2021 09 01 “I Talebani hanno ucciso mio padre perché cristiano”

CAMERUN - Rapito il Vicario generale della diocesi di Mamfe PAKISTAN - Donna cristiana accusata di blasfemia per un messaggio What’s App SIRIA/TURCHIA - Hassaké, villaggio cristiano distrutto dai bombardamenti turchi

MEOTTI: “I Talebani hanno ucciso mio padre perché cristiano”
Fonte:
CulturaCattolica.it
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CAMERUN - Rapito il Vicario generale della diocesi di Mamfe

Rapito il Vicario generale della diocesi di Mamfe, nel sud-ovest del Camerun, una delle due regione anglofone del Paese, dove è in corso una guerra tra l’esercito regolare e miliziani che rivendicano l’indipendenza delle due aree. “Con grande tristezza vi informo del rapimento di Mons. Agbortoko Agbor, ieri domenica 29 agosto” afferma il comunicato della diocesi di Mamfé, firmato dal cancelliere p. Sébastien Sinju.
“Il Vicario generale ha trascorso il weekend a Kokobuma per una visita pastorale e l’inaugurazione del presbiterio della parrocchia, era appena rientrato nel Seminario maggiore nel tardo pomeriggio. Mezz’ora dopo alcuni giovani armati, che si sono qualificati come separatisti, hanno assalito il Seminario dove vive Sua Ecc. Mons. Francis Teke Lysinge, Vescovo emerito di Manfe. Vista l’età avanzata del Vescovo, i separatisti hanno preferito prendere Mons. Agbor”.
“I rapitori chiedono un riscatto di 20 milioni di franchi CFA (circa 30.489 euro) per la liberazione di Monsignor Agbortoko Agbor” afferma p. Sinju, che ha chiesto ai fedeli di pregare per la liberazione del sacerdote.
Quello di Mons. Agbor non è il primo rapimento di un prete della diocesi di Mamfe. Il 22 maggio p. Christopher Eboka, direttore delle comunicazioni per la diocesi, era stato rapito dai separatisti e rilasciato 10 giorni dopo, il 1° giugno.
Neppure i Vescovi sono stati risparmiati dai rapimenti. Il defunto Cardinale Christian Tumi, Arcivescovo emerito di Douala e principale mediatore della crisi anglofona, è stato rapito due volte, prima il 5 e il 6 novembre 2020, poi il 30 gennaio 2021.
Mons. Michael Miabesue Bibi, allora Vescovo ausiliare di Bamenda, nel Nord-Ovest, attualmente Vescovo di Buea nel Sud-Ovest, era stato rapito il 5 e 6 dicembre 2018.
Nel giugno 2019 è stato rapito anche l’Arcivescovo emerito di Bamenda, Mons. Cornelius Fontem Esua e due mesi dopo, Mons. George Nkuo, Vescovo della diocesi di Kumbo (nord-ovest) ha subito la stessa sorte. (L.M.) (Agenzia Fides 31/8/2021)

PAKISTAN - Donna cristiana accusata di blasfemia per un messaggio What’s App

Una donna cristiana, Shagufta Kiran, residente a Islamabad, è stata accusata di blasfemia per aver semplicemente inoltrato un messaggio su WhatsApp che includeva contenuti ritenuti blasfemi. Come comunica a Fides l’organizzazione “Centre for Legal Aid Assistance & Settlement” (CLAAS) Shagufta è stata arrestata il 29 luglio dalla Federal Investigation Agency (FIA) ed è ancora sotto custodia.
Il marito di Shgufta, Rafique Masih, ha dichiarato che agenti armati hanno fatto irruzione nella loro casa e hanno arrestato sua moglie e i suoi due figli, accusandoli di aver violato la legge sulla blasfemia, inoltrando un post su WhatsApp che includeva contenuti blasfemi. Ha raccontato: “Con violenza si sono impossessati dei nostri telefoni, computer e altri oggetti di valore. Hanno arrestato Shagufta e i miei due figli senza previa informazione o mandato di arresto. Hanno portato mia moglie e i miei figli alla stazione di polizia, accusandoli in base agli articoli 295-A e 295-B del Codice penale del Pakistan (la cosiddetta legge sulla blasfemia), in seguito hanno liberato i miei figli”.
Rafique Masih e i figli sono fuggiti da Islamabad per la paura e le minacce, e si sono trasferiti in un luogo sicuro. Secondo la ricostruzione, Shagufta è stata arrestata perché inclusa in un gruppo WhatsApp in cui qualcun altro dei membri avrebbe condiviso un messaggio blasfemo, che Shagufta ha inoltrato ad altre persone senza leggerlo e senza conoscerne le conseguenze. “Shagufta non sapeva nulla del post, non era nemmeno l’autore del post in questione, ma è stata accusata di averlo diffuso”, ha spiegato Rafique.
Nasir Saeed, direttore del CLAAS, ha espresso la sua preoccupazione per il continuo abuso della legge sulla blasfemia, che colpisce soprattutto membri poveri e analfabeti delle minoranze religiose: “Questa non è la prima volta che qualcuno è stato accusato di condividere un SMS o un post sui social media. Andrebbero cercati e perseguiti gli autori di tali messaggi. Ora per Shagufta Kiran inizia un calvario giudiziario e una sofferenza che potrà durare anni, finché non potrà dimostrare la sua innocenza”.
Saeed ricorda la vicenda dei coniugi cristiani Shafqat Emmanuel e Shagufta Kausar, recentemente rilasciati dopo sette anni di carcere (vedi Fides 4/6/2021): i due erano stati condannati a morte in base ad accuse di presunta blasfemia commessa tramite un SMS ritenuto blasfemo. All’inizio di giugno, l’Alta Corte di Lahore ha annullato la condanna a morte comminata loro nel 2014, riconoscendo la macchinazione ai loro danni, dato che i due sono analfabeti e non avrebbero potuto scrivere personalmente alcun messaggio di testo. Non è stato appurato, però, chi abbia scritto quei messaggi e li ha incastrati, dunque l’abuso della legge resta, anche nel loro caso, impunito.
Nei giorni scorsi, grazie all’interessamento del loro avvocato difensore, il musulmano Saif-ul Malook (che è stato anche l’avvocato nel noto caso di Asia Bibi), i due hanno raggiunto sani e salvi i Paesi Bassi, in Europa. Il Parlamento dell’Unione Europea ha adottato nello scorso aprile una risoluzione in favore di Shagufta Kausar e Shafqat Emmanuel, chiedendo che il Pakistan conceda spazio alla libertà religiosa ed esortando le autorità della UE a rivedere gli accordi commerciali con il Pakistan, se non saranno rispettati i diritti e le libertà individuali.
(Agenzia Fides 31/8/2021)

SIRIA/TURCHIA - Hassaké, villaggio cristiano distrutto dai bombardamenti turchi

I bombardamenti dell’aviazione turca nella notte di ieri contro postazioni del Partito curdo dei lavoratori (Pkk, fuorilegge per Ankara) hanno distrutto un villaggio assiro-cristiano nel nord della Siria. A finire sotto le bombe dei caccia del sultano Recep Tayyip Erdogan il villaggio di Tal-Tawil, meglio conosciuto con il nome di Beni Roumta, poco distante da Tel Tamar.

Fonti locali confermano che da tempo la zona è teatro di raid e offensive aeree nell’ambito della guerra voluta dal presidente turco contro i curdi in Siria e nel vicino Iraq, senza curarsi delle conseguenze sulla popolazione civile che abita nella regione. Bombardamenti che finiscono per colpire beni e proprietà dei cristiani assiri stanziati nella zona e che lottano per restare, più forti delle violenze e delle privazioni.

Come emerge da immagini e testimonianze rilanciate sui social, il raid aereo ha causato gravi danni alle abitazioni e molte risultano ormai inagibili, ma non si registrano vittime o feriti fra la popolazione civile, che è riuscita a fuggire poco prima dell’attacco. Nelle scorse settimane i caccia avevano colpito altre cittadine cristiane: Qamishli, Tal Gerebet e Ain Issa. Fanno tutte parte della regione assiro-cristiana che si è sviluppata lungo le rive del fiume Khabur.

Ankara rivendica la legittimità delle operazioni militari con il proposito di sventare la minaccia costituita dalle milizie curde Ypg - le Unità di Protezione Popolare, alleate con il Pkk - e creare una zona sicura oltreconfine. L’obiettivo è quello di assicurare il ritorno di circa tre milioni di profughi accolti in passato da Ankara, in nome della cosiddetta “fratellanza musulmana”, ma che oggi risulta insostenibile a causa della crisi economica. In realtà Erdogan teme la nascita di uno Stato curdo lungo la propria frontiera e fa di tutto per impedire la realizzazione del progetto, sfruttando il pretesto della lotta al terrorismo.

La nuova ondata di attacchi turchi nella zona al confine fra Siria e Iraq ha causato una nuova ondata di sfollati, simile a quella che si era già registrata nel 2015 quando la popolazione locale era stata costretta a fuggire per l’avanzata dello Stato islamico. A riferirlo è Elias Antar Elias, leader dell’Assemblea popolare assira nella regione di Jazira, in una intervista ad Aina in cui aggiunge che “i recenti attacchi ai villaggi riportano alla memoria” l’offensiva dell’impero ottomano del 1915 e la cacciata da Hakkari in direzione di Urmia, poi in Iraq, infine in Siria dove si trovano ora. “La storia - avverte - si sta ripetendo”.

Il leader cristiano assiro parla di atti “barbari” da parte della Turchia che “non ne ha abbastanza delle distruzioni causate alle città siriane, da Afrin fino a Jarablus”, che “non si differenziano molto da quelle provocate dall’Isis nel 2015”. Egli auspica infine una rinnovata unità “con le nostre forze militari a difesa della regione, perché questa terra è nostra e siamo pronti a combattere” per respingere “qualsiasi aggressione che può minare la nostra esistenza”.
(AsiaNews, 2021 08 31)

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“I Talebani hanno ucciso mio padre perché cristiano”

Lo scrittore afghano esule in Italia, Ali Ehsani. “Mi diceva: ‘Non dire a nessuno che siamo cristiani o i Talebani ci ammazzeranno’. E così è stato. Ora torniamo a quell’orrore”

Giulio Meotti

“Poiché la maggioranza dell’Afghanistan è musulmana, in Occidente si pensa che tutti siano musulmani, così non si parla mai dei cristiani afghani”. Ali Ehsani, autore di due romanzi pubblicati da Feltrinelli, ha pagato il prezzo più alto per questa doppia “invisibilità”: i suoi genitori sono stati assassinati in quanto cristiani dai Talebani durante il primo Emirato Islamico (1996-2001).

I cristiani afghani stanno già pagando il prezzo per la loro fede con il ritiro degli occidentali dal paese, secondo una delle massime esperte di libertà religiosa negli Stati Uniti. “Non esagero dicendo che i Talebani stanno uccidendo i cristiani”, rivela Nina Shea, direttrice del Centro per la libertà religiosa dell’Hudson Institute. Il suo think tank stava cercando di far uscire dal paese un cristiano il cui fratello e il padre erano stati uccisi nell’ultima settimana. “E si nasconde vicino all’aeroporto sperando di uscire, sperando di essere salvato perché sarà il prossimo. Perché è cristiano”. Shea ha detto che ora è così pericoloso per i cristiani in Afghanistan perché la maggior parte sono convertiti dall’Islam. “E questa è considerata agli occhi dei Talebani un’apostasia che deve essere punita con la morte”.

“I miei genitori erano cristiani nascosti, non andavano mai a pregare in una chiesa, perché l’unica presente in Afghanistan era dentro l’ambasciata italiana” mi spiega Ali Ehsani. “Io ho scoperto che erano cristiani a scuola. Un amico mi chiese: ‘Tuo padre perché non viene mai in moschea?’. E così mi è venuto il dubbio. Ho chiesto a mio padre. ‘Non devi dire a nessuno che siamo cristiani’, mi disse. ‘Come sono fatti? Dove vanno i cristiani?’, risposi. ‘Ci ammazzano se lo scoprono’. Quando mangiavamo spesso mio padre metteva un piatto in più. ‘Noi siamo poveri, chi viene in più?’, chiedevo. ‘Non preoccuparti, Gesù condivideva il cibo’, mi rispondeva. Purtroppo, i miei genitori sono stati uccisi durante il primo regime dei Talebani”.

Ehsani avrebbe rivisto il terrore dei cristiani afghani anche una volta a Roma. “Ero all’università, alla mensa c’era un ragazzo afghano che si siedeva con me. E prima di mangiare mi sono fatto il segno della croce. ‘Ma tu sei cristiano, anche io e avevo paura di pregare davanti a te’, mi disse. E così ho scoperto che ci sono altri cristiani in Afghanistan e che sono terrorizzati”. Ehsani è appena riuscito a portare in Italia una famiglia cristiana afghana. “Il governo italiano si è adoperato per portare questa famiglia cristiana qui. Quando siamo andati a messa insieme per la prima volta nei giorni scorsi piangevano, ‘noi non siamo mai andati in chiesa’. Per loro era una gioia grandissima. Non avevano mai conosciuto questa libertà”.

Ehsani è atterrito dalla fine dell’esperienza occidentale a Kabul. “In questi giorni ho pensato che abbiamo buttato vent’anni di Occidente, di sacrificio, di spese, di vite umane, di libertà, di democrazia. Ho paura del futuro dei giovani. In questi vent’anni tanti giovani avevano progetti, avevano cambiato mentalità, ora tutto è finito. I Talebani non sono mai cambiati. E sono persino peggio, perché sono più furbi, il lupo cambia solo pelle... La politica occidentale è fallita anche nei confronti della Russia, dell’Iran, della Cina, del Pakistan, perché per questi paesi la presenza occidentale non andava bene. Sarà nel tempo un rischio per l’Occidente. La tv Tolo News all’inizio metteva musica, faceva vedere ragazze a scuola, ma ora è tutto finito. Stanno già uccidendo musicisti e i comici. Nel 1996 non avevano tutto il paese, c’era ancora il Nord che resisteva, oggi sarà persino peggio. Come può un paese funzionare senza donne e che deve solo rispettare la sharia? Come può esistere una società che si preoccupa del trucco delle donne? Il mondo non deve riconoscere i Talebani, deve invece sanzionare Iran, Pakistan, i paesi che sostengono questo regime dell’orrore. Erdogan ha portato la Turchia verso l’islamizzazione e oggi dialoga con i Talebani. E’ ovvio che riconoscerà il nuovo regime di Kabul. Tutto il progresso afghano è stato possibile solo grazie alla presenza occidentale. Ci sono donne che hanno iniziato a fare le parrucchiere, che sono diventate medici, che hanno studiato. Ora i Talebani stanno chiudendo tutti i saloni di bellezza. Ammazzeranno anche le parrucchiere. Non dovevano lasciare l’Afghanistan. Chi si fiderà più dell’America?”.

Il pensiero di Ehsani torna ai cristiani rimasti in Afghanistan. “Quando inviavo un video cristiano a una famiglia afghana loro poi lo cancellavano per paura di essere rintracciati. Vivono da cristiani come i primi nascosti del primo secolo d.C. In un quartiere ci possono essere dieci famiglie cristiane, ma nessuno sa dell’altro, per paura di essere traditi. Durante l’esperienza occidentale i cristiani speravano che in futuro ci sarebbe stato il riconoscimento del culto cristiano. Adesso con i Talebani questi porteranno tutti con la forza in moschea. Quando ero piccolo i Talebani ci portavano tutti a pregare. Temo anche uno sterminio delle razze, ‘i tagiki in Tagikistan, gli uzbeki in Uzbekistan, gli hazara al cimitero’, ripetono i Talebani. Vedo immagini di un regime che va casa per casa a cercare le ragazze da far sposare ai Talebani. Il mondo deve sapere cosa sta accadendo”.

Alla domanda se l’Occidente non sia stanco, Ehsani risponde e conclude: “Non ci si deve mai stancare di battersi. Come quando hai un bambino, lo educhi, lo aiuti a crescere e non gli lasci la mano finché non cammina da solo”.