2025 07 23 GAZA – Attaccata la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia

GAZA – Attaccata la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia
BIELORUSSIA - le repressioni contro i cattolici
“I vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20)
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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PAPA LEONE XIV ANGELUS (Castel Gandolfo) Domenica, 20 luglio 2025

Esprimo il mio profondo dolore per l’attacco dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia in Gaza City; come sapete giovedì scorso ha causato la morte di tre cristiani e il grave ferimento di altri. Prego per le vittime, Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud, e sono particolarmente vicino ai loro familiari e a tutti i parrocchiani. Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza.
(…)
Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede. La Vergine Maria, donna del Levante, aurora del Sole nuovo che è sorto nella storia, vi protegga sempre e accompagni il mondo verso albori di pace.

IL FATTO

TERRA SANTA - Morti e feriti nell’attacco israeliano alla parrocchia cattolica di Gaza
Nella mattinata di giovedì 17 luglio, intorno alle 10,30, la parrocchia cattolica latina della Sacra Famiglia a Gaza è stata colpita da un attacco dell’esercito israeliano.
(Agenzia Fides 17/7/2025)

COMMENTI

Raid israeliano su parrocchia Gaza, tre morti. Mons. Shomali: ‘Vogliono far fuggire i cristiani’
di Dario Salvi
Un attacco questa mattina ha centrato la chiesa della Sacra Famiglia, almeno sei feriti gravi e danni all’edificio. Fra i colpiti anche il parroco p. Romanelli. Il vicario del Patriarcato per Israele e la Palestina: “Diranno che non era voluto, trovano sempre una scusa, ma la guerra fa danni e vittime”. Telegramma di cordoglio di Leone XIV: “Cessate il fuoco immediato”. Intanto anche a Taybeh, in Cisgiordania, i coloni fanno pascolare le mucche alla chiesa di san Giorgio.

Diranno che non era voluto, troveranno sempre una scusa, ma la guerra è così, fa sempre danni e vittime”, e quello che resta è l’attacco a una chiesa che è un fatto sempre terribile e scandaloso. È quanto sottolinea ad AsiaNews mons. William Shomali, vicario patriarcale per Gerusalemme e Palestina, commentando il raid di questa mattina dell’esercito israeliano che ha centrato la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, causando almeno tre vittime [Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad e Najwa Abu Daoud), come riferisce il patriarcato latino] e sei feriti gravi fra i cristiani. Secondo le prime, sommarie informazioni sarebbe stato colpito anche il parroco p. Gabriel Romanelli, seppur in modo lieve a una gamba. Anche la chiesa, prosegue il prelato, “è stata colpita gravemente e ha riportato dei danni significativi”, in particolare “sul tetto dover era posizionata la croce”.

Di fronte a queste notizie drammatiche anche papa Leone XIV ha voluto far sentire immediatamente la sua vicinanza attraverso un telegramma inviato a suo nome dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin al patriarcato latino di Gerusalemme. (…)

La parrocchia della Sacra Famiglia in questi anni di guerra nella Striscia è diventata un simbolo di accoglienza e apertura verso tutta la popolazione, non solo i cristiani. E per questo era già finita nel mirino dell’esercito israeliano, che aveva bombardato in più occasioni l’area circostante il compound e centrato anche una scuola gestita dal patriarcato latino. A questo si aggiunge la morte di due donne cristiane fra cui un’anziana, avvenuta per mano di un cecchino israeliano che aveva colpito a sangue freddo. (…)

Parlando della parrocchia di Gaza colpita oggi dalle bombe israeliane sebbene al suo interno non vi siano né armi, né elementi riconducibili ad Hamas, il cosiddetto “obiettivo” della guerra di Benjamin Netanyahu nella Striscia, mons. Shomali vuole sottolineare “un elemento: è un luogo che ha accolto tantissimi, fino a 600 persone mentre ora erano poco più di 400, e che stava facendo tantissimo per la popolazione. Questo attacco è terribile. Al suo interno sono ospitati anche bambini disabili - prosegue il vicario patriarcale - affidati alle cure delle suore Missionarie della carità. Noi siamo responsabili del loro nutrimento”.
In questi anni di guerra, ricorda, “abbiamo preparato anche camion di cibo, e speriamo che entro una settimana potremo inviarne a loro e ai vicini” nell’area in cui si trova la parrocchia, perché “hanno fame”. Tuttavia, avverte, la possibilità di portare aiuti “resta incerta, perché ogni minuto c’è una sorpresa”. (…)”Probabilmente [i militari israeliani] vogliono fare uscire tutti dal nord [della Striscia], inclusi i nostri cristiani che finora non hanno voluto muoversi. Perché - conclude - se lasciano il compound della chiesa si sentiranno più indifesi”.

Intanto “a pochi giorni dalla giornata internazionale di solidarietà, in cui abbiamo celebrato le sofferenze di Taybeh con vescovi, leader ecclesiastici e rappresentanti delle missione diplomatiche, i coloni tornano a pascolare le vacche sulle nostre terre, dove sorge la chiesa Al-Khader”. È quanto denuncia ad AsiaNews p. Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh in Cisgiordania, località diventata suo malgrado simbolo delle violenze dei coloni nei Territori occupati con l’avallo, se non il sostegno, dei vertici dello Stato ebraico. Il 14 luglio scorso una delegazione guidata dal patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e dal primate greco ortodosso Teofilo III ha visitato l’area, portando la solidarietà delle Chiese di Terra Santa e denunciando le “gravi molestie, intimidazioni e danni ai terreni agricoli”. Attacchi, denunciano i capi cristiani, che le autorità israeliane hanno “facilitato” o quantomeno “favorito”.

Per i cristiani di Taybeh l’ennesimo gesto provocatorio di queste ore rappresenta una “palese violazione della santità della chiesa storica di Al-Khader”, al cui interno “i coloni entrano con il bestiame”. “In una scena scioccante e dolorosa, oggi i coloni - racconta una fonte - hanno preso d’assalto la storica chiesa e hanno portato il loro bestiame - comprese le mucche - nel santuario, in palese violazione della santità del sito e della sacralità dei luoghi di culto”. Essa “è una delle più antiche chiese storiche della regione e riveste un grande significato religioso e storico per gli abitanti della città e per i cristiani di tutta la Palestina. Tuttavia, né la sua età né la sua sacralità - continua la fonte di AsiaNews - l’hanno risparmiata dal diventare un bersaglio degli attacchi dei coloni, che continuano come parte delle continue provocazioni e dei tentativi di imporre una realtà di insediamento attraverso la forza e il razzismo”.
(Asia News 17/07/2025)

Foumia, Najwa, Saad: le storie di chi è stato ucciso nella chiesa di Gaza
Lucia Capuzzi
Le due donne, una di 82 e 69 anni, uccise insieme all’amico nel raid della settimana scorsa. Il Papa ha ricordato i loro nomi all’Angelus di domenica, la nipote Musa spiega chi erano ad “Avvenire”

«Voglio raccontarvi dei miei cari perché li ho amati. Ma non solo per questo. La loro è la storia dell’intero popolo di Gaza. Di tutti coloro la cui ricerca di sicurezza, assistenza, dignità è spezzata di continuo dalla violenza e dall’indifferenza. Sono tanti, troppi. Eppure, nonostante questo, provano a conservare la speranza». Non è facile contattare Musa Ayyad. A Gaza City, dove il 40enne, padre di quattro figli, si trova attualmente, Internet e la linea telefonica vanno a singhiozzo. La comunicazione si interrompe di continuo. Domande e risposte si intrecciano in un confuso via vai di messaggi di testo, audio e chiamate. Musa, tuttavia, non demorde. È il suo omaggio alle due parenti – Foumia Issa Latif Ayyad, 82 anni e Najwa Abu Daoud, 69 anni – uccise giovedì nel raid dell’esercito israeliano sulla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza City, da oltre ventidue mesi rifugio per 541 profughi. Tra loro lo stesso Musa, infermiere e, per questo, fra i primi a cercare di soccorrerle. Invano purtroppo.

«Foumia era mia zia. Per oltre quarant’anni è stata docente e preside di una scuola dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) a Gaza City. Amava insegnare. Sentiva una responsabilità fortissima verso gli alunni. Un po’ come se fossero i figli che non aveva avuto. Ha continuato a sentirli anche dopo essere andata in pensione», spiega. Il crollo del tetto della chiesa l’ha colta mentre era nel cortile della Sacra Famiglia: è morta sul colpo. Najwa, invece, si è spenta alcune ore dopo nell’ospedale al-Alhi, dove era stata ricoverata già in gravissime condizioni. «Era la cugina di mio padre. Gli ultimi tempi erano stati molto duri per lei. Il figlio, Hani Abu Dahoud, è morto alcuni mesi fa per insufficienza renale a causa del collasso degli ospedali per la guerra. Nel nord era impossibile accedere alla dialisi. Aveva, così, dovuto spostarsi a sud ma non era cambiato nulla. Neanche là era riuscito ad ottenere un trattamento. La mancanza di cure l’ha ucciso. Poco dopo è toccato al marito di Najwa, stroncato da un cancro: ricevere assistenza medica, anche solo una diagnosi, per non parlare di una terapia, è impossibile ormai. Pure lei, alla fine, si era ammalata: si era fratturata varie ossa in una caduta, poi era sopraggiunto un tumore. Aveva, però, resistito alla malattia: sembrava stare meglio. Purtroppo c’è stata la cannonata».
Il proiettile ha ucciso anche Insieme all’amico Saad Issa Kostandi Salameh, 60 anni, una delle colonne della Sacra Famiglia. «Un buon amico. Era sempre stato un cristiano impegnato, a lungo aveva lavorato per il Consiglio delle Chiese di Gaza. Quando la guerra ha trasformato la parrocchia in un rifugio per centinaia di fedeli, Saad ha cercato di dare una mano in tutti i modi. La gran parte della sua famiglia era riuscita a scappare all’estero. Mi dispiace che nessuno abbia potuto stargli accanto negli ultimi momenti né abbia potuto partecipare ai funerali». Hanno dovuto celebrarli subito, nell’adiacente chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, comunità a cui appartenevano le tre vittime e anch’essa casa di duecento rifugiati. Troppo il caldo e nessuna refrigerazione per conservare le salme. Ad accompagnarli, però, c’erano i fratelli e le sorelle con cui hanno vissuto fianco a fianco per quasi due anni. Persone come Musa, il quale considera la memoria di chi se n’è andato una responsabilità forte ora che le morti sono ridotte a macabra contabilità. (…)
I messaggi, d’un tratto, smettono di arrivargli: la spunta rimane grigia. Aveva detto che sarebbe potuto accadere. «Se non mi senti o s’è interrotta la linea o un ordigno mi ha colpito».
(Avvenire lunedì 21 luglio 2025)

Pizzaballa: il dramma Gaza, governo israeliano non giustificabile
Antonella Palermo
Il cardinale di Gerusalemme racconta la sua visita pastorale nella comunità ferita giovedì scorso da un bombardamento israeliano: “Mi hanno colpito le enormi distese di tende che prima non c’erano”. Chiarisce che l’aiuto del Patriarcato non è solo per i cristiani e scandisce: “Non siamo contro la società israeliana e l’ebraismo, ma abbiamo il dovere morale di esprimere con assoluta chiarezza e franchezza la nostra critica alla politica che questo governo sta adottando a Gaza”

Cardinale Pizzaballa, come ha vissuto la visita a Gaza?
Le immagini che mi restano, rispetto alle volte precedenti, sono quelle delle enormi distese di tende che prima non c’erano. Quando sono andato, erano tutti al sud, c’era il corridoio Netzarim che chiudeva. Sono tornati su, adesso c’è più di un milione di persone che non ha dove vivere. Soprattutto lungo il mare, ci sono lunghe distese di tende, dove la gente vive in condizioni di estrema precarietà sia dal punto di vista igienico che sotto qualsiasi altro profilo. E poi, l’altra immagine è l’ospedale: i bambini mutilati, accecati per le conseguenze dei bombardamenti.

Nell’omelia della Messa celebrata ieri nella parrocchia di Gaza ha parlato della vita che ha visto nei volti di queste persone…
Sì. Resto sempre stupito, devo dire. Queste poche centinaia di persone, è vero, sono molto protette, però non sono esenti dagli stessi problemi di tutti gli altri: mancanza di cibo, da mesi non vedono verdura, non vedono carne, come tutti gli altri, insomma. Però vedo, anche nei bambini, sicuramente la stanchezza, ma anche la vitalità, il desiderio. Finché c’è una persona che ha un desiderio di fare qualcosa, di cambiare, vuol dire che c’è ancora vita in loro, e questo l’ho notato.

Come è stato celebrare con il rumore dei bombardamenti?
Il primo giorno fa un po’ impressione, poi ci si abitua. Ho visto che nessuno ci fa più caso. È successo anche noi… insomma, vedo che l’uomo poi è capace di abituarsi a tutto. Qualche volta i colpi più vicini, in seguito ai quali tutto l’edificio trema, fanno un po’ impressione, però poi ci si abitua anche a questo. Fa impressione anche, cosa che le immagini non possono rendere, l’odore, il fumo, l’odore delle esplosioni, l’odore che lasciano.

Israele sta ordinando di evacuare Gaza. Che ne sarà della popolazione superstite, stremata?
Resterà lì. C’è chi partirà, senz’altro, ma la maggioranza resterà lì. Non sa dove andare, prima di tutto, ma non vuole neanche partire, perché ha le radici lì, ha la casa lì, o meglio, avevano la casa lì, e vogliono ricostruirla lì. Il Papa su questo è stato molto chiaro: niente trasferimenti di popoli, non ci saranno riviere a Gaza.

Lei è fiducioso su questo?
Ne sono certo.

Il Papa ieri ha detto che bisogna rispettare, tra le altre cose, il divieto di “una punizione collettiva”. Come sono risuonate queste parole?
Molto chiare, molto forti e molto attese.

Eminenza, c’è una popolazione affamata e colpita dai bombardamenti mentre si procura quel poco cibo che riesce a filtrare. Perché?
Ce lo chiediamo tutti. Non riusciamo a capire le ragioni di tutto questo e, come il Papa giustamente ha detto - e anche noi lo ripetiamo continuamente - tutto questo non è giustificabile. Vorrei chiarire una cosa: non abbiamo nulla contro il mondo ebraico e non vogliamo assolutamente apparire come coloro che vanno contro la società israeliana e contro l’ebraismo, ma abbiamo il dovere morale di esprimere con assoluta chiarezza e franchezza la nostra critica alla politica che questo governo sta adottando a Gaza.

La vostra preoccupazione non è solo per i cristiani…

Assolutamente no. L’altra cosa molto importante da dire è che non ci siamo mai dedicati solo ai cristiani. Era nostro dovere, come pastori, visitare la nostra comunità, ma fin dal principio siamo sempre stati molto chiari su tutto quello che sta accadendo a tutta Gaza e tutte le nostre attività, siano gli ospedali, la Caritas, gli aiuti, sono prevalentemente per tutta la comunità, a cominciare dai nostri vicini, sono per tutti. Il Patriarcato latino, la nostra diocesi, arriva - quando le frontiere ancora lo permettevano, ma riprenderemo presto - a oltre 40 mila persone, sono quasi tutti praticamente musulmani.
(RV 21 luglio 2025)

RIPORTIAMO UN ARTICOLO TRATTO DA “LA NUOVA EUROPA” SULLA PERSECUZIONE IN BIELORUSSIA CHE RICORDA E IMITA I PROCESSI COMUNISTI E I GULAG.

BIELORUSSIA - le repressioni contro i cattolici
Anna Kondratova
Persecuzioni che non accennano a finire, condanne che si ripetono giorno dopo giorno e colpiscono sacerdoti da tutti stimati con accuse mai provate e con pene sempre più pesanti. La solidarietà con le vittime richiede informazione e il superamento di una barriera del silenzio non più accettabile.

Che i rapporti fra lo Stato bielorusso e alcuni esponenti della Chiesa cattolica locale fossero tesi lo si sapeva da tempo, come già documentato in un articolo apparso sul nostro portale. Dopo le elezioni presidenziali del 2020 alcuni vescovi, pastori e laici cattolici si erano espressi contro i brogli elettorali, o contro l’inasprirsi delle tendenze totalitarie e filosovietiche, o contro le repressioni di polizia seguite alle proteste. Le tensioni si sono inasprite ulteriormente dal 2022 con la guerra fra Russia e Ucraina, poiché le simpatie di un buon numero di cattolici sono andate al paese aggredito.

Ancora oggi la persecuzione del regime di Lukašenko contro le opposizioni è forte e capillare, con arresti, processi e intimidazioni. Le notizie sui detenuti politici scarseggiano e faticano ad arrivare in Occidente. In questo quadro generale si inserisce la persecuzione particolare contro la Chiesa cattolica; l’associazione indipendente bielorussa Christian Vision – che sostiene la collaborazione fra cristiani per consolidare la riconciliazione civile, e che riunisce ecclesiastici, teologi e laici ortodossi, greco-cattolici, cattolici di rito latino e protestanti – afferma che ad oggi sono ben 31 i preti cattolici sottoposti dal 2020 a custodia cautelare. Alcuni di loro si trovano ancora in carcere, altri sono stati costretti a lasciare il paese.

Attualmente, in Bielorussia la Chiesa cattolica è la seconda confessione cristiana e conta un milione e mezzo di fedeli, 10.000 dei quali greco-cattolici. La Chiesa cattolica di rito latino ha tre diocesi: Grodno, Vitebsk e Pinsk, oltre all’arcidiocesi di Minsk-Mogilëv. Si tratta di una realtà plurinazionale, con fedeli non solo di origine bielorussa ma anche polacca, ucraina ecc. Una minoranza attiva, visibile e storicamente radicata nel paese.

Secondo Katolik.life, ultimamente l’attività e la presenza dei sacerdoti cattolici bielorussi sui social va scemando, con ricadute negative sulle attività di evangelizzazione on line. Per non incorrere nelle sanzioni statali, molti di loro cercano di mantenere un basso profilo e stanno cancellando i loro account, sostiene il portale, ma invano, perché «spesso le autorità dispongono di screenshot effettuati negli anni precedenti e ora li presentano come prova a carico, anche se l’account è già stato eliminato».

Non è solo la presenza virtuale di questi cattolici a irritare il regime, ma anche e soprattutto quella fisica, che lo Stato cerca di sopprimere, sempre per via giudiziaria.

Un caso già noto è quello di padre Genrich Okolotovic, parroco della chiesa di San Giuseppe a Vološino, arrestato il 16 novembre 2023 per «alto tradimento». Il sacerdote, che oggi ha 65 anni, è in condizioni di salute precarie e necessita di visite e cure costanti. Ciò non di meno il 30 dicembre 2024 il tribunale della regione di Minsk lo ha condannato a 11 anni di reclusione in una colonia penale a regime comune; il sacerdote non si è mai riconosciuto colpevole. La condanna è stata confermata il 1° aprile 2025 dalla Corte suprema che ha esaminato il suo ricorso in cassazione.
Katolik.life l’8 aprile ha reso noto che padre Genrich dalla prigione è riuscito a far arrivare ai suoi fedeli qualche notizia, visto che i processi si sono svolti a porte chiuse. I fedeli hanno comunicato che l’accusa è di «spionaggio a favore della Polonia e del Vaticano», a cui avrebbe fornito non meglio precisate «informazioni segrete». Il che, secondo il sacerdote, è una «volgare provocazione». Nei capi d’accusa, dice padre Genrich, «non c’è una sola parola di verità», né si citano fatti che dimostrino la sua presunta attività spionistica; tutta l’accusa «si fonda sulla menzogna, sulle minacce e sul ricatto». «È un processo politico», fa sapere il sacerdote, sottolineando di non aver mai spiato per conto di nessuno e di avere sempre servito solo Dio. Ad essere sotto processo, a suo dire, non è lui, ma «tutta la Chiesa cattolica in Bielorussia». Il sacerdote aggiunge che hanno cercato di spingerlo a criticare alcuni vescovi cattolici, ma di non aver ceduto alla provocazione. Dice di essere fiero di soffrire per la Chiesa, per la fede e per Dio, al quale chiede la forza di restare fino in fondo un degno discepolo di Cristo.
Secondo i fedeli, attualmente il sacerdote ha il permesso di tenere in cella un piccolo crocifisso di legno, mentre nel carcere istruttorio dove è stato per più di un anno non gli era concesso, a dispetto dei valori tradizionali cristiani propugnati dalle autorità bielorusse. I capi d’accusa, i tempi lunghi della giustizia, la tendenza a prolungare la detenzione dei presunti colpevoli sottoponendoli a nuovi arresti allo scadere della condanna, sembrano riproporre il copione della persecuzione antireligiosa sovietica, che le «nuove» autorità hanno ancora bene in mente, nonostante siano passati oltre trent’anni dalla caduta dell’URSS. Attualmente Okolotovic è detenuto nella colonia correzionale di Bobrujsk e, da quanto comunicato dai portali indipendenti, gli si può scrivere.

L’8 maggio 2024 è toccato a padre Pavel Lemech, della parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Šumilino (regione di Vitebsk) di essere arrestato per aver tenuto «un picchetto on line». La singolare accusa, secondo l’associazione per i diritti umani Vjasna, dipende da una foto di padre Pavel sullo sfondo della storica bandiera bianco-rosso-bianca, vessillo della Bielorussia indipendente oggi vietato in quanto «simbolo nazista». L’attuale bandiera bielorussa rosso-verde con decorazioni rosse in campo bianco, molto simile a quella della Repubblica Sovietica Bielorussa introdotta nel 1951, è stata infatti adottata il 7 giugno 1995 con un referendum indetto dal presidente Lukašenko. Padre Pavel è anche reo di aver postato sulla sua pagina Facebook una foto della bandiera ucraina, accusa che il sacerdote ha confermato, spiegando che così facendo voleva «esprimere il proprio dolore per l’uccisione dei civili ucraini in seguito all’attacco russo». Nell’autunno del 2024, secondo fonti indipendenti, il sacerdote è stato costretto a lasciare il paese.

L’8 ottobre 2024 è stato arrestato anche padre Jurij Borovnev, della parrocchia del Sacro Cuore a Krulevšino, regione di Vitebsk, accusato di detenere «materiale estremista». Fortunatamente, è stato rilasciato dieci giorni dopo.

Il processo contro padre Andrzej
Questi non sono che alcuni casi, ma il più clamoroso resta ad oggi quello di padre Andrzej Juchnevic, dei Missionari oblati dell’Immacolata. Rettore del santuario di Nostra Signora di Fatima a Šumilino, era responsabile del gruppo di coordinamento dei superiori e dei membri degli ordini religiosi in Bielorussia.

Il portale belarus2020.church.by ha riassunto per sommi capi la sua vicenda. Arrestato l’8 maggio 2024 insieme al confratello padre Lemech e a una parrocchiana dopo un incontro di sacerdoti e religiosi nella sua parrocchia, è stato dapprima accusato di «sabotaggio ai danni dello Stato bielorusso». Anche nel suo caso, l’accusa era di aver postato una propria foto con la bandiera bianco-rosso-bianca (art. 24.23 p. 1 del Codice di Diritto amministrativo «violazione dell’ordine costituito tramite attuazione di un picchetto»). Allo scadere dei quindici giorni di reclusione inizialmente inflittigli, il sacerdote non è stato liberato ma sottoposto nuovamente a custodia cautelare in base all’articolo 19.11 («diffusione di materiale eversivo») che prevede almeno 45 giorni di reclusione.
Il 25 giugno 2024 è stato riconosciuto prigioniero politico dagli attivisti per i diritti umani, come si legge su prisoners.spring96.org. In carcere ha subìto torture e maltrattamenti. A metà luglio 2024 è stato trasferito in un carcere di isolamento istruttorio per essere sottoposto a un processo penale. In quell’occasione gli è stato concesso di fare una doccia per la prima volta da maggio.
Per alcuni mesi nessuno ha saputo per quale motivo il sacerdote doveva essere processato, ma nel dicembre 2024 è stato reso noto che il capo di imputazione era di molestie sessuali a danno di minori in base a ben tre articoli del Codice penale bielorusso (169 p. 2 azioni depravate; 167 p. 2 azioni violente di carattere sessuale e 168 p. 2 azioni di carattere sessuale con persona di età inferiore ai 16 anni). Il processo è iniziato il 27 dicembre 2024 a Šumilino, presieduto dal giudice Inna Grabovskaja. Il 30 aprile 2025 è stata resa nota la sentenza di condanna a 13 anni di colonia penale. Come riporta il portale prisoners.spring96.org, i fedeli sono venuti a sapere che il sacerdote ha respinto in toto le accuse e ha cercato di dimostrare la propria innocenza.
L’accusa sarebbe stata costruita su deposizioni, probabilmente estorte, di una o più presunte vittime non meglio identificate. Secondo le notizie i presunti reati sarebbero stati commessi dieci anni prima. Durante il processo il sacerdote si sarebbe dimostrato sereno, respingendo le accuse e difendendo la propria reputazione. Nell’attesa, che potrebbe durare anche mesi, padre Andrzej si trova nel carcere di isolamento istruttorio di Vitebsk. Il sacerdote avrebbe accolto la condanna come «una benedizione di Dio».

L’innocenza di padre Juchnevic è stata sostenuta con fermezza dall’associazione Christian Vision e dalla stessa curia cattolica; quest’ultima asserisce che sino ad oggi non ha mai ricevuto alcuna denuncia a carico del sacerdote, che al contrario è molto stimato. Finora non si conoscono i nomi delle presunte vittime, perché tutte le informazioni sono inaccessibili anche alla stessa Chiesa cattolica, che non riesce a svolgere un’indagine indipendente secondo le procedure canoniche non avendo accesso alle informazioni necessarie, né può parlare con padre Juchnevic.

Il sacerdote si dichiara innocente e ha presentato ricorso in cassazione; non va dimenticato che è stato dapprima accusato di reati politici e solo in seguito di pedofilia, e ha subito pressioni e torture. A più di tre settimane dalla condanna, sul sito del tribunale come pure su altri canali ufficiali non è ancora apparsa alcuna informazione sulla condanna, che è già entrata in vigore.

Secondo i fedeli, molti particolari contenuti nel fascicolo processuale confermerebbero che il caso è stato montato, ma questo elemento non si può rendere pubblico, perché chi lo facesse rischierebbe di essere a sua volta perseguito penalmente, il processo si è svolto infatti a porte chiuse e gli avvocati hanno dovuto firmare un impegno scritto a non divulgare le informazioni sul caso. Ad oggi nessuno sa se le presunte vittime, che avrebbero sporto denuncia dopo tanti anni, esistano realmente.

Il caso di padre Andrzej ricorda da vicino quello di Jurij Dmitriev che una decina di anni fa fece scalpore in Russia. Storico di Memorial noto per aver portato alla luce le fosse comuni del terrore staliniano a Sandarmoch, in Carelia, e per aver denunciato l’occupazione della Crimea nel 2014, è stato dapprima sottoposto a crescenti pressioni da parte dei funzionari locali e poi, nel 2016, arrestato con l’infamante accusa di pedofilia nei confronti della figlia adottiva. Da sempre proclamatosi innocente, Dmitriev ha subito tre processi, il primo assolutivo, gli altri due conclusisi con condanne crescenti a 13 e a 15 anni di colonia penale, nonostante tutte le perizie indipendenti avessero smentito le tesi dell’accusa.

La prassi di attribuire crimini odiosi agli avversari politici per comprometterli definitivamente presso l’opinione pubblica era frequente in Unione Sovietica come lo è oggi in Bielorussia e in altri paesi dell’ex URSS. In ogni epoca la gente subisce purtroppo il fascino perverso di questa diabolica scorciatoia.
(La nuova Europa, 17 giugno 2025)