2020 12 23 Cristiani perseguitati - Acs: ogni mese in media 300 cristiani sono privati di libertà

La denuncia di Aiuto alla Chiesa che soffre: “Libera i tuoi prigionieri.
Un rapporto sui cristiani ingiustamente detenuti per la loro fede”.
Le storie di alcuni prigionieri di coscienza
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ogni mese, nei 50 Paesi più a rischio, si stima venga imprigionata ingiustamente una media di oltre 300 cristiani. La denuncia arriva da Aiuto alla Chiesa che Soffre che pubblica il rapporto
“Libera i tuoi prigionieri”.
Se alcuni casi sono da anni in primo piano sulla stampa internazionale, come il rapimento di padre Paolo Dall’Oglio, nel 2013, o la detenzione per dieci anni della cristiana pakistana Asia Bibi, che firma la prefazione al rapporto di Acs, ci sono ogni giorno storie meno note, da quelle delle spose-bambine in Pakistan, rapite e convertite forzosamente ai ripetuti rapimenti dei sacerdoti in alcune zone dell’Africa.
Il rapporto sull’ingiusta detenzione dei cristiani esamina sia l’azione dei governi sia quella delle organizzazioni estremiste. Gli scenari descritti comprendono le prigionie per motivi di coscienza, le detenzioni arbitrarie, i processi ingiusti, le condizioni carcerarie inadeguate, i casi di tortura e la pressione per indurre ad abbandonare la fede.

In Nigeria il sequestro di cristiani rappresenta il fenomeno più grave. Ogni anno più di 220 fedeli vengono rapiti e imprigionati ingiustamente da gruppi di miliziani jihadisti. I sequestri di persona a scopo di riscatto sfociano spesso in uccisioni di sacerdoti protestanti e cattolici.

In Pakistan annualmente si verificano circa 1.000 casi di conversioni forzate di ragazze e giovani donne cristiane e indù.

Esiste un problema simile in Egitto, dove giovani donne cristiane copte vengono rapite e costrette a sposare i loro rapitori non cristiani. Secondo alcune fonti almeno due o tre ragazze scompaiono ogni giorno a Giza, per cui il numero di casi portati all’attenzione pubblica risulta significativamente inferiore a quello effettivo dei rapimenti.

In Corea del Nord si stima vi siano circa 50.000 cristiani nei campi di lavoro, cioè quasi il 50% del totale dei detenuti in queste particolari e drammatiche condizioni.

In Eritrea si stimano più di 1.000 fedeli cristiani ingiustamente detenuti.

In Myanmar lo United Wa State Army è stato accusato di aver orchestrato una campagna di terrore prendendo di mira i cristiani con il pretesto di combattere il presunto “estremismo religioso”. Si stima che, a partire dal 2018, l’esercito abbia interrogato e arrestato 100 pastori e reclutato con la forza studenti cristiani.

In Iran informazioni non confermate di un incremento dei convertiti al cristianesimo sono state addotte come causa dei nuovi provvedimenti restrittivi del regime islamico ai danni dei fedeli.

Il rapporto è corredato da venti “casi di studio”. Dietro questa astratta espressione si celano tuttavia volti di singoli perseguitati, di gruppi o di intere comunità oppresse in particolare in Nigeria, in Pakistan, in Eritrea e in Cina.

RICORDIAMO ALCUNI CASI, cioè PERSONE PERSEGUITATE PERCHÉ CRISTIANE

Rebecca Sharibu
La mattina di lunedì 19 febbraio 2018, Boko Haram ha attaccato il Government Science and Technical College di Dapchi, nello Stato di Yobe, sequestrando 110 studentesse. Mercoledì 21 marzo 2018, la maggior parte delle studentesse sono state rilasciate a Dapchi dagli estremisti, in seguito a trattative con il governo.
La madre di Leah Sharibu, Rebecca Sharibu, non ha trovato la figlia tra le ragazze liberate e due di loro, sue amiche, le hanno raccontato: «Boko Haram aveva chiesto a Leah di accettare l’Islam e lei aveva rifiutato. Così hanno detto che non sarebbe venuta con noi e doveva invece sedersi con altre tre ragazze che avevano lì con loro. L’abbiamo scongiurata di limitarsi a recitare la dichiarazione islamica e indossare l’hijab per poter entrare con noi nel veicolo, ma lei ha risposto che quella non era la sua fede: perché avrebbe dovuto attestare il falso? Se vorranno ucciderla, potranno farlo, ma lei non dirà mai di essere musulmana».
Durante la prigionia Leah e due compagne di classe sono riuscite a fuggire. Dopo aver camminato per tre giorni, hanno chiesto aiuto a una famiglia di nomadi Fulani per poter tornare a Dapchi, ma sono state riconsegnate ai loro rapitori di Boko Haram.

LA LOTTA PER OTTENERE GIUSTIZIA
Nell’ottobre 2018 è stata fatta richiesta di riscatto – con minaccia di ucciderla qualora non fosse stata soddisfatta – appena due mesi dopo la diffusione di una registrazione audio in cui Leah Sharibu implorava di essere liberata. Il Governo federale era pronto a pagare il riscatto ma Boko Haram ha ritirato l’offerta nel momento in cui sono iniziate le trattative per la consegna del denaro.
Rebecca Sharibu ha criticato il presidente Muhammadu Buhari, accusandolo di non avere preso sul serio la liberazione della figlia e lamentando una mancanza di comunicazione tra il governo federale e la famiglia.
Intervistata da uno dei giornali nigeriani la madre di Leah ha affermato: «Hanno promesso a noi e a tutta la nazione che Leah sarebbe tornata, ma sono state promesse vuote».
A seguito di numerosi falsi comunicati, che includevano “notizie” della sua liberazione e morte, nel gennaio 2020 sono emerse testimonianze secondo le quali avrebbe partorito, essendo stata costretta a convertirsi all’Islam e a sposare un comandante di Boko Haram.

L’APPELLO
Nell’ambito della Campagna Libera i Tuoi Prigionieri, Rebecca Sharibu ha esortato i politici britannici a intervenire sul caso: «Mi rivolgo ancora una volta al Governo britannico, come ho fatto in precedenza quando mia figlia, dopo due anni di prigionia, ha compiuto 17 anni. Per favore, aiutateci: fate che venga liberata. Grazie».

Patriarca Abune Antonios
Mesi dopo essere diventato Patriarca nel 2004, il rapporto di Abune Antonios con le autorità eritree si è deteriorato. Ha «resistito alle richieste del governo» di «scomunicare 3.000 membri della Medhane Alem, una Scuola ortodossa domenicale» e «ha inoltre protestato per la detenzione segreta di tre sacerdoti ortodossi, chiedendo che il Governo rilasciasse i cristiani incarcerati perché accusati di tradimento».
Il 13 gennaio 2006, il Patriarca Antonios era stato segretamente rimosso dal suo incarico «per essersi ripetutamente opposto all’ingerenza del governo negli affari ecclesiastici». I membri filogovernativi del Santo Sinodo lo avevano accusato di «politica sporca».
Il 20 gennaio 2007, due sacerdoti, accompagnati da tre agenti della sicurezza governativa, sono entrati nella sua casa e hanno “confiscato” le sue insegne di Patriarca. Da allora è agli arresti domiciliari.
Il 27 maggio 2007 il governo eritreo ha insediato il Vescovo Dioscoros di Mendefera a capo della Chiesa. Alle 5 del mattino del giorno seguente, il 28 maggio 2007, le autorità «hanno allontanato con la forza il Patriarca Antonios dalla sua abitazione confinandolo in un luogo segreto». Non gli sono state mosse accuse ufficiali e non è stata formalmente pronunciata alcuna sentenza contro di lui.
Oggi, a 93 anni, il Patriarca Antonios è «tenuto in isolamento e non sono permesse visite neppure da parte dei familiari». Vive in un edificio della chiesa ma, a quanto si dice, gli viene negata l’assistenza medica nonostante soffra di “grave diabete” e di “ipertensione”.

LA LOTTA PER OTTENERE GIUSTIZIA
Dopo che il governo ha provveduto a “sostituire” Abune Antonios, il regime è stato accusato di ostacolare il sostegno a suo favore per “controllare” la Chiesa. Il successore del Patriarca Antonios, Abune Dioscoros, è morto nel dicembre del 2015 ed è diventato leader della Chiesa Yoftahe Dimetros, un laico «affiliato al governo». Tra coloro che chiedono il rilascio del Patriarca Antonios vi è l’Arcidiocesi del Nord America della Chiesa Ortodossa Eritrea che ha tenuto varie manifestazioni. Il 17 luglio 2017 Abune Antonios ha potuto fare la prima «breve apparizione pubblica» dal suo arresto, ma gli osservatori lo hanno definito «uno stratagemma [del governo] per smorzare le critiche internazionali».
Ma nel 2019 il Patriarca Antonios è stato scomunicato attraverso una lettera firmata da cinque dei sei «più potenti» vescovi del Paese, nella quale il Patriarca è stato accusato di «cieca eresia».

L’APPELLO
Abune Makarios, Vescovo ortodosso eritreo degli Stati Uniti che non ha firmato la lettera di scomunica, ha dichiarato nell’estate del 2019: «È solo per grazia di Dio che il Patriarca Abune Antonios è sopravvissuto a un trattamento così lungo e disumano [...] il Pontefice di una delle fedi più antiche rimane il prigioniero di coscienza più noto al mondo».

Maira Shahbaz
Alle due del pomeriggio del 28 aprile 2020, Maira Shahbaz stava camminando nei pressi di casa, nella città di Madina vicina a Faisalabad, in Pakistan, quando un’automobile le si è accostata. Le telecamere a circuito chiuso hanno ripreso tre uomini armati mentre spingevano Maira nel veicolo. Due cristiani, Parvaiz e Younas Masih, hanno tentato di intervenire, ma i rapitori «li hanno
minacciati con le armi». Dopodiché, sparando in aria, sono fuggiti portando via Maira. Tutto questo è accaduto durante il lockdown per il COVID-19.
Al Tribunale di Faisalabad, il 5 maggio 2020, il suo rapitore Nakash – sposato con due figli – ha prodotto un certificato attestante il matrimonio con Maira nell’ottobre 2019. Anche se l’avvocato della famiglia, Khalil Tahir Sandhu, ha esibito un certificato di nascita per dimostrare che Maira aveva 14 anni al momento del rapimento, Nakash ha asserito che Maira ne aveva 19. La Corte si è pronunciata a favore di Nakash, il che ha portato la madre di Maira, Nighat, al ricovero d’urgenza in ospedale per un attacco cardiaco.
Nighat più tardi ha detto ad ACS: «Chiedo che mia figlia ci sia restituita. Sono terrorizzata al pensiero di non rivederla mai più».

LA LOTTA PER OTTENERE GIUSTIZIA
Il 23 luglio il Tribunale del distretto di Faisalabad, in base alle prove del registro nazionale delle nascite, ha deliberato che Maira fosse condotta in un rifugio.
Nonostante le nuove prove attestassero la minore età di Maira e una dichiarazione dell’imam annullasse il matrimonio da lui stesso presumibilmente celebrato, il 4 agosto 2020, l’Alta Corte di Lahore si è nuovamente pronunciata a favore di di Nakash.
Il 18 agosto Maira, dopo una drammatica fuga notturna dalla casa di Nakash, ha riferito alla polizia che egli l’aveva drogata, costretta ad abbandonare il cristianesimo, violentata ripetutamente e filmata al fine di ricattarla.
L’avvocato della famiglia ha chiesto l’arresto di Nakash con l’accusa di pedofilia, oltre all’annullamento del matrimonio e della conversione religiosa di Maira. Nakash ha contro-denunciato la famiglia di Maira, accusandola a sua volta di averla rapita.
A seguito di una petizione del 28 agosto presso il Rawalpindi Bench dell’Alta Corte di Lahore, la polizia è stata incaricata di provvedere alla sicurezza di Maira e di indagare sul video utilizzato per ricattarla.
Maira ha affermato che Nakash aveva minacciato di uccidere lei e la sua famiglia. Al momento della stesura di questo Rapporto si stanno nascondendo, temendo per la loro vita.

L’APPELLO
Khalil Tahir Sandhu, che ha rappresentato in tribunale la famiglia di Maira, ha denunciato Nakash e i suoi complici affermando: «Ciò che il signor Nakash e i suoi complici hanno fatto è chiaramente contrario alla legge. Hanno attuato un rapimento sotto la minaccia delle armi e organizzato il matrimonio di una minore, senza chiedere alcun permesso né alla madre né alla prima moglie e producendo davanti alla Corte un certificato di matrimonio che si sapeva essere falso. Le persone che fanno questo genere di
cose a una bambina come Maira ci trattano non come esseri umani, ma come animali»

(giovedì 26 novembre 2020 Avvenire)