esempio di questa escalation di violenza, la cattedrale di Bhamo è stata incendiata solo tre mesi fa dai soldati della giunta militare, segnando un’insicurezza sempre maggiore per i fedeli.

Ricercatori indipendenti dal golpe del febbraio 2021 hanno registrato la distruzione di oltre 300 siti religiosi in tutto il Paese, spesso a seguito di attacchi aerei o raid punitivi. Il Governo di Unità Nazionale, che opera in esilio, sostiene si tratti di una politica calcolata del leader della giunta Min Aung Hlaing per minare la resistenza religiosa e civile.
(di Gregory AsiaNews 23/08/2025)

MYANMAR - Nello stato Chin una chiesa è distrutta, “ma la fede resta salda” dice il Vescovo di Hakah
“Hanno distrutto le mura della chiesa ma non la fede. La fede resta salda, il popolo di Dio a Falam continua a credere e sperare. I fedeli ricostruiranno la chiesa di Cristo Re, tutti daranno il loro contributo”: è quanto ha detto mons. Lucius Hre Kung, Vescovo della diocesi di Hakha, nello stato birmano di Chin nel Nord ovest del Myanmar, visitando le rovine della chiesa di Cristo Re a Falam, distrutta nell’aprile scorso da bombardamenti aerei dell’esercito regolare (vedi Fides 11/4/2025). “Viviamo questo momento di sofferenza e di prova restando saldi nella preghiera, restando uniti al cuore di Cristo e al cuore di Maria che abbracciano tutte le sofferenze dell’umanità. Gesù e Maria ci danno la forza e la speranza di andare avanti e di sperare in un futuro di pace”, nota il Vescovo che non smette di visitare le famiglie di sfollati e i fedeli che sono nel disagio, portando loro “la consolazione del Signore”, afferma il Vescovo a Fides.
La chiesa era stata completata e inaugurata nel novembre 2023 dalla comunità cattolica della città di Falam, circa mille fedeli, ed era poi stata coinvolta negli scontri tra le “Chinland Defence Force” (CDF), milizie locali nate nello stato Chin, e l’esercito regolare. Le CDF - parte dell’arcipelago delle People Defence Forces, che si oppongono alla giunta - hanno assunto il controllo di Falam e l’esercito ha perciò ha iniziato a bombardare l’area, colpendo anche la chiesa. Solo ora, mesi dopo, il Vescovo ha potuto visitare il sito, constatando i danni e confortando la popolazione locale. “Era una chiesa molto bella e la comunità era felice di prendersene cura. Spero che riescano a ricostruirla presto. Vedo con nostalgia immagini in cui lì si celebravano le ordinazioni di preti della diocesi”, ricorda don Paulinus G.K. Shing, sacerdote locale.
L’esercito del Myanmar ha colpito con raid aerei e danneggiato anche la chiesa cattolica del Sacro Cuore di Gesù a Mindat, altra località nello stato Chin (vedi Fides 10/2/2025). La chiesa doveva essere la cattedrale della neonata diocesi di Mindat, eretta il 25 gennaio scorso.
(PA) (Agenzia Fides 26/8/2025)

2. UCCISIONI MIRATE

MYANMAR - Governo ombra condanna gli assassini di p. Donald, ma i cattolici chiedono giustizia
Il Nug ha emesso una sentenza a 20 anni di prigione per i membri del gruppo responsabile dell’omicidio nel Sagaing. Il sacerdote è stato ucciso in un attacco mirato e premeditato. Fonte di AsiaNews: positiva la condanna, ma “non vediamo la trasparenza del caso. Speriamo che la resistenza non si comporti come l’oppressore”.

Con una sentenza storica, il governo ombra di Unità nazionale del Myanmar (Nug) ha condannato nove membri di un gruppo di resistenza armata a 20 anni di carcere per il brutale omicidio di p. Donald Martin Ye Naing Win. La morte del sacerdote cattolico risale al 14 febbraio scorso e ha scosso nel profondo la comunità cristiana. Il verdetto, annunciato ieri, segna un passo significativo nel tentativo di garantire giustizia e punire un crimine violento che ha sconvolto nel profondo i cattolici in una delle aree - la regione di Sagaing - più martoriate dal conflitto in corso da oltre quattro anni.

La “sentenza” emessa dai vertici del movimento che si oppone alla giunta militare, tornata al potere nel febbraio 2021 con un golpe, fa seguito a un’indagine della Forza di Difesa Popolare (Pdf) del Nug che ha portato all’arresto di 12 persone. Il gruppo è sospettato a vario titolo di aver partecipato al brutale omicidio, avvenuto a febbraio durante una funzione religiosa. Gli uomini, descritti dai testimoni come miliziani fanatici, avrebbero chiesto al sacerdote di inginocchiarsi. Quando ha risposto: “Mi inginocchio solo davanti a Dio”, è stato ferocemente pugnalato a morte.

P. Donald Martin Ye Naing Win è stato ucciso in un attacco mirato e le autorità sostengono che gli autori abbiano agito con premeditazione. Il processo, che si è svolto a Mandalay, ha visto la corte condannare gli imputati sulla base di prove che li collegavano al crimine, anche se i dettagli specifici del movente e delle circostanze non sono stati resi noti nei rapporti pubblici. La sentenza riflette anche la risposta giudiziaria di resistenza del Myanmar a un caso che ha evidenziato le continue preoccupazioni sulla violenza e la sicurezza nella regione.

Il sacerdote era nato l’11 novembre 1981 ed era stato ordinato il 20 marzo 2018 nella chiesa dell’Assunzione di Pyin Oo Lwin. Appartenente al clero dell’arcidiocesi di Mandalay, situata nella parte centrale del Myanmar, è stato ucciso mentre svolgeva il suo ministero pastorale nella parrocchia a lui assegnata, la chiesa di Nostra Signora di Lourdes, nel villaggio di Kan-Gyi-Daw, nella township di Shwebo, che conta ben 38 famiglie cattoliche. Dopo averlo ucciso, il commando armato ha anche infierito sulle sue spoglie.

Un laico cattolico della diocesi di Mandalay, che ha parlato ad AsiaNews in forma anonima per motivi di sicurezza, ha espresso sentimenti contrastanti riguardo al verdetto: “Questo tipo di uccisione è terrificante per molti cattolici. Nessuno osa parlare del sacerdote martirizzato a causa della potenziale violenza di alcune forze di resistenza senza controllo. Anche se i responsabili sono stati condannati a 20 anni di carcere, non vediamo la trasparenza del caso. Non sappiamo ancora come il nostro amato sacerdote sia stato massacrato da queste persone il giorno dell’evento. Spero che la resistenza non si comporti come l’oppressore contro cui si sta ribellando”.

Questo caso si inserisce nel contesto di sfide più ampie in Myanmar, dove le minoranze etniche e religiose devono spesso affrontare persecuzioni. La condanna delle nove persone è vista come un raro caso di assunzione di responsabilità in una nazione in cui l’impunità per i crimini violenti è un problema persistente. Tuttavia, gli osservatori notano che la condanna da sola non affronta le questioni sistemiche più profonde che alimentano la violenza, in particolare la mancanza di trasparenza nei processi giudiziari. Intanto la comunità cattolica di Mandalay ha tenuto una funzione commemorativa per p. Ye Naing Win dopo il verdetto, pregando per la pace e la riconciliazione, durante la quale i leader ecclesiastici hanno espresso la speranza che scoraggi futuri atti di violenza contro figure religiose. (di Gregory Asia News 18/07/2025)

3. IL TERREMOTO

MYANMAR - Quattro mesi dopo il terremoto, l’economia del Myanmar resta in ginocchio
La Banca Mondiale ha previsto una contrazione del PIL del 2,5%, mentre si stimano danni diretti per 11 miliardi di dollari. I gruppi religiosi continuano a portare assistenza alla popolazione, ma la povertà, già oltre il 30% prima del sisma, rischia di aumentare ulteriormente. La testimonianza di chi ha perso la casa e continua a vivere in tenda.

Il terremoto che a fine marzo ha devastato il Myanmar ha ulteriormente aggravato la crisi economica. L’ultimo rapporto della Banca Mondiale ha evidenziato che l’economia nazionale è destinata a contrarsi del 2,5% nell’anno fiscale 2025/26, principalmente a causa delle conseguenze del sisma.

La scossa, di magnitudo 7.7, ha causato danni diretti stimati in 11 miliardi di dollari, pari a circa il 14% del PIL del Paese. Si calcola che oltre 17 milioni di persone sono state colpite nelle regioni di Mandalay, Sagaing, Bago, Naypyidaw e Magway, e tra queste nove milioni hanno subito gravi conseguenze. Il bilancio delle vittime è di 3.700 persone, secondo quanto comunicato dalla giunta militare al potere, ma con ogni probabilità la cifra reale è molto più alta ma impossibile da determinare perché i generali birmani hanno limitato l’ingresso di squadre di soccorso dall’estero.

A Mandalay, migliaia di abitazioni, chiese e monasteri sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Anche molte suore si sono ritrovate senza casa. Eppure le religiose continuano a offrire aiuto agli altri. Diversi gruppi religiosi hanno organizzato squadre di pronto intervento per fornire cibo, riparo e assistenza, colmando le lacune lasciate dalle autorità.

“Abbiamo perso la casa nel terremoto e ora viviamo in una piccola tenda”, racconta Nu Jan, una donna cattolica di Mandalay. “Mio marito ha perso il lavoro perché la fabbrica ha chiuso, e i prezzi al mercato continuano a salire. Prego ogni giorno per trovare la forza. Le suore ci portano cibo e acqua, ma abbiamo bisogno di speranza per il futuro. Cerchiamo di restare forti per i nostri figli, ma è molto difficile”.
Diversi settori hanno registrato danni alle proprie fabbriche e infrastrutture. Nelle regioni di Mandalay e Naypyidaw si rischia di perdere un terzo della loro produzione fino a settembre, anche se le attività di ricostruzione potrebbero portare a una parziale ripresa nella seconda parte dell’anno. A livello nazionale, la produzione sarà inferiore di circa 2 miliardi di dollari rispetto alle previsioni pre-terremoto.

Il terremoto si è abbattuto su un Paese già segnato da rigidi controlli su commercio e valuta e forti carenze energetiche. Ad aprile di quest’anno l’inflazione era salita al 34,1% su base annua, mettendo ulteriormente pressione sui risparmi delle famiglie. Il tasso di povertà, al 31% prima del sisma, potrebbe salire di altri 2,8 punti percentuali, secondo gli esperti.
(Asia News di Gregory 07/07/2025)

TESTIMONIANZA
“Se capiste che qui l’Occidente può fermare Pechino, forse saremmo già liberi”

Caro direttore,
approfitto del recente conflitto fra Cambogia e Thailandia per sperare che l’attenzione del mondo si rivolga anche sul quadrante del Sudest asiatico.
Capisco naturalmente che siate concentrati sui conflitti più esplosivi e a voi più vicini. La guerricciola tra Thailandia e Cambogia ha l’unico scopo di polarizzare reciprocamente su un nemico esterno le tensioni presenti all’interno dei due Paesi.

Ma veniamo a casa nostra. La situazione per la popolazione birmana è disperata. Lo scrivo da mesi. Ormai è una frase fatta, ma il punto è che questo sembra non avere mai fine e ha voluto dire concretamente migliaia di morti. Riassumo i punti più drammatici.

Nessuno entra e nessuno esce dalla Birmania. Questo nel mio vocabolario si addice a due sole strutture: carceri e manicomi. Contatti con l’estero: molto rischiosi. Io stesso scrivo pregando che nessuno mi “azzanni” (così si dice qui). Come ebbi già modo di scrivere: viviamo in un enorme carcere a cielo aperto.
Ma a parte questo “dettaglio”, il punto drammatico è che viviamo in un Paese dove ai militari è consentito tutto. Quando dico tutto intendo tutto. È ormai inutile farvi l’elenco degli eccidi perpetuati o delle “piccole” violenze quotidiane a cui siamo sottoposti.

A tutto questo si è aggiunto il terremoto devastante che ha ridotto in rovina milioni di persone. La situazione sanitaria, già allo stremo (vedasi i miei racconti precedenti), con il terremoto è definitivamente collassata. Le medicine si trovano solo al mercato nero senza nessun controllo sulla loro validità. Le scuole funzionano come possono. I giovani si sono dati alla macchia, gli altri sono stati obbligati all’arruolamento e mandati in battaglia con zero addestramento (per fortuna!). Ci sarà di nuovo una generazione di ragazzi senza istruzione.
Nelle campagne manca la mano d’opera. I prezzi sono alle stelle: mancano petrolio e fertilizzanti. L’energia elettrica è saltuaria. La conservazione del cibo è un grosso problema.

Le risorse naturali del Paese vengono depredate e i profitti inviati all’estero sui conti correnti dei generali. Non solo: di fronte a un governo totalitario che si appropria di ogni cosa, le organizzazioni umanitarie internazionali sono in difficoltà nell’inviare cibo, manufatti, attrezzature, vestiari, medicinali, ecc.

La ricostruzione non è mai cominciata perché ogni tentativo si scontra con richieste di tangenti. La Chiesa cattolica riesce a fare quello può fare. La diocesi di Mandalay, la più colpita dal terremoto, è in ginocchio. Tutte le varie confessioni religiose si muovono per sostenere il popolo. Ma poco possono fare contro la violenza e protervia dei militari. O meglio: se i monaci buddisti si esponessero, la giunta cadrebbe in pochi giorni come accadde nel passato.

Dal punto di vista militare le cose stanno come già mesi fa ti descrissi: il governo controlla le parti centrali del Paese (e limitatamente ai grossi centri urbani) e poi “hic sunt leones”. Io continuo a sostenere che però non c’è una reale volontà neanche da parte dei capi delle milizie etniche di sovvertire la situazione: parlavo dei “ladri di Pisa” alludendo a quell’aforisma in cui si dice che i ladri di giorno litigano fra di loro e alla notte vanno a rubare insieme. È una guerra guerreggiata dove chi ne fa le spese è la popolazione, mentre i ladri si spartiscono i profitti. Occorre un soggetto esterno.

In ogni caso, capisco che Ucraina e Israele siano oggi il focus dei problemi come prima era l’Afghanistan e che il nostro Paese non sia mai una priorità, ma temo che qualcuno sottovaluti il caso. L’Occidente non capisce, come dico dal primo giorno, che il golpe teleguidato da Pechino è uno dei gangli strategici su cui si può arginare la potenza cinese.
Qui – per un lungo retaggio storico – nessuno ama i cinesi. Il “grande vicino” ha sempre fatto paura, l’esperienza del Tibet (stessa etnia e stessa religione dei birmani) lo ha confermato e il fatto che in questi anni i cinesi si siano appropriati di molte aziende birmane (piccole, medie e grandi) lo ha rafforzato. Oggi probabilmente non si arriverebbe all’annessione come per il Tibet ma la sostanza è quella. Non è necessario. Si può controllare un Paese senza necessariamente invaderlo.

Ricordiamo tutti l’esperienza dei Paesi dell’Est Europa. Infatti, quando i poteri esecutivo, legislativo, giudiziario sono in una sola mano, basta controllare quella mano. Salvo poi intervenire se quella mano non risponde ai diktat (Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia).
E questo è intollerabile per chi, anche se per pochi anni, ha vissuto in libertà, seppur condizionata. Insomma la gente desidera la libertà: magari non sul modello occidentale tout court, ma in salsa orientale (leggasi “Thailandia”). Mi auguro di risentirci.
(Un lettore dal Myanmar)
Lettera firmata Pubblicato 5 Agosto 2025 ilSussidiario.net