2025 07 09 PAKISTAN - Lo stupro di una 21enne scuote i cristiani del Punjab: dov’è la giustizia?
PAKISTAN - Lo stupro di una 21enne scuote i cristiani del Punjab: dov’è la giustizia? CINA - Zhejiang: il pastore Huang Yizi nuovamente arrestatoCINA - ‘Migranti illegali’ per un pellegrinaggio: nuovi arresti tra i cattolici clandestini di Wenzhou MESSICO - Spari all’alba nelle vie di Villahermosa: gravemente ferito un sacerdote
TESTIMONIANZA SIRIA - Un nuovo tempo di incognite e martirio. L’Arcivescovo Tobji racconta il presente dei cristiani siriani
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PAKISTAN - Lo stupro di una 21enne scuote i cristiani del Punjab: dov’è la giustizia?
L’odissea di Sheeza Bibi, 21 anni: dopo aver denunciato la violenza è stata malmenata dalla polizia. Soltanto lo sdegno popolare ha costretto le forze dell’ordine ad arrestare i presunti colpevoli
Un altro caso di violenza sessuale scuote la comunità cristiana della provincia pachistana del Punjab dove si concentra la maggioranza dei battezzati del Pakistan. Ancora una volta ad aggravare la situazione è il senso di inferiorità dalle vittime e l’impunità garantita agli aggressori.
L’11 giugno la 21enne Sheeza Bibi è stata stuprata nella sua casa di Shangla Hill e del crimine ha accusato il datore di lavoro del marito e due suoi complici. Allontanato con un pretesto il coniuge, Intikhab, Mohsin l’uomo sarebbe entrato con la forza nell’abitazione della coppia e avrebbe abusato di Sheeza, nonostante la presenza della figlioletta di tre anni.
Se la sua descrizione dei fatti – sostenuta dalla testimonianza del marito – ha sollevato sdegno nel Paese, ha messo a nudo la vulnerabilità della giustizia in Pakistan che, spesso, finisce per ignorare i diritti dei gruppi meno favoriti della popolazione. Non solo: la denuncia della giovane ha richiamato la necessità di proteggere realmente le donne appartenenti alle minoranze religiose che ogni anno sono vittime di un migliaio di casi di violenza sessuale, rapimento e spesso matrimonio “riparatore” dopo la conversione all’islam.
«Quando sono rientrato, mia moglie era scossa e in lacrime. Mi ha detto quello che Mohsin e gli amici le avevano fatto. Successivamente Mohsin è tornato, mi ha consegnato 1.100 rupie (poco più di tre euro) e mi ha detto di andarmene ancora con un pretesto. Chiaramente era tutta una sceneggiata», ha descritto Intikhab in una testimonianza video arrivata all’organizzazione Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement (Claas-UK) impegnata a garantire i diritti legali dei cristiani perseguitati in Pakistan. Una testimonianza consegnata alla polizia dalla coppia quando è andata a denunciare l’abuso nel locale commissariato. Invece di ottenere conforto i due sono stati apostrofati duramente e entrambe maltrattati fisicamente perché approvassero e firmassero una descrizione dei fatti non corrispondente al vero.
Secondo i loro familiari, alla coppia sarebbero state offerte fino a 150mila rupie perché ritirassero la denuncia.
«Nulla di quanto abbiamo detto si ritrova nel documento che serve ad avviare un’indagine», ha confermato Intikhab. Il caso sarebbe stato affossato se non fosse stato per una televisione locale che ha deciso di trasmettere la testimonianza in video. L’ondata di sdegno sollevata ha costretto la polizia a prendere in custodia i presunti colpevoli ma anche difendere se stessa dall’accusa di connivenza con gli aggressori. L’esame medico chiesto da un giudice e finanziato dalla Edge Foundation, associata locale di Claas, ha confermato la violenza subita.
I tre accusati si trovano ora in cella in attesa che sia decisa la loro sorte, tuttavia al sollievo di un sostegno raro da parte dell’opinione pubblica e alla possibilità che sia fatta giustizia, per Sheeza si associa il trauma di quanto successo. «Mentre mi violentavano mia figlia guardava, tenuta ferma da uno degli uomini mentre piangeva disperatamente. Mi auguro che siano puniti perché altre donne non possano subire quello che io ho subito», ha dichiarato la giovane donna nella sua testimonianza. (Avvenire, Stefano Vecchia, sabato 5 luglio 2025)
CINA - Zhejiang: il pastore Huang Yizi nuovamente arrestato
Il veterano dissidente cristiano è stato arrestato per la terza volta dal 2014. Da undici anni subisce continue vessazioni da parte della polizia.
Il pastore Huang Yizi della chiesa Fengwo, una chiesa domestica nella contea di Pingyang , città di Wenzhou, provincia di Zhejiang, è diventato una figura di spicco tra coloro che seguono la lotta dei cristiani contro il Partito Comunista Cinese (PCC) e le sue politiche antireligiose.
Nel 2014, Huang protestò contro la vasta campagna del PCC per la rimozione delle croci nella provincia dello Zhejiang, dove circa 1.700 croci furono smantellate dalle chiese.
A causa del suo attivismo, Huang fu arrestato e trascorse un anno in prigione.
Nel 2016, fu nuovamente arrestato con vaghe accuse di aver comunicato con stranieri e di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale. Trascorse poi cinque mesi in una cosiddetta “prigione nera”, una struttura segreta che solitamente nega le visite ai detenuti ed è nota per l’uso della tortura.
Come riportato da “Bitter Winter”, nel 2018 Huang è stato uno dei firmatari di una dichiarazione di opposizione alla nuova normativa cinese sugli affari religiosi. Da allora, è sotto costante sorveglianza.
Il 26 giugno 2025, Huang è stato portato via dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Pingyang e dall’Ufficio di Sicurezza Nazionale di Lucheng. Durante l’arresto, gli è stato comunicato di essere sospettato di “operazioni commerciali illegali”, un’accusa comune contro i dissidenti religiosi. Quando la moglie di Huang tentò di filmare l’arresto, fu aggredita dalla polizia.
Inoltre, quattro colleghi della chiesa sono stati arrestati contemporaneamente. Huang è attualmente detenuto presso il centro di detenzione della contea di Pingyang .
(07/02/2025 Bitter Winter di He Yuyan)
CINA - ‘Migranti illegali’ per un pellegrinaggio: nuovi arresti tra i cattolici clandestini di Wenzhou
Nella provincia cinese dello Zhejiang - per convincere il vescovo sotterraneo Shao Zhumin a registrarsi - nelle ultime settimane sono stati presi di mira duramente anche sacerdoti, suore e fedeli che l’anno scorso avevano partecipato a un viaggio all’estero. Nel mirino anche i luoghi di culto e i familiari dei preti clandestini. “Vogliamo solo seguire la nostra coscienza senza dover sottostare a richieste politiche del Partito”.
Nelle ultime settimane diversi sacerdoti, suore e fedeli della Chiesa sotterranea della diocesi di Wenzhou sono stati arrestati dalle autorità con l’accusa di “immigrazione illegale”. Il governo utilizza queste detenzioni per fare pressione sul vescovo Shao Zhumin affinché “si converta”; i funzionari locali dichiarano che, se accetterà la conversione, i religiosi verranno rilasciati, altrimenti rischiano di essere formalmente incriminati.
Secondo quanto riferito da alcune fonti, dopo la morte di papa Francesco, le autorità di Wenzhou hanno intensificato gli sforzi per “convertire” la Chiesa sotterranea. Dall’inizio di maggio, hanno interrogato tutti coloro che l’anno scorso hanno preso parte a un pellegrinaggio all’estero, arrestando un sacerdote, due suore e due fedeli con l’accusa di “migrazione illegale”. Lo scorso fine settimana, un’altra suora è stata arrestata. Le autorità hanno detto ai religiosi: “Se il vostro vescovo Shao si converte, saranno tutti rilasciati”.
Alla domanda su come possa trattarsi di “migrazione illegale” dal momento che i partecipanti sono già rientrati in patria, le autorità hanno risposto che erano partiti con un visto turistico ma avevano partecipato ad attività religiose all’estero, il che “non corrispondeva” alla finalità dichiarata. Una fonte ha commentato: “Se hanno partecipato a eventi non conformi al turismo, spetta al Paese di destinazione stabilire se ciò viola le regole, non alla Cina. È un caso evidente di accuse costruite ad arte”.
Il termine “conversione” riferito al vescovo Shao qui significa “accettare i principi dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese” - ovvero l’indipendenza e l’autogestione della Chiesa, separata dal Vaticano. La fonte spiega che la Chiesa sotterranea è disposta a registrarsi e rispettare le leggi, ma non ad accettare la rinuncia al legame con Roma, mantenuto con fermezza per oltre mezzo secolo. Una volta abbandonata questa posizione, temono che la libertà di coscienza venga via via soppressa con nuove richieste politiche: riunioni di propaganda, corsi ideologici, eccetera. Perdendo la forza morale per opporsi a tutto ciò, la fede rischia di essere svuotata dall’interno.
Con l’invecchiamento dei sacerdoti gesuiti nella storica zona missionaria di Shanghai, le diocesi sotterranee di Mindong (Fujian), Wenzhou (Zhejiang) e Fuzhou (Jiangxi) sono diventate il “triangolo di ferro” della resistenza dei cattolici clandestini nel sud-est. Dopo l’accordo provvisorio tra Cina e Vaticano del 2018 sulla nomina dei vescovi, il primo a essere “convertito” è stato mons. Vincenzo Guo Xijin di Mindong; nel 2022, mons. Giuseppe Peng Weizhao è stato pubblicamente insediato come vescovo ausiliare a Jiangxi. Di conseguenza è aumentata la pressione su Wenzhou.
Secondo un’altra fonte, la divisione tra Chiesa ufficiale e sotterranea a Wenzhou risale alle scelte dei missionari tornati negli anni Ottanta. Le due realtà si sono sviluppate parallelamente, con numeri simili di fedeli. La diocesi di Wenzhou è oggi la più grande del Zhejiang, con circa 180mila-200mila fedeli, 46 sacerdoti ufficiali e oltre 20 sotterranei. A parte uno o due sacerdoti “esterni” che sono stati convinti a unirsi alla Chiesa ufficiale (uno è stato “convertito” a maggio), i rimanenti sacerdoti locali seguono fermamente il vescovo Shao.
Vi sono anche oltre 60 suore sotterranee appartenenti agli ordini del Sacro Cuore di Gesù e delle Piccole Sorelle di Teresa. Le tre suore arrestate appartengono a questi ordini.
Il vescovo Shao è stato detenuto più volte negli anni, spesso “inviato in viaggio” durante la Pasqua o Natale per impedirgli di celebrare messa in pubblico. Quest’anno, tuttavia, la pressione è più intensa. Secondo alcuni, il governo vuole approfittare del periodo di transizione dopo la morte di papa Francesco per consolidare una posizione favorevole nei negoziati con il Vaticano. Da aprile, è partita un’operazione a tappeto: chiusura di luoghi di culto sotterranei, colloqui individuali con i sacerdoti, minacce alle famiglie. Ai familiari dei sacerdoti che lavorano nel pubblico impiego viene imposto di convincere i religiosi a “convertirsi”, pena la perdita del lavoro.
Molte chiese sotterranee della diocesi hanno proprie cappelle e luoghi di preghiera, dove i sacerdoti risiedono stabilmente. Dall’aprile di quest’anno, sei dipartimenti governativi locali (tra cui l’Ufficio per gli Affari Religiosi e la Polizia) hanno condotto operazioni congiunte: o si accetta la supervisione dell’Associazione Patriottica e si permette ai sacerdoti ufficiali di celebrare la messa, oppure questi luoghi vengono chiusi e si arrestano i presenti. Attualmente tutti i sacerdoti sotterranei sono stati costretti a lasciare le loro sedi. Un fedele stima che il 90% dei luoghi di culto sotterranei abbia chiuso. Alcuni, come il centro di preghiera a Yishan (Cangnan), hanno accettato un sacerdote ufficiale per non perdere la struttura costruita con milioni di yuan raccolti dai fedeli. Durante la messa domenicale, tuttavia, pochissimi accettano di ricevere la comunione.
Molti fedeli, intervistati telefonicamente, dicono che la situazione è troppo complicata e angosciante, e che ricevono poche informazioni. Alcuni raccontano di essere stati interrogati per aver semplicemente condiviso online la notizia dell’arresto del vescovo tre mesi prima, sospettati di essere la fonte delle notizie per i media stranieri. Uno è stato ripetutamente minacciato, ma non essendoci prove, l’intimidazione è fallita - lasciandogli però grande paura.
Alla domanda su quali speranze nutra rispetto al nuovo papa, un sacerdote sotterraneo ha risposto: “L’Associazione Patriottica afferma di obbedire al papa nella dottrina, ma in realtà decide tutto con il governo. Non hanno commemorato la morte di papa Francesco, nemmeno con un necrologio. Tutto ciò che fanno è diretto dallo Stato. Sostengono addirittura che l’Associazione abbia ‘salvato’ la Chiesa e aperto ‘una nuova era di evangelizzazione’. Non vedono la forza dello Spirito, disprezzano il sangue dei martiri. Papa Francesco vedeva le nostre sofferenze, ma non diceva mai che abbiamo ragione. Questa ambiguità talvolta è sembrata persino legittimare l’Associazione Patriottica e questo ci ha fatto soffrire molto”.
Un altro sacerdote ha aggiunto: “Sappiamo che lo Stato interferisce con la Chiesa, e non lo accettiamo. Ma non possiamo farci nulla. ‘Convertirsi’ significherebbe accettare l’interferenza dell’ateismo: vietare l’ingresso dei bambini in chiesa, impedire la catechesi ai giovani. Non convertirsi significa continuare a subire pressioni. Il Vaticano tace, ma promuove opportunisti della Chiesa ufficiale, che ottengono visibilità e riconoscimenti sia nei circoli religiosi sia nei consessi politici. I fedeli vedono questi ‘successi’ e ci chiedono: ha ancora senso resistere? Noi però vogliamo seguire la nostra coscienza. Speriamo che il nuovo papa Leone XIV riconosca il valore della nostra fedeltà”. (di Andrew Law Asia News 03/07/2025)
MESSICO - Spari all’alba nelle vie di Villahermosa: gravemente ferito un sacerdote
Versa ancora in condizioni critiche nell’ospedale “Rovirosa” di Villahermosa padre Héctor Alejandro Pérez, parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi. Il sacerdote è stato raggiunto allo stomaco da alcuni proiettili mentre era in strada per far visita a un malato nella colonia Gaviotas Sur.
I fatti risalgono alle prime ore del mattino di lunedì 30 giugno quando, secondo quanto riferito dalla Diocesi di Tabasco, il sacerdote, poco prima delle 6, si trovava in strada per far visita a domicilio a un parrocchiano malato. Ignoti hanno esploso diversi colpi di pistola che hanno raggiunto padre Pérez.
Trasportato d’urgenza in ospedale, il prete è stato sottoposto a un lungo intervento chirurgico allo stomaco (parte del quale è stato asportato). I medici, fin dal primo momento, hanno definito la situazione clinica molto grave a causa della perdita di sangue e della complessità delle lesioni interne.
Sulla vicenda stanno indagando le forze di polizia. (...) La Diocesi “esprime ferma condanna per questo atto barbaro, chiede a Dio che tocchi i cuori degli aggressori affinché si convertano” e “invita i fedeli e le persone di buona volontà a unirsi nella ricerca della pace”.
Solidarietà al sacerdote, che, come riporta un nuovo bollettino medico diffuso sempre dalla Diocesi di Tabasco resta “in condizioni critiche ma stabili”, giunge dalla Conferenza Episcopale del Messico. I Vescovi messicani esprimono la loro “profonda costernazione e vicinanza fraterna di fronte al codardo attacco armato perpetrato contro padre Hector Pérez. Ci uniamo in preghiera al Signore della vita per la risposta guarigione di padre Hector, affidandolo alla protezione della Vergine Maria. Estendiamo il nostro sostegno alla Diocesi di Tabasco, alla comunità parrocchiale di San Francesco d’Assisi, ai suoi familiari e amici. Che Cristo, Principe della Pace, ispiri e sostenga i nostri sforzi per costruire una società dove prevalgano giustizia, riconciliazione e rispetto per la vita”. (FB) (Agenzia Fides 2/7/2025)
TESTIMONIANZA
SIRIA - Un nuovo tempo di incognite e martirio. L’Arcivescovo Tobji racconta il presente dei cristiani siriani
di Gianni Valente
Sono passati 9 giorni dalla strage di almeno 25 cristiani ammazzati mentre erano a messa nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elias, a Damasco. E quel massacro segna per sempre con lo stigma del martirio il tempo dei cristiani siriani nella Siria del dopo-Assad.
«Dopo la strage» conferma all’Agenzia Fides Joseph Tobji, l’Arcivescovo maronita di Aleppo «hanno scritto su muro di una chiesa nella circoscrizione di Hama le parole “verrà anche il vostro turno”. Qualcuno vuol far credere che è solo l’inizio. Mi mandano foto di volantini attaccati a case cristiane in cui è scritto “la terra di Siria deve essere purificata”, col disegno di bombe e Kalašnikov. Intimidazioni che ricordano le scritte apparse sulle case dei cristiani di Mosul. Sono queste le cose che girano tra i cristiani. Magari non sono neanche foto reali, qualcuno le genera con l’intelligenza artificiale e le manda in giro nella rete. Ma la paura che scatenano non è un “fake”».
L’Arcivescovo Tobji descrive una situazione sospesa, carica di incognite per i cristiani siriani. Da una parte, «Quelli che ora comandano ci ripetono sempre che i cristiani non si toccano, che sono una componente essenziale del Paese e della società siriana. A Natale e Pasqua hanno obbligatorio le loro scorte di sicurezza per proteggere le messe nelle chiese e le processioni. I Servizi di sicurezza hanno già preso misure e sistemi di protezione. Quando li chiamiamo vengono. Ma la gente non ci crede. Prevalgono paura e sconforto». Perché appare evidente che «non tutte le fazioni e i gruppi armati rispondono a quelli che adesso hanno in mano il governo».
L’attuale Presidente, Ahmed al-Sharaa, quando si faceva chiamare col “nome di battaglia” Abu Mohammad al-Jolani, ha guidato negli anni della guerra siriana Hayat Tahrir al Sham (HTS), la sigla islamista più rinomata tra quelle coinvolte nell’offensiva culminata con l’abbattimento del regime di Bashar al Assad.
Adesso, nella Siria attuale - riconosce l’Arcivescovo Tobji - anche buona parte dei musulmani siriani non appoggia la possibile instaurazione di un regime islamista. Ma la mentalità islamica emerge nei dettagli. Ha effetti nella vita quotidiana. Con gli ascensori riservati agli uomini e quelli riservati alle donne, negli uffici statali sportelli per le donne altri per gli uomini, e così via.
«Qualche giorno fa un ragazzo e una ragazza passeggiavano per strada la sera, li ferma un uomo e chiede loro come mai stanno insieme. Rispondono che sono fidanzati, e lui comincia a interrogarli, vuole che qualcuno lo confermi, fa chiamare al telefono la madre di uno di loro e comincia a interrogare anche lei, che ha confermato che il ragazzo e la ragazza sono fidanzati...
Con episodi così, tanti cominciano a dire: questo non è più il nostro Paese. Tanti giovani sono alla continua ricerca del visto per espatriare, per scappare da una situazione che dovrà essere irrecuperabile».
I Vescovi cattolici - racconta Joseph Tobji - hanno riflettuto insieme su come affrontare questo tempo. «Condividiamo il pensiero che se il Signore ci tiene qui, nella Siria del 2025, c’è qualcosa che vuole da noi in questa situazione, che non dobbiamo nasconderci o rimanere a guardare: C’è una chiamata del Signore che vuole da noi qualche azione».
Per questo i Vescovi cattolici di Aleppo hanno costituito un Comitato come strumento per incentivare il dialogo con tutte le componenti del Paese. Qualche settimana fa, il Comitato ha organizzato un convegno di tre giorni per confrontarsi sul presente e il futuro della Siria, nel segno della riconciliazione nazionale. «Abbiamo invitato anche alcuni di quelli che hanno scritto la Dichiarazione costituzionale. Abbiamo parlato liberamente, c’era chi criticava l’attuale governo, e chi lo appoggiava. Ma quello è stato solo l’inizio di un processo. Ora stiamo studiando come trovare strade per favorire la pace e la riconciliazione».
Appare evidente che l’attuale gruppo di potere non ha il controllo di tutte le fazioni armate e su tutte le aree. Ampie parti del Paese sono controllate da curdi e drusi. «Manca la polizia per le strade, la situazione è sottosopra ei nuovi arrivati al potere sono ancora inesperti di politica e amministrazione. A volte - racconta l’Arcivescovo maronita di Aleppo «prendono decisioni fuori dalla realtà. Hanno licenziato migliaia e migliaia di impiegati pubblici, etichettandoli in massa come corrotti o dicendo che sono ridondanti. E ora anche le famiglie di quegli ex dipendenti degli apparati non sanno come andare avanti. Il pane continua a costare dieci volte più di prima, e la nostra gente senza pane non va avanti. Tutti si lamentano ancora della scarsità di corrente elettrica, di acqua, e però questo dura già da molti anni. Le cose peggiori sono i prezzi cari di medicinali, interventi chirurgici, affitti».
L’Arcivescovo Tobji ha incontrato 4 volte il Presidente al Sharaa. «Lui» racconta all’Agenzia Fides «quando parla con noi mostra di avere visioni avanzate. Ma non so se riuscirà a fare qualcosa di quello che dice di voler fare. Lo spero».
Intanto le sanzioni disposte contro la Siria al tempo di Assad sono state tolte, ma per il Paese - rimarca Tobji - «non abbiamo sentito ancora alcun effetto positivo. Si parla dell’arrivo di uomini d’affari che verranno a fare investimenti. Se l’economia cominciasse a migliorare, cambierebbe tutto. Ma finora non si vedono segnali rassicuranti».
Lo scenario singolare di un assetto di potere guidato da gruppi di matrice jihadista, che trova sponde e accreditamento politico nei Paesi dell’Occidente nord-atlantico. «La Siria - nota l’Arcivescovo Tobiji - ha fatto una conversione a U. Prima il regime era appoggiato da Russia e Iran, adesso il gruppo di al Sharaa è appoggiato da USA e Europa. Ma credo che in questi scenari e in questi spostamenti di fronte non esistono amici eterni, amicizie eterne. A muovere le cose sono gli interessi». (Agenzia Fides 1/7/2025)
