2025 07 16 La geografia della persecuzione anticristiana
SIRIA - Dopo Sant’Elia, l’omicidio di un cristiano a Homs alimenta paure e migrazione. L’Arcivescovo Jacques Mourad: Gesù vuole che la Sua Chiesa resti in SiriaTERRA SANTA - Le violenze dei coloni ebraici in Palestina hanno colpito ora anche gli abitanti di Taibeh, l’unico villaggio palestinese interamente cristiano.
NIGERIA - Attacco armato al Seminario a Ivhianokpodi: tre giovanissimi seminaristi rapiti
LE ALTRE GUERRE: testimonianze da MYANMAR e SUD SUDAN
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SIRIA - Dopo Sant’Elia, l’omicidio di un cristiano a Homs alimenta paure e migrazione
Un orafo è stato assassinato da una banda di criminali per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Una vicenda che conferma il clima di impunità e illegalità in ampie zone del Paese. E a poco servono le rassicurazioni di al-Sharaa in una Siria che si “islamizza”.
L’omicidio di un commerciante a Homs alimenta tensioni e paure di una comunità cristiana in Siria sospesa fra il desiderio di restare nella propria terra e contribuire alla rinascita - dopo anni di guerra e la fuga di Bashar al-Assad - e la scelta di migrare. L’ultimo caso di violenze - col ricordo ancora vivo della strage alla chiesa di Sant’Elia a Damasco - ha riguardato George Ishoh, orafo originario di una famiglia assira di Hassakeh, nel nord-est, assassinato da una banda di criminali per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Una vicenda che conferma, una volta di più, il clima di impunità e illegalità di ampie zone del Paese a dispetto delle rassicurazioni del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa e degli uomini di Hts (Tahrir al-Sham) capaci di rovesciare in poche settimane il vecchio regime.
Fonti locali riferiscono che il commerciante cristiano, padre di due figli, sarebbe strato ucciso a colpi di arma da fuoco da uomini armati e mascherati fuori dalla sua casa nel quartiere di al-Mahatta la sera del 9 luglio. In precedenza Ishoh si sarebbe rifiutato di pagare il pizzo a una banda armata, il che ha portato alla sua “condanna”. Gli aggressori hanno aperto il fuoco colpendolo alla testa, per poi darsi alla fuga. I vicini lo hanno trasportato d’urgenza all’ospedale universitario nel tentativo di salvargli la vita, ma le ferite inferte dai proiettili si sono rivelate fatali. Al momento dell’omicidio, Ishoh era solo in casa. Sua moglie, originaria del villaggio di Rûm ad al-Qalatia, nella valle di Wadi al-Nasara (Valle dei Cristiani), e i figli non erano in città.
In seguito all’attacco alla chiesa ortodossa greca di Mar Elias a Damasco, che ha causato decine di vittime, i cristiani avevano auspicato un rafforzamento delle misure di sicurezza in tutto il Paese e, soprattutto, nelle zone a rischio dove vi è una presenza consistente della minoranza. Tuttavia, gli incidenti - di varia natura, dalle intimidazioni agli omicidi - non solo sono continuati, ma si sarebbero anche intensificati anche a causa della diffusa disponibilità di armi e della mancanza di responsabilità e controlli. Fonti locali affermano che omicidi, rapimenti e rapine continuano senza che vengano adottate misure concrete per contrastarli, a dimostrazione del fatto che il governo non riesca a mantenere la promessa di proteggere tutti i gruppi dopo il massacro del 22 giugno scorso.
Intanto è ancora viva fra i cristiani la memoria della strage alla chiesa greco-ortodossa a Damasco, con i suoi 35 morti e oltre 60 feriti. A oltre due settimane non è ancora chiara la matrice, col governo che ha accusato lo Stato islamico (SI, ex Isis), che però non negato ogni coinvolgimento nell’attacco, rivendicato poi da un gruppo poco noto chiamato Saraya Ansar al-Sunna, che sarebbe composto da fuoriusciti di Hts. Secondo il Washington Institute for Near East Policy, il governo siriano ha vietato il proselitismo dopo che i salafiti hanno preso di mira un’area di fronte all’edificio cristiano - in cui si è consumato il peggior attacco contro i cristiani nella capitale siriana dal 1860 - a fine marzo. Questa, secondo alcuni, potrebbe essere la ragione per la quale i jihadisti hanno colpito in particolare la chiesa di sant’Elia.
Per molti cristiani il governo al-Sharaa è più interessato a implementare un codice di abbigliamento ispirato alla sharia, e vincolante anche per le minoranze religiose, più che assicurare protezione e sicurezza alla popolazione, snobbando anche le recenti minacce di attacchi. I cristiani costituivano circa il 10% dei 23 milioni di abitanti della Siria prima della guerra e godevano della libertà di culto sotto Assad, oltre a ricoprire in alcuni casi alte cariche governative e istituzionali. Inizialmente, molti cristiani erano disposti a dare una possibilità alle nuove autorità: in un sondaggio condotto a maggio da Etana, l’85% dei sunniti ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto le attuali autorità, rispetto al 21% degli alawiti e al 18% dei drusi. I cristiani si sono collocati al centro, con il 45%. Tuttavia, ora “la paura è aumentata” ha dichiarato il politico Ayman Abdel Nour, che di recente ha incontrato i leader religiosi, i quali hanno confermato anche che molti cristiani vogliono partire, vedendo nella migrazione l’unica soluzione. In alcuni quartieri cristiani, religiosi e fanatici musulmani hanno marciato per le strade con altoparlanti che invitavano la gente a convertirsi all’islam, mentre uomini barbuti hanno picchiato uomini e donne che facevano festa nei locali notturni della capitale. (...)
(Asia News 12/07/2025)
SIRIA - L’Arcivescovo Jacques Mourad: Gesù vuole che la Sua Chiesa resti in Siria
di Gianni Valente
È tornato da pochi giorni l’Arcivescovo Jacques Mourad, dopo aver partecipato a Roma al Sinodo dei Vescovi della Chiesa siro cattolica.
Calibra ogni parola, Jacques Mourad, quando parla del tempo che sta vivendo la sua Patria e il suo popolo.
Il monaco della comunità di Deir Mar Musa, divenuto Arcivescovo siro cattolico di Homs Hama e Nabek, ha anche lui nel cuore il tumulto per la strage dei cristiani massacrati a Damasco il 22 giugno, mentre erano riuniti con i fratelli e le sorelle per partecipare alla messa domenicale nella chiesa di Sant’Elia.
Le parole del Vescovo Jacques, nato ad Aleppo e unitosi alla comunità monastica fondata dal gesuita romano Paolo Dall’Oglio, sono a tratti taglienti, mentre racconta il presente siriano.
Ripete che «Oggi la Siria è finita come Paese». Ma vede anche che, in tale naufragio, la Chiesa in Siria continua il suo cammino e la sua opera, per il bene di tutti. E ciò accade solo «perché questa è la volontà di Gesù. Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. E questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certa la volontà di Dio».
La strage dei cristiani
Il nuovo potere che domina a Damasco cerca parole rassicuranti. Anche dopo la strage nella chiesa di Sant’Elia, rappresentanti governativi ripetono che i cristiani sono una componente ineliminabile del popolo siriano. «E io voglio dire» scandisce l’Arcivescovo Mourad «che il governo porta direttamente la responsabilità di tutto quello che è successo. Perché ogni governo è responsabile della sicurezza del popolo. E non parlo solo dei cristiani. Anche tanti sunniti, tanti alawiti sono stati uccisi, tanti sono spariti. Se una squadra mandata da qualche organismo internazionale venisse a ispezionare le carceri, adesso ci troverebbe tanta gente che non ha nulla a che fare con i crimini del regime passato. Credo si possa dire che questo governo sta perseguitando il popolo. Tutto il popolo».
L’Arcivescovo siro cattolico di Homs percepisce ostilità anche nelle formule rassicuranti utilizzate dal nuovo regime siriano verso i battezzati: «Ogni volta che sento parlare della “protezione” dei cristiani, sento che siamo messi sotto accusa. E sotto minaccia. Sono formule usate non per manifestare benevolenza, ma per incriminare. Quello che devo dire è che questo governo fa le stesse cose fatte dal regime di Assad contro il popolo. Ambedue i regimi, quello di Assad e quello di adesso, non hanno alcun rispetto per il popolo siriano e la sua storia».
Siria
La Siria - riconosce l’Arcivescovo Jacques - ha una grande eredità, e ha il presente del suo popolo giovane. «Ma gli ultimi governi «sembrano voler annichilire, distruggere, questa civiltà, la civiltà di questo popolo. È un crimine mondiale, non riguarda solo noi».
«L’UNESCO proclama patrimonio dell’umanità tanti luoghi della Siria. Poi nessuno li protegge. E ora abbiamo bisogno di proteggere il nostro patrimonio vivente, non solo i monumenti».
Prima i megafoni, poi il terrore
Le singole del terrore cambiano spesso le loro “griffe”. Fonti governative siriane, per l’attentato alla chiesa di Damasco, hanno chiamato in causa non meglio specificati militanti di Daesh, lo “Stato Islamico”. Ma a rivendicare la strage dei cristiani è stata una sigla jihadista appena inaugurata, Saraya Ansar al-Sunna, creata forse da fuoriusciti da Tahrir al-Sham. Strategie di mercato, gestione “professionale” della comunicazione e della propaganda.
I cristiani ortodossi della chiesa di Sant’Elia a Damasco - questo ripetono più fonti e testimonianze sul campo - sono stati massacrati “per punizione”, dopo che alcuni di loro avevano avuto un alterco coi militanti islamisti che andavano di continuo davanti alla chiesa con gli altoparlanti montati sulle automobili per sparare a alto volume nelle orecchie dei battezzati i versetti del Corano ei richiami a convertirsi ea aderire all’Islam. La stessa cosa - conferma l’Arcivescovo Jacques - succede anche a Homs e in tutta la Siria: «Passano con le macchine di sicurezza del governo, e dagli altoparlanti chiedono ai cristiani la conversione. Se poi noi chiediamo ragione di questi comportamenti a quelli della sicurezza, ci rispondono che si tratta di iniziative individuali. Ma intanto continuare a usare le auto della sicurezza…il popolo non crede più a questo governo».
Sponsor d’Occidente
Intanto chi comanda oggi in Siria continua a cercare accreditamenti da parte di circoli e poteri esterni. Rappresentanti del governo si sono detti pronti a rifare l’armistizio con Israele del 1974.
«Io» riconosce l’Arcivescovo Mourad «non sono un politico. E vedo che quasi tutto il popolo siriano desidera la pace. Desidera anche arrivare a un accordo di pace con Israele, per tutti i Paesi del Medio Oriente. Dopo tutti questi anni sono tutti veramente stanchi di questa guerra, e di considerare gli ebrei come nemici. Ma se arrivassimo adesso a un accordo con Israele, ciò avverrebbe solo perché adesso la Siria è debole. E un simile accordo, in un momento come questo, sarebbe solo un altro atto di umiliazione del popolo.
Quindi, prima che il Presidente arrivi a siglare tale accordo, bisognerebbe almeno parlare chiaro al popolo, spiegare cosa significa questo accordo, e cosa c’è dentro. Quali sono le condizioni per Israele e per i siriani».
L’esercito israeliano - prosegue l’Arcivescovo siro cattolico di Homs «ha occupato tanti territori siriani dopo la fine del regime di Assad. Questo vuol dire che forse dobbiamo dimenticarci per sempre delle alture del Golan. E questo vuol dire che il popolo siriano, soprattutto a Damasco, potrà sempre essere sotto minaccia con lo strumento della sete, perché l’acqua a Damasco arriva dal Golan. E se rimaniamo sotto il potere di Israele per l’acqua, immaginiamoci per le altre cose…».
Oggi - aggiunge padre Jacques, entrando dentro i drammi del presente siriano «la Siria è finita come Paese. Continuiamo a ripetere che è il primo Paese del mondo, che Damasco e Aleppo sono le città più antiche del mondo, ma questo nel presente non vuol dire più niente. È finita, gran parte del popolo vive sotto il livello di povertà, siamo massacrati, umiliati, stanchi. Non abbiamo la forza di riprenderci da soli la nostra dignità. Se non c’è un sostegno politico sincero a favore del popolo, e non del governo, siamo finiti». E «Nessuno può condannare il popolo siriano perché emigra, e cerca salvezza fuori dalla Siria. Nessuno ha il diritto di giudicare». In una situazione dove tutta l’economia, e il sistema educativo, e anche quello sanitario sono al collasso.
Da dove ricominciare
È possibile trovare delle strade per andare avanti, quando l’orizzonte è così buio e sembra mancare il respiro?
L’Arcivescovo sceglie parole forti e impegnative per tratteggiare oggi la condizione e la missione delle Chiese e dei cristiani siriani.
«Secondo me - dice - la Chiesa è l’unico riferimento di speranza per tutto il popolo siriano. Per tutti, non solo per i cristiani. Perché noi facciamo tutto per sostenere il nostro popolo, nel modo che possiamo».
«Dopo la caduta di Assad, tante nelle nostre comunità e parrocchie sono entrati in una crisi di paura. Una disperazione terribile. Anche io ho fatto visite a tutte le parrocchie, in ogni villaggio, per incoraggiare i cristiani, parlare del futuro. Grazie a Dio, ogni volta io mi sento accompagnato dal Signore, nelle parole, nel discorso che faccio per il popolo. E così, in questa situazione, siamo presi a organizzare regolarmente gli incontri per i giovani, per i bambini, per i gruppi impegnati nella Chiesa in diversi modi».
Anche in una situazione per molti versi tragica, la vita ordinaria delle comunità ecclesiali prosegue il cammino.
E proprio le comunità ecclesiali provano a promuovere il dialogo per la convivenza tra tutti i gruppi e le componenti, in un contesto lacerato, impregnato di dolore e risentimenti.
«A Aleppo e anche a Damasco sono veramente bravi. I Vescovi hanno dato spazio anche ai laici per riflettere e prendere l’iniziativa.
A Homs proviamo a fare incontri con tutte le altre comunità. Alawiti, ismailiti, sunniti, cristiani. Le persone che incontriamo sono tutte preoccupate per la politica del governo, anche i musulmani. Siamo uniti, perché siamo tutti sulla stessa barca, come ripeteva Papa Francesco».
L’incontro con Papa Leone
È stato Papa Leone a chiedere ai Vescovi siro cattolici di venire a Roma per tenere nella città eterna il loro Sinodo ordinario, svoltosi dal 3 al 6 luglio. «È stata un’occasione bellissima per poterlo incontrare, conoscerlo e avere la sua benedizione.
Ho seguito con attenzione i discorsi che lui ha fatto parlando delle Chiese orientali e dell’Oriente cristiano. Ho approfittato di questo incontro per ringraziarlo e chiedere di incoraggiare tutta la Chiesa cattolica a prendere l’iniziativa soprattutto per sostenere il popolo siriano nelle sue emergenze primarie».
La speranza trasparire nelle opere concrete
«Per me» sottolinea Jacques Mourad «è importante che la Chiesa si coinvolga intensamente nella ricostruzione delle scuole e di tutto il tessuto educativo in Siria. E anche che nella costruzione di ospedali decenti per il nostro popolo. Già abbiamo in funzione delle scuole, a Aleppo, a Damasco, ma non bastano. A Homs non c’è niente. Dobbiamo lavorare su questo, perché questo può aiutare anche a arginare l’emigrazione dei cristiani. Tutti i genitori pensano al futuro dei loro figli. E se non possono garantire loro scuole dove studiare e ospedali che funzionino, rimane solo la scelta di andar via».
Abbiamo bisogno di tutto. Abbiamo bisogno anche di far rinascere centri pastorali e culturali che possano accompagnare la crescita anche umana e culturale dei nostri giovani. E anche di caso per i giovani che vogliono sposarsi. Così si possono incoraggiare tutti i giovani a rimanere nel Paese, a non andare via».
Così il presente e il futuro dell’Arcivescovo Jacques si riempie di cose buone da fare. Mancano le risorse, ma l’orizzonte è chiaro: «Così - dice lui - possiamo andare avanti, nel cammino della nostra Chiesa in Siria. Perché questa è certo la volontà di Gesù. Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. Questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certo la volontà di Dio».
«E noi per primi, i discepoli di Cristo, e chi esercita delle responsabilità a nome suo, abbiamo il dovere di proteggere i nostri fedeli e fare tutto il possibile garantire il futuro della Chiesa in Siria». (Agenzia Fides 14/7/2025)
TERRA SANTA - Le violenze dei coloni ebraici in Palestina hanno colpito ora anche gli abitanti di Taibeh, l’unico villaggio palestinese interamente cristiano.
“Da quel giorno dunque (i Farisei) decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli”. Così narra il Vangelo di Giovanni, al Capitolo 11.
Oggi Efraim si chiama Taybeh. Si tratta di un villaggio palestinese della Cisgiordania che sorge a pochi chilometri a nord est di Gerusalemme. La comunità cristiana qui è presente da duemila anni. Al suo interno vivono solo arabi cristiani.
Martedì 8 luglio, gruppi di coloni israeliani hanno appiccato diversi incendi nei pressi del cimitero cittadino e dell’antica chiesa di Al-Khader (San Giorgio), risalente al V secolo, minacciando uno dei più antichi luoghi di interesse religioso della Palestina. A riferirlo sono i sacerdoti Daoud Khoury, Jacques-Noble Abed e Bashar Fawdeh, appartenenti alle tre comunità cristiane di Taybeh (la greco-ortodossa, la cattolica latina e la cattolica greco-melchita).
In un messaggio congiunto, diffuso nelle scorse ore e scritto “a nome della popolazione della nostra città e dei nostri parrocchiani”, i tre sacerdoti descrivono una situazione di emergenza segnata da una “serie di gravi e ripetuti attacchi contro la nostra città, che ne minacciano la sicurezza e la stabilità e colpiscono la dignità dei suoi residenti ei suoi luoghi santi”.
“Se non fosse stato per l’attenzione dei residenti e per l’intervento dei vigili del fuoco”, si legge nel testo, “si sarebbe verificata una grave catastrofe. In una scena segnata da provocazioni quotidiane, i coloni continuano a far pascolare le loro mucche sui terreni agricoli di Taybeh, nel cuore dei campi di proprietà delle famiglie della città e persino vicino alle loro case, senza alcuna deterrenza o intervento da parte delle autorità competenti”.
E “queste violazioni”, precisano i sacerdoti, “non si limitano alle sole provocazioni; danneggiano direttamente anche gli ulivi, che costituiscono la principale fonte di sostentamento per i cittadini e impediscono agli agricoltori di accedere e lavorare le loro terre”.
La parte orientale del villaggio di Taybeh, che comprende oltre la metà del territorio cittadino e ospita la maggior parte delle sue attività agricole, “è diventata un bersaglio aperto per gli avamposti di insediamenti illegali che si espandono silenziosamente sotto la protezione dell’esercito e fungono da trampolino di lancio per ulteriori attacchi alla terra e alle persone”.
Nel messaggio i sacerdoti fanno anche appello agli organismi locali e internazionali, e “in particolare consoli, ambasciatori e rappresentanti della Chiesa in tutto il mondo” chiedendo “un’indagine immediata e trasparente sugli incendi dolosi e sui continui attacchi a proprietà, terreni agricoli e luoghi santi e a esercitare pressioni sulle autorità occupanti affinché fermino le pratiche dei coloni e impediscano loro di entrare nei terreni della città o di farvi pascolare il bestiame”.
(FB) (Agenzia Fides 9/7/2025)
Le violenze dei coloni
L’attivismo terroristico dei coloni nelle ultime settimane ha colpito, insieme a Taibeh, diversi villaggi palestinesi limitrofi ai loro insediamenti illegali, come Ein Samia e Kufer Malik, dove hanno incendiato case, auto e prodotti agricoli, e a fine giugno quattro giovani palestinesi che cercavano di resistere alle violenze sono stati barbaramente uccisi. Ad Ein Samia, lungo la valle del Giordano, i coloni hanno invece attaccato distruggendo l’acquedotto, la sorgente d’acqua che, attraverso un sistema di canali realizzato in epoca romana, ancora oggi rifornisce d’acqua centinaia di migliaia di abitanti palestinesi, fino a Ramallah.
Il rischio di nuove confische
Taibeh si trova al centro della montagna di Ramallah a 850 metri di altezza da dove si possono vedere di notte tanto le luci di Gerusalemme, quanto la montagna Al Salt in Giordania. Gli abitanti cristiani di Taibeh convivono in cordialità con i musulmani dei villaggi limitrofi. Ma i loro problemi sono iniziati quando, nel 1977, il governo israeliano ha confiscato decine di ettari di terra nelle vicinanze e ha realizzato illegalmente un insediamento chiamato Rimonim. Ampie zone agricole sono state sottratte agli agricoltori di Taibeh per consentire la realizzazione di strade che collegassero gli insediamenti ebraici tra loro. Nei giorni precedenti all’attacco di ieri ai siti cristiani i coloni avevano colpito la periferia del paese, dando fuoco ad una casa e alle automobili. Ulteriori centinaia di ettari di terra palestinese rischiano di essere confiscati per estendere gli insediamenti. La preoccupazione principale oggi degli abitanti cristiani di Taibeh-Efraim è che, con gli occhi di tutti puntati sull’immane tragedia di Gaza, le minacce sempre più forti alla permanenza della più antica comunità cristiana al mondo non siano colte nella loro gravità dalla comunità internazionale.
(09 luglio 2025 Vatican News)
NIGERIA - Attacco armato al Seminario a Ivhianokpodi: tre giovanissimi seminaristi rapiti
Attacco armato al Seminario diocesano minore “Immacolata Concezione” di Ivhianokpodi, nello Stato di Edo, in Nigeria. Tre giovani seminaristi sono stati rapiti da una banda armata. Nell’assalto al Seminario un agente di sicurezza è rimasto ucciso.
In un comunicato diffuso dalla Diocesi di Auchi, viene precisato che il rapimento è avvenuto poco dopo le ore 21 di giovedì 10 luglio.
Il Vescovo Gabriel Dunia, esprimendo il suo dolore, e quello dell’intera Chiesa locale, per la morte dell’ufficiale del Corpo di Difesa Civile Nigeriano, Christopher Aweneghieme, e per il rapimento dei tre giovani seminaristi, ha chiesto che in questi giorni venga celebrata in tutte le parrocchie la messa votiva del Preziosissimo Sangue di Gesù con la quale pregare affinché Dio illumini i cuori e le menti dei rapitori.
Per motivi di sicurezza, gli altri seminaristi presenti nella struttura sono stati “temporaneamente trasferiti in un’area sicura fino a quando le misure di sicurezza intorno al seminario non saranno rafforzate”.
Lo stesso Seminario era stato assaltato da una banda di uomini armati il 27 ottobre 2024 (vedi Fides 29/10/2024). In quell’occasione, il padre Rettore del Seminario Thomas Oyode, era stato rapito e condotto nella boscaglia, essendosi offerto in ostaggio al posto dei due giovani seminaristi che i banditi stavano portando via. In quell’occasione, padre Oyode era stato liberato dopo 11 giorni di prigionia. (F.B.) (Agenzia Fides 12/7/2025)
NIGERIA - Seminaristi rapiti, il Vescovo di Auchi: i sequestratori hanno preso contatto con la Diocesi
A pochi giorni dall’attacco armato al Seminario diocesano minore “Immacolata Concezione” di Ivhianokpodi, nello Stato di Edo, in Nigeria (vedi Fides 7/12/2025), gli assalitori che hanno rapito tre giovani seminaristi “hanno contattato la Diocesi di Auchi chiedendo un riscatto”.
A riferirlo all’Agenzia Fides è il Vescovo di Auchi, Gabriel Ghieakhomo Dunia, precisando: “I seminaristi sono ancora nelle mani dei loro rapitori” che nelle scorse ore “hanno preso contatto con la diocesi di Auchi, chiedendo un riscatto. Al momento la trattativa è ancora in corso”.
LE ALTRE GUERRE
MYANMAR - Tre Vescovi in zona di guerra consolano i fedeli: “Non sia turbato il vostro cuore”
Davanti a eventi terribili come la guerra civile, che da quattro anni insanguina il paese, e come il terremoto che ha sconvolto il Myanmar centrale i tre Vescovi delle diocesi birmane di Myitkyina, Banmaw e Lashio (nel Myanmar centro-settentrionale) confortano i fedeli e scrivono in un messaggio congiunto: “Il Signore Gesù ci ha detto: Non sia turbato il vostro cuore; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Gv 14,1) E ancora: Se uno vuol dietro venire a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
Il messaggio, inviato all’Agenzia Fides, è firmato dai tre Vescovi: mons. John Mung-ngawn La Sam, MF, della diocesi di Myitkyina; mons. Raymond Sumlut Gam, della diocesi di Banmaw; mons. Lucas Dau Ze Jeimphaung, sdb, della diocesi di Lashio, tutti e tre spesso costretti a lasciare le loro sedi ea cercare rifugio altrove, a causa dell’insicurezza e dei combattimenti nei loro territori.
Negli ultimi quattro anni - nota con amarezza - “i combattimenti hanno causato la distruzione di vite umane, famiglie, fattorie e terreni e lo sfollamento di migliaia di persone nei campi profughi”. La gente “è preoccupata per la propria sicurezza e per l’istruzione dei propri figli”. Alle ferite della guerra, poi, si sono aggiunte quelle del forte terremoto che “ha colpito nuovamente il Myanmar centrale, causando il crollo di caso e il ferimento e la morte di molte persone”.
In una grave situazione di precarietà e di sofferenza, i Vescovi desiderano consolare i fedeli e scrivono: “Non importa quanto difficile possa essere la nostra situazione, se preghiamo Dio ogni giorno con fede e amore, saremo in grado di sopportare tutte le difficoltà e di diventare portatori della croce con Gesù Cristo e ricevere la Sua grazia di conforto e incoraggiamento”.
Il testo ricorda la sofferenza e la tribolazione di molti santi che, nella loro esperienza, hanno accolto la sofferenza per amore di Cristo e hanno vissuto lo spirito descritto da san Paolo nella lettera ai Corinzi, che i Vescovi citano, riferendola oggi al popolo birmano: “Siamo tribolati in ogni maniera, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati”. (2 Cor 4,8-9).
I Presuli ricordano ai fedeli che anche altri popoli del mondo vivono la stessa condizione di dolore e di estrema difficoltà, sentendosi accomunati nella prova: “Molti paesi nel mondo soffrono a causa di disastri naturali, terrorismo, guerre, morte, malattie e infermità” e tutti sono chiamati a vivere questa condizione con fede, non perdendo la speranza e la carità.
I tre scrivono: “Pertanto, cari fedeli, senza incoraggiarci, preghiamo per una pace duratura e invochiamo la pace da Dio con tutto il cuore, la mente e le forze. Preghiamo, incoraggiamoci, confortiamoci e aiutiamoci a vicenda in questo Anno giubilare che, nonostante tutto, è pieno di speranza”. I tre Vescovi concludono invocando la benedizione di Dio sui fedeli provati dalla guerra e dalle sofferenze: “Dio vi benedica con la salute fisica, mentale e spirituale, e vi doni la sua grazia e la forza dello Spirito santo”
(PA) (Agenzia Fides 7/11/2025)
SUD SUDAN - Sud Sudan dimenticato. Il Paese ad un passo dall’orlo del baratro
Il missionario Federico Gandolfi descrive una situazione drammatica di un popolo che chiede giustizia, dialogo e futuro. “La pace qui purtroppo non è quella invocata da Leone XIV, disarmata e disarmante”
Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
In Sud Sudan mancano le basi per ottenere la pace di cui il popolo ha bisogno, ma che non ha neanche mai conosciuto, perché una pace vera, stabile, fatta di giustizia, di dialogo e di futuro, non c’è mai stata. Padre Federico Gandolfi, missionario dei frati minori, è testimone della drammatica realtà nel Paese del centro-est africano, fatta di guerra e desiderio di pace, di tribalismo e senso di nazione, di disperazione e di speranza e, soprattutto, di una miseria che non ha eguali nel mondo. Qui Gandolfi ci vive dal 2015, soltanto quattro anni prima, era il 2011, il Sud Sudan nasceva come Stato, il più giovane del mondo, ma anche il più povero. “La pace qui non è certo quella auspicata da Leone XIV che, sin dal primo giorno, quello dell’elezione, ha invocato nel mondo una pace disarmata e disarmante. Parole che colpiscono tanto. Come diceva poi anche Papa Francesco, dietro ogni guerra c’è il commercio delle armi”.
La sanità al collasso
È dal 2018 che regge il fragile accordo che aveva chiuso il conflitto partito nel 2013. Un miraggio di pace messo a rischio negli ultimi mesi da scontri etnici e politici che hanno contrapposto le forze governative ai gruppi armati. Violenze che hanno anche aggravato la situazione sanitaria, con decine di migliaia di casi di colera, di epatite, di vaiolo, oltre che segnato da un’impennata di malaria e polmonite. Violenza, crisi umanitaria e sanitaria, insicurezza alimentare, eventi climatici estremi, fanno sì che la popolazione non riesca ad accedere ai mezzi di sussistenza, ai servizi essenziali come acqua, servizi igienici, istruzione e assistenza sanitaria. Soltanto pochi giorni fa, Medici Senza frontiere, che il 3 maggio scorso aveva subito un attacco aereo contro il suo ospedale di Old Fangak, aveva denunciato l’aumento delle aggressioni contro le strutture, nonché lo sfollamento di massa dovuto al conflitto e la totale insufficienza dei mezzi a disposizione dei centri sanitari. “Ospedali, strutture sanitarie e comunitarie sono state abbandonate anche dal loro personale”, è la denuncia dell’organizzazione che parla di “collasso del sistema sanitario nel Paese”.
Saccheggi e inondazioni
“Manca tutto per avere un vero processo di pace che possa garantire una vita dignitosa ai milioni di abitanti - spiega il missionario – la popolazione vive con rassegnazione. Molti giovani, tra loro anche minorenni, vengono reclutati, i bambini diventano soldati, le donne e i più piccoli sono la maggior parte delle vittime, e la popolazione è stremata”. Gandolfi, dopo diversi anni trascorsi nella capitale Juba, ora vive a Wau, nel Bahr al-Ghazal Occidentale, “e qui si vede davvero la fatica di ogni giorno. Le persone al 95% vivono di coltivazioni, quelle che si riescono a fare durante la stagione delle piogge, che con sé porta anche una attenuazione dei conflitti perché le strade sono impraticabili”. Ciò che accade al momento del raccolto dà la misura della situazione, è quando “gli eserciti, che siano ufficiali o meno, vanno nei villaggi e depredano di tutto, rubando il raccolto di chi per mesi ha sudato e faticato per ottenerlo”. A questo si aggiungono le alluvioni che devastano zone già distrutte dalla guerra e da dove, in alcuni casi, l’acqua non recede, restando per 4-5 anni, rendendo impossibile la vita. “Il Paese tenta di risorgere, si stanno provando anche nuove tecniche di agricoltura, si sta cercando di cambiare il tipo di produzione”, poi però si combatte e si muore. Accade in diversi dei 10 Stati che compongono il Sud Sudan, laddove si confrontano gli uomini delle due tribù principali: i Dinka, al governo con il presidente Salva Kiir, e i Nuer, dell’ex vicepresidente Riek Machar, il cui arresto, a marzo, aveva aperto la crepa nell’accordo del 2018 e portato di nuovo il Paese sull’orlo del baratro. In questi Stati esistono diversi campi dell’Onu, “con migliaia di persone dentro che, finora, hanno vissuto soprattutto grazie agli aiuti umanitari che, con i tagli dell’amministrazione Trump, sono drasticamente diminuiti. Per diversi anni, il WFP, il Programma Alimentare Mondiale dell’Onu, ha sfamato più del 52% della popolazione, dando cibo a quasi 5 milioni di abitanti”.
L’ondata di profughi
Venendo a mancare tutto questo cosa ne sarà del popolo, il cui misero sostentamento è messo a rischio anche dall’arrivo dei profughi in fuga dalla guerra in Sudan, tra le forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido, non più solo ristretta a Khartoum, ma estesa a tutto il Paese? “Quanto accade sta coinvolgendo diverse aree, creando il fenomeno migratorio, quello dei returnees come vengono chiamati dalle Nazioni Unite, ossia sud sudanesi che per 2-3 generazioni hanno vissuto in Sudan. Tutto questo rende ancora più drammatica la situazione, perché è impossibile assorbire milioni di persone che arrivano privi di tutto, il Paese già fa fatica a sostenere sé stesso, figuriamoci aggravato da un fenomeno migratorio del genere”.
Milioni di persone soffrono la crisi umanitaria
Wau, dove vive il missionario, è un grande villaggio di transito, fino a qualche anno fa c’era una ferrovia che lo collegava a Khartoum, era una zona di commercio, in cui si incontravano i diversi gruppi etnici, fino al 2016, quando è stato colpito dalla guerra che ha distrutto tutto, a cominciare dalle infrastrutture. “Non c’è neanche una zona asfaltata, gli abitanti si riforniscono in un piccolo mercato che non sempre ha i beni di prima necessità. Ora sono iniziate le piogge, le persone i trasferiscono nei villaggi limitrofi nella speranza di poter coltivare qualcosa”. Si calcola che in questo 2025 saranno circa 9,3 milioni di persone ad avere bisogno di assistenza umanitaria, a loro vanno aggiunti i circa due milioni di sfollati a causa di violenza.
(Vatican News 18 maggio 2025)
