2025 07 30 I martiri cristiani in Congo RD

CONGO RD MASSACRO DI CRISTIANI: “Uccisi mentre celebravano il Giubileo”
CONGO RD - Profanata una chiesa da parte di un gruppo armato alleato dell’esercito
GAZA - È stato distrutto il centro medico della Caritas a Deir al-Balah
PAKISTAN - Un cattolico arrestato per falsa accusa di blasfemia
NIGERIA - “In Nigeria esiste un sinistro intento da parte delle autorità di islamizzare il Paese”.
TESTIMONIANZA NIGER - cattolici in fuga da case e villaggi
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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CONGO RD - “Uccisi mentre celebravano il Giubileo”
A colpi di machete e armi da fuoco sono stati uccisi cristiani cattolici, membri del movimento di Azione Cattolica - Croisade eucharistique della parrocchia Bienheureuse Anuarite di Komanda, nella diocesi di Bunia. 32 morti: papà, mamme, spesso entrati nel movimento da giovani, e poi bambini.

Questo quanto accaduto nella notte fra sabato 26 e domenica 27 luglio a Komanda, cittadina della Diocesi di Bunia situata nella provincia dell’Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. A compiere il massacro un gruppo di ribelli affiliati allo Stato Islamico che, oltre ad assaltare la chiesa cattolica hanno seminato morte e distruzione nell’intero centro abitato, distruggendo case e negozi, questi ultimi dati alle fiamme.

“Uccisi mentre celebravano il Giubileo”, il vicario racconta la strage nella chiesa a Komanda

Don Dieudonné Liringa parla ai media vaticani dalla parrocchia congolese di Bienheureuse-Anuarite presa d’assalto domenica notte da milizie dell’ADF che hanno massacrato decine di persone mentre celebravano il loro Giubileo. Aggiorna il bilancio delle vittime: 32 morti, 24 dei quali sepolti oggi, 28 luglio, nella fossa comune, sul terreno della parrocchia stessa. “Sono stati massacrati perché seguivano il Signore, a causa della loro fede”.

Il vicario parrocchiale di Bienheureuse-Anuarite, nel villaggio di Komanda, nella Repubblica Democratica del Congo, ricostruisce con i media vaticani la strage di domenica notte ad opera dei membri delle Forze Democratiche Alleate (ADF) che, dal suo racconto, ha causato 32 morti, tra cui diversi bambini. Questa la testimonianza di Don Dieudonné Liringa che oggi ha concelebrato i funerali.

Ci racconta la dinamica della strage?
Da venerdì 25 luglio, i giovani della Crociata Eucaristica erano qui in parrocchia per iniziare i preparativi per il Giubileo dell’indomani. Hanno trascorso la notte qui. Hanno preparato la messa serale e terminato la novena che avevano iniziato. Sabato 26 luglio c’è stata la messa del giubileo d’argento, per celebrare i 25 anni dall’arrivo qui a Komanda del movimento di Azione Cattolica, Crociata Eucaristica. Dopo la messa c’è stata una festa. E dopo la festa, la delegazione della diocesi è partita per Bunia e noi siamo rimasti a Komanda. La sera, i giovani sono andati a riposarsi verso le 20.45. Anche noi della comunità siamo andati a dormire. Verso l’una di notte uno dei confratelli mi ha chiamato al telefono per dirmi che c’era un incendio nel quartiere. Allora mi sono alzato, sono uscito per vedere cosa stava succedendo e c’erano degli spari. Non c’era modo di uscire dalla comunità. Siamo rimasti lì fino alle 4.40. Dopo aver chiamato alcune persone al telefono, le reti mobili sono state interrotte. Più tardi siamo usciti per vedere cosa fosse successo durante la notte. Abbiamo incontrato alcuni che ci hanno detto che la crociata di Komanda era finita. È stato allora che abbiamo capito che i nostri giovani, le nostre mamme, i nostri papà che erano venuti per il Giubileo, erano stati massacrati. Siamo andati nel luogo dove avevano trascorso la notte, a circa 500 metri dalla chiesa parrocchiale, in una delle grandi sale che la parrocchia utilizza sulla strada nazionale, poi sono arrivati i militari per contare i corpi. Alcune persone respiravano ancora, le abbiamo mandate all’ospedale. Anche altre persone ferite sono state portate in ospedale. Per tutta la giornata di domenica abbiamo cercato di capire cosa fare, aspettando le autorità fino a quasi mezzogiorno. Poi abbiamo seppellito i corpi. Abbiamo aspettato fino ad oggi perché bisognava scavare le tombe e celebrare una messa per accompagnarli.

Chi sono le vittime?
Le vittime sono cristiani cattolici, membri del movimento di Azione Cattolica - Croisade eucharistique della parrocchia Bienheureuse Anuarite di Komanda, nella diocesi di Bunia. Tra le vittime ci sono papà, mamme, spesso entrati nel movimento da giovani, e poi bambini. Ci sono anche bambini che non troviamo più. Sono dispersi. Ma secondo quanto raccontano i bambini che sono tornati, che sono riusciti a sfuggire dalle mani dei rapitori, ci sono ancora bambini in giro. Anche adesso, qui, c’è un bambino che è tornato e ci ha detto che è riuscito a intrufolarsi nella boscaglia e ha trascorso la notte lì. Oggi è tornato a casa sua.

Perché hanno preso di mira proprio loro?
Abbiamo cercato di capire perché sono venuti ad attaccare i giovani, i membri del movimento Crociata Eucaristica della Chiesa. Chi li aveva informati della presenza di queste persone? Non lo capiamo. Hanno attaccato i membri di questo movimento mentre dormivano, li hanno massacrati. Sono stati uccisi perché erano miti. Sono stati uccisi perché seguivano il Signore, a causa della loro fede, perché hanno accettato di venire a celebrare questo Giubileo. E sono morti. Sono vittime della loro fede in Cristo presente nei Sacramenti.

Quante sono le vittime?
La parrocchia conta 32 morti, 24 sono stati sepolti oggi nella fossa comune, sul terreno della parrocchia stessa. Gli altri 8 corpi sono stati recuperati dalle loro famiglie.
(Antonella Palermo in collaborazione con Jean-Charles Putzolu Vatican News 28 07 2025)

Le forze di polizia locale riferiscono di oltre 40 morti (19 donne, 15 uomini e nove bambini). Volontari sono all’opera per seppellire i morti in una fossa comune all’interno del terreno consacrato della chiesa. Quello avvenuto la scorsa notte è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi. Solo pochi giorni fa, sempre in un centro abitato della Diocesi di Bunia era stata profanata una chiesa (vedi sotto) mentre poco prima dell’assalto alla parrocchia di Komanda era stato attaccato il villaggio di Machongani.

Gli attacchi, stando a quanto riferito da media locali, sono stati compiuti da membri della Forza Democratica Alleata (ADF), armati con fucili e machete. L’est del Congo ha subito attacchi mortali negli ultimi anni da parte di gruppi armati, tra cui l’ADF e ribelli sostenuti dal Ruanda. L’ADF, che ha legami con lo Stato Islamico, opera nella zona di confine tra Uganda e Congo e prende spesso di mira i civili. Il leader Jamil Mukulu, cristiano convertito all’Islam, fuggì in Kenya; arrivò Yusuf Kabanda che si legò a un gruppo ribelle ugandese laico, l’Esercito Nazionale per la Liberazione dell’Uganda-Nalu. Il nemico comune è il presidente ugandese Yoweri Museveni. Dopo la perdita, nel 2000, dell’alleato Nalu, il gruppo si radicalizzò e divenne sempre più aggressivo contro le popolazioni locali.
L’esercito congolese (FARDC) ha a lungo avuto difficoltà a contenere il gruppo, specialmente nel contesto del rinnovato conflitto con il movimento ribelle M23. Nel 2019, le ADF hanno giurato fedeltà ai jihadisti dello Stato Islamico, che le presenta come la sua “provincia dell’Africa centrale” (ISCAP) e rivendica alcune delle loro azioni.

Media locali parlano di migliaia di famiglie fuggite dalle loro abitazioni: i quartieri di Base, Zunguluka, Umoja e Ngombenyama, considerati i più esposti, sono completamente deserti.
Questi profughi si aggiungono ai già 20mila rifugiati che hanno raggiunto Bunia dopo un attacco avvenuto nel territorio di Djugu, più a nord, che da diversi giorni vivono nella cittadina in insediamenti di fortuna. Secondo il Municipio di Bunia, oltre 2.400 sfollati vivono presso famiglie ospitanti, che a loro volta vivono in condizioni estremamente precarie. Il timore di epidemie e mortalità legate alla mancanza di acqua e cibo ha messo in allarme le autorità.
(F.B.) (Agenzia Fides 28/7/2025)

CONGO RD - Profanata una chiesa da parte di un gruppo armato alleato dell’esercito
Profanata la chiesa cattolica Giovanni da Capistrano di Lopa, nella provincia dell’Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). L’atto sacrilego è stato commesso il 21 luglio nell’ambito di una serie di scontri tra alcuni gruppi armati che si contendono l’area.
Secondo quanto riporta un comunicato della Commissione diocesana “Giustizia e Pace” di Bunia, la profanazione della chiesa è stata commessa da membri della CODECO (Coopérative pour le Développement du Congo)) un gruppo armato che in passato si era reso responsabile di altri atti sacrileghi (vedi Fides 25/9/2024).
Secondo “Giustizia e Pace” il 19 luglio un portavoce dell’esercito regolare congolese (FARDC) aveva annunciato “un’alleanza militare tra le FARDC e la CODECO” per contrastare un’altra formazione armata apparsa da poco nell’area, la Convention pour la Révolution Populaire (CRP). La creazione di questo movimento era stata annunciata a marzo in Uganda, dove si è rifugiato, da Thomas Lubanga, ex capo ribelle condannato dalla Corte Penale Internazionale.
L’annuncio dell’alleanza tra l’esercito regolare e la CODECO, afferma “Giustizia e Pace” è stato subito seguito “da una serie di attacchi coordinati nel Territorio di Djugu contro la CRP”.
Nel corso dell’incursione nei villaggi di Lopa nella tarda mattinata del 21 luglio i ribelli della CODECO hanno profanato la chiesa San Giovanni da Capistrano, il presbiterio e il santuario mariano. Secondo il comunicato firmato don Chrysanthe Ngabu Lidja, direttore della Commissione diocesana “Giustizia e Pace” di Bunia gli atti sacrileghi sono stati: forzamento del Tabernacolo, con le particole dell’Eucaristia scaraventate a terra; saccheggio del santuario mariano; camici, casule e oggetti liturgici gettati a terra. Oltre al trauma subito dai sacerdoti e dalla popolazione durante l’attacco dei ribelli.
Il bilancio provvisorio delle vittime dell’incursione commessa a Lopa dalla CODECO “con l’appoggio delle FARDC” sono di almeno tre morti, oltre al saccheggio di diverse proprietà civili.
(LM) (Agenzia Fides 23/7/2025)

GAZA - È stato distrutto il centro medico della Caritas a Deir al-Balah
La struttura, che è un presidio medico e umanitario fondamentale nel sud della Striscia, è finito nel mirino dei bombardamenti israeliani. La denuncia degli operatori: «Siamo allo stremo»

«Il dottor Jihad, uno dei nostri medici in servizio a Gaza, ci ha raccontato una scena straziante. In attesa di essere medicato, un bimbo non la smetteva di piangere. Pensavano fosse per il dolore o per la paura. Invece era per la fame», racconta Anton Asfar, segretario generale di Caritas Gerusalemme. Fino ad alcune settimane fa, avrebbero potuto sottrarre qualche alimento dalle già risicate scorte per lo staff per attenuargli la sofferenza. Ora, però, non c’è più nulla e il personale si nutre di acqua, sale e te. «Stiamo cercando di fare il possibile per aiutare – prosegue il segretario dell’ente caritativo della Chiesa cattolica della Terra Santa –. Ma siamo sovrastati».
Spesso poi anche i piccoli sforzi messi in atto per alleviare almeno un po’ la catastrofe umanitaria sono vanificati dalla furia bellica.

È quanto accaduto proprio al centro sanitario di Caritas Gerusalemme di Al-Bourqua, a Deir al-Balah, «zona sicura» di Gaza fino a domenica quando i residenti della parte orientale e meridionale della cittadina – un totale di almeno 50mila – hanno ricevuto l’ordine urgente di evacuare.
Subito, gli operatori del principale hub medico per l’assistenza al sud della Striscia, hanno impacchettato le attrezzature e le hanno spostate nel presidio di Nuseirat. La precauzione, però, non ha salvato il centro, danneggiato in modo grave nei combattimenti esplosi poco dopo e andati avanti fino a mercoledì. Carri armati e bulldozer israeliani – racconta Caritas Gerusalemme – hanno fatto irruzione nel circondario, radendo al suolo edifici, alberi, infrastrutture. La struttura sanitaria ha subito danneggiamenti strutturali: garantiva cure di base, supporto psicologico a mamme e bimbi e vaccinazioni anti-polio, per un totale di duecento pazienti al giorno. Si occupava, inoltre, anche della riabilitazione dei mutilati. Almeno fino a marzo quando il governo di Benjamin Netanyahu ha impedito l’entrata di protesi nell’enclave. Il resto filtra con il contagocce o viene bloccato dal lato palestinese dei valichi di Kerem Shalom e Zikim, in attesa che le organizzazioni umanitarie ricevano l’autorizzazione di raccogliere i soccorsi e distribuirli. Problemi logistici, per Tel Aviv: per aggirarli ha autorizzato la ripresa dei lanci di pacchi da parte di altri Paesi. Difficile che siano sufficienti davanti alla «carestia di massa» denunciata da 115 realtà indipendenti, tra cui la stessa Caritas Gerusalemme. «Nella Striscia circola una espressione macabra – sottolinea Asfar – Chiamano «fortunati» quanti sono morti all’inizio della guerra perché almeno è stata risparmiata loro la lenta e umiliante agonia che i vivi devono affrontare». Di fronte a questo scempio, «sì è pervasi da un profondo senso di rabbia e di impotenza. Non lasciamo, però, che questi sentimenti ci paralizzino. Al contrario, da essi traiamo la determinazione a stare al fianco di questo popolo, come dei troppi feriti dalle guerre in corso nel mondo», afferma don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana che sostiene i nove centri medici di Caritas Gerusalemme a Gaza con un contributo di 700mila euro, circa un sesto del costo totale del progetto finanziato dalla rete delle varie Caritas di 5 milioni di euro «Le sofferenze di chi vive la tragedia della guerra ci spinge a credere ancora di più nella pace. E a impegnarci per costruirla», aggiunge don Pagniello.
(Lucia Capuzzi venerdì 25 luglio 2025 Avvenire)

PAKISTAN - Un cattolico arrestato per falsa accusa di blasfemia

Amir Joseph Paul, cattolico pakistano di 60 anni, è l’ultima vittima innocente di accuse di blasfemia. “Il suo caso testimonia per l’ennesima volta la manipolazione della legge, usata per vendette private”, dice all’Agenzia Fides l’avvocato Aneeqa Maria Anthony, impegnta nella Ong “The Voice Society”, che segue il caso. L’avvocato racconta a Fides la vicenda: la denuncia è stata presentata il 19 luglio da Munawar Ali, proprietario di un negozio nel quartiere di Nishat, nel distretto di Lahore. Il denunciante ha affermato che Amir aveva pronunciato commenti offensivi nei confronti del Profeta Muhammad durante una conversazione nel suo negozio. Amir è stato immediatamente arrestato e le indagini sono ancora in corso.
Amir, fratello del sacerdote don Henry Paul, della Chiesa cattolica di San Francesco, si era recato al negozio per delle spese. Nel corso di una conversazione su temi politici e sociali - hanno riferito testimonianze oculari - non vi erano stati riferimenti religiosi o contenuti blasfemi. Ma il negoziante - nota l’avvocato - ha mobilitato nel giro di pochi minuti i religiosi locali per affermare che Amir aveva pronunciato affermazioni blasfeme, fatto smentito dall’imputato e dagli altri presenti.
I residenti locali affermano che l’accusa viene utilizzata impropriamente per un rancore personale legato a una controversia sulle acque reflue tra la casa di Amir e il negozio del denunciante. “È profondamente preoccupante che una disputa personale di piccola entità possa sfociare in un’accusa di blasfemia che mette a rischio la vita di un innocente”, rileva l’avvocato Aneeqa Maria Anthony. Il legale sta monitorando l’indagine, chiedendo la conservazione di tutte le prove disponibili come le telecamere a circuito chiuso e la registrazione delle dichiarazioni dei testimoni oculari. “Questo caso evidenzia il continuo abuso delle leggi sulla blasfemia in Pakistan e l’urgente necessità di riforme per prevenire false accuse”, rileva.
In queste ore la famiglia dell’imputato ei cristiani residenti nel quartiere Nishat sono impauriti e rischiano di subire violenze di massa che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.
(PA) (Agenzia Fides 22/7/2025).

È SOLO L’ULTIMO CASO

PAKISTAN - Cristiani accusati di blasfemia continuano a chiedere giustizia

Da 12 anni Asif Pervaiz, 42enne pakistano di fede cristiana, è in carcere e nel 2020 è stato condannato a morte da un tribunale di Lahore per accusa di blasfemia. Il suo è uno dei tanti casi in cui le accuse sono false e un uomo innocente è stato incastrato. Oggi la sua famiglia denuncia all’Agenzia Fides i ritardi nella giustizia in Pakistan: “Ad aprile scorso, finalmente, grazie all’avvocato Saif-ul-Malook avevano fissato la data per l’appello. Ma il giudice l’ha inaspettatamente cancellata, senza fornire ragioni”, dice Waseem Anwar, fratello del condannato, che con la sua famiglia e la famiglia di Asif Pervaiz ha dovuto spostare la sua residenza per motivi di sicurezza temendo di subire ritorsioni, come può accadere ai parenti delle persone accusate di blasfemia. Waseem Anwar, che lavora in una fabbrica tessile, come il fratello, si sta anche prendendo cura della moglie di Asif e dei suoi 4 figli.
La vicenda che lo ha visto coinvolto è avvenuta nel 2013, nella fabbrica tessile dove Asif lavorava. Qualcuno ha preso il suo cellulare e ha inviato messaggi sms blasfemi. “Lo ha fatto qualcuno dei suoi colleghi di lavoro per motivi di invidia e gelosia e di disprezzo verso i cristiani”, racconta Waseem. “Purtroppo al processo di primo grado, il tribunale ha respinto la sua testimonianza in cui Asif negava le accuse e lo ha condannato a morte”. Asif Pervaiz ha anche spiegato che il supervisore della sua fabbrica lo aveva affrontato, invitandolo a convertirsi all’Islam, ma lui aveva rifiutato. Muhammad Saeed Khokher, il querelante, ha negato di voler convertire Parvaiz. Dopo la condanna in primo grado, faticosamente la famiglia ha cercato supporto per organizzare il ricorso in appello. Ma tuttora non è stato ancora possibile aprire il nuovo processo.
Casi di false accuse di blasfemia, dopo un lungo iter processuale, possono anche, alla fine, avere un esito favorevole”, ricorda a Fides l’avvocato cattolico Khalil Tahir Sandhu, che ha difeso tante vittime in tribunale. “Resta il fatto che gli imputati innocenti possono passare numerosi anni in carcere e le loro famiglie subiscono danni irreparabili, senza alcun risarcimento né punizione per quanti formulano false accuse”, nota.
Tra i casi con esito favorevole, l’8 luglio scorso un tribunale di Lahore ha assolto due giovani cristiani da una falsa accusa di blasfemia, scaturita da una disputa di piccola entità. Adil Babar e Simon Nadeem avevano rispettivamente 18 e 14 anni quando furono accusati nel 2023 e, due anni dopo, sono stati assolti.
Ha fatto scalpore il caso di un cattolico assolto dall’accusa di blasfemia dopo aver trascorso 23 anni in carcere. Anwar Kenneth, oggi 71 anni, fu arrestato nel 2001 per presunta blasfemia e nel luglio 2002 un tribunale di Lahore lo aveva condannato a morte. Nel giugno scorso la Corte Suprema, esaminatore il caos, ha disposto la soluzione riconoscendo la sua malattia mentale.
(PA) (Agenzia Fides 14/7/2025)

APPROFONDIMENTO NIGERIA

Un importante ricercatore e criminologo cattolico nigeriano ha lanciato un duro avvertimento: il cristianesimo potrebbe scomparire dalla Nigeria entro i prossimi 50 anni se la persecuzione dei cristiani continua e se ha successo un programma di islamizzazione.

“In Nigeria esiste un sinistro intento da parte delle autorità di islamizzare il Paese”.

Emeka Umeagbalasi, direttore della Società internazionale per le libertà civili e lo stato di diritto (Intersociety), di ispirazione cattolica, ha rilasciato queste dichiarazioni in seguito al recente attacco al seminario minore dell’Immacolata Concezione nel villaggio di Ivhianokpodi, nella diocesi di Auchi, nello stato di Edo.

Attacco mortale e sequestro in seminario
Secondo una dichiarazione diocesana firmata dal direttore delle comunicazioni, padre Peter Egielewa, alcuni aggressori armati hanno fatto irruzione nel seminario il 10 luglio, poco dopo le 21:00, uccidendo una guardia di sicurezza e rapendo tre seminaristi.
Il vescovo Gabriel Ghiakhomo Dunia, parlando dagli Stati Uniti, dove ha appreso del rapimento, ha esortato i genitori dei seminaristi rapiti a mantenere la calma e a non lasciarsi “sopraffare dalla paura, dalle minacce o dalle intimidazioni”.
Ha sottolineato la minaccia più ampia, osservando: “Queste cose non accadono solo in Seminario. Alcuni seminaristi sono stati persino rapiti dalle loro case durante le vacanze. Dobbiamo rimanere vigili e fare tutto il possibile per proteggerli”.
Il vescovo Dunia ha espresso le sue “più sentite condoglianze alla famiglia del coraggioso ufficiale ucciso”. Ha espresso sorpresa per il fatto che l’attacco sia avvenuto nonostante le misure di sicurezza rafforzate messe in atto dopo un precedente rapimento avvenuto nello stesso seminario il 27 ottobre 2023. In quell’occasione, il rettore del seminario, padre Thomas Oyode, si era offerto come ostaggio al posto di due giovani seminaristi ed era stato rilasciato dopo 11 giorni.

L’ultimo attacco è solo uno dei numerosi recenti incidenti mortali. Gli abitanti del villaggio di Bindi, a maggioranza cristiana, nello stato di Plateau, si sono svegliati alle 3 del mattino del 15 luglio con il fragore assordante degli spari dei pastori fulani jihadisti che attaccavano il loro villaggio. 27 abitanti sono stati uccisi, molti dei quali bruciati vivi nei loro letti.

L’uccisione dei cristiani è diventata una prassi quotidiana in un Paese quasi equamente diviso tra cristiani e musulmani.
“Quello che sta succedendo al cristianesimo in Nigeria è incomprensibile. È davvero, davvero scioccante. E sembra non esserci soluzione”, ha detto Umeagbalasi.
Individuare cifre esatte sui cristiani uccisi e rapiti in Nigeria è difficile a causa della mancanza di dati centralizzati, della complessità della violenza e della diffusa sottostima dei casi. Tuttavia, i rapporti di organizzazioni autorevoli dipingono un quadro fosco: dal 2009, si stima che almeno 60.000 cristiani siano stati uccisi.
Intersociety, in un rapporto del febbraio 2024, ha affermato che la Nigeria è diventata “il secondo Paese al mondo per numero di vittime di genocidio”, con oltre 150.000 morti civili per motivi religiosi dal 2009. Questo bilancio è superato solo dalle vittime della guerra civile in Siria (306.000).
Oltre alle vittime, la violenza ha avuto un impatto devastante: il rapporto di Intersociety riporta anche 18.500 attacchi a chiese, 1.100 comunità cristiane saccheggiate e oltre 15 milioni di cristiani sfollati dalle loro case dal 2009. Inoltre, 2.200 scuole cristiane sono state distrutte e circa 34.000 musulmani moderati sono morti in attacchi islamisti durante questo periodo.
Un’inchiesta della BBC evidenzia che la Nigeria è l’epicentro della violenza anticristiana a livello mondiale: si stima che rappresenti il 90% dei 9.000 cristiani uccisi ogni anno in tutto il mondo per la loro fede.

Un piano per islamizzare la Nigeria
Umeagbalasi ha dichiarato a CWR che, contrariamente alla versione generalmente diffusa secondo cui gli attacchi alle comunità cristiane sono motivati da fattori economici, in particolare dalla lotta per la terra, in Nigeria esiste un sinistro intento da parte delle autorità di islamizzare il Paese.
Tutto iniziò con Boko Haram nel 2009, ma quando Buhari salì al potere, elevò il programma di islamizzazione a politica di Stato, secondo il criminologo nigeriano.
“È pura persecuzione religiosa”, ha detto Umeagbalasi. “Se non è la persecuzione dei cristiani, ditemi quanti emiratini sono stati uccisi, quante moschee sono state distrutte, quanti terreni agricoli di proprietà dei musulmani sono stati distrutti”.
Ha accusato l’ex leader nigeriano, Mohamadu Buhari (morto la scorsa settimana, il 13 luglio) di aver reclutato e armato jihadisti stranieri per scatenare la violenza che i cristiani stanno affrontando oggi. Ha affermato che anche i pastori e i banditi Fulani operano con la complicità del governo nigeriano.
“Il Maggiore Generale in pensione Muhammadu Buhari, una volta diventato Presidente, non ha governato la Nigeria con una visione multiculturale, pluralistica o multireligiosa. Il suo obiettivo era invece quello di islamizzare la nazione “con le buone o con le cattive”. Ha schierato agenti, ha introdotto nemici esterni e reclutato leader inefficaci specificamente incaricati di islamizzare la Nigeria orientale, in particolare il sud-est”, ha affermato Umeagbalasi.
Ha affermato che l’amministrazione Buhari ha facilitato l’ingresso di varie milizie, tra cui la Nasarawa Dokubo Islamist Conquest Volunteer Force, i Mujahideen, i pastori jihadisti Fulani e altri jihadisti, la cui presenza è stata resa possibile dall’apertura delle frontiere nigeriane a partire dal 2017.
“Inoltre, nel 2016, l’amministrazione è stata accusata di aver radicalizzato le forze di sicurezza nigeriane, tra cui la polizia e il Servizio di sicurezza dello Stato (SSS), seguendo linee islamiche”.
Ha sottolineato che il programma di islamizzazione non è cambiato sotto Bola Tinubu e ha osservato che “la persecuzione dei cristiani sta peggiorando perché è diventata un progetto integrante del governo federale”.
Nella parte settentrionale del Paese, dove gli stati sono governati dalla legge islamica (Sharia), “i cristiani affrontano discriminazioni strutturali: difficoltà nel costruire chiese, nell’accesso a determinati diritti o nell’ottenere posizioni pubbliche.
“Sebbene questo non si traduca sempre in violenza diretta, crea un clima permanente di ostilità”, ha detto a CWR.
“La cosa più preoccupante è che, in molti casi, i responsabili agiscono nella più totale impunità. La violenza sta raggiungendo livelli che rasentano la barbarie: villaggi rasi al suolo, intere famiglie assassinate, seminaristi presi di mira e rapiti”, ha affermato.

Un effetto agghiacciante sull’evangelizzazione
Umeagbalasi ha dichiarato a CWR che i continui attacchi contro i cristiani hanno un effetto paralizzante sull’evangelizzazione, nonostante la resilienza dei cristiani nigeriani.
“Nessuno, che sia un vescovo, un seminarista, un prete o un pastore, vuole essere ucciso”, ha affermato.
Eppure, coloro che perpetrano queste uccisioni insensate credono che eliminando il messaggero possano distruggere il messaggio. Questa convinzione è alla base delle loro azioni, ed è una minaccia che dovrebbe allarmarci tutti. Non abbiamo formato sacerdoti al martirio in questo modo. Non abbiamo ordinato seminaristi per questo destino. Non abbiamo consacrato vescovi per questo scopo. E non abbiamo chiamato i nostri laici a essere vittime di tale violenza”, ha detto a CWR.
“Perdere un’anima innocente è una seria minaccia per la sicurezza e l’incolumità di altre persone altrove. Quindi sta già influenzando psicologicamente l’evangelizzazione e il Vangelo”, ha aggiunto, spiegando che nel nord della Nigeria, in particolare nell’entroterra, “non si osa professare il cristianesimo. L’intento di questi assassini è incutere timore nei fedeli cristiani”.
“Se non si prenderanno precauzioni nei prossimi 50 anni, entro il 2075 non ci sarà più cristianesimo in Nigeria”, ha avvertito Umeagbalasi.
(18 luglio 2025 di Ngala Killian, Catholic World Report)

TESTIMONIANZA

NIGER - cattolici in fuga da case e villaggi
Povertà e violenze stanno mettendo sempre più in ginocchio la nazione africana nella quale esattamente due anni fa si è consumato un colpo di Stato militare. La testimonianza del missionario padre Mauro Armanino: “I cattolici stanno scappando. La Chiesa locale è sempre più debole e soferente”

A due anni dal colpo di Stato in Niger — era esattamente il 26 luglio del 2023 quando la guardia presidenziale arrestò il presidente, Mohamed Bazoum, facendo piombare la nazione in una nuova crisi politica, istituzionale ed economica — padre Mauro Armanino continua a denunciare ciò che il resto del mondo si ostina a non voler vedere. E non è un fatto di poco conto perché il religioso della Società delle missioni africane sfida senza timore quella che lui stesso definisce «una cultura del silenzio che impedisce alla gente e ai mezzi di comunicazione di esprimersi liberamente».

Speranze deluse
Dalla capitale Niamey, dove si trova ormai dal lontano 2011, il missionario traccia per i media vaticani l’identikit di una speranza delusa, svanita come neve al sole. «Nonostante il cambio di potere che prometteva rinnovamento e rinascita, la povertà ed il terrorismo continuano a crescere. Come la disillusione della popolazione». Per ora la guerra civile appare uno spettro lontano, sbiadito all’orizzonte. Eppure Armanino è cosciente che la nazione rimane pericolosamente divisa: «Non solo perché gli interessi dei sostenitori del regime precedente sono ancora più vivi che mai ma soprattutto perché i partiti politici sono stati sospesi. E questo non piace a tutti».

Distruzione e morte
A procurare ulteriori divisioni ci pensano i jihadisti che con i loro attentati stanno perpetuando morte e distruzione. Ma i terroristi non utilizzano solo le bombe: «C’è la forsennata occupazione del territorio, ci sono i loro traffici illeciti. Tutto avviene in una dimensione dove i confini tra il pensiero ideologico, quello religioso e quello criminale si confondono fin quasi a sparire».

Clima nebuloso
In un clima politico e sociale così nebuloso ed incerto, l’economia è crollata fino a costringere l’attuale esecutivo a ridurre di diversi miliardi di dollari il bilancio dello Stato. Anche gli aiuti internazionali sono scomparsi. Usa una parola forte, Armanino: «È una catastrofe. La colpa è delle sanzioni severe comminate dai Paesi dell’Africa occidentale e della chiusura delle frontiere, come quella con il Benin, vero toccasana per l’economia del Niger. Un peso, però, ce l’ha avuto anche la cacciata di gran parte delle ong fatte andare via con il pretesto di collusioni con l’estero o con i terroristi. Intanto, la gente soffre. In moltissimi hanno perso il posto di lavoro che avevano con gli enti della cooperazione internazionale o con le ambasciate che hanno chiuso».

Popolo affamato
Se prima del colpo di Stato le persone a rischio fame erano stimate in più di due milioni ai quali andavano aggiunti 450.000 bambini di età inferiore ai 5 anni affetti da malnutrizione acuta, oggi quei numeri andrebbero ricalcolati al rialzo. «Il problema —aggiunge il missionario — è di sopravvivenza. Un catechista che si trova in una zona a pochi chilometri dalla capitale mi ha raccontato che dalla sua cittadina nessuno può uscire per cercare cibo perché è completamente accerchiata da uomini armati. E così accade anche in altre zone limitrofe».

Chiesa in difficoltà
Anche la Chiesa cattolica soffre molto. Ad esempio, ci sono aree dell’arcidiocesi di Niamey dove i preti non possono risiedere e dove i fedeli laici, non potendo assistere alla celebrazione eucaristica, guidano la liturgia della Parola. Migliaia di cattolici, garantisce Armanino, si sono «allontanati e i villaggi si sono svuotati. La Chiesa è diventata ancora più fragile». I cristiani che fuggono si dirigono verso luoghi più sicuri come quelli a Makalondi, a Torodi o nella stessa Niamey. «Essere stati costretti ad abbandonare le proprie terre per loro è molto umiliante. Sono contadini abituati a provvedere autonomamente al loro sostentamento: ora vedersi assistiti sporadicamente come sfollati lo trovano avvilente. Per questo alcuni, quando possono, ritornano nei loro villaggi anche rischiando la vita».

Colpiti al cuore
Numeri certi di quanti cattolici fino ad ora abbiano abbandonato le proprie città non ce ne sono. A spanne, Armanino prova a fare i conti ma sicuramente la stima è da considerare per difetto: «Potrebbero essere circa 15.000 su un totale di 50.000 fedeli in tutto il Niger. A Niamey ci sono rimaste 7 o 8 parrocchie mentre il grosso della presenza era nelle zone rurali come Macalondi dove si trovava anche padre Luigi Maccalli, il sacerdote rapito e poi rilasciato. Ora queste zone sono attaccate dai terroristi: un colpo al cuore di tutta la Chiesa locale».
(Vatican News Federico Piana 25 luglio 2025)