2025 08 13 Risvegliamoci! Il mondo brucia!!!

HAITI - la situazione della popolazione di Haiti è sempre più disperata.
INDIA - Accusati di conversioni religiose: preti, suore e un catechista picchiati nella stazione missionaria di Gangadhar
INDONESIA - Attacchi a chiese e scuole cristiane, appello al Governo dei Vescovi cattolici e di altri rappresentanti di comunità religiose
Giulio Meotti: MOZAMBICO - Le sabbie bianche, i turisti europei e i cristiani decapitati
Fonte:
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HAITI - la situazione della popolazione di Haiti è sempre più disperata.

Papa Leone Angelus di domenica 10 agosto 2025
Invece la situazione della popolazione di Haiti è sempre più disperata. Si susseguono notizie di omicidi, violenze di ogni genere, tratta di esseri umani, esili forzati e sequestri. Rivolgo un accorato appello a tutti i responsabili affinché gli ostaggi siano liberati immediatamente, e chiedo il sostegno concreto della comunità internazionale per creare le condizioni sociali e istituzionali che permettano agli haitiani di vivere in pace.

L’arcivescovo di Haiti: “Nel Paese il crimine non conosce più limiti”
Il ringraziamento di monsignor Max Leroys Mésidor per le parole del Papa all’Angelus del 10 agosto, per il “grido a favore del popolo haitiano”. Nel luogo più povero delle Americhe persino i funerali sono diventati merce di scambio per arricchire le bande criminali. Solo nei primi sei mesi del 2025 oltre tremila persone sono state uccise

“La Conferenza episcopale di Haiti ringrazia il Santo Padre, Papa Leone XIV, per questo grido a favore del popolo haitiano e per questo appello alla comunità internazionale affinché si occupi maggiormente e concretamente della situazione di Haiti”: esordisce così monsignor Max Leroy Mesidor, arcivescovo di Port-au-prince, parlando ai media vaticani. Le parole pronunciate ieri dopo l’Angelus dal pontefice, che ha chiesto di liberare “immediatamente gli ostaggi” e ha ribadito la necessità del “sostegno concreto della comunità internazionale” per Haiti, hanno squarciato il velo dell’indifferenza su una crisi che il mondo tende a relegare ai margini della cronaca ma che, invece, fa parte di una “terza guerra mondiale a pezzi” capace di divorare non solo vite e speranze, ma persino anime.

I funerali come merce di scambio
Nel Paese più povero delle Americhe, ormai piegato dal dominio delle gang armate, anche i funerali sono diventati merce di scambio: per seppellire un familiare occorre pagare una tassa ai gruppi criminali che controllano cimiteri e processioni funebri. (…) Nel 2021 ad Haiti un funerale costava 100.000 gourde, 762 dollari. Oggi il minimo è di 200.000 gourde, circa 1.523 dollari. Non a causa dell’inflazione, bensì a causa dello strapotere criminale che domina ogni angolo della capitale e sempre più aree di Haiti.

Una società che sta perdendo il senso della vita
In un Paese in cui, su 11,7 milioni di abitanti, circa il 60 per cento vive in condizioni di povertà, pochissimi possono permettersi di coprire costi simili. Tanto che, nelle zone rurali come Petite-Rivière e Artibonite, pur di evitare i cimiteri controllati dai criminali, le famiglie trasportano le bare a piedi per ore. Ed è proprio questo l’aspetto che l’arcivescovo di Port-au-prince denuncia ai media vaticani: “La Chiesa di Haiti constata che il crimine non conosce più limiti nel nostro Paese. Ne è testimonianza il rapimento di otto persone, tra cui un bambino dell’orfanotrofio Sainte Hélène di Kenscoff. Questo atto di barbarie è uno dei tanti segni del fallimento dello Stato e di una società che sta perdendo il senso della vita e della dignità umana”. I dati più recenti, forniti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), lo confermano: solo nei primi sei mesi del 2025, oltre tremila persone sono state uccise a causa delle violenze criminali. L’agenzia Onu menziona anche la morte di 136 bambini, 185 rapimenti e 628 casi di violenza sessuale: un vero e proprio bollettino di guerra che fa il paio con 1,3 milioni di sfollati, 5 milioni di persone che richiedono assistenza alimentare e 217.000 bambini che soffrono di malnutrizione acuta. “Noi speriamo che questo grido del Papa venga ascoltato dalle autorità haitiane e dalla comunità internazionale — ha aggiunto monsignor Mesidor —. (…)

Gli ultimi sviluppi sul terreno
A partire dallo scorso marzo, la violenza si sta estendendo oltre la capitale verso il confine, per controllare le strade principali attraverso cui avviene gran parte del traffico illegale di armi e di esseri umani, e verso i dipartimenti di Artibonite e Centre, dove sono state sfollate rispettivamente 92.000 e 147.000 persone. Le autorità hanno ora deciso di instaurare lo stato di emergenza nelle province Ouest, Artibonite e Centre, per tre mesi. La principale difficoltà rimane però che oggi, oltre ai traffici illegali, le bande criminali riescono a controllare l’accesso all’acqua, al carburante e alle derrate alimentari, imponendo persino tasse alla popolazione e instaurando un vero e proprio potere parallelo. Disoccupazione giovanile, mancanza di istruzione e di fiducia nei confronti della politica, dunque una generale assenza di prospettive spingono molti giovani a diventare parte delle gang, dove trovano reddito, appartenenza, ma soprattutto riconoscimento.

Un grido per il cuore degli haitiani
Ecco perché, ha concluso monsignor Mesidor, “il grido del Santo Padre deve risuonare anzitutto nel cuore degli haitiani, poiché spetta in primo luogo a noi organizzare il Paese con un progetto comune, promovendo il dialogo nella nonviolenza e nella giustizia. Affinché vi sia un dialogo, affinché vi sia una conferenza nazionale, occorre che le armi tacciano. Occorre rinunciare alla violenza”. Infine, l’arcivescovo di Port-au-prince ha ringraziato “di cuore Papa Leone. Uniamo la nostra preghiera alla sua, perché Dio aiuti il popolo haitiano a liberarsi di tutte le catene che ostacolano il suo sviluppo. Specialmente la violenza dei gruppi armati, la mancanza di coscienza patriottica e le lotte meschine per il potere e il denaro”. Il suo auspicio finale è rivolto tutto a questo Giubileo della speranza, affinché possa “rafforzare la fede del popolo di Dio che è ad Haiti. Possa il Giubileo portare un tempo di grazia e di benefici per noi haitiani, haitiani. Perché la speranza in Dio non delude mai” (Olivier Bonnel e Guglielmo Gallone - Vatican News 11 agosto 2025)

L’intervento del Papa è avvenuto dopo il sequestro nei giorni scorsi di nove persone

Haiti - rapite nove persone: tra loro una missionaria e un bimbo disabile
Un commando armato ha assaltato l’orfanotrofio Sainte-Hélène di Kenscoff a sud-est della capitale Port-au-Prince sequestrando la missionaria irlandese Gena Heraty, sette operatori e un bambino disabile di tre anni.
Nove persone sono state rapiti da un gruppo armato che la notte del 4 agosto ha fatto irruzione in un orfanotrofio a sud della capitale di Haiti, tra loro ci sono la missionaria irlandese Gena Heraty, che da oltre 30 anni opera con l’organizzazione “Nos Petits Frères et Sœurs”, sette operatori haitiani e un bambino di tre anni con disabilità. Gli assalitori, secondo quanto riportano fonti locali, hanno sfondato un muro di recinzione e sono entrati nell’edificio senza sparare colpi. Subito dopo l’irruzione, hanno costretto, sotto minaccia, gli ostaggi a lasciare la struttura a piedi. La polizia, intervenuta solo dopo l’allarme lanciato dal personale rimasto nella struttura, ha avviato ricerche nell’area, ma finora senza risultati. Al momento, non ci sono state né rivendicazioni, né richieste di riscatto.

Un Paese in pieno collasso istituzionale
Quanto accaduto è l’ennesimo episodio che testimonia come Haiti sia intrappolata in una spirale di violenza. La crisi nel Paese è il frutto di un lungo vuoto di potere seguito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021. Dal 2024 la capitale Port-au-Prince è di fatto sotto il controllo delle bande armate, costringendo l’ex premier Ariel Henry a dimettersi e portando alla formazione di un Consiglio presidenziale di transizione, oggi guidato dal primo ministro ad interim Didier Fils-Aimé. Le gang hanno esteso la loro influenza ben oltre la capitale, mentre la polizia nazionale, numericamente e logisticamente insufficiente, fatica a garantire ordine e sicurezza. In questo scenario, le istituzioni sono sempre più marginali, e la popolazione vive sotto una minaccia costante di violenze, estorsioni e rapimenti. Per queste ragioni tutto il Paese sta attraversando una delle crisi umanitarie più estreme. (Sara Costantini – Vatican News 04 agosto 2025)

Haiti, nuova escalation delle violenze nella prima metà del 2025
Più di 3 mila morti per le violenze solo tra gennaio e giugno del 2025. L’Onu certifica una nuova escalation della crisi, alla periferia della capitale Port-au-Prince ma anche in altre regioni dove lo Stato fa estrema fatica a controllare il territorio. Scarsi i risultati della missione multinazionale dispiegate circa un anno fa nel Paese carabico.
Oltre 3 mila persone sono state uccise nei primi sei mesi del 2025 ad Haiti a causa delle violenze delle bande criminali sempre più dilaganti. Il drammatico dato, contenuto in un rapporto diffuso nei giorni scorsi dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), torna a gettare luce sulla “crisi dimenticata” nel Paese più povero delle Americhe. Oltre 5 mila sono i morti dallo scorso ottobre: un vero e proprio bollettino di guerra che fa il paio con le centinaia di migliaia di sfollati in varie parti del Paese caraibico. Tra queste vittime anche 136 bambini.

L’assenza dello Stato
Le violenze, denuncia l’Onu, sono aumentate in particolare alla periferia ovest della capitale Port-au-Prince, ma anche in altri Dipartimenti come quello Centrale, l’Artibonite, Ganthier e Fonds Parisien, dove negli ultimi mesi si è registrata un’ulteriore pericolosa escalation. “Gli abusi dei diritti umani fuori da Port-au-Prince si stanno intensificando nelle aree dove la presenza dello Stato è estremamente limitata”, ha denunciato il coordinatore umanitario dell’Onu ad Haiti, Ulrika Richardson. La scarsa capacità di controllo da parte dello Stato è, almeno dal 2021, il problema cronico che ha causato il dilagare della violenza delle gang, che ormai controllano ampie parti del Paese incluso più del 70% di Port-au-Prince. Lo scorso 24 giugno è passato un anno dal dispiegamento della missione multinazionale, guidata dal Kenya su autorizzazione dell’Onu, per sostenere le autorità locali nel ripristinare la sicurezza. Una missione che fatica a raggiungere risultati tangibili a causa degli scarsi finanziamenti che la sostengono.
(Valerio Palombaro 13 luglio 2025 Vatican News)

TESTIMONIANZA

HAITI - La situazione umanitaria rimane catastrofica ma la popolazione haitiana continua a sperare in un futuro dignitoso

“Dietro ogni numero c’è una persona la cui sofferenza è incommensurabile: bambini, madri, anziani, molti dei quali costretti a lasciare le proprie case più di una volta, spesso con solo i vestiti che indossavano, e che ora vivono in condizioni né sicure né sostenibili”.
Sono dichiarazioni che Amy Pope, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ha rilasciato in seguito alla pubblicazione del Rapporto lo scorso 11 giugno, nel quale è emerso che quasi 1,3 milioni di persone sono attualmente sfollate dal loro caso a causa della violenza ad Haiti, il numero più alto nella storia di questo Paese, pari a 11,5 milioni di persone. (…)
Ad Artibonite, il più grande dei 10 dipartimenti del paese, le violenze nel solo comune di Petite Rivière, con una popolazione di circa 200.000 abitanti, hanno costretto oltre 92.000 persone a lasciare le proprie case. Ancora più allarmante la situazione nel dipartimento di Centro. Gli scontri in città con meno di 200.000 abitanti, come Mirebalais e Saut-d’Eau, hanno più che raddoppiato il numero di persone in movimento in soli due mesi, passando da circa 68.000 a oltre 147.000. Molte persone ora si trovano a vivere senza accesso a cure mediche, acqua potabile e scuole, lasciando famiglie già vulnerabili in difficoltà a sopravvivere, sottolinea l’OIM. Con l’aumento delle persone costrette ad abbandonare il paese, il numero di campi di sfollati spontanei continua ad aumentare. Da dicembre, questi campi sono aumentati da 142 a 246.

In questo clima di sofferenza, dolore, crisi, abbandono non mancano iniziative a favore della popolazione. Tra queste, “Muoviamoci per Haiti”, una corsa podistica/camminata nell’area del Parco Fluviale Gesso-Stura che si terrà mercoledì 2 luglio, organizzata da un gruppo di amici di padre Massimo Miraglio missionario camilliano originario di Borgo San Dalmazzo, Cuneo, che da quasi vent’anni vive e lavora ad Haiti, in una delle realtà più povere e tormentate del Centro America. L’intero ricavato della manifestazione sarà destinato al progetto “Una rete di sentieri per lo sviluppo umano ed economico”, che il missionario porta avanti da alcuni mesi nella parrocchia di Pourcine/Pic Makaya di cui è parroco (vedi Agenzia Fides 25/9/2024). Lo stesso padre Massimo aveva comunicato il termine della prima fase dell’intervento di pulizia e manutenzione di alcuni dei sentieri per permettere alla gente di spostarsi con maggiore sicurezza e rapidità e favorire lo sviluppo economico e sociale dell’area (vedi Agenzia Fides 19/3/2025).
“Adesso - scrive p. Massimo - siamo ai primi giorni d’esami finali per l’anno scolastico 2024-25 alla scuola Parrocchiale materna ed elementare di Pourcine-Pic Makaya”. Un anno si sta chiudendo con soddisfazione ma tanto è il lavoro che resta ancora da fare.” Insieme alla scuola vanno avanti anche gli altri progetti avviati dal missionario, come i corsi di alfabetizzazione per gli adulti, la casetta per gli ospiti, la reintroduzione della coltivazione del caffè, le piantagioni di fagioli, l’acquedotto, oltre ai tanti momenti di socializzazione e vita comunitaria. (AP) (Agenzia Fides 17/6/2025)

INDIA - Accusati di conversioni religiose: preti, suore e un catechista picchiati nella stazione missionaria di Gangadhar

In un attacco che i Vescovi cattolici di rito latino dell’India hanno definito “inquietante e sfacciato, circa 70 membri del Bajrang Dal (letteralmente “Brigata di Bajrangbali”, è un’organizzazione militante Hindutva che forma l’ala giovanile del Vishva Hindu Parishad, ovvero il Consiglio Mondiale degli Indù, ndr) hanno teso un’imboscata e aggredito due sacerdoti cattolici, un catechista e due suore nei pressi del villaggio di Gangadhar”, dove sorge una stazione missionaria appartenente alla parrocchia di Jaleswar. Tutti sono stati “accusati falsamente di conversioni religiose”.
I fatti risalgono al 6 agosto, quando padre Nirappel, parroco di Jaleswar, e padre Jojo della parrocchia di Joda, nella diocesi di Balasore, si sono recati alla missione di Gangadhar per una Messa di suffragio in occasione del secondo anniversario della morte di due cattolici locali. Insieme a due suore e a un catechista, il gruppo è arrivato al villaggio intorno alle 17. La funzione è stata celebrata dopo le 18, al rientro dei contadini dai campi durante la stagione di semina in corso.

Mentre lasciavano il villaggio, verso le 21, l’attacco. “A meno di mezzo chilometro dal villaggio, in un tratto di strada stretto e alberato, ci aspettava un gruppo di circa 70 uomini del Bajrang Dal”, ha raccontato padre Lijo secondo quanto riportato da un comunicato della Conferenza Episcopale dei Vescovi Cattolici dell’India di rito latino (CCBI), aggiungendo: “Hanno preso di mira per primo il nostro catechista, che era in moto. Lo hanno picchiato brutalmente, smontato la moto, svuotato il serbatoio e gettato via il mezzo”.
Gli aggressori si sono poi rivolti all’auto dei sacerdoti, fermandola con la forza e urlando insulti. “Ci hanno aggrediti fisicamente, spingendoci, strattonandoci e picchiandoci duramente. Ci hanno preso a pugni, sequestrato i telefoni cellulari e continuavano a gridare che volevamo trasformarli in americani, convertendoli con la forza. Urlavano: Non potete più fare cristiani”, ha proseguito il sacerdote.
Nonostante le donne del villaggio supplicassero il gruppo e chiarissero che sacerdoti e suore erano stati invitati per un momento di preghiera, gli aggressori non si sono fermati. “Era un’imboscata premeditata. Si sono portati dietro i loro media per costruire una narrazione falsa dei fatti”, ha dichiarato padre Lijo.
Dopo circa 45 minuti, sul posto è arrivata una squadra di poliziotti. Tuttavia, anche alla presenza delle forze dell’ordine, la folla ha continuato con le proprie invettive. Padre Lijo ha informato gli agenti che i loro telefoni erano stati sottratti con la forza, ma nessuno nel gruppo ha ammesso di averli o li ha restituiti. “La polizia ha poi detto al gruppo che ci avrebbero portato in centrale per un interrogatorio, ma in realtà ci stavano solo mettendo in salvo da ulteriori violenze”, ha concluso padre Lijo, già direttore della Balasore Social Service Society (settore diocesano che si occupa del sociale) profondamente amareggiato dall’accaduto: “Non avrei mai immaginato che qualcosa del genere potesse accadere nell’area di Jaleswar. Stavamo semplicemente svolgendo una funzione e siamo stati attaccati e umiliati con accuse infondate. Anche i media sono complici. Non verificano i fatti. Questa falsa narrazione deve essere sostituita dalla verità”. (Agenzia Fides 8/8/2025)

Orissa, aggressione a sacerdoti: la Chiesa indiana denuncia clima di intolleranza
La Conferenza episcopale cattolica indiana ha condannato l’attacco avvenuto il 6 agosto a Jaleswar, dove due sacerdoti e un catechista sono stati picchiati da una folla di circa 70 persone con false accuse di conversioni forzate, mentre le suore che li accompagnavano sono state salvate da donne del villaggio. Per l’arcivescovo Vincent Aind si tratta di una strategia più ampia per intimidire le minoranze nei territori governati dal BJP.

La Conferenza Episcopale Cattolica Indiana (CBCI) ha espresso il proprio dolore e condannato il terribile attacco subito da due sacerdoti cattolici e un catechista a Jaleswar, nello Stato dell’Orissa. L’episodio, avvenuto il 6 agosto, è considerato parte di una serie di violenze contro le minoranze cristiane che riflette un clima di “crescente intolleranza nel Paese”. (…)
L’arcivescovo Vincent Aind di Ranchi ha dichiarato ad AsiaNews che, a suo avviso, l’attacco è parte di “una strategia più ampia che si sta attuando in molti altri Stati, specialmente quelli governati dal BJP”, il partito ultranazionalista indù da cui proviene anche il primo ministro Narendra Modi. “Si tratta di creare una situazione di disordine pubblico, ma soprattutto di minacciare e disturbare le minoranze. In realtà, è un attacco ai diritti costituzionali”, ha affermato. L’arcivescovo ha aggiunto che per i cristiani “fa parte della nostra storia. Abbiamo affrontato persecuzioni di vario genere e, in un certo senso, siamo preparati ad affrontarle. Questa è la croce che siamo chiamati a portare, come il Signore ci chiede”. e ha aggiunto: “Siamo pellegrini e persone sempre piene di speranza, indipendentemente da ciò che accade nel presente”. (…)
(di Nirmala Carvalho Asia News 09/08/2025)

INDONESIA - Attacchi a chiese e scuole cristiane, appello al Governo dei Vescovi cattolici e di altri rappresentanti di comunità religiose

Agire “con fermezza contro chiunque adotti comportamenti intolleranti, tanto più se accompagnati da atti di violenza che costituiscono reati penali. Nessuno deve essere lasciato impunito se compie atti anarchici, specialmente se colpiscono attività di preghiera e culto in qualsiasi parte del territorio indonesiano”. Questo l’appello che la Conferenza episcopale indonesiana ha rivolto al Governo centrale di Giacarta a seguito di diversi “attacchi” subiti negli ultimi mesi da luoghi di culto e istituzioni legate alle comunità ecclesiali. (…)

Il riferimento non è solo a chi si oppone alla costruzione di chiese ma anche al blitz avvenuto pochi giorni fa in una scuola cristiana protestante e la recente distruzione di diversi luoghi di culto cristiani. “Le forze dell’ordine e gli organi giudiziari - si legge ancora nel documento - devono prevenire e indagare a fondo su ogni atto criminale, violento, di rifiuto, ostacolo o distruzione di luoghi utilizzati per la preghiera e il culto da parte dei cittadini indonesiani”.

Per tutti i rappresentanti delle religioni che hanno sottoscritto l’appello, “il Governo, sia centrale che locale, insieme al Forum per l’Armonia Religiosa (FKUB) e a tutte le componenti della società, deve impegnarsi a preservare la tolleranza e a garantire che i luoghi di preghiera e culto siano spazi di pace, sicurezza e dignità”. Dal canto loro, “i leader religiosi devono invitare i propri fedeli a non lasciarsi provocare da istigazioni divisive e a vivere la propria fede in modo pacifico, armonioso e tollerante”.

“Per noi, il verificarsi di diversi episodi di aggressione, divieto/rifiuto e disturbo nei confronti delle attività di preghiera e culto rappresenta un grave danno alla costruzione della tolleranza e della convivenza pacifica. Qualsiasi forma di intimidazione, violenza o restrizione unilaterale delle attività religiose costituisce una violazione della legge e una distruzione dei valori fondamentali della convivenza come cittadini di una stessa nazione”, hanno concluso. (F.B.) (Agenzia Fides 7/8/2025)

MOZAMBICO - Le sabbie bianche, i turisti europei e i cristiani decapitati
Mentre gli occidentali se la spassano in eco-lodge fra creme solari e cocktail, a pochi chilometri distanza ai cristiani tagliano la testa. Ma ai cani di Pavlov delle nostre élite non interessa
di Giulio Meotti (11 agosto 2025)

Mentre i turisti occidentali sorseggiano cocktail su spiagge di finissima sabbia bianca sotto il sole del Mozambico, a pochi chilometri di distanza i cristiani sono decapitati e le famiglie cristiane fuggono per salvarsi la vita, costrette a convertirsi all’Islam sotto la minaccia delle armi.
Non è Gaza, non ci sono ong, non c’è l’Onu, non ci sono i media e non c’è di mezzo Israele. Ci sono soltanto sabbie bianche e decapitazioni.

I terroristi islamici stanno decapitando bambini a Cabo Delgado in un paese in maggioranza cristiano. Una madre ha dovuto guardare mentre al figlio di 12 anni veniva tagliata la testa. “Quando tutto è iniziato, ero a casa con i miei quattro figli. Abbiamo cercato di scappare nel bosco ma hanno preso mio figlio maggiore e lo hanno decapitato. Non abbiamo potuto fare nulla perché saremmo stati uccisi anche noi”.
Più di 50 persone decapitate in un campo di calcio.
Si decapita anche nelle strade.
Il vescovo Luiz Fernando Lisboa della diocesi di Pemba ha raccontato che bruciano le chiese e uccidono chi si rifiuta di unirsi a loro. “Hanno assalito la chiesa e bruciato i banchi e una statua della Madonna, fatta di ebano. Hanno distrutto un’immagine del Sacro Cuore di Gesù, a cui è dedicata la parrocchia”. Attacchi anche contro un monastero benedettino.
I cristiani vengono identificati e separati. Coloro che rifiutano di convertirsi all’Islam vengono uccisi sul posto, spesso tramite decapitazione.
Un “genocidio silenzioso”.
Le chiese sono incendiate, spesso con i fedeli ancora dentro.
Donne e ragazze cristiane sono rapite, costrette al matrimonio o alla schiavitù sessuale.
I ragazzi cristiani sono rapiti per essere addestrati come bambini soldato.
Gli abitanti dei villaggi sono sfollati in massa, fuggono nelle foreste, si nascondono tra le rovine o camminano per giorni in cerca di sicurezza.

Ma Pemba, capoluogo di Cabo Delgado, è anche una porta d’accesso turistica allo splendido arcipelago delle Quirimbas.
Isole come Ibo, Matemo e Quilálea offrono agli occidentali “eco-lodge di lusso”, “centri di immersioni subacquee” e “veleggiate di lusso”. Da questi resort, gli ospiti possono ammirare il tramonto sull’Oceano Indiano, ignari che i cristiani sono decapitati a poche decine di chilometri nell’entroterra.

Vi chiederete perché nessuno parla.
Parte della risposta risiede nel blackout mediatico e di civiltà. Non ci sono telecamere nei villaggi, nessuna ong, nessun hashtag sui social per amplificare le sofferenze. E forse, cosa più inquietante, perché le vittime sono cristiani poveri e rurali che non corrispondono alla narrativa dell’Occidente liberal e chi li uccide non indossa la stella ma la mezzaluna.
Perché colpire lì? Secondo il Global Terrorism Index diffuso dalla BBC, il “centro di gravità” dell’islamismo si è spostato dal Medio Oriente all’Africa. “7 dei 10 paesi con il maggiore aumento di terrorismo sono nell’Africa subsahariana: Burkina Faso, Mozambico, Congo, Mali, Niger, Camerun ed Etiopia”.
Un rapporto dell’Africa Center for Strategic Studies (ACSS) parla di 22.000 vittime in un anno.
Questa settimana in Nigeria 27 cristiani sono stati uccisi nel villaggio di Bindi Ta-hoss, i cui residenti sono prevalentemente cristiani. Il testimone oculare Solomon Sunday ha rivelato: “Ho consigliato alla mia famiglia di cercare rifugio in chiesa, mi è sembrato il posto più sicuro. Ho perso mia moglie e la mia seconda figlia nell’attacco; sono state bruciate vive”. (…)
Sapevate che 652 bambini sono morti di fame in Nigeria negli ultimi sei mesi? Sapevate che nel nord-est di quella nazione arretrata, dove infuria un’insurrezione jihadista e gli aiuti internazionali scarseggiano, una fame selvaggia perseguita il territorio?
Non vergognatevi se non ne avete sentito parlare. Pochi ne hanno sentito parlare. Perché è stato spietatamente relegato ai livelli più bassi della gerarchia delle preoccupazioni umane, da quella che può essere descritta solo come la folle infatuazione per Gaza delle nostre élite israelofobiche.
Una febbrile fissazione morale: odiare Israele è diventato la principale fonte di virtù morale per le persone influenti d’Occidente, i nuovi cani di Pavlov. (…)

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